lunedì, 20 Settembre 2021
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Il Pitone birmano alla conquista della Florida

Il Pitone birmano alla conquista della Florida. L’uomo, introducendo, sia volontariamente che involontariamente, nuove specie viventi in habitat esotici, compromette gravemente l’equilibrio ecologico con molti rischi di Francesco Lamendola 

Abbiamo visto che l’uomo, introducendo, sia volontariamente che involontariamente, nuove specie viventi in habitat esotici, compromette gravemente l’equilibrio ecologico e mette a rischio la sopravvivenza della vegetazione e della fauna originarie (cfr. il nostro articolo: Come gli animali introdotti dall’uomo hanno devastato la flora e la fauna delle isole oceaniche, pubblicato su Libera Opinione il 15/06/2017); e, più in generale, abbiamo visto come l’uomo produca inevitabilmente delle catastrofi ecologiche ogni qualvolta dimentica che non è possibile operare alcun intervento sulla flora e sulla fauna, senza valutare attentamente le conseguenze che esso immancabilmente avrà su tutto l’ecosistema di quella determinata regione, e giudicare se sarà possibile tenere i cambiamenti sotto controllo, o se essi gli prenderanno la mano e andranno molto al di là dei suoi piani e delle sue intenzioni (cfr. il precedente  articolo: La filosofia riduzionista e i suoi disastri: dal giacinto d’acqua al pesce persico, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 01/12/2010). Ma non solo le isole oceaniche e i piccoli ambienti fisici, nei quali ogni alterazione degli equilibri ecologici assume immediatamente delle proporzioni inarrestabili per via della scarsità del fattore spazio, ma anche regioni di notevole ampiezza si rivelano altamente vulnerabili, se la rottura dell’equilibrio si verifica in un punto sensibile della catena ambientale. Un caso da manuale è quello che si sta verificando, per modo di dire, sotto i nostri occhi, nello Stato americano della Florida, e specialmente nella parte meridionale della penisola omonima (che occupa solo una porzione dello Stato stesso), a sud del lago Okeechobee, e verso la punta rivolta verso l’isola di Cuba, dove si trova il Parco Nazionale Everglades.

Da alcuni anni a questa parte, e specialmente dal 2012, si è verificata una stranissima invasione zoologica, partita da una direzione che nessuno si sarebbe mai aspettato, come nel caso di un esercito nemico che sferra l’attacco alla cittadella assediata proprio dall’unico lato sguarnito di opere difensive, perché ritenuto semplicemente imprendibile a causa della conformazione naturale del luogo. I conigli selvatici della regione, ai quali i naturalisti avevano applicato un radio-collare per seguirne gli spostamenti e per tener d’occhio l’andamento della popolazione, in pochissimo tempo sono quasi spariti: sono stati divorati, all’ottanta per cento, da un ospite inatteso, un vero e proprio intruso nelle foreste acquitrinose della Florida, il Pitone delle rocce birmano (Phyton bivittatus), originario del Sud-Est asiatico. Si tratta di un “costrittore” dalle dimensioni imponenti, lungo fino a sette metri e pesante poco meno di un quintale, il cui corpo può raggiungere la grossezza di un palo del telegrafo, e che è il più ambito dagli allevatori di grossi rettili, anche per la sua indole relativamente docile. Alcuni anni fa, i biologi e le guardie forestali che seguono l’andamento della vita animale e vegetale del Parco nazionale, si erano accorti del rapido e improvviso declino delle popolazioni di alcuni mammiferi di piccole e medie dimensioni, fra i quali, appunto, i conigli di palude. Tuttavia, è solo a partire dal 2015 che questo fatto è stato messo direttamente in relazione con un altro fatto, la comparsa del Pitone birmano in una regione situata a migliaia di chilometri dal suo ambiente originario, e la cui presenza certamente si deve alla moda, dilagante da alcuni anni negli Stati Uniti, di allevare animali esotici, anche di gradi dimensioni e anche potenzialmente pericolosi. Accade sovente che questi capricciosi allevatori dilettanti, per una ragione o per l’altra, si stanchino dei loro ingombranti amici selvatici e, allora, facciano la cosa più stupida che un essere umano possa decidere di fare: invece di rivolgersi alle autorità competenti e spiegare il proprio problema, prendono l’animale ormai indesiderato e lo lasciano libero in qualche zona boscosa, pensando, così, d’aver sistemato ogni cosa in maniera facile, indolore e soddisfacente per tutti. Invece, accade esattamente il contrario: gli animali liberati si incontrano con altri esemplari della stessa specie, si riproducono e cominciano l’invasione del territorio, nutrendosi della fauna originaria e mettendola seriamente in pericolo, o, addirittura, facendola sparire.

