giovedì, 23 Settembre 2021
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Come è arrivato il lupo delle Falkland in quelle isole così lontane dalla terraferma?

Come è arrivato il lupo delle Falkland in quelle isole così lontane dalla terraferma? I biologi evoluzionisti non non ne parlano troppo volentieri a dispetto del fatto che il primo ad osservarlo sia stato proprie Charles Darwin di Francesco Lamendola  

I biologi evoluzionisti, in genere, non parlano troppo volentieri del lupo delle Falkland, «Canis antarcticus», a dispetto del fatto che il primo ad osservarlo con l’occhio dello scienziato sia stato proprio il loro Nume tutelare, Charles Darwin in persona, nel 1833, durante il famoso viaggio del «Beagle» (e subito dopo che la Gran Bretagna ebbe occupato proditoriamente le isole per farne una stazione marittima nelle vicinanze dei due passaggi fra l’Atlantico meridionale e il Pacifico: lo Stretto di Magellano e il Capo Horn), ignorando le proteste della Repubblica argentina, erede legale dei diritti spagnoli), tanto che ebbe modo di osservare le differenze fra il tipo della Falkland Orientale e quello della Falkland Occidentale.

Si vuole che già tali differenze gli avrebbero suggerito qualche cosa di simile, se non proprio alla teoria dell’evoluzione, a quella della non fissità delle specie viventi: ma questa è pura leggenda creata dai suoi sperticati ammiratori, visto che nemmeno due anni dopo, nel 1835, alle isole Galapagos ove ebbe modo di studiare le diversità tra i famosi fringuelli, egli aveva alcuna idea precisa in merito.

La teoria dell’evoluzione è nata in lui diversi anni dopo, quando, tornato in Inghilterra, si mise a studiare il materiale raccolto durante il viaggio; e – benché la cosa imbarazzi un poco i suoi sacerdoti e i suoi fedeli – è certo che egli vi stava ancora lavorando DOPO che, nel 1858, il naturalista Alfred Russell Wallace l’ebbe maturata a sua volta, in modo del tutto indipendente, ed ebbe l’ingenuità di rivolgersi proprio a lui per averne un parere ed, eventualmente, per curarne la pubblicazione: cosa che Darwin fece, ma CONTEMPORANEAMENTE alla sua comunicazione scientifica sul medesimo argomento.

Alle Isole Falkland, dunque, Darwin  seppe dell’esistenza di un canide simile al lupo e poté osservarlo e studiarlo, nonché dargli il nome scientifico di «Canis antarcticus», non mancando di restare perplesso per la sua presenza, unico mammifero terrestre, in un gruppo di isole così lontane dal continente.

Ecco come egli si espresse in proposito nel «Viaggio di un naturalista intorno al mondo» (titolo originale: «A Naturalist’s Voayage around the World», 1839; traduzione italiana di Mario Magistretti, Firenze, Giunti martello, 1982, p. 221):

«Il solo quadrupede indigeno dell’isola è una grande volpe simile a u lupo (“Canis antarcticus”), che  comune tanto nelle Falkland orientali che nelle Falkland occidentali.  [Ho ragione però di credere che vi sia pure un topo campagnolo. I ratti e i topi comuni europei si sono spinti molto lontano dalle abitazioni dei coloni. Anche il maiale comune si è inselvatichito su un’isoletta; tutti sono neri; i verri sono ferocissimi e hanno grandi zanne. Nota di Darwin.] Non dubito che sia una specie distinta e limitata a questo arcipelago, perché molti viaggiatori, i “gauchos” e gli Indiani che hanno visitato queste isole affermano che nessun animale simile si trova in qualsiasi altra parte dell’America meridionale. Il Molina, per la sua somiglianza dei costumi, pensava che fosse la stessa cosa del suo culpeu”. [Il “culpeu” è il “Canis magellanicus” portato dal capitano King dallo Stretto di Magellano. Esso è comune nel Cile. Nota di D.] Questi lupi sono ben noti per la relazione di Byron sulla loro domesticità e curiosità, che i marinai, che si precipitavano in acqua per sfuggirli, scambiavano per ferocia. Anche oggi i loro costumi sono gli stessi. Sono stati visti entrare in una tenda e portar via persino un po’ di carne che era sotto la testa di un marinaio che dormiva. Anche i “gauchos” li uccidono spesso la sera, tenendo in una mano un pezzo di carne e nell’altra un coltello pronto a colpirli.

