lunedì, 20 Settembre 2021
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Quell’amicizia che non si può dire che fiorisce dal cameratismo sportivo

Quell’amicizia che non si può dire che fiorisce dal cameratismo sportivo. Quando l’epica era una seria materia d’insegnamento il professore soleva intrattenere gli alunni sulla profondità dell’amore che univa Achille a Patroclo di Francesco Lamendola  

Una volta, quando l’epica era ancora una seria materia d’insegnamento fin dalla scuola media, il professore di lettere soleva intrattenere i suoi alunni sulla profondità dell’amicizia che univa Achille a Patroclo o sulla bellezza sublime di quella che spinse Eurialo e Niso a voler morire insieme, dopo aver condiviso le emozioni e i successi di tante competizioni sportive, così come sono narrate nel libro quinto dell’«Eneide».

Il professore faceva notare, ad esempio, la squisita fattura dei versi di Virgilio in cui si descrive la morte di Eurialo, che, reclinando il capo sulla spalla, cade a terra, le belle membra macchiate di sangue, come cade il fiore purpureo reciso dalla falce o come il papavero, piegato dalla pioggia, si china sopra l’esile stelo (IX, 433-437

«Volvitur Euryalus leto, pulchrosque per artus

it cruor inque umeros cervix conlapsa recumbit:

purpureus veluti cum flos succisus aratro

languescit moriens lassove papavera collo

demisere caput, pluvia cum forte gravantur.»

Oppure quelli in cui il poeta descrive l’atto finale del dramma, allorché Niso, trafitto da cento lance, cade riverso sul corpo di Eurialo dopo averlo vendicato, quasi abbracciandolo nell’ora estrema del trapasso (IX, 444-447):

«Tum super exanimum sese proiecit amicum

confossus placidaque ibi demum morte quievit.

Fortunati ambo! Si quid mea carmina possunt,

nulla dies umquam memori vos eximet aevo…»

I quali, nella traduzione di Adriano Bacchielli (Virgilio, «Eneide», Torino, Paravia, 1969, vv. 621-628 e 638-643), suonano così:

«Cade morendo Eurialo, e già tutto

Si sparge il sangue per le belle membra,

mentre il capo reclino sulla spalla

languido smuore, qual purpureo fiore

dal vomero reciso; o quale, a volte,

sopra l’esile stelo il capo inchina

il vermiglio papavero, se pioggia

o rugiada dal cielo troppo l’aggrava. […]

Colpito ancora alfin cadde sul corpo

dell’esanime amico, e a lui vicino

con lui posò nella tranquilla morte.

Felici entrambi! Se valore alcuno

avranno i versi miei, mai, nessun giorno

immemori di voi farà le genti…»

Faceva notare, inoltre, il diligente professore, che quei versi famosi e bellissimi, se , da un lato, si richiamano a un passo dell’«Iliade» di Omero (VIII, 417), dall’altro hanno ispirato a loro volta l’episodio ariostesco di Clordiano e Medoro («Orlando Furioso», XVIII, 153) ed echeggiano perfino nei manzoniani «Promessi Sposi» (cap. XXXIV):

«… come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme al fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato».

In genere, tuttavia, il pudibondo professore si asteneva dal fare commenti personali su quelle amicizie così intense e appassionate o dall’approfondirne la reale natura; o, se pure vi accennava fuggevolmente, lo faceva nel contesto della cultura classica, ove le amicizie particolari erano una vera e propria istituzione sociale e, in quanto tali, meno scandalose – in un certo senso – dal punto di vista moderno: “moderno” nel senso in cui si poteva adoperare la parola fino a una o due generazioni fa, dato che oggi il discorso sarebbe completamente diverso.

I ragazzi, a quel punto, ridacchiavano tra loro e le ragazze, specie se il professore accennava a Saffo o alle amicizie particolari femminili, abbassavano la fronte, mentre il loro viso si imporporava Sembra di parlare di un paio di secoli fa, invece parliamo di trenta o quarant’anni fa al massimo: tale è stata la radicalità del cambiamento della mentalità e del costume, ivi compresi il costume sessuale.

Non che certe cose fossero del tutto ignorate, sarebbe una ipocrisia bella e buona volerlo sostenere; ma erano solo accennate, vi si alludeva con estrema discrezione.

