lunedì, 20 Settembre 2021
HomeSCIENZAGli effetti d’una estinzione si fanno sentire anche dopo 300 anni

Gli effetti d’una estinzione si fanno sentire anche dopo 300 anni

E’ già troppo tardi? Gli effetti d’una estinzione si fanno sentire anche dopo 300 anni. Quanto prima l’uomo comprenderà che distruggendo l’ambiente naturale pone le premesse per la propria auto-distruzione tanto meglio sarà di Francesco Lamendola  

Quando una specie vivente si estingue, si potrebbe pensare che ciò riguardi solamente il passato e, di conseguenza, che solleciti unicamente la curiosità di quelle particolari branche delle scienze naturalistiche che sono la paleobotanica o la paleozoologia.

A chi potrebbe ancora interessare, ad esempio – tranne, appunto, ai paleozoologi – il fatto che nell’isola di Mauritius, una delle Mascarene, posta nell’area sud-occidentale dell’Oceano Indiano (1.860 kmq. di superficie e una popolazione di 1.300.000, con una densità di ben 644 abitanti per kmq.), vivesse, ancora in pieno XVII secolo, ossia tre secoli e mezzo fa, un grosso uccello endemico non volatore, pesante sui 25-30 kg., della famiglia dei Columbiformi, denominato Dodo (Raphus cucullatus: Linnaeus, 1758), che si nutriva di frutta e che nidificava a terra, e le cui grosse uova potrebbero essere state alla base del racconti leggendari sul gigantesco e pauroso uccello Rokk, di cui vi è una reminiscenza anche nel famoso e avvincente racconto di Sinbad il marinaio de Le Mille e una notte?

In realtà, come vedremo, l’estinzione di una specie vivente non è cosa che “passi” senza serissime conseguenze per l’intero ecosistema di quel determinato areale; e che fa sentire i suoi effetti non solo sul breve periodo, ma anche sul medio e sul lungo, se è vero – come è vero – che, in natura, gli effetti tendono sempre a sommarsi, e che da una causa relativamente semplice – come illustra, quanto al calore, il secondo principio della termodinamica e, in generale, l’aumento del disordine in un sistema fisico dato, misurabile in termini di entropia – tendono a prodursi degli effetti sempre più articolati e complessi, e, soprattutto, sempre più ampi, come i cerchi dell’acqua che si formano, espandendosi, allorché un oggetto pesante viene gettato nello stagno.

Dunque, tornando al Dodo, si tratta di questo. Che l’animale si fosse miseramente estinto, non tanto – come si ipotizzava all’inizio – per la caccia cui sarebbe stato sottoposto dai marinai portoghesi e olandesi (infatti si scoprì che il suo sapore era pessimo, al punto che gli valse il nome di “uccello disgustoso”), quanto per l’introduzione, da parte dell’uomo, di animali competitori che ne distrussero i piccoli e le uova – cani, gatti, maiali e ratti -, era cosa che non solo interessava poco, ma che era passata addirittura inosservata. Infatti, fu solo la scoperta delle ossa del Dodo, nella seconda metà del XIX secolo, e la ricostruzione, attraverso di esse, del probabile aspetto dell’animale vivo, che qualcuno si ricordò di lui e di come il grande naturalista svedese Carlo Linneo lo avesse classificato fin dalla metà del 1700. A eseguire lo studio delle ossa del Dodo fu il famoso paleontologo britannico Sir Richard Owen, esperto anche di un altro uccello non volatore, estinto in età storica piuttosto recente, il Moa o Dinornis giganteus (cfr. il nostro articolo: «Il Moa gigante della Nuova Zelanda è davvero estinto per sempre?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/02/2010). Allora si andò a sfogliare le pagine delle antiche cronache dei colonizzatori e si scoprì che questo pesante e goffo uccello era stato visto per l’ultima volta, secondo due differenti versioni, nel 1622 o nel 1681.

