lunedì, 20 Settembre 2021
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Il destino del leone europeo ed asiatico, tragico esempio dell’insensata distruttività umana

Il destino del leone euroasiatico tragico esempio dell’insensata distruttività umana. Pare che tutti i leoni esistenti pur suddivisi in sottospecie appartengano a un’unica specie Panthera leo che anticamente dimorava in Europa di Francesco Lamendola  

Il leone, il «re degli animali», da sempre protagonista di favole, apologhi, leggende; da sempre simbolo di nobiltà, forza e fierezza; ma anche, da sempre, oggetto di una insensata politica di sterminio da parte del cosiddetto homo sapiens.

Pare che tutti i leoni oggi esistenti, pur suddivisi in un certo numero di sottospecie, appartengano a un’unica specie, Panthera leo, che anticamente dimorava in quasi tutta l’Europa (tranne le regioni più settentrionali), nell’intero continente africano – tanto a nord quanto a sud del Sahara -, nell’Asia occidentale fino alla Penisola del Deccan, e  anche nell’America del Nord. Tale diffusione si verificò sia prima sia durante l’epoca glaciale; in Europa, durante quest’ultima, si aggirava il cosiddetto leone delle caverne, che doveva differire ben poco da quello attuale. Una serie di cambiamenti climatici, la caccia cui era sottoposto e la graduale modificazione dell’ambiente naturale operata dalla rivoluzione agricola, lo esclusero via via da zone sempre più ampie del vecchio continente.

Ancora in tempi storici, tuttavia, esso era frequente nell’Europa sud-orientale, nei Balcani ed in tutta la  Grecia: ne parlano autori come Omero, Erodoto, Aristotele. La stessa architettura e la scultura ne recano testimonianza, ad esempio nella celebre porta dei Leoni, a Micene (Peloponneso).

Omero parla spesso del possente carnivoro, nelle sue splendide similitudini tratte dal mondo della natura.

In Iliade, XVII, 61-67, paragona le gesta di Menelao, che mena strage dei guerrieri troiani, alla scorreria di un leone che si avventa su un gregge di bovini (traduzione di Mario Giammarco, Newton & Compton, Roma, 1997):

E come un leone montano fidente nella sua forza

d’una mandria che pasce artiglia la vacca più bella

e prima le spezza il collo serrandola con le sue zanne

potenti, quindi il sangue e le viscere tutte divora

sbranandola; intorno ad esso molto gli strillano addosso

da lontano i pastori e i cani, giacché affrontarlo

non osano: li possiede infatti un pallido orrore…

E poco più avanti (vv. 108-113), con similitudine ancora più bella, Omero descrive Menelao costretto a retrocedere davanti al numero dei nemici, mentre stava tentando di portare in salvo il cadavere di Patroclo:

    … E, lasciato il morto, egli si ritraeva

voltandosi spesso come un leone di bella criniera

che i cani e i pastori respingono dallo stazzo

cn le lance e il clamore: e il suo forte cuore nel petto

rabbrividisce; e dal chiuso pur contro voglia va via;

così il biondo Menelao da Patroclo s’allontanava.

Ma la regione europea ove più a lungo è sopravvissuto il leone, attaccando audacemente gli armenti degli uomini e sfidando le rappresaglie di questi, è stata la Macedonia, la vasta regione montuosa posta a settentrione della Grecia vera e propria.

Quando il re persiano Serse, nella primavera del 481, invase l’Europa con il suo immenso esercito per sottomettere le poleis elleniche, i conducenti dei cammelli adibiti al trasporto dei materiali ebbero il loro bel da fare davanti agli attacchi improvvisi dei leoni, che scendevano silenziosi, di notte, dai monti. Prima che gli uomini, sorpresi e spaventati, potessero reagire, le fiere avevano già  ucciso e trascinato via numerosi cammelli, come se li avessero individuati quali prede ideali, pur non avendoli mai visti prima di allora.

