lunedì, 21 Giugno 2021
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Quando palestrato fa rima con effeminato

Sport controcorrente. Quando palestrato fa rima con effeminato. È in atto una mutazione antropologica e le normali palestre cittadine sono il luogo privilegiato in cui osservarla e nelle pieghe della più dimessa quotidianità di Francesco Lamendola 

La palestra, nella giornata torrida di mezzo agosto, risuona dei movimenti meccanici degli estensori e degli altri attrezzi ginnici, dei pesi che scendono a toccare terra con dei piccoli tonfi, qualche volta dei sospiri possenti dei pochi, ma irriducibili frequentatori.

C’è un’atmosfera di efficienza, di lavoro, quasi di dedizione: le persone che vengono qui, non vengono per divertirsi o per ammazzare la noia dell’estate; ci vengono ogni settimana, talvolta ogni giorno, nelle quattro stagioni dell’anno, per potenziale l’apparato muscolare e per tonificare le diverse parti del corpo più soggette all’ingrassamento: il sedere e le gambe per le donne, l’addome e i fianchi per gli uomini.

Nessuno parla, nessuno si scambia impressioni, consigli o suggerimenti; ciascuno è concentrato su se stesso, sull’esercizio che sta compiendo, con zelo e serietà assoluti. Al banco delle segreteria siedono delle belle donne, ma nessuno le guarda, anche se la maggioranza dei presenti sono di sesso maschile. Hanno altro a cui pensare, che simili frivolezze: i loro bicipiti e quadricipiti, i loro addominali, i loro polpacci.

Vogliono diventare più muscolosi, più atletici, più possenti; vogliono diventare simili a quei divi di Hollywood, Johnny Weissmuller nel ruolo di Tarzan delle Scimmie e Arnold Schwarzenegger nel ruolo di Conan il Barbaro; le donne vorrebbero assomigliare a Lynda Carter nel ruolo di Wonder Woman o, meglio ancora, a Lucy Lawless nel ruolo di Xena, la principessa guerriera del celebre serial televisivo.

Beninteso, queste persone non sono fanatiche del muscolo ipertrofico; se lo fossero, frequenterebbero una palestra specializzata per culturismo e cercherebbero di modellare il proprio corpo, con il generoso aiuto di estrogeni e anabolizzanti, in modo da renderlo in tutto e per tutto una macchina di muscoli, come quello dei famosi bodybuilders d’Oltreoceano.

No: sono semplicemente normali persone che seguono un normale modello dell’immaginario televisivo e che vogliono sviluppare un normale livello di eccellenza muscolare, in modo da soddisfare un normale desiderio narcisistico e cripto-omofilo.

Qualche volta si presentano due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e si vede subito quale, dei due, indossa veramente i calzoni: lei, immancabilmente. È lei che parla, che s’informa di corsi, orari e prezzi; lui sta un passo indietro e ascolta.

È in atto una mutazione antropologica, e le normali palestre cittadine sono il luogo privilegiato in cui osservarla, un autentico osservatorio scientifico dissimulato nelle pieghe della più dimessa quotidianità.

Dicevamo che le signorine presenti, le impiegate, le istruttrici, vengono sessualmente ignorate dai maschietti frequentatori abituali; ciò nondimeno, sono assai popolari e godono della massima ammirazione professionale da parte loro. L’apparente contraddizione si spiega col fatto che questi maschietti con il pallino del muscolo non vedono in loro un oggetto del desiderio, ma un modello da imitare: vorrebbero diventare sexy e desiderabili come lo sono esse, perché questo è il loro obiettivo, neanche tanto dissimulato.

I muscoli non sono fine a se stessi; queste lunghe ore di addestramento, di impegno indefesso, diciamo pure di sacrificio, accompagnate da chissà quanti sforzi dietetici e da chissà quante sedute estetiche per depilarsi, abbronzarsi, rassodarsi e tonificarsi, hanno il preciso scopo di fornire a tutti costoro una migliore immagine di se stessi: una immagine che è solo apparentemente virile, nel caso dei maschi, e solo apparentemente femminile, nel caso delle signore e signorine.

I maschietti specialmente – certo, non tutti, per carità, i presenti sono sempre esclusi -, mentre  sudano e soffrono per buttare giù la pancetta e per aumentare il volume dei bicipiti, non hanno di mira la conquista di un aspetto che permetta loro di far colpo sulle ragazze, ma di soddisfare le loro segrete pulsioni omofile. Vogliono piacere prima di tutto a se stessi e poi strappare l’ammirazione e l’invidia degli altri uomini; delle donne, non potrebbe importargliene di meno.

