lunedì, 27 Settembre 2021
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Come sono arrivate nel Sud America le scimmie platirrine?

Come sono arrivate nel Sud America le scimmie platirrine? Incredibilmente con delle “zattere” dall’Africa?! Un ulteriore elemento di critica al già scricchiolante e traballante edificio dell’evoluzionismo darwiniano di Francesco Lamendola  

Enigmi della biogeografia.

A suo tempo ci eravamo occupati di uno di questi enigmi: come, cioè, le iguane siano giunte a popolare il Madagascar, provenienti dall’America Meridionale (cfr. Il nostro articolo «Come hanno fatto le iguane a migrare dal Sud America al Madagascar», apparso sempre su sito di Arianna Editrice in data 25/10/2010).

Un enigma per molti aspetti simile è quello riguardante la presenza delle scimmie Platirrine, parenti delle africane scimmie Catarrine, nell’America Meridionale; un enigma al quale la scienza “ortodossa” non sa, né vuole dare una risposta; forse perché ammettere l’impossibilità di una tale migrazione equivarrebbe, di fatto, ad aggiungere un ulteriore elemento di critica al già scricchiolante e traballante edificio dell’evoluzionismo darwiniano, ormai promosso al rango di verità scientifica definitiva, nonostante dubbi e perplessità sempre più serpeggino anche nell’ambito stesso della scienza accademica e “ufficiale”.

Alcuni studiosi hanno sostenuto, con la massima disinvoltura, che alcune famiglie di scimmie riuscirono ad attraversare l’Oceano Atlantico a bordo di “zattere” formate da vegetazione galleggiante, per poi dare origine a nuove specie, le Platirrine appunto (con il naso piatto e le narici rivolte ai suoi lati), distinte dalle Catarrine (con le narici rivolte in avanti o verso il basso): ipotesi talmente azzardata da rasentare il ridicolo, anche ammettendo che, dopo la frammentazione del Gondwana, il supercontinente australe, la distanza fra l’Africa e le Americhe non era ancora così grande, come lo è attualmente.

Ammettiamo pure, per amore di ipotesi, che alcune scimmie del peso di qualche chilogrammo siano riuscite a rimanere a galla per qualche giorno su di una zattera vegetale: ma avrebbero potuto realmente attraversare l’Atlantico, ossia sopravvivere per settimane e settimane, probabilmente per dei mesi, senza acqua dolce da bere, sfidando le bonacce, le onde formidabili delle tempeste, il freddo e gli squali? E avrebbero potuto riprodursi, questi pochissimi esemplari scampati a tanti pericoli, in un ambiente nuovo ed ostile, minacciati da predatori cui non erano assuefatti, fino a popolare tutto il Sud America?

Ancora.

Non solo le scimmie, animali relativamente piccoli e leggeri, ma anche grossi quadrupedi sembrano essere “passati”, alla stessa maniera, nell’America Meridionale: per esempio, un gigantesco erbivoro oggi estinto, il roditore «Phoberomys pattersoni», che doveva pesare all’incirca 700 kg. e di cui sono stati ritrovati i resti di almeno sette diverse specie, nel bacino del fiume Orinoco (Venezuela), in depositi antichi ben otto milioni di anni.

Anche questo colosso, lungo più di tre metrie grande quanto un ippopotamo, avrebbe utilizzato delle zattere di vegetazione per attraversare l’Atlantico? Via, siamo seri. La verità è che il mistero dell’origine delle Platirrine fa paura ai biologi evoluzionisti, per il semplice fatto che rappresenta una smentita clamorosa alla teoria dell’evoluzione naturale delle specie. Niente traversata dell’Atlantico, niente derivazione delle Platirrine dalle Catarrine: e, dunque, esistenza separata dei due gruppi, fin dall’inizio.

Il biologo inglese Richard Dawkins, per esempio, nel suo libro «L’orologiaio cieco», non teme di affermare che non vi è alcun mistero, dal momento che le scimmie sudamericane hanno avuto dieci milioni di anni per evolvere in nuove forme rispetto alle loro antenate africane: come se la lunghezza del tempo a disposizione (che, comunque, non è poi così grande come vorrebbe far credere, visto che squali e coccodrilli, antichi trecento milioni di anni, non si sono evoluti affatto, ma sono rimasti identici ai loro progenitori di un tempo) potesse spiegare anche il “miracolo” dell’attraversamento di un oceano.