A narrare questo significativo episodio è lo storico Erodoto, nel libro VII della sua celebre opera, Le storie (capp. 25-26; traduzione italiana di Luigi Annibaletto, Arnoldo Monadori Editore, 1956, 1982, vol. II, p. 214):

Mentre il re passava per questi luoghi, dei leoni assalirono i cammelli che nel suo esercito portavano i viveri: calando, infatti, dalle alture di notte e lasciando le loro tane, i leoni non molestavano nessun altro, né bestie da soma, né uomini, ma facevano strage soltanto d cammelli. Io mene domando stupito la ragione; quale mai fosse la causa che spingeva i leoni a risparmiare gli altri esseri viventi e attaccare i cammelli, bestie che non avevano mai viste, né gustate mai prima di allora.

In questi paesi [la Macedonia] ci sono, oltre a numerosi leoni, anche i buoi selvatici, le cui corna lunghissime sono quelle che vengono importate in Grecia. La zona entro cui si trovano i leoni è limitata dal fiume Nesto, che attraversa il territorio di Abdera, e l’Acheloo, che scorre attraverso l’Acarnania: infatti in nessun luogo di tutta l’Europa anteriore, ad oriente del Nesto, si può vedere un leone, né in tutto il resto del continente ad occidente dell’Acheloo; invece, se ne trovano nel paese che si stende tra questi due fiumi.

Osservatore preciso come sempre, dunque, Erodoto ci informa che, a quell’epoca, il leone era ormai scomparso da ogni altra regione d’Europa, ad eccezione della sezione compresa tra i fiumi Nestus (Mesta) ed Acheloo (oggi Aspropotamo), ossia fra la Macedonia e la Grecia settentrionale, fino alla catena del Pindo; ma non sul litorale del Mar Ionio.

Della  presenza del leone nel Nord Africa recano testimonianza pitture e graffiti rupestri, sovente di notevole bellezza; fra i monti e le valli dell’Atlante era particolarmente numeroso, e lo rimase sino alla prima metà del XIX secolo. Nelle valle del Nilo, i nobili egiziani gli davano la caccia per mettere alla prova il proprio coraggio e la propria abilità.

Nell’Asia Occidentale, si aggirava liberamente nelle zone steppose della Palestina, specialmente nella valle del Giordano; ve ne sono frequenti citazioni nella Bibbia, basti pensare alla lotta che sostenne contro di esso Sansone, che riuscì a vincerlo a mani nude (Giudici, 14, 5-6).

Era presente inoltre in Siria, in Persia, in tutta l’India settentrionale e centrale, fino al bacino del Gange. I sovrani assiri e, più tardi, quelli persiani, lo cacciavano a bordo di cocchi tirati da veloci cavalli, sia con le frecce che con la lancia. Ne possediamo una imponente documentazione iconografica, ad esempio nel celebre rilievo con la Caccia di Assurbanipal (VII secolo a. C.), proveniente da Ninive e ora conservato presso il British Museum, in cui si vede il sovrano assiro compiere una autentica strage di quelle fiere.

Non sempre, però, l’uomo usciva vincitore dall’incontro con questo temibile felino: come è illustrato da due tavolette in avorio, provenienti da Kalakh (Ninive), raffiguranti con magistrale bravura una leonessa che atterra un uomo e lo azzanna alla gola (cfr. André Parrot, Gli Assiri, Feltrinelli, Milano, 1961, pp. 151-152).

Alessandro il Grande, durante la sua spedizione contro l’Impero Persiano, corse il rischio di essere ucciso da un leone. L’episodio è narrato da Curzio Rufo nella sua Storia di Alessandro Magno in dieci libri (IV, 1, 23). Durante una battuta di caccia nel parco reale del nuovo re filo-macedone di Sidone, Abdalonimo, Alessandro fu aggredito da un leone e fu salvato solo dal pronto intervento del suo luogotenente Cratero.

A Pella, la vecchia capitale della monarchia macedone, è stato trovato un mosaico raffigurante la caccia al leone. È notevole il fatto che gli uomini affrontano la fiera a piedi, senza armatura, anzi quasi nudi, e perfino senza lo scudo: solo con lancia e spada.

Anche in India, come si è detto, il leone era largamente diffuso ancora in epoca storica, al punto da essere annoverato fra i quattro animali sacri dalle popolazioni dell’Himalaya (cfr. Heinrich Harrer, Sette ani nel Tibet, traduzione italiana Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1997, 1999, p. 50), insieme al pavone, all’elefante e al cavallo.