Quanto alle donne, a parte quelle che vengono qui espressamente per curare qualche problema fisico o per prevenire gli oltraggi dell’età, vige la convinzione che più si è muscolose, più si è sexy: dopo di che si potranno provocare a piacere i maschietti, i quali – però -, poco o nulla sono interessati alle loro grazie, per cui la cosa tende a richiudersi in una spirale totalmente autoreferenziale: si vuole piacersi per piacere, per piacersi ancora di più.

Non c’è scambio con l’altro, non c’è la ricerca dell’altro, del diverso da sé: l’uomo per la donna e la donna per l’uomo; c’è la ricerca spasmodica del simile: il damerino muscoloso e un tantino ermafrodita che potrebbe essere scambiato, almeno a una certa distanza, per una bella donna forte e vigorosa; e viceversa.

In comune essi hanno la ferma convinzione che bisogna dichiarare guerra alla peluria, alle curve naturali del corpo, alla carnagione troppo chiara e al benché minimo accenno di sovrappeso; e, inoltre, l’uso abbondante, senza risparmio, di creme, deodoranti, profumi, lacche e lozioni; infine, una sfrenata passione per la chincaglieria unisex: braccialetti da polso e collane, catenine e cavigliere, orecchini e anelli al naso o sulle labbra, nonché in svariati altri angoli del corpo, non esclusi la lingua e le parti più intime.

Dei tatuaggi è perfino inutile parlare: come si potrebbe fare a meno della graziosa farfallina sulla spalla o del cuoricino sul pube o del draghetto sul braccio? Via, sarebbe una cosa semplicemente impossibile; non si potrebbe nemmeno uscire di casa, a meno di essere disposti a passare per rustici o magari per trogloditi.

Eccoli qui, allora, i nostri bei maschietti e le nostre belle femminucce del terzo millennio: tonici e pimpanti come altrettanti modelli, spalle larghe e fianchi stretti, niente peli, niente brufoli, niente smagliature o bucce d’arancia: tutto perfetto e plasticato, sembrano altrettanti Ken e altrettante Barbie, pronti a spendere l’ira di Dio per dichiarare guerra al minimo inestetismo.

Per lo più sono giovani; persone che a vent’anni non dormono la notte pensando al polpaccio che non è ancora perfettamente scolpito e levigato; persone che passano ore e ore davanti allo specchio, alzando le braccia e torcendo il busto per osservarsi, con un fremito quasi orgasmico, mentre i più graziosi muscoletti della gabbia toracica si tendono a meraviglia sotto il mantello bene abbronzato di una pelle perfettamente liscia e fresca, non importa se non proprio del tutto naturale, così come le masse muscolari sottostanti.

Del resto, chi non ricorre, prima o poi, a qualche mirato aiutino da parte del chirurgo estetico? Chi può essere talmente presuntuoso da ritenersi già perfetto allo stato naturale? E non sono soltanto le persone di una certa età a cedere al fascino discreto del bisturi e del silicone, lo sono anche i giovani e, talvolta, perfino i giovanissimi.

Gli adolescenti di due generazioni fa non potevano sopportare i brufoli o le lentiggini; quelli di oggi, non sopportano il proprio petto villoso o il proprio quadricipite un po’ rilasciato: e chi è senza il proprio punto debole, scagli la prima pietra.

Intanto tutto il resto passa in secondo piano e, fra le altre cose, la naturale attrazione fra i due sessi: come stupirsene, dal momento che essi tendono ad assomigliarsi sempre più l’uno con l’altro, non solo esteticamente, ma anche psicologicamente; non solo nel modo di passare il tempo e specialmente il tempo libero, ma anche nel modo di fare le spese, di andare dalla parrucchiera (il barbiere è ormai roba per anzianotti e per irrimediabili provinciali), nel modo di contemplarsi davanti allo specchio, nel tenere costantemente d’occhio la proprio messa in piega in qualsiasi circostanza o situazione, con l’ausilio dello specchietto dell’automobile, così come con quello dello specchio che, appunto, fa bella mostra di sé negli angoli della palestra, oltre che presso i servizi igienici.

Sudare, ma col trucco bene in vista; faticare, ma col ricciolo sulla fronte perfettamente allineato; alzare pesi, correre sul tapis roulant, pedalare sulla cyclette, tirare pugni coi guantoni, ma senza rovinare – per carità – le fatiche congiunte dell’estetista e della parrucchiera; altrimenti l’effetto d’insieme andrebbe irreparabilmente perduto.