Da parte sua, lo zoologo spagnolo Felix Rodriguez de la Fuente, nella sua ricca opera «Gli animali e la loro vita» (titolo originale: «Enciclopedia Salvat de la Fauna», Salvat Ediciones, 1970; edizione italiana a cura dell’Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1976, vol. 8, pp. 19-20), si esprime in questi termini:

«In un’epoca intermedia tra le due grandi invasioni, cioè degli “antichi immigrati” [cioè Marsupiali carnivori e insettivori, Ungulati placentati, armadilli, formichieri e bradipi] e degli “ultimi immigrati” [Procionidi, Mustelidi, Camelidi, Canidi  e Felidi, che sfruttarono l’istmo di Panama nel frattempo riemerso] che utilizzarono il ponte di terra, penetrarono nel Sudamerica due gruppi di animali oggi caratteristici della regione: le Scimmie e i Roditori primitivi (diciamo primitivi perché, posteriormente, per il ponte di Panamà immigrarono scoiattoli e topi moderni provenienti dal Nordamerica). Sembra che questi “avventurieri” iniziassero la colonizzazione nell’Oligocene inferiore e che si siano serviti per conquistare la “terra promessa” di catene di isole più o meno vicine, grazie alle loro piccole dimensioni, alla loro resistenza e alla adattabilità al nuoto e alla vita arborea.

Alcuni autori hanno voluto vedere una relazione fra l’America del Sud e l’Africa per le affinità esistenti fra le Scimmie e i Roditori delle due zone biogeografiche. Tuttavia, le indagini recenti risultano decisive, secondo il Simpson, per respingere ad esempio le apparenti affinità fra istrici sudamericani e sudafricani, o fra altre specie dei due continenti. I Primati sudamericani, includendo le forme più primitive, sono meno evoluti di quelli del vecchio mondo di età similare o posteriore e presentano alcune specializzazioni, come la coda prensile, la mancanza di callosità ischiatiche e la diversa formula dentaria, che i distingue nettamente dai loro parenti del vecchio mondo.

I fatti sembrano attestare che le scimmie dell’America e dell’Africa si sono sviluppate parallelamente, separandosi geograficamente a cominciare dal loro antenato più remoto e più primitivo. Circa venticinque anni, secondo quanto scrive il Simpson [ossia verso il 1945], J. W. Jitley suggerì l’ipotesi che le scimmie  della regione neotropica possono essere considerate derivate da un gruppo di Proscimmie, che erano relativamente abbondanti durante l’Eocene  nell’America del Nord, e che le scimmie del Vecchio Mondo potrebbero discendere da Proscimmie originarie della loro regione, più o meno imparentate con quelle nordamericane.

I roditori giunti in Sudamerica con le scimmie trovarono nella regione geotropica il paradiso che ha permesso loro di diversificarsi ampiamente, dando luogo a forme sorprendenti come il capibara, che è il più grande dei roditori, e la nutria o castorino che conducono vita anfibia; ad animali delle praterie e savane, come le lepri della Patagonia e le viscacce o a roditori di montagna come i cincillà e le cavie, che più tardi furono raggiunti da membri moderni dello stesso ordine, come gli scoiattoli e i topi campagnoli.»

Come si vede, qui il problema della migrazione delle scimmie dall’Africa al Sud America viene elegantemente aggirato, mediante l’ipotesi che le scimmie  sudamericane si siano evolute in maniera parallela e indipendente, forse a partire da un antenato comune che, a sua volta, sarebbe vissuto nell’America Settentrionale.

Questa ipotesi, in realtà, non  fa che spostare geograficamente i termini del problema, poiché anche il Nord America fu separato dal Sud America da un mare mediterraneo piuttosto ampio; e, pertanto, nemmeno in quel caso risulta facile spiegare come le scimmie siano riuscite a passare da un continente all’altro. Sappiamo infatti che 40 milioni di anni fa l’America meridionale era completamente isolata dagli altri continenti, che tutta la regione dell’Istmo di Panama era sommersa e che, quindi, la migrazione delle specie nordamericane verso il Sud conobbe una lunga battuta d’arresto, riprendendo solo successivamente, nel Pliocene inferiore, 5 milioni di anni fa.

