giovedì, 17 Giugno 2021
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Altro che «montagna assassina», la stupidità degli umani fa tutto da sola

Altro che «montagna assassina», la stupidità degli umani fa tutto da sola. Poveri umani, vittime della cattiveria della montagna: costretti a guardarsi da ogni parte anche nel periodo in cui più appare il bisogno di rilassarsi di Francesco Lamendola  

Anche in questa calda e lunga estate del 2009 le cronache della televisione e della carta stampata ci hanno rifilato il solito bollettino di guerra degli incidenti in montagna, molti dei quali mortali, infilando una sequela di nomi e di località: per concludere, tanto per cambiare, che la natura è traditrice e «assassina» e che i poveri umani, oltre che dalle tasse esorbitanti, dagli amministratori incompetenti, dai politici corrotti, dagli scarichi industriali e dalla imminente pandemia di origine incerta, ma dagli effetti inquietanti, devono anche vedersela, quasi che non bastasse tutto il resto, anche con quelle carogne delle montagne, sempre pronte a colpire vilmente alle spalle, mediante slavine, frane, tempeste subitanee e magari, per soprammercato, corde difettose e moschettoni traditori.

Poveri umani, vittime della cattiveria della montagna: costretti a guardarsi da ogni parte contro mille nemici, anche nel periodo dell’anno e nelle circostanze in cui più legittimo appare il bisogno di rilassarsi e di liberarsi dallo stress quotidiano: le ferie estive al mare o ai monti (anche il mare è un pericolosissimo «killer», visto il numero elevato di vittime per annegamento al largo delle spiagge nostrane), tanto meritate dopo undici mesi di duro lavoro, di incessanti impegni familiari e di snervante vita cittadina!

Bisogna pur dire, tuttavia, che codesto concetto della natura matrigna e crudele, della montagna traditrice, del mare ingannevole e dei fiumi in agguato per mietere vittime, attirando ignari bagnanti nei loro gorghi assassini, è frutto di un vero e proprio stravolgimento della giusta prospettiva ecologica e, come se non bastasse, è in gran parte il risultato di un mito letterario, più precisamente del mito romantico e post-romantico, ilquale, da Leopardi a Montale, è stato fabbricato per rafforzare, e sia pure con intenzione apparentemente opposta, l’illusione antropocentrica e il senso arrogante di dominio sul creato da parte dell’uomo.

Cominciamo col riflettere che l’uomo non è affatto il proprietario del mondo in cui vive, ma un semplice inquilino: un inquilino provvisorio, come lo sono tutte le altre specie viventi: anche se di questo particolare, ossia la provvisorietà, egli non vuole assolutamente tenere conto, anzi si comporta come se dovesse durare in eterno; salvo, poi, inquinare e distruggere sistematicamente la natura con un tale, rabbioso accanimento, da rendere problematiche le prospettive di sopravvivenza della sua stessa specie, nel breve arco delle prossime generazioni.

In secondo luogo, dovremmo anche riflettere che è la loro mancanza di senso del limite, a mettere così spesso in pericolo la sicurezza degli esseri umani; la loro pretesa di manipolare ogni cosa senza regole e senza freni, il che li spinge a sottovalutare incoscientemente i possibili rischi di un approccio troppo disinvolto e confidenziale con le forze naturali, che sono immensamente più grandi e più possenti delle loro.

Quel che vogliamo dire, è che la stessa «hybris», la stessa dismisura che caratterizza l’atteggiamento degli scienziati che manipolano gli embrioni umani, i geni ed i cromosomi, al servizio di una tecnologia riproduttiva che tratta l’essere umano come un qualsiasi prodotto industriale, si può riscontrare nel comportamento di quei vacanzieri, sedicenti appassionati della natura, ma in realtà narcisisti cacciatori di emozioni «forti» a buon mercato, i quali sfidano le più elementari norme di sicurezza e, poi, si mettono in situazioni difficili e pericolose, obbligando la collettività a imbastire imponenti operazioni di soccorso, costosissime e, a loro volta, pericolose per gli stessi soccorritori, il tutto presentandosi come vittime di un fato maligno e imponderabile.