Nondimeno, la cosa continuava a interessare un ristretto numero di scienziati, ma non sembrava importante per l’insieme della storia naturale dell’isola Mauritius. Si sapeva, peraltro, che le sue grandi foreste originarie erano state distrutte dai bianchi, mano a mano che essi avevano introdotto e diffuso l’economia di piantagione; e si poteva sospettare, naturalmente, che esistesse una relazione tra la distruzione delle foreste e l’estinzione del Dodo, nel senso che la scomparsa del suo habitat naturale doveva avere avuto la sua parte di “colpa”, insieme al vigoroso appetito dei nuovi mammiferi introdotti, per ragioni tutte loro, dai colonizzatori europei (ratti a parte: i quali non chiedono il permesso di salire a bordo delle navi, né quello di sbarcare sulle isole oceaniche delle quali contribuiscono così spesso a devastare il delicatissimo ecosistema; cfr. il nostro articolo «Lo splendido non-ti-scordar-di-me dell’isola Chatham minacciato da pecore e maiali», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/07/2012).

Le cose stavano a questo punto – ossia, al punto che molti naturalisti consideravano il Dodo come una curiosità sostanzialmente “inutile”, l’esempio di una specie inadatta ad affrontare la concorrenza e perciò destinata a sparire, senza lasciare alcuna traccia del suo passaggio sulla Terra – allorché alcuni naturalisti, verso la fine del XX secolo, fecero una osservazione interessante, riguardante non la fauna, ma la flora e la vegetazione dell’isola. L’osservazione era questa: l’albero indigeno denominato “Tambalacoque” (nome scientifico: Sideroxylon glandiflorum, un tempo noto ai botanici come Calvaria maior), già molto diffuso sull’isola, si stava diradando in maniera impressionante, e i pochissimi esemplari sopravvissuti dimostravano di avere una età valutabile in circa tre secoli. A questo punto, a qualcuno è spuntata un’idea: da 300 anni si è estinto il Dodo, e da trecento anni non crescono più alberi di “Tambalacoque: possibile che i due fenomeni si siano incontrati in maniera puramente casuale? In un’isola così piccola, poi, dove non esistono barriere naturali vere e proprie fra le diverse specie viventi, sia animali che vegetali, sicché la vita assomiglia a quella che ferve in un grande condominio, talmente sovraffollato che niente accade senza che centinaia d’inquilini ne siano, in qualche modo, coinvolti?

A formulare chiaramente l’ipotesi che l’albero di “Tambalacoque” stia scomparendo perché è scomparso il Dodo, nel cui ventriglio avvenivano i processi che portavano a maturazione i semi, è stato un botanico ed ecologo dell’Università del Wisconsin-Madison, Stanley A. Temple; ipotesi che ha dato luogo a una vivace discussione, perché a contestarla si è levato A. W. Owadally, una specie di guardia forestale di Maurizio, il quale, dalle colonne della prestigiosa rivista Science, ha respinto l’idea che fra l’albero e l’animale esistesse una così stretta simbiosi. A rendere germinabili i semi del primo avrebbe potuto essere, infatti, il sistema digerente di un altro uccello dalla alimentazione frugivora, il Pappagallo a becco grosso (nome scientifico: Lophopsittacus mauritianus). Sta di fatto che, nel 1973, Temple aveva censito una popolazione residua di soli tredici esemplari di “Tambalacoque”, tutti dell’età di circa 300 anni; la presenza di individui assai più giovani, relativamente parlando (dai 75 ai 100 anni) è stata bensì riferita, ma non dimostrata: sicché, allo stato attuale, e in attesa di ulteriori dati, l’ipotesi di Temple appare come credibile e, senza dubbio, come la più convincente per spiegare il drammatico declino di questo bell’albero tropicale, appartenente alla famiglia delle Sapotacee, ormai universalmente conosciuto come “albero del Dodo”.