Riportiamo una breve introduzione al problema del Pitone in Florida, corredata da una intervista al biologo Frank. J. Mazzotti, contenuta nell’articolo del giornalista Alessandro Bettero Gli alieni? Sono qui. E si trovano bene (su Il Messaggero di Sant’Antonio, Padova, marzo 2017, p. 37):

La Florida è diventata, suo malgrado, un laboratorio naturale per gli studi internazionali sulle conseguenze della diffusione di specie aliene invasive introdotte – o più spesso liberate – dall’uomo in modo dissennato, se non criminale. Una di queste è il pitone birmano, originario del Sud-Est asiatico. Un rettile che può arrivare anche a 7 metri di lunghezza e pesare 90 chili. È un predatore voracissimo che si è subito trovato a suo agio nel clima sub-tropicale delle paludi della Florida, dove si sposta facilmente anche nuotando. Sarebbero decine di migliaia gli esemplari che hanno colonizzati la regione, facendo strage soprattutto di conigli e di altri mammiferi molto importanti per l’equilibrio dell’ecosistema, a partire da quello fragilissimo del Parco nazionale delle Evergaldes. Il pitone birmano è un predatore spietato e imprendibile, tanto che più di un ricercatore si è spinto a domandarsi come sia possibile vincere la guerra, se non si riesce a trovare il nemico. Ne sa qualcosa il professor Frank J. Mazzotti, biologo e professore all’Università della Florida.

DOMANDA: Come è arrivato il pitone birmano e qual è il suo livello di diffusione?

RISPOSTA: È arrivato attraverso il commercio di animali domestici ed esotici. Per lo più a sud del lago Okeechobee (non lontano da Miami e Fort Lauderdale, due famose mete turistiche, n.d.r.). Ma poi si è diffuso in tutto lo Stato.

DOMANDA: Quali conseguenze ha avuto sull’ecosistema?

RISPOSTA: La maggior parte degli effetti li abbiamo osservato sui mammiferi che hanno subito un drastico calo della popolazione. Ma non abbiamo un quadro preciso delle perdite di uccelli acquatici, la qual cosa ci preoccupa.

DOMANDA: Che pericolo può costituire per la popolazione umana?

RISPOSTA: I miei timori per l’uomo sono minimi. Sono più preoccupato della stupidità degli esseri umani che non dell’aggressività dei pitoni. La paura maggiore è che i pitoni birmani possano fare piazza pulita della fauna locale.

DOMANDA: Che cos’hanno fatto le autorità della Florida per limitarne la propagazione?

RISPOSTA: Hanno approvato delle leggi che rendono illegale il commercio di pitoni birmani con altri Stati, e stanno conducendo programmi di ricerca e cattura. Ma il guaio è che è molto difficile scovare i pitoni.

DOMANDA: Ci sono altre specie in grado di causare danni?

RISPOSTA: Sì, due grosse lucertole della classe dei rettili: il “tegus” argentino bianco e ero, piuttosto vorace; e il “varano” del Nilo di origine africana. Sono nuove specie invasive che possono causare gravi danni all’ecosistema della Florida.

Da alcuni anni, le autorità del Parco nazionale di Everglades e gli studiosi dell’Università della Florida sono giunti alla conclusione che, in quell’area, è in atto una gravissima emergenza ecologica, e che il fattore scatenante è stato proprio l’introduzione del Pitone birmano, che si  è acclimatato benissimo e che sta proliferando in maniera assolutamente incontrollabile. Gli studiosi sospettano, anzi, sono ormai praticamente certi, che non solo i conigli di palude, ma anche molte altre specie animali, sia di mammiferi che di uccelli, siano diventati il nutrimento di questo voracissimo predatore, che si trova particolarmente a suo agio quanto più il clima è caldo e umido. La punta meridionale della Florida e le sue grandi foreste sub-tropicali offrono le condizioni ideali per il Pitone birmano, che diviene tanto più agile e attivo, laddove può muoversi su ampie superfici acquatiche, essendo un forte nuotatore, il che gli permette di estendere notevolmente l’areale in cui si svolge la sua ricerca del cibo. Ed è paradossale che un tale disastro sia partito da una moda discutibile, come quella di allevare pitoni in città, nelle abitazioni private, e da un comportamento irresponsabile, come quello di sbarazzarsene, liberandoli nella foresta, così come alcuni si sbarazzano di un cane liberandolo ai margini di un’autostrada.