Ed è la stessa «hybris» e dismisura, sia detto fra parentesi, che induce tantissimi consumatori a pretendere di mangiare frutta e verdura fuori stagione, ricorrendo a prodotti industriali coltivati chissà come e chissà da chi, in spregio alle più elementari norme di rispetto della propria salute, oltre che dei tempi e dei ritmi della natura, che sono quelli che sono e che non si possono stravolgere a piacimento, senza che l’oltraggio perpetrato ai danni della natura medesima non finisca per ritorcersi contro chi lo ha commesso.

Per quanto riguarda gli incidenti alpinistici, comunque, altro che fato imponderabile e maligno: nove volte su dieci, al contrario, si tratta di incoscienza pura e semplice, di ignoranza grossolana, di disprezzo per gli ammonimenti del più elementare buon senso!

Come altro qualificare, ad esempio, il comportamento di quei campeggiatori che, nel bel mezzo della stagione estiva, non trovano di meglio che piantare le tende del loro accampamento sul letto asciutto di una fiumara o di un qualche torrente di montagna, oppure ai piedi di un terreno franoso e cedevole; e che vi permangono in perfetta tranquillità, anche dopo il sopraggiungere di furiosi temporali e di violentissimi acquazzoni?

O come giudicare il comportamento di quegli speleologi improvvisati, i quali – magari senza predisporre almeno un compagno fuori della grotta che intendono esplorare – si spingono nelle viscere della terra, entro un terreno particolarmente franoso, in concomitanza con l’avvicinarsi di qualche grossa perturbazione atmosferica, che fatalmente riverserà autentici torrenti sotterranei dentro le cavità in cui essi intendono penetrare?

Lo sappiamo, questo è un discorso che non piace: perché parlare così, sembra una mancanza di pietà nei confronti delle vittime; sembra un voler incrudelire sul dolore dei sopravvissuti, dei familiari, degli amici di quanti hanno giù pagato un prezzo altissimo, con lesioni permanenti o con la perdita della vita.

Spiacenti, ma noi non ci stiamo. Tanto varrebbe dare la colpa ai superalcolici e alle droghe per gli incidenti del sabato sera, e non piuttosto al comportamento assurdo e irresponsabile di quanti, dopo aver assunto simili sostanze nel proprio organismo, si mettono bellamente alla guida di automobili potenti, inebetiti anche dalla stanchezza, magari alle cinque o alle sei del mattino; e, quel che è più grave, prendendosi la responsabilità di trasportare amici e conoscenti a bordo del proprio mezzo, col quale metteranno in pericolo pure la vita di altri ignari viaggiatori.

Piaccia o non piaccia, bisogna avere il coraggio della verità: se proprio vogliamo individuare un «killer», non prendiamocela con le cose, ma con i comportamenti distruttivi delle persone, con il loro vuoto esistenziale, e anche – perché non dirlo? – con l’arrendevolezza e l’incoscienza di tanti genitori, i quali non esitano a mettere in mano ai figli diciottenni, ancora freschi di patente, automobili di grossa cilindrata, autorizzandoli ad uscire nel cuore della notte e ad andare dove e come vogliono, senza alcun limite e senza alcuna regola da rispettare.

Ma torniamo alla montagna, alla montagna «assassina».

I mezzi d’informazione, come è noto, quando scoprono un filone che «rende», in termini di ascolto e di vendite, non esitano a buttarvisi a pesce, amplificandolo oltre ogni limite di buon gusto e di buon senso; specialmente se si tratta di riempire il vuoto delle cronache estive, quando languono le grosse notizie politiche e sociali, e quando gli istinti pruriginosi e sadici del pubblico, carezzati dalla noia e dal dolce far niente, trovano più facilmente esca, come un fuocherello che venga acceso in un fienile di paglia secca.

Così, a dar retta ai nostri telegiornali e alla stampa di mezza estate, si direbbe proprio che mai come quest’anno la natura abbia mostrato il proprio volto crudele ed ostile, come testimonierebbe l’alto numero di bagnanti affogati o di alpinisti precipitati nei burroni o travolti dalle valanghe. Si tratta, invece, dell’ennesima dimostrazione che l’eccesso di informazione, accompagnato dalla assoluta mancanza di scrupoli nel modo di somministrarla, genera l’esatto contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare: non già una presa di coscienza ampia ed esaustiva da parte del pubblico, ma, ben al contrario, una forma di disinformazione pressoché totale.

Ne vogliamo una prova?

Basta prendersi la briga di andare a sbirciare le cronache di qualche decennio fa, quando il turismo di massa era ancora agli inizi e per moltissime famiglie italiane la vacanza di agosto al mare o ai monti era ancora un sogno di là da venire.