Palestrato, dunque, comincia sempre più a fare rima con effeminato: non c’è contraddizione, sono due facce della stessa medaglia. Non che tutte le persone muscolose siano effeminate (o mascoline, nel caso delle donne); ci mancherebbe: stiamo parlando di un certo tipo antropologico spuntato fuori negli ultimi anni, con la velocità dei funghi dopo la pioggia.

Se, poi, ci si domanda da dove abbia avuto inizio questa mutazione antropologica, probabilmente dovremmo ricercarne la causa non in una filosofia o in uno o più fattori economici e sociali, ma in primo luogo nelle riviste femminili, dove il corpo è ridotto a strumento di seduzione esasperata e compulsiva e dove il sesso è abbassato al livello di mera tecnica e prestazione ginnastica: per la gioia di un certo matriarcato neofemminista che vuole ridurre l’uomo a toy, a giocattolo da sfruttare e manipolare sessualmente da parte delle vispe donzelle.

Il guaio è che quelle signore, a forza di predicare che tutto ciò che conta, nel rapporto fra uomo e donna, è il numero degli orgasmi di lui e di lei (ma soprattutto di lei) e che tutto ciò che rende un individuo sessualmente desiderabile è l’esteriorità muscolare del suo corpo, hanno finito per trovarsi fra le mani un giocattolo irrimediabilmente rotto, come se qualcuno gli avesse spezzato la molla interna.

Il prode Ken, trasformatosi per un momento da bambolotto di plastica a supermaschio in carne ed ossa, è ricaduto nella sua primitiva condizione di semplice bambolotto di plastica: ma un bambolotto, ahimé, di vera carne e vere ossa, un bambolotto senziente e parlante – anche se, bisogna pur dirlo, non eccessivamente pensante.

L’uomo e la donna sono stati istigati, con martellante insistenza, a vedere l’uno nell’altra solo un corpo capace di soddisfare il piacere estetico e sessuale, addirittura prima quello estetico che quello sessuale: cioè, un corpo da adorare per la sua presunta perfezione estetica (e perciò senza peli, senza odori, senza nulla di tipicamente umano) e poi da spremere sessualmente per trarne il massimo piacere possibile, laddove il piacere consiste unicamente nella frequenza e nella intensità delle contrazioni pelviche, avulsi da qualunque sentimento o, comunque, da qualsiasi nota gentile, da qualsiasi dimensione poetica.

Questo, ormai, la femmina si aspetta dal maschio e questo il maschio dalla femmina; e, per verificare in se stessi il proprio grado di desiderabilità, entrambi si sobbarcano ore e ore di esercizi in palestra, in modo da rendere il proprio corpo comparabile con quello reclamizzato dalla pubblicità e sfoggiato, sui giornali modaioli, da legioni di veline e di squallidi reucci dei reality televisivi.

In più, come abbiamo detto, per l’uomo c’è l’ulteriore degradazione verso l‘effeminatezza, della quale, di nuovo, sono proprio le cronache dei giornaletti rosa e i tristissimi salotti televisivi a lanciare il prototipo: quei calciatori ed ex calciatori, tanto muscolosi quanto vanitosi e narcisi; quei playboy da strapazzo, sempre al centro degli ultimi scandali di mezza estate, che sfoggiano un corpo palestratissimo ma che, ironia del destino, sembrano prediligere sovente le grazie di qualche attempato maschietto o di qualche stagionato transessuale a quelle, evidentemente divenute troppo ovvie e banali, delle “solite” avvenenti fanciulle in fiore.

Palestrato fa rima con effeminato, dunque?

Pare proprio di sì; le signore femministe possono andar fiere del loro operato: si raccoglie quel che si è seminato.

Volevano un Ken da manipolare a piacere e da sfruttare sessualmente, un Ken più bravo nella versione maschile della lap dance di quanto lo siano le sue omologhe femmine: lo hanno avuto; e, insieme a lui, hanno ottenuto anche la fine della virilità.

Perciò, se ora Ken se ne infischia di soddisfare il desiderio sessuale femminile e non si lascia manipolare dalle donne, perché più interessato al fascino degli altri maschietti, questa è l’inevitabile Nemesi di un modello aberrante nella sua stessa essenza: è la rivolta dei moderni schiavi contro le moderne padrone del gioco sessuale.

Maschietti palestrati e sottomessi di tutto il mondo, unitevi!, dovrebbe proclamare la versione aggiornata e corretta del «Manifesto» di marxiana memoria. «Che altro avete da perdere, se non le vostre leziose, scintillanti, femminee catene?»

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/08/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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