Per quanto io sappia, non vi sono altri esempi, in nessuna parte del mondo, di una estensione di terra così piccola e così distante da un continente, che possieda un quadrupede indigeno così grande, ad essa particolare. Il loro numero è rapidamente diminuito ed essi sono già banditi da quella metà dell’isola che sta a Est di quella lingua di terra fra la baia di san Salvador ed il golfo di Berkeley. Entro pochi anni, dopo che le isole saranno regolarmente colonizzate, questa volpe sarà con tutta probabilità classificata come il “dodo”, come un animale che è sparito dalla faccia della terra. [I “dodo” (“Raphus cucullatus”) erano grossi e tozzi uccelli columbiformi, che vivevano esclusivamente nell’isola Maurizio, dell’Arcipelago delle Mascarene, nell’Oceano Indiano. Scoperti dai Portoghesi nel 1507, alla fine del diciassettesimo secolo si estinsero completamente, soprattutto in seguito ala caccia spietata da parte degli uomini. Oggi non se ne conoscono che alcuni avanzi scheletrici conservati in tre musei. Nota di D.]»

Dunque, dicevamo che i biologi evoluzionisti, se proprio devono parlare di questo timido animale che penetrava fin dentro le tende dei marinai per rubare un po’ di cibo e che venne condotto all’estinzione pochi decenni dopo, esattamente come Darwin aveva profetizzato, perché dava fastidio agli allevamenti ovini,  lo fanno un po’ a malincuore e a denti stretti

Come mai?

Semplice: il solo fatto della sua esistenza, in quel particolare luogo geografico, costituisce un tremendo imbarazzo per la teoria evoluzionistica.

Le Isole Falkland sorgono a 480 km. dall’imbocco orientale dello Stretto di Magellano, la più vicina terraferma continentale; e non sono mai state unite, in passato, al continente del Sud America, neppure nel pieno dell’era glaciale.

Ed ecco la prima difficoltà: come ci è arrivato, allora, il lupo, cioè un animale terrestre di medie dimensioni, visto che nessun altro mammifero è stato capace di tanto, neppure la più piccola specie di topo o di pipistrello?

Ed ecco la seconda difficoltà: come mai nessuna specie affine al lupo delle Falkland è stata rinvenuta, in tempi storici, sulla terraferma sudamericana, e specialmente nelle regioni più vicine, relativamente parlando, all’arcipelago australe?

Infatti, il parente vivente più prossimo del «Canins antarcticus» o «Dusicyon australis» (chiamato anche, localmente, con il nome di «Warrah») è il Crisocione o Lupo delle Pampas («Chrysocyon brachyurus», dalle zampe lunghissime e quindi abbastanza diverso dal tarchiato lupo delle Falkland); ma i conti non tornano per niente sulla scala temporale. Perché nessuna specie VIVENTE simile ad esso esisteva nel Sud America?

Potrebbe essere giunto sulle isole, il lupo delle Falkland, grazie a degli “icebergs” che lo avrebbero traghettato fin là, prima della comparsa dell’uomo?

Si noti che, peraltro, gli scienziati non hanno per nulla le idee chiare sulla data a cui far risalire la presenza umana sul continente americano: la teoria tradizionale, secondo cui essa risalirebbe a circa 12.000 anni or sono, a partire dalla Siberia e dallo Stretto di Behring, è oggi rimessa totalmente in discussione dalla datazione di alcuni siti preistorici, anche sudamericani (che dovrebbero essere, secondo tale teoria, i più recenti), che con il metodo del radiocarbonio sono risultati antichi di parecchie decine di migliaia di anni. Quello di Monteverde, nel Cile cemtro-meridionale (Puerto Montt), risalirebbe a 30.000 anni fa;  quello di Piedra Furada, in Brasile, risalirebbe addirittura a circa 60.000 anni fa.

Allora il lupo delle Falkland sarebbe giunto sull’arcipelago proprio grazie all’intervento umano, ad esempio a bordo di canoe degli antichi Patagoni? Ma anche questo è molto, molto improbabile: le Falkland non erano state abitate dall’uomo prima dell’avvistamento europeo (John Davis, 1692) e un animale come il lupo non si addomestica sino al punto di fargli percorrere una navigazione di almeno 500 km., sui tempestosi mari antartici, a bordo di minuscole imbarcazioni, esposte alle intemperie e ai gelidi venti che soffiano incessanti a quelle latitudini.