Ora le autorità sembrano pressoché impotenti, dal momento che non sanno assolutamente cosa escogitare per porre un freno alla diffusione del pitone; di eliminarlo, infatti, non se ne parla neanche. Il fatto è che, pur trattandosi di un animale piuttosto grosso, lungo come un camion e pesante come un robusto essere umano, si tratta anche di un animale tremendamente silenzioso e abilissimo a mimetizzarsi nel denso fogliame della foresta subtropicale o nelle acque delle paludi, coperte di ninfee e piante galleggianti. In poche parole, pur essendo ormai talmente numeroso da formare una popolazione di venti, quaranta o sessantamila individui, nessuno potrà mai dire quanti, il Pitone birmano è praticamente invisibile e riesce a non produrre quasi alcun suono, strisciando o nuotando in maniera incredibilmente ovattata. Come ha dichiarato un esperto di serpenti della esperienza di Michael Dorcas, del Davidson College: Per ogni serpente che trovate, potete camminare accanto ad altri novantanove, senza vederli. Per esser chiaro, certamente lo è stato; resta da vedere come i “cervelli” degli Stati Uniti faranno fronte a una simile emergenza.

Si ricordi il principio base dell’ecologia: per ogni intervento pianificato dall’uomo, bisogna mettere in conto dei contraccolpi e delle ripercussioni ad ampio raggio, che andranno a incidere, presto o tardi, su tutte le altre specie viventi in quell’area. Perciò, anche se si trovasse un agente capace di colpire il Pitone birmano o di limitarne la capacità riproduttiva, di qualsiasi tipo (sia esso biologico, chimico o perfino batteriologico), bisogna riflettere e valutare se un tale agente, dopo aver risolto il primo problema, non finirà per crearne un secondo, o un terzo, o un quarto, sul momento non previsto o non prevedibile. Chi avrebbe mai immaginato, ad esempio, che, irrorando le foreste del Borneo, in Indonesia, con il DDT, per difendere gli insediamenti umani dall’assalto delle zanzare, si sarebbe innescata una spirale ecologica altamente distruttiva, dagli esiti del tutto imprevedibili? Eppure è accaduto (cfr. il nostro articolo: Il Borneo, le zanzare, il DDT: una lezione di ecologia pratica, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 27/01/2013). Morirono gli insetti, ma morirono anche le lucertole; e i gatti, che si nutrivano di lucertole, scomparvero. La scomparsa dei gatti diede un enorme impulso all’espansione demografica dei topi; e questi, divenuti legioni, cominciarono a diffondere la pestilenza, endemica nel Sud-Est asiatico. Ma non basta: oltre alle zanzare, il DDT aveva ucciso anche le vespe; e la scomparsa delle vespe determinò un’impennata nella popolazione dei bruchi. Ora, nel Borneo le abitazioni sono quasi tutte di legno: e i bruchi, divenuti milioni, cominciarono a far crollare letteralmente le case. Per porre rimedio a tutto ciò, il governo decise d’introdurre nell’isola migliaia e migliaia di gatti: tuttavia, la cosa non fu per nulla semplice, richiese anni e non valse a ristabilire del tutto l‘equilibrio ecologico.

Nel caso del Pitone birmano, diffuso spaventosamente nelle paludi e nelle foreste della Florida, bisogna pur dire che un simile flagello è stato innescato da un particolare aspetto dello stile di vita americano, il tanto decantato american way of life: il culto e la pratica del liberalismo assoluto, spinto sino al limite dell’autolesionismo. La democrazia americana è “bella” perché permette al cittadino di fare qualsiasi cosa, almeno nella sua sfera privata, cioè all’interno della sua proprietà, tranne che nel caso essa configga direttamente e visibilmente con la libertà altrui. Ma allevare pitoni o altri animali selvaggi di grosse dimensioni è un hobby che, pur non minacciando apertamente e direttamente i vicini, evidentemente presenta il rischio che ciò posa accadere. Come nel caso del libero commercio delle armi, il cittadino americano è autorizzato a fare tutto ciò che le leggi e la Costituzione non vietano in maniera esplicita; e questa libertà è considerata un motivo di vanto e di superiorità rispetto alle alte democrazie, a cominciare da quelle degli Stati europei. Ebbene, forse questo modo di vedere le cose andrebbe almeno parzialmente corretto. Di certo non sarà la preoccupazione per il Pitone birmano che farà spuntare nella coscienza americana qualche timido dubbio sulla bontà del liberalismo radicale, presumibilmente neppure se la stampa e la televisione dovessero occuparsi di qualche crudo fatto di cronaca, come la morte di un essere umano, magari di un bambino, ad opera di quel rettile. Sta di fatto, però, che il liberalismo radicale confina con l’anarchismo; e che l’anarchismo è una filosofia sociale che parte da un presupposto erroneo: l’altissimo senso di responsabilità di qualunque essere umano, vivente all’interno di una comunità. Si tratta di una utopia, non di un fatto. Finché ci saranno persone che allevano pitoni e poi se ne stancano e li lasciano liberi, ci sarà anche bisogno di leggi che limitino degli hobby così pericolosi…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Luglio 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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