Secondo lo studioso L. M. Talbot (A look at threatened species, 1959-60) il leone asiatico, Panthera leo persica, ancora nel 1800 era diffuso in un unico, vastissimo areale che andava dalle zone interne della Penisola Anatolica alla pianura dell’Indostan, e che comprendeva parti della Siria, tutta la Mesopotamia e la Penisola Arabica, gran parte della Persia (tranne le regioni nord-orientali), quasi tutto l’odierno Pakistan e gran parte dell’India settentrionale e centrale, fin nei pressi del delta del Gange.

Scriveva il naturalista Jean Dorst nel suo bel libro Prima che la natura muoia (titolo originale: Avant que nature meure, Neuchatel, 1965; traduzione di Liliana Silvestri, Edizioni Labor, Milano, 1969, p. 78):

Il Leone asiatico (Panthera leo persica) si ritrova oggi solo in un’area di poco più di 1.300 kmq. nella Penisola di Kathiawar in India; secondo i calcoli più recenti ne sopravvivono da 250 a 290 individui (Dharmakumarshinij, comm. pers.), o anche meno di 150 (Ulrich, Zool. Garten,, 26: 287-297).

Ad essere precisi, pare che oggi i leoni presenti nella riserva di Gir siano intorno alle 250 unità: un numero decisamente troppo esiguo e una distribuzione troppo localizzata, per poter considerare la specie al riparo dal pericolo di una rapida estinzione.

Tutta la vicenda dell’estinzione del leone europeo e nord-africano e del declino inarrestabile di quello asiatico è la storia di una caccia selvaggia, indiscriminata da parte dell’uomo, dapprima per la difesa delle greggi, poi per semplice divertimento; oltre che di un progressivo degrado dell’ambiente naturale, dovuto all’espandersi della “civiltà”.

Così ne ricapitola le linee essenziali il prof. Giuseppe Scortecci, già direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Genova, nella sua grande opera Animali (Edizioni Labor, Milano, 1953, vol. II, p. 116:

Sino dall’epoca in cui gli uomini abitavano le caverne e usavano armi di selce, conoscevano i leoni e forse si cimentavano con essi. La figura del leone fu scolpita sulle pareti di roccia da artisti vissuti molte migliaia di anni fa, fu incisa nei monumenti dell’Oriente e dell’antico Egitto; le scene di caccia contro queste fulve fiere furono tracciate sui monumenti che risalgono ad almeno quattromila anni fa. Si sa che Amenophi III uccise cento leoni durante i primi anni del suo regno, si sa che Radames il brande aveva l’ardire di lottare da solo contro i leoni. Una scena che rappresenta queste imprese si trova incisa sui templi di Der; la Bibbia parla dei leoni; leoni erano importati dall’Asia in Egitto molto prima che sorgesse Roma. Gli scrittori dell’antichità che parlano delle lungocrinite fiere sono estremamente numerosi e le credenze, le leggende che hanno come protagonista questo felino potrebbero riempire migliaia di pagine. Presso i Greci ed i Romani era diffusa la credenza che le ossa dei leoni fossero così compatte da alimentare ottimamente, una volta secche, una gran fiamma, che il leone sdegnasse gli animali di piccola taglia, ,m che non avesse l’ardire di assalire una donna, che partorisse una sola volta durante la vita poiché il primo nato lacerava con gli artigli gli organi riproduttori materni. Plinio scriveva che i leoni potessero ingerire moltissimo cibo, ma che poi se ne estraevano parte dalle fauci per non sentirsi troppo pieni. Asseriva anche che il leone aveva grande pietà per i miseri, che non uccideva mai coloro che gli si gettavano ai piedi invocando misericordia, che, salvo casi eccezionalissimi, non divorava i bambini, che le preghiere di una donna avevano sempre il potere di farlo diventare mite e incapace di aggressioni. Quasi mai gli antichi scrittori parlarono della ferocia del leone, ma esaltarono invece la sua fierezza, la sua forza, la maestà dell’aspetto, la generosità, attribuirono insomma alla fulva fiera una somma di qualità e di doti quali non furono e non sono mai state attribuite a nessun altro essere a quattro zampe.  D’altronde ancor oggi, come si dà la qualifica di re al fulvo felino, così si dà la qualifica di leone a un uomo che è forte, coraggioso, fiero; ed anche le poche teste coronate rimaste sulla terra, si compiacciono di attribuirsi, o almeno di lasciarsi attribuire, il titolo di leone. Per esempio l’imperatore d’Etiopia è detto anche il Leone di Giuda.