Allora, conto ogni evidenza e contro ogni buon senso, si è voluti tornare all’idea che il lupo sia immigrato nelle Falkland prima della comparsa dell’uomo e indipendentemente da lui, magari, se non per mezzo di qualche compiacente blocco di ghiaccio galleggiante, forse per mezzo di qualche tronco d’albero alla deriva. Figuriamoci: un lupo che se ne sta arrampicato su un tronco d’albero per mezzo migliaio di chilometri, sui mari più tempestosi del mondo, con onde alte fino a 15 metri! Anzi, non un singolo lupo, ma una intera popolazione di lupi, maschi e femmine, capaci, una volta giunti sull’arcipelago, di riprodursi egregiamente e di sopravvivere indisturbati per migliaia d’anni, dato che l’ultimo esemplare venne ucciso nel 1876.

Certo, in teoria tutto è possibile; ma esistono degli eventi talmente improbabili, da potersi considerare pressoché irrealizzabili. E poi, perché arrampicarsi sugli specchi per salvaguardare una teoria che fa acqua da tutte le parti, invece di prendere in considerazione, almeno come ipotesi di lavoro, delle teorie nuove e diverse? Questa dovrebbe essere una massima basilare in una retta prospettiva scientifica; che poi deriva dal principio filosofico detto “rasoio di Ockham”: non bisogna moltiplicare inutilmente gli enti (in questo caso: le teorie zoogeografiche), quando ciò non sia strettamente necessario.

Infatti, secondo la teoria dell’evoluzione, bisogna per forza ammettere che sia esistito un antenato comune sia al crisocione, sia al lupo delle Falkland, dal quale le due specie di sarebbero poi diversificate. Ma in tutto il Sud America non si conoscono fossili di canidi anteriormente a 2,5 milioni di anni fa, mentre la divergenza fra le due specie deve essersi verificata circa 6 milioni di anni fa.

Un bel rompicapo.

Per tentare di risolverlo senza mettere in pericolo la Bibbia di Darwin, alcuni ricercatori americani dell’Università di Los Angeles e alcuni loro colleghi australiani dell’Università di Adelaide hanno estratto e confrontato il DNA di quattro esemplari esistenti, imbalsamati, nel museo di Leiden, con quello di alcune specie di canidi tuttora viventi nell’America Meridionale e sono giunti alla conclusione che tali esemplari, provenienti da diverse isole dell’arcipelago, dovevano avere un antenato comune non meno antico di 70.000 anni: un’epoca in cui la fine dell’ultima era glaciale era ancora lontana e, quindi, nessun collegamento era possibile con la terraferma, neppure in via d’ipotesi; un’epoca, inoltre, anteriore alla comparsa dell’uomo nel Sud America, stando almeno ai dati attualmente in nostro possesso.

Graham Slater, che ha firmato, insieme ai suoi collaboratori, un articolo sulla rivista «Current Biology», prende atto che, se la divergenza filogenetica tra il crisocione e il lupo delle Falkland risale a 6 milioni di anni fa, allora vuol dire che l’antenato comune alle due specie deve essere cercato, per forza di cose, non nel Sud America, ma nel Nord America: bisogna risalire indietro non solo nel tempo, quindi, ma anche nello spazio.

Lo stesso Slater, tuttavia, ha l’onestà intellettuale di ammettere che non esiste, in tutta l’America Settentrionale, un solo fossile di canide che possa essere ricondotto alla linea filogenetica cui appartiene il lupo delle Falkland. Scomodo, sempre più scomodo. Allora, conclude Slater, non resta che ripiegare di nuovo sulla scartata America Meridionale e cercare il parente più prossimo del lupo delle Falkland in un canide che si estinse fra 8.000 e 6.000 anni fa, il «Dusicyon avus», del quale sono stati rinvenuti i resti fossili nelle grotte della Patagonia.

Però, anche così, resta insoluto il problema dell’antenato comune.

È strano, ma ogni volta che si va alla ricerca dell’anello mancante fra due specie, gli evoluzionisti se ne vengono fuori a dire, con il massimo candore, che ancora non lo si è trovato, ma che, data l’incontestabilità della loro teoria, dopotutto non è così importante trovarlo, in quanto è più che sufficiente supporlo e dimostrarne la necessità, per così dire, logica e filogenetica. Il che è come dire che non occorre provare una teoria biologica, ma semplicemente formularla in termini soddisfacenti a livello congetturale.