Un anno a caso: il 1950: data significativa, perché il «boom economico» non era ancora esploso e gli Italiani, usciti con le ossa a pezzi dalla catastrofe della seconda guerra mondiale (e, per soprammercato, della lunga e crudele guerra civile), non erano certo nelle condizioni di potersi concedere uno stile di vita vacanziero e consumista, non avendone ancora, fra le altre cose, né la mentalità, né le strutture e infrastrutture a ciò necessarie, tanto sul piano industriale che su quello dei trasporti e dei servizi.

Ecco che cosa scriveva l’alpinista Fulvio Campiotti, guida ed esperto scalatore, nel suo libro «Come si va in montagna», in un capitolo significativamente intitolato: «Il triste consuntivo del 1950: sessantadue morti in due mesi» (Milano, Edizioni «Italia Bella»1958, pp. 15-28, passim):

«Precipitando da una guglia della Grigna Meridionale, Giueppe Migliavacca chiuse finalmente, domenica 8 ottobre, il lungo, troppo lungo, elenco di coloro che nel 1950 sono morti in montagna. Ma soltanto perché la stagione alpinistica era finita. Altrimenti nuove vittime si sarebbero aggiunte a quelle già registrate dalla cronaca.

Le sciagure sulle Alpi hanno oggi raggiunto una tale frequenza per cui mi sembra doveroso esaminare a fondo il preoccupante fenomeno. e un bilancio consuntivo, quindi immutabile, che mi sta davanti: ma la sua analisi potrebbe servire per l’avvenire.

Leggendo il giornale il lettore ha conosciuto via via le notizie delle disgrazie alpine succedutesi dal 2 luglio in poi con una continuità sconcertante. Io invece le ho lette in un colpo solo, sfogliando i quotidiani dei quaranta giorni durante i quali sono rimasto in alta montagna a fare il portatore insieme alla guida Arialdo Grizzetti di Gressonney La Trinité. Scopo: compiere un servizio giornalistico sulle guide che non fosse la solita inchiesta o intervista.

Particolarmente dolorosa è stata quindi per me la lettura simultanea d tante tragedie quasi sempre volute o cercate. Essa non mi ha però sorpreso poiché durante la mia insolita attività avevo avuto modo di constatare come la montagna sia frequentata da moltissimi incoscienti. C’è anzi da meravigliarsi che le vittime non siano ancora più numerose.

La lunga pratica dell’alpinismo e la recente esperienza mi impongono, al cospetto di tanti morti (sessantadue in poco più di due mesi), di affondare decisamente il bisturi nel sanguinante bilancio per trarne i dovuti insegnamenti.

Prima constatazione: fra tutte le disgrazie in tre soltanto sono stare coinvolte guide alpine, due delle quali hanno pagato con la vita l’adempimento del dovere, vittime della fatalità contro la quale l’uomo, per quanto sia forte, non può lottare… […]

Gli altri cinquantaquattro morti erano tutti alpinisti senza guida. L’evidente sproporzione (quattro contro cinquantotto) prova che le disgrazie attuali non sono attribuibili a una aumentata furia vendicatrice della montagna, come il profano potrebbe credere. La montagna è ancora quella di una volta: uccide d quando in quando proprio chi l’ama troppo, ma di regola non colpisce chi le si accosta col dovuto rispetto e la necessaria preparazione.

Nonostante i migliorati mezzi tecnici, le disgrazie sono aumentate di numero perché è cresciuta la massa degli alpinisti (specie con l’avvenuto incremento dei mezzi di trasporto: macchine, pullman, funivie, seggiovie) a scapito purtroppo della qualità. Troppa gente fa oggi dell’alpinismo perché è d moda, credendo che affrontare una parete di roccia o un ghiacciaio si altrettanto facile che passeggiare a Milano in Galleria.