Si prende, ad esempio,  questo brano dal romanzo «Atala, ou Les amours des deux sauvages dans le désert» di François-René de Chateaubriand, in cui si descrivono alcune usanze dei pellerossa delle foreste nordamericane:

«Si celebrano i giochi funebri, la corsa, il pallone, gli aliossi.  Due vergini cercano di strapparsi a vicenda una bacchetta di salice. I seni si sfiorano, le bocche s’incontrano, le mani si agitano leggere sulla bacchetta, che tengono alta al di sopra della testa. I loro bei piedi nudi si allacciano, i loro aliti si confondono; guardano le loro madri, arrossiscono; si applaude…»

È difficile trovare unite  insieme tanta innocente sensualità; tanto detto e tanto non detto; per non parlare di quegli sguardi vergognosi lanciati dalle due vergini alle proprie madri, mentre i loro corpi si sfiorano in una lotta rituale che sembra quasi una danza di seduzione….

Ecco, qui si direbbe che Chateaubriand abbia colto perfettamente un tema specifico, generalmente ignorato o ritenuto politicamente scorretto dalla società borghese moderna: quello dell’amicizia che non si può dire, la quale fiorisce dalla vicinanza e dal cameratismo sportivo, anche tra persone del medesimo sesso.

Bisogna passare dall’ambito della letteratura a quello della cinematografia e aspettare fino al 1982 perché l’ultimo tabù venga infranto, quando il regista statunitense Robert Towne  gira il film «Personal Best» (titolo della versione italiana: «Due donne in gara»), interpretato da Mariel Hemingway e Patrice Donnelly. Vi si narra, senza sbavature pruriginose, ma anche senza falsi moralismi, la storia d’amore che si instaura fra due ragazze che si stanno preparando alle gare di atletica leggera per le Olimpiadi di Mosca del 1980. Tutti, nella squadra di cui fanno parte, sanno di che cosa si tratta, ma nessuno ha voglia di parlarne apertamente; una sorta di tacita complicità sembra accompagnare questi amori clandestini, fioriti tra le piste di salto ad ostacoli e l’intimità che si crea negli spogliatoi o nelle docce.

La scena in qui le due ragazze, non ancora divenute amanti, si sfidano a braccio di ferro e, durante la prova di forza, si fissano intensamente negli occhi, è carica di un erotismo sottinteso che ricorda moltissimo la scena descritta da Chateaubriand; sarebbe interessante sapere se il regista americano ha avuto modo di leggere quel brano.

Oggi, a rivedere quella pellicola, viene quasi da sorridere, nel constatare come fosse castigato l’abbigliamento delle atlete sia durante gli allenamenti che nelle gare -, in confronto a quello che si vede negli ultimi anni, dove la stoffa delle magliette è  ridotta al minimo indispensabile e i pantaloncini sono tranquillamente sostituiti da microscopiche mutandine elasticizzate e ultra aderenti, che lasciano ben poco all’immaginazione.

Vi è, pertanto, una progressiva erotizzazione del corpo sportivo, che si accompagna alla complessiva erotizzazione del corpo nella società consumista post-moderna: ciò che avviene dalla pubblicità alla carta stampata, dalla televisione allo spettacolo musicale.

Non si tratta, d’altra parte, di demonizzare l’ambiente sportivo e di insinuare nei genitori il dubbio che esso, di per sé, favorisca le amicizie particolari, ma soltanto strappare il velo dell’ipocrisia secondo cui esso sarebbe l’unico, o quasi l’unico, ambiente del tutto libero da influenze “pericolose”: perché esso riflette le caratteristiche generali della società, nel bene come nel male. E, se non vi è alcun dubbio che la pratica sportiva non può che essere salutare e formativa per qualsiasi giovane, è altrettanto chiaro che, in una società confusa e tendenzialmente disgregata come la nostra, nemmeno l’ambiente sportivo è immune da rischi.

È noto, ad esempio, che ormai anche nell’ambito dello sport dilettantistico vengono somministrati ai giovani anfetamine e anabolizzanti. Ora, sugli effetti negativi dell’assunzione delle anfetamine, vale a dire sulla dipendenza che esse possono provocare, esattamente come qualsiasi droga, non c’è bisogno di spendere parole. Chi potrebbe escludere, invece, che l’assunzione di anabolizzanti da parte delle ragazze, possa predisporre a quelle tali attrazioni omoerotiche di cui parlavamo? Gli steroidi anabolizzanti, infatti, sono delle sostanze con azione biologica simile a quella esercitata dal testosterone, un ormone sessuale tipicamente maschile. Il loro uso da parte delle giovani atlete, magari solo parzialmente consapevoli, può produrre la comparsa di caratteri secondari maschili, ad esempio un aumento della pelosità corporea, oltre, ovviamente, all’aumento della masse muscolari (cosa particolarmente ricercata, ad esempio, nell’ambiente dei praticanti di body building). E chi può dire quali effetti producano sulla psiche femminile, specialmente quando chi ne fa uso si trova costantemente circondato da persone dello stesso sesso, impegnate nelle medesime attività agonistiche e nei medesimi, faticosi allenamenti?