Una terza ipotesi, che vorrebbe identificare l’Antartide, un tempo unita sia all’Africa che al Sud America (e non coincidente con il Polo Sud geografico, come oggi, quindi con un clima temperato e perfino sub-tropicale e non già glaciale), come il “ponte” utilizzato dalle scimmie per spostarsi dall’una all’altra, è puramente virtuale, dal momento che manca qualsiasi documentazione fossile capace di sostenerla.

Proviamo a riassumere i termini della questione.

Le Catarrine compaiono in Africa e in Eurasia nell’Oligocene (che inizia 38-40 milioni di anni fa e si protrae per 12 milioni di anni), come pure le Platirrine dell’America Meridionale: le prime sono prevalentemente terricole, le seconde arboricole. I fossili più antichi di scimmie sudamericane appartengono alla fase finale dell’Oligocene e sono vecchie di 25 milioni di anni; mostrano già i caratteri delle scimmie attuali, per cui, secondo gli evoluzionisti, devono essere arrivate ben prima di questa data. Come minimo un cinque milioni di anni prima, il che ci riporta indietro fino a non meno di 30 milioni di anni fa.

Ora, nell’Oligocene la distanza fra le coste occidentali dell’Africa e quelle nordorientali del Sud America era inferiore all’attuale, ma non di moltissimo: a seconda dei tratti, doveva aggirarsi su 2.000-3.000 km. anche nel punto più prossimo. Pensare che dei gruppi di scimmie, abbastanza numerosi da potersi ambientare e riprodurre, abbiano potuto valicare una tale distanza, è semplicemente assurdo.

Eppure quasi tutti i biologi accademici hanno sposato questa tesi oppure quella, non dissimile, della migrazione dal Nord America.

Così anche il noto ornitologo e naturalista francese Jean Dorst, che, nella monografia dedicata all’America Meridionale e Centrale dell’opera «I continenti del mondo» (New York, Random House, 1967; Firenze, Sansoni, 1970, p. 111), si limita ad affermare sbrigativamente:

«Le scimmie neotropicali (Platirrine) sono assai diverse per forma ed anatomia dalle scimmie del Vecchio Mondo (Catarrine e Antropoidi), essendosi evolute in maniera completamente indipendente. Le scimmie del Nuovo Mondo hanno un molare in più e le loro narici sono più laterali. L’antenato comune dei due gruppi risale per lo meno al periodo eocenico e probabilmente è venuto dal Nord America durante il Terziario.»

In queste poche righe ci sono almeno due punti deboli.

Il primo è che l’evoluzionismo non viene considerato come una teoria che deve accordarsi ai fatti, ma come un assioma cui sono i fatti a doversi inchinare: dal momento che, si dice, le Platirrine si sono evolute a partire dalla Catarrine, è necessario che vi sia stato un antenato comune ad entrambe. Il secondo è che questo antenato viene “posto”, come direbbe Hegel, e non già dimostrato: non è un fatto, è anch’esso una ipotesi; tuttavia viene promosso al rango di dato di fatto, per rendere ragione della diversità fra i due gruppi di scimmie, del Vecchio e del Nuovo Mondo, senza mettere minimamente in discussione la premessa evoluzionista.

Ce ne sarebbe un terzo, anche se Dorst non ne parla: cioè che, come abbiamo visto, è cosa estremamente ardua, per non dire impossibile, ammettere che una migrazione delle Platirrine abbia avuto luogo da un altro continente, sia esso il Nord America oppure l’Africa.

È un ragionamento capzioso: per non dare torto a Darwin, si forzano i tempi e lo spazio: si dice che questo fantomatico antenato comune deve essere vissuto prima di 30 milioni di anni fa e che deve essere venuto dal Nord America; ma le date lo smentiscono: se ancora 5 milioni di anni fa centinaia di chilometri d’acqua salata separavano il Nord dal Sud America, come avrebbero fatto queste scimmie a giungere in quest’ultimo continente e ad evolversi, lasciandovi tracce che risalgono a un’epoca molto anteriore, ossia a 25 milioni di anni fa?

Ecco perché scienziati come Dawkins si sentono letteralmente costretti a ripiegare sull’ipotesi del Vecchio Continente: le scimmie sudamericane “devono” venire dall’Africa, non c’è altra plausibile  spiegazione. Come? Traversando l’oceano su di una zattera di piante galleggianti. Impossibile? Tanto peggio per i fatti: quel che conta è preservare la “verità” intoccabile dell’evoluzionismo…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/10/2011 e del 10/01/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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