Ma questa esaltazione, la quale dura da millenni, non ha impedito che sino dalla remota antichità il leone fosse oggetto di caccia accanita.

Si è già detto dei potenti dell’antico Egitto, ma anche i Persiani ed altri popoli dell’antichità e specialmente i Romani cacciarono i leoni.  Ed i Romani poi li portarono in quantità grandissima nei circhi, , per farli combattere contro altre fiere o contro uomini, e per esporre alle loro zanne i seguaci di Cristo. Si vuole che i leoni siano stati portati per la prima volta nei circhi di Roma dall’edile Scevola,  e per la seconda da Silla. Pompeo, nella storia delle lotte nei circhi, tenne forse il primato per il grande numero dei leoni offerti alla curiosità degli spettatori. Sembra che ne portasse in Roma seicento. Cesare ne fece lottare quattrocento. Adriano in una sola volta ne fece uccidere cento, e altrettanti Marco Aurelio. Si vuole inoltre che Annone Cartaginese sia stato il primo uomo a guidare un carro trascinato da leoni, il che non tornò a suo vantaggio. Pensò infatti la sua gente: – Che cosa può egli fare con gli uomini dal momento che è stato capace di domare una fiera? – E lo cacciò dalla patria. Anche marco Antonio, dopo la battaglia di Farsaglia, si mostrò al popolo, su un carro trascinato da leoni.

Insomma il fulvo signore della boscaglia, la cui immagine si trova in migliaia di emblemi antichi e moderni, in monumenti di ogni epoca e, nella nostra era, in quasi ogni parte del mondo, nonostante le lodi e le esaltazioni di cui fu oggetto, fu esposto alle insidie dell’uomo sempre e dovunque. La sua scomparsa dall’Africa del nord si deve in gran parte alle persecuzioni dei cacciatori. Si può dire che se ai nostri giorni non fosse più o meno protetto, sarebbe in via di estinzione anche in tutto il Continente Nero…

Il rapidissimo declino del leone asiatico ha avuto inizio nel XIX secolo, con l’avvento delle armi da fuoco e con la comparsa di una nuova figura, quella del cacciatore professionista. Si pensi che nel 1860 un solo cacciatore uccise 300 leoni in India, circa 50 dei quali nelle immediate vicinanze di Nuova Delhi.

Ancora qualche dato.

Per l’Europa, il filosofo greco Dione Cristostomo scrisse, verso la fine del I secolo dopo Cristo, che il leone era definitivamente scomparso dal continente.

L’ultimo leone della Palestina venne ucciso all’epoca delle Crociate, nel 1200, nei pressi di Megiddo.

In Turchia e in Arabia, ove erano ancora assai numerosi fino a tutto l’Ottocento, i leoni scomparvero negli anni successivi alla prima guerra mondiale. In Mesopotamia, regione che ne era stata ricchissima, l’ultimo esemplare fu abbattuto nel 1907.

Un po’ più a lungo il leone ha resistito nelle regioni di montagna: la Persia da una parte, il Marocco (passando alla specie africana) dall’altra. Nel 1942 venne ucciso l’ultimo leone dell’Atlante; e, nello stesso anno, un esemplare fu visto aggirarsi, per l’ultima volta,  in una zona selvaggia della Persia, ove forse sopravvisse ancora per qualche anno o per pochi decenni.

Staremo a vedere se una sorte migliore toccherà al leone africano, ancora discretamente diffuso a sud del Sahara

Ancora una volta, è l’uomo che si è dimostrato il più spietato degli animali feroci, il più irragionevole, il più distruttivo.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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