È pur vero che le ragazze sono abituate a scambiarsi effusioni piuttosto vistose, a differenza dei maschi; tanto è vero che – come è stato detto – due ragazze, per destare veramente scandalo, dovrebbero fare all’amore in pubblico. Perciò, mentre lo spettacolo (che pure non è infrequente) di due calciatori i quali, ad esempio, si abbracciano e si baciano con trasporto per manifestare la gioia di un goal appena segnato, presenta comunque un che di eccessivo, se non di francamente  repulsivo, quello di due pallavoliste o di due nuotatrici le quali celebrano la propria vittoria abbracciandosi e baciandosi appassionatamente, non fa – in genere – alcuna impressione, essendo considerato come cosa del tutto normale.

Un altro aspetto da tenere presente è che, spesso, nell’ambiente dello sport dilettantistico, dei giovani vengono a contatto con persone più mature, allenatori o atleti professionisti o anche, semplicemente, compagni e compagne più grandi, e possono mettersi in moto dei meccanismi di attrazione reciproca, come accade nelle scuole, nei collegi, nelle caserme e nei conventi e, in genere, là dove persone di età diverse vivono entro uno spazio ristretto per molte ore al giorno. Solo che l’ambiente delle palestre e degli stadi favorisce una maggiore intimità di tipo fisico, che – a parte i collegi – non ha eguali negli altri ambienti sociali. E non occorre aver letto «I turbamenti del giovane Törless» per sapere fino a che punto la vita delle comunità chiuse, quando vi si concentrano le tempeste ormonali proprie dell’adolescenza, possa degenerare in vere e proprie forme di sadismo e di masochismo incrociati.

I giovani che si avvicinano alla pratica sportiva possono provenire dall’ambiente dei boy-scout o da altre organizzazioni che curano il tempo libero e il rapporto con la natura da parte dei bambini; e già in quella fase, essi potrebbero avere avuto occasione di ricevere degli stimoli erotici, anche se – lo ripetiamo – non necessariamente più di quanto possa accadere in altri ambienti sociali e perfino all’interno delle famiglie, nelle quali ultime, come è noto, viene consumato il maggior numero di abusi sessuali sui minori.

Ecco come una donna americana di ventotto anni, Natalie, riconosce di essere stata profondamente condizionata da una esperienza adolescenziale verificatasi quando, bambina, frequentava una colonia estiva nel Vermont; e riteniamo si tratti di un caso relativamente comune, certo più di quanto gli adulti siano disposti ad ammettere: perché, se lo facessero, dovrebbero contemporaneamente fare i conti con una zona oscura che si annida nel profondo delle istituzioni da essi create e delle quali si fidano, nonché, in ultima analisi, con la zona oscura  che si annida proprio nei recessi della loro psiche (cit. in: Nancy Friday, «Donne sopra. Le nuove fantasie sessuali femminili»; titolo originale: «Women on Top», 1991; traduzione italiana di Anna Rusconi, Milano, Mondadori, 1992, pp. 184-85):