Seconda constatazione: la giovane o giovanissima età d quasi tutti i caduti. E gioventù, in montagna, vuol dire sovente inesperienza, baldanza eccessiva, presunzione, incoscienza, impreparazione. Sono appunto i giovani che vanno senza guida: o perché valutano eccessivamente le proprie capacità o perché non hanno i necessari mezzi finanziari. […]

Terza constatazione: si possono contare sulle dita di una mano le sciagure dei senza guida causate dalla fatalità che avrebbe sconfitto qualsiasi alpinista o montanaro. […]

Il ghiacciaio del Lys è facilissimo. Ma è pericoloso per i numerosi crepacci che ci sono nel piano retrostante la capanna Gnifetti. Eppure ho veduto più di un alpinista, qualcuno anche ci capelli grigi, incamminarsi solo verso la capanna Margherita, vantandosi poi di avere compiuto l’ascensione slegato.

Mentre non v’è maggiore imprudenza che attraversare un ghiacciaio senza compagni e senza corda.

Siccome poi la stoltezza non ha limiti, ho veduto anche tre giovani salire alla “Margherita” in cordata al mattino presto, quando la neve è indurita dal gelo e i ponti non cedono e scendere invece con la corda nel sacco al pomeriggio, quando la neve diventa burro e i ponti crollano con facilità sotto il peso di una persona.

Andare in giro con la corda nel sacco quando sarebbe consigliabile legarsi dev’essere una nuova moda. Anche sulla Cresta Hörnli del Cervino ho veduto due giovani svizzeri salire slegati, il primo,  con la corda, avanti per conto suo, l’altro dietro ma lontano. Quando però quest’ultimo giunse sullo scivolo ghiacciato della Testa mostrò d avere una fifa santissima. Un passo falso avrebbe voluto dire morte sicura lungo la tremenda parete Nord. E forse sospirò un pezzo di corda.

La quale bisogna però impiegarla come si deve altrimenti diventa un pericolo invece che un mezzo di sicurezza. Troppa gente si lega perché in montagna si usa, ignorando come una cordata deve poi manovrare.

Durante la traversata dei Lyskamm sulle cui creste aeree e seducenti bisogna procedere a distanza ravvicinata (poco più di un metro in modo che se un compagno cade lungo uno de due paurosi versanti lo strappo è subito neutralizzato), ho incrociato tre giovani che marciavano a dieci metri l’uno dall’altro, trascinando la corda che li univa senza nemmeno impugnarla. Se disgraziatamente uno di essi fosse scivolato, la catastrofe sarebbe stata inevitabile. Ma essi salivano con una incoscienza insuperabile forse ignorando che sui Lyskamm più di cinquanta alpinisti hanno già trovato la morte.

Troppa gente non sa che oltre i quattromila le tormente si scatenano all’improvviso e si può morire assiderati anche in pieno agosto. Motivo per cui bisogna essere sempre bene equipaggiati.

Al Colle del Luys, in piena bufera, ho incontrato un giovanotto in pantaloncini corti e col pelo sulle gambe irto dal freddo, costretto a ritornare a precipizio alla “Gnifetti” coi suoi compagni, sorpresi dal maltempo.

Nella stessa giornata, insieme a Grizzetti, ho soccorso una cordata di Asti, guidata da un sacerdote che si era perfino legato con un nodo scorsoio. I suoi quattro componenti, comprese due donne, invocavano aiuto ala base della Punta Gnifetti (4.559 m.) ed erano già in preda a principio di congelamenti alle estremità.

Issati i pericolanti a viva forza fino ala capanna Margherita, dopo averli portati al sicuro ci siamo accorti che nessuno di loro indossava giacche a vento e che una donna calzava addirittura scarpette di tela da tennis.

Altra grave imprudenza comune a molti: partire per una meta senza conoscere il cammino da percorrere e senza chiedere informazioni e consigli alle guide e ai custodi dei rifugi, sempre disposti a essere di aiuto. […]

In seguito al ripetersi di sciagure funeste qualcuno ha proposto l’adozione di segnali speciali, riconosciuti internazionalmente, che gli alpinisti in difficoltà lancerebbero a mezzo di fischietti o di sirene. Altri consigliano la diffusione di cartelli, segnalanti i pericoli, nei pressi delle funivie e l’esposizione nelle località più frequentate di quadri con le norme di prevenzione e di soccorso relative alle circostanze che ricorrono con maggiore frequenza.

Penso che sarebbe assai più utile fare una intensa propaganda a mezzo della stampa, della radio, del cinema e della Tv, su come si deve andare in montagna e condivido le opinioni di Toni Gobbi circa la necessità che le associazioni alpinistiche contribuiscano alla formazione di una folta schiera di quell’alpinista-medio che fino a pochi anni fa faceva da anello di congiunzione fra l’alpinista delle grandi ascensioni e il neo-alpinista.