Scriveva, ormai più di sessant’anni fa, F. D. Ommanney, uno scrittore di viaggi e tematiche naturaliste molto conosciuto e apprezzato, un tempo, nei Paesi di lingua anglosassone (Ommanney, «I banchi del Capricorno»; titolo originale: «The Shoals of Capricorn», London, Longmans, Green and Co., 1952; traduzione dall’inglese di Luciana Agnoli Zucchini, Milano, Aldo Martello Editore, 1956, pp. 57-58):

«Quando gli olandesi arrivarono per la prima volta, l’aspetto generale dell’isola [Maurizio] era assai diverso da quello attuale. Invece delle ondeggianti distese di canne da zucchero, dei boschetti di palme di cocco e delle file regolari di alberi di casuarina – o filao – dalle vette più alte fino alla riva del mare la terra era fittamente ricoperta di folte foreste e questa strana vegetazione indigena si trova ancora oggi in cima ad alcune catene di monti ove si può vedere il paesaggio scoperto dai primi colonizzatori olandesi: alti alberi dai grossi tronchi e dalle glauche spesse foglie, tra cui il più comune e importante era l’ebano; tronchi grigiastri e dritti che davano un che di tetro al paesaggio; liane prensili e contorte che pendevano dai rami come fili di melassa induriti; licheni lussureggianti e rilucenti felci; la nota malinconica di un uccello, il solitario airone, posato sul bordo di uno stagno ombroso. Un mondo incolore, cupo, privo di vita, grondante senza sosta per le abbondanti piogge.

Gli olandesi piantarono aranci, banane, noci di cocco e altri alberi da frutta, ma a parte questo lasciarono ben poche tracce della loro occupazione. A Grand Port nei pressi della loro colonia originale, sulla costa di sud-est, si erge un vecchio fortino i cui cannoni da gran tempo silenziosi sono puntati in direzione del mare. Le conseguenze dell’occupazione olandese furono anzi negative, poiché i maiali, e fors’anche i cani, che essi avevano portati seco, compivano scorribande sterminando gran parte della fauna indigena, compreso il famoso “Dodo” (Didus Ineptus), un grosso, goffo, innocuo e inutile uccello assomigliante ad un piccione, ma che sapeva soltanto trascinarsi con andatura incerta sui grandi piedi piatti. Non essendo quest’animale neppure commestibile, gli olandesi per questa ragione lo chiamavano “uccello del disgusto” (“valg-vogel”). Maiali e cani ebbero presto il sopravento su questa creatura indifesa, divorandone le uova e i piccoli in grandi quantità, tanto che la razza si estinse prima che avesse fine l’occupazione olandese e oggi è nota soltanto per le ossa trovate nel 1864 da un tale che si era messo a fare scavi nei pressi della colonia. Alcune di queste ossa furono mandate a Richard Owen,  che ne ricostruì l’intero scheletro, noto al giorno d’oggi. Al loro arrivo gli olandesi trovarono trichechi, testuggini marine, tartarughe di terra e un atro grosso uccello senz’ali, il “Solitario” (Raphus Solitarius). Quando se ne andarono, anche questi animali erano scomparsi e si direbbe che l’unico contributo dei colonizzatori olandesi allo sviluppo del loro nuovo possedimento sia stato di dichiarare guerra a oltranza agli innocui abitanti a quattro zampe ed ai pennuti dell’isola, fino al loro totale sterminio.

All’inizio del diciottesimo secolo il prezzo dell’ebano subì un forte ribasso in Europa, essendo il mercato saturo. Le foreste vicine alla costa, a Maurizio, erano ormai sfruttate e il taglio degli alberi più all’interno e il trasporto fono alla costa divenivano troppo difficili e dispendiosi, a causa della mancanza di strade. La colonia che non dava più utili alla Dutch East India Company, nel 1710 fu definitivamente abbandonata.»