Un altro tasto dolente, per gli evoluzionisti, è rappresentato dall’esistenza dei cosiddetti fossili viventi: animali che, secondo la loro teoria, dovrebbero essere scomparsi dalla faccia della Terra da milioni di anni, dato che i loro parenti fossili più vicini hanno fatto appunto tale fine, mentre essi hanno avuto l’impudenza di continuare a riprodursi tranquillamente, COME SE LE SPECIE VIVENTI FOSSERO PERFETTAMENTE STABILI E FISSE.

In genere, quando si parla di “fossili viventi”, il grosso pubblico pensa subito ad animali alquanto rari e confinati in aree del globo relativamente piccole: ad esempio al Celacanto (“Latimeria Chalumnae), pesce primitivo dotato di pinne ventrali simili a rozzi arti locomotori – che secondo gli evoluzionisti, sarebbero l’indizio di un “passaggio” dalla vita acquatica a quella terrestre – “riscoperto” nel 1938 nelle acque sudafricane e tuttora monitorato e severamente protetto nella zona dell’Oceano Indiano prospiciente  le Isole Comore (cfr. anche il nostro articolo «La resurrezione del celacanto, fossile vivente dei mari», sul sito di Edicolaweb e su quello di Arianna Editrice, quest’ultimo in data 13/06/07).

Invece non è così: si tratta, molto più spesso di quel che non credano i non specialisti, di specie animali assai comuni e che fanno parte del “normale” panorama biologico offerto dalla Terra ai nostri giorni. Per esempio, come ha ricordato Maurizio Blondet nel suo articolo «Il cretinismo scientifico», «squali e coccodrilli esistevano prima dei dinosauri e 300 milioni di anni dopo sono ancora fra noi, identici ai loro antenati fossili.»

Ma ora chiudiamo la parentesi e torniamo al lupo delle Isole Falkland.

Avvistato per la prima volta dal capitano John Strong nel 1692 e poi visto anche dal navigatore francese Louis Antoine de Bougainville, che lo denominò lupo-volpe, era localmente noto come “warrah”, da una corruzione della parola “volpe” nella lingua degli indigeni Guaranì, stabiliti nella parte centro-meridionale dell’America del Sud.

Gli antichi abitanti della Patagonia e della Terra del Fuoco, però – come abbiamo visto – non si stabilirono mai sulle Isole Falkland: non erano affatto dei navigatori, neppure costiera – a differenza dei popoli “canoeros” viventi sul versante pacifico del Cono Sud, come Yaghan, Yàmana e Alakaluf – e, inoltre, le Falkland non offrivano assolutamente nulla che fosse per loro appetibile, mancandovi, in particolare, il guanaco, dal quale dipendevano in larga misura, un po’ come i Pellirossa del Nord America dipendevano dal bisonte; per non parlare dell’inclemenza del clima e della mancanza di alberi, il che avrebbe reso problematico sia costruire delle abitazioni, sia ottenere del combustibile per riscaldarle nel gelido inverno australe.

Dunque, dovendosi escludere l’intervento dell’uomo per l’introduzione del lupo delle Falkland in quell’arcipelago, anche l’estrema ipotesi avanzata da Slater per mantenersi rispettosamente entro il solco della Vulgata evoluzionista, viene a spuntarsi in modo irrimediabile.

Come avrebbe fatto il «Dusicyon avus» – ammesso e non concesso che il lupo delle Falkland derivi da esso, e sia pure alla lontana – a raggiungere le isole Falkland, che nessun ponte continentale collegava alla terraferma e che, anche all’epoca della massima glaciazione, erano pur sempre isolate in mezzo ai mari tempestosi e vuoti dell’Atlantico meridionale?

E come avrebbe fatto a diversificarsi, dando origine ad una nuova specie, in tempi così brevi – parliamo di qualche migliaio di anni appena?

Quanti salti mortali, e solo per l’ostinazione di voler escludere A PRIORI qualsiasi ipotesi relativa alla spiegazione, in fondo, più semplice e naturale: che le diverse specie animali (e vegetali), dopotutto, non si trasformino affatto l’una nell’altra, secondo la spinta della selezione, ma restino sempre uguali a sé stesse, così come noi le conosciamo oggi e così come le conosciamo attraverso i fossili di un lontano passato.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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