«L’accompagnatrice ufficiale era una ragazza svizzera di nome Uta, che studiava a Bennington. Aveva circa vent’anni. Io otto. Tutti noi la idolatravamo: Uta era alta, robusta ma atletica (non proprio muscolosa) e molto europea, anche nei peli che aveva sotto le ascelle e che rifiutava di depilarsi (si depilava solo le gambe!). La mia branda stava proprio di fronte alla sua, così in aggiunta alle occasioni che tutte avevamo di vederla nuda (nelle docce, eccetera), io me la godevo anche quando si vestiva e si spogliava, ogni giorno. A tutt’oggi, sono convinta di non avere mai più rivisto un corpo tanto sexy e perfetto: Uta era come la splendida femmina di qualche animale, con tutti gli odori, i peli e le secrezioni tipici della femminilità. Ovviamente anche a lei piaceva il suo corpo, le cose che poteva fare, i piaceri che offriva, i sapori, tutto. Era fatta per il sesso, ma sfortunatamente tra i boschi del Vermont e in un campo tutto femminile c’era ben poca materia prima: Uta era strettamente eterosessuale. In parte per cercare sollievo, dunque, ma anche – ne sono sicura – perché apprezzava qualunque genere di sensualità fine a se stessa, ogni due o tre notti Uta si masturbava, dopo essersi accertata che tutte le altre dormissero. E forse per loro era così, ma io era sveglissima, e fingevo. Mi sdraiavo sulla pancia con la testa girata dalla sua parte e una  mano sotto di me, fra le gambe, e così restavo immobile, per quella che mi sembrava un’eternità, aspettando che Uta cominciasse. Lei dormiva nuda, ma in genere sotto io lenzuolo, quindi ciò che vedevo era il profilo delle sue gambe allargate e leggermente solevate e il muoversi della sua mano fra di loro. Si era esercitata ad osservare quanto più silenzio potesse, ma non per imbarazzo nei confronti della masturbazione, credo (sono certa che non se ne vergognava), ma perché non la riteneva certo adatta a bimbe di otto anni. Per quanto accorta tuttavia, ogni volta che veniva non poteva fare a meno di ansimare un po’. Imparai a seguire i suoi ritmi e a dosare il mio orgasmo perché coincidesse con il suo. Le notti migliori erano quelle in cui faceva così caldo che tirava via anche il lenzuolo e giaceva nuda sotto la luce della luna. Con quel corpo argenteo e luccicante di sudore, assomigliava a una dea…»

Il racconto prosegue con particolari estremamente espliciti (sembra quasi la trama di uno di quei film ingenuamente licenziosi che andavano di moda negli anni Settanta), che qui non è necessario riportare; e con la constatazione che quella esperienza pre-adolescenziale ha segnato notevolmente le successive inclinazioni sessuali di colei che ne fu silenziosa spettatrice. Ciò dovrebbe ricordare agli adulti i quali hanno rapporti di qualunque tipo con i giovanissimi, ma specialmente di tipo educativo, quanto debbano ricordarsi che questi ultimi vedono e sospettano molte più cose di quanto non si creda e che, pertanto, la responsabilità del loro comportamento verso di essi è, in proporzione, molto maggiore che non se si trattasse di altre persone adulte.

Non c’è una conclusione vera e propria alle riflessioni che siamo andati svolgendo su questo delicato argomento, se non un invito a rimuovere la barriera del tabù che, finora, ha impedito di parlarne apertamente e di considerarlo per quello che è.

L’odierna società permissiva sembra avere infranto tutte le remore del passato, anche di quello più recente, per proclamare il diritto all’edonismo assoluto; e, in questa ottica – che noi non condividiamo, per quel che vale il nostro parere – si direbbe che anche la pratica dell’omosessualità sia la cosa più naturale di questo mondo; il che è tutto da dimostrare. Tuttavia abbiamo già espresso la nostra opinione in proposito in precedenti scritti (ad esempio in «L’omosessualità presso i popoli nativi: interrogativi ed ipotesi», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 23/05/2008), quindi non è questa la sede per ritornarvi sopra.

Diremo soltanto che, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sul fatto dell’omosessualità in se stessa (e pur tenendo nel debito conto la differenza che esiste fra una pratica occasionale legata a certe situazioni dell’adolescenza ed una inclinazione permanente e definitiva da parte dell’adulto), una componente di attrazione omofila può essere presente in tutti i gruppi che praticano sport in regime di relativa separazione dal sesso opposto; e che, pertanto, sarebbe sbagliato e controproducente voltare la testa dall’altra parte, per fingere di non vedere il fenomeno.

C’è bisogno di aggiungere che i fatti sociali non scompaiono per il fatto che non li si voglia guardare apertamente, riconoscendoli per quello che sono?

Non si tratta, si badi, di demonizzare il fenomeno in questione; anche perché – come si può facilmente intuire – è praticamente impossibile farne una stima in termini quantitativi e, quindi, valutarne l’eventuale incidenza sul corpo sociale; ma, in definitiva, di fare uno sforzo adeguato per comprenderlo.

Dopo di che, ciascuno sarà libero di trarre le proprie conclusioni in merito, in base alle proprie convinzioni culturali e morali ed in base a ciò che ritiene ammissibile e opportuno, sia in quel determinato contesto, sia su un piano esistenziale di carattere generale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 27 Settembre 2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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