La parola chiave, in questo brano di prosa, è l’aggettivo “inutile”; il passaggio in cui viene evocato il concetto della inutilità, è il seguente: (il Dodo era) « un grosso, goffo, innocuo e inutile uccello assomigliante ad un piccione, ma che sapeva soltanto trascinarsi con andatura incerta sui grandi piedi piatti». Invece non è così: nulla, nel grande regno della natura, si può considerare inutile; “inutile” è un concetto tipicamente umano, e sottintende una filosofia utilitaristica: una concezione del reale ed una maniera di pensare e di agire che separano nettamente le cose da cui si può ricavare un vantaggio, da quelle che non sono suscettibili di farlo. Ovviamente, dal punto di vista dell’uomo: e questa è una prospettiva antropocentrica, fondamentalmente errata nel contesto di un qualsiasi ragionamento di ordine biologico e ambientale.

Tuttavia, se una specie vivente non è direttamente utile alle creature umane (e sottolineiamo l’avverbio “direttamente”; perché, alla lunga, ogni specie è collegata con tutte le altre), non è detto che non lo sia in assoluto. Infatti, quando gli umani, credendo di avere a che fare con delle specie “inutili”, hanno sterminato certe specie viventi, ad esempio per sbarazzare l’agricoltura o l’allevamento dalla presenza di parassiti indesiderati, gli effetti su scala ecologica non hanno tardato a farsi sentire, e, prima o dopo, hanno finito per ritorcersi anche contro ’uomo stesso, maldestro apprendista stregone che crede di poter manipolare illimitatamente le forze della natura senza dover pagare alcun prezzo (cfr. il nostro articolo: «Il Borneo, le zanzare, il DDT: una lezione di ecologia pratica», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/01/2013).

Che lezione possiamo trarre da tutta questa storia, in attesa, ovviamente, di ulteriori conferme alla teoria di Stanley Temple? La prima, e la più importante, a nostro avviso, dovrebbe essere questa: che l’uomo non può porsi, davanti alle altre creature viventi, come se egli stesso non facesse parte del grande ecosistema planetario, al pari di esse. Qualcuno potrebbe obiettare che, in una piccola isola tropicale decisamente sovrappopolata, è inevitabile che i bisogni dell’uomo entrino in conflitto con l’esistenza della fauna e della flora originarie. Ma è facile rispondere che il danno è stato fatto quando l’isola era quasi spopolata: i bianchi, infatti, allorché vi sbarcarono (i Portoghesi, saltuariamente, dal 1505; gli Olandesi, in maniera stabile, nel 1598), la trovarono disabitata e il loro numero era ancora assai modesto, allorché il Dodo venne sterminato ed il “Tambalacoque” smise, a quanto pare, di riprodursi, abbarbicandosi al margine delle ultime foreste, mentre esse cadevano sotto la scure dei coloni per fare posto alle monocolture d’interesse economico. Il che significa che l’uomo, storicamente, è stato la specie più dannosa per l’equilibrio ecologico non già dall’avvento della Rivoluzione industriale, ma fin dall’inizio, mano a mano che nuovi territori, sia continentali che insulari, vedevano il suo arrivo e la sua diffusione.

A questo punto, è chiaro che c’è qualcosa che non va nella teoria e nella prassi adottate dall’uomo nei confronti delle altre specie viventi; nonché una fondamentale mancanza di saggezza e di lungimiranza anche riguardo alla sua stessa sopravvivenza. È irrealistico pensare alla conservazione dell’equilibrio ecologico, sia locale che globale, come ad una specie di lusso, che sarebbe auspicabile concedersi, ma di cui, in fin dei conti, si può anche fare a meno. Quanto prima l’uomo comprenderà che, distruggendo l’ambiente naturale, pone le premesse per la propria auto-distruzione, tanto meglio sarà.

Ammesso che non sia già troppo tardi, e che gli umani non siano irrimediabilmente avviati a subire la stessa sorte del Dodo, o quella – presumibile, e ormai purtroppo vicina – dell’albero che ad esso doveva essere strettamente legato…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments