venerdì, 17 Settembre 2021
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Il gatto selvatico, elusiva presenza dei nostri boschi

Darwinismo e animalismo. Il gatto