Bisogna fare in modo che gi alpinisti s trovino il meno possibile nella necessità di lanciare dei segnali di soccorso, sia pure speciali.»

Dunque, se dovessimo elencare le principali cause profonde di tanti incidenti in montagna, nelle grotte o al mare, esse sarebbero – nell’ordine – le seguenti:

  • Un rapporto fondamentalmente sbagliato con la natura, fatto di un misto di arroganza, stupidità e ignoranza;
  • Un rapporto fondamentalmente sbagliato con se stessi, fatto di mancata conoscenza non solo delle proprie attitudini e capacità, ma anche della propria essenza profonda;
  • Un rapporto fondamentalmente sbagliato con la vita, propria e altrui, dovuto, ancora, a superficialità, narcisismo e grave mancanza di senso di responsabilità.

In altre parole, la scelta di arrampicare in montagna non è frutto del caso, ma il punto d’arrivo di tutto un percorso spirituale e di tutta una elaborazione della propria concezione del mondo: per cui, necessariamente, il modo di praticare l’alpinismo rispecchia con fedeltà il grado di maturità, di consapevolezza, di responsabilità da parte di ciascuno.

In montagna si è soli con se stessi, messi interamente a nudo dalla grandiosità della natura: non si può barare impunemente, non si può darla ad intendere. Presto o tardi il conto viene presentato: ed è un conto salato, per chi non possiede i requisiti adatti, non solo – ripetiamo – sul piano strettamente tecnico ed atletico, ma anche e soprattutto sotto il profilo spirituale.

Diciamo, infine, e senza mezzi termini, che non è giusto che la società debba sobbarcarsi spese astronomiche e rischi notevoli per portare in salvo coloro i quali, per negligenza e colpevole incoscienza, si sono messi da sé in condizioni di grave pericolo.

Il minimo che si dovrebbe fare, nei confronti di costoro, sarebbe di addebitare loro, fino all’ultimo centesimo, le spese sostenute; ritirare loro l’autorizzazione di tornare in parete, proprio come si fa con un automobilista irresponsabile, al quale si ritira, se necessario definitivamente, la patente; imporre la frequenza, a proprie spese, di un corso formativo attraverso il quale comprendere la gravità degli errori commessi e maturare un maggiore senso di responsabilità; e infine, perché no, imporre la prestazione di lavori socialmente utili, onde risarcire la società del danno infertole con il proprio comportamento.

Poiché ci sembra già di udire il coro di ululati di protesta dei soliti libertari a un tanto il chilo, dei soliti garantisti ad oltranza, a noi pare che l’alternativa sarebbe quella di esigere, da chi sale in alta montagna, una dichiarazione scritta, in cui si sollevano le istituzioni da qualunque obbligo di soccorso nel caso di comportamenti scriteriati e irresponsabili, e ci si impegna a rifondere alla collettività ogni danno eventualmente arrecato per imperizia o incoscienza, primi fra tutti gli incendi nelle aree boschive.

Bisognerebbe partire, infatti, dal principio che la montagna, specialmente nei Paesi sovrappopolati e altamente inquinati del Nord della Terra, costituisce l’ultimo polmone di natura relativamente integra e che, pertanto, qualunque atto che ne comprometta la stabilità e la pace, deovrebbe essere considerato alla stregua di un attentato al bene dell’intero corpo sociale.

A chi, poi, ci obiettasse che si tratterebbe di una filosofia poco caritatevole nei confronti di persone che, comunque, vengono a trovarsi in condizioni di pericolo, noi risponderemmo che la facoltà di intervenire in soccorso degli incauti resterebbe impregiudicata per le associazioni di volontariato, ma non dovrebbe ricadere automaticamente sulle istituzioni pubbliche, finanziate attraverso il sistema tributario statale o delle amministrazioni locali.

Se vogliamo parlare di principi etici, forse sarebbe il caso di riflettere che la spesa per effettuare un intervento di salvataggio in alta quota, equivale a quella mediante la quale sarebbe possibile aprire una piccola scuola o un dispensario medico in qualche Paese del Sud della Terra; o, se si preferisce rimanere più vicino a noi, per provvedere all’assistenza di una persona anziana o malata nell’arco di settimane, mesi o perfino anni.

Da qualunque punto di vista si consideri la questione, appare evidente che non c’è proporzione fra i costi sociali di una colpevole incoscienza commessa in montagna (o, comunque, in ambiente naturale) da parte di singoli individui, e le necessità di persone realmente bisognose, perché sole, malate e abbandonate a se stesse.

Certo, la compassione non conosce frontiere e guarda con equanime benevolenza a tutti gli esser umani, indipendentemente dai loro meriti, dalle loro qualità, dalle ragioni per le quali si trovano in uno stato d bisogno.

Questa, però, è la nobile concezione di un individuo spiritualmente evoluto; la contabilità di un pubblico amministratore, o la «ratio» di una disposizione di legge relativa al soccorso in montagna o in altro ambiente naturale, giace su un differente ordine di realtà, e deve misurarsi con altre problematiche e con altre esigenze.

Ciascuno ha il diritto di essere generoso del proprio; ma nessuno ha il diritto di essere eccessivamente generoso con le risorse della collettività, per venire incontro alle conseguenze della stupidità, dell’arroganza e della incoscienza.

Al tempo stesso, sarebbe auspicabile una rivoluzione culturale che, partendo dalla famiglia e dalla scuola, e investendo i mezzi di comunicazione di massa, aiutasse le persone a porsi in maniera più matura e responsabile sia nei confronti della montagna e della natura in genere, sia nei confronti di se stesse, sia, infine, nei confronti della vita di tutte le creature, anche di quelle che vengono messe indirettamente a rischio (ivi compresi gli eventuali soccorritori) a causa di comportamenti superficiali e irresponsabili.

Questo è quanto ci sembrava di dover dire, riguardo al problema degli incidenti in montagna e della cosiddetta «montagna assassina».

Che poi si sia aggiunto, oggi, un ulteriore elemento di pericolo, che non esisteva ai tempi di Campiotti, e cioè lo sgretolamento delle rocce e il verificarsi di slavine fuori stagione, dovuto al rapido mutamento climatico in atto – causato dall’azione umana e che pure taluni scienziati ancora si ostinano a negare o a minimizzare -: ebbene, anche questo fa parte del rapporto radicalmente sbagliato che la modernità ha instaurato nei confronti della natura, e del quale stiamo pagando le conseguenze.

Nell’antichità e nel Medioevo, nonché in tutte le culture pre-moderne, la montagna era sacra: era la sede della divinità, o, comunque, il luogo in cui essa, prevalentemente, si manifestava; e, comunque, costituiva un tutto vivente, di cui fanno parte integrante le acque, le piante e gli animali che la popolano e la animano. Ad essa, pertanto, ci si accostava con reverenziale timore, e solo per ragioni di tipo spirituale, come la preghiera e la meditazione. Neppure i valligiani, che pure vivevano delle sue risorse, osavano considerarla esclusivamente sotto il profilo dello sfruttamento economico e nell’ottica di un utilitarismo brutale.

È stato con l’avvento della modernità che l’uomo ha perso ogni ritegno e ogni rispetto nei confronti della montagna, salvo poche e rare eccezioni (fra le quali va segnalata la figura dell’alpinista Julius Kugy, al quale abbiamo dedicato un apposito articolo, sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

E il primo a squarciare l’alone sacrale che avvolgeva la montagna, riducendola alla misura di una meta puramente profana, è stato, guarda caso, uno dei più significativi interpreti dello spirito della modernità: quel Francesco Petrarca che, nell’epistola all’amico Dionigi da Borgo San Sepolcro, ci ha descritto l’ascensione al Monte Ventoso che è, insieme, il primo documento scritto della nuova filosofia dell’alpinismo, diciamo così, laico e puramente «turistico»; anche se il gran cortigiano la ingentilisce, al solito, con una posticcia atmosfera di nostalgia religiosa e di tensione metafisica, ad uso e consumo delle anime belle, ma irrimediabilmente superficiali.

Anche gli incidenti in montagna, o la gran parte di essi – lo ripetiamo – sono una conseguenza del rapporto radicalmente sbagliato che la modernità, della quale siamo figli legittimi e quanto mai volonterosi, ha instaurato con l’insieme della natura, di cui pure l’essere umano è parte integrante.

Dunque, il rimedio dovrebbe partire da lontano: e precisamente dalla riscoperta di un rapporto di contemplazione, amore e gratitudine nei confronti della nostra antica madre: la natura.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 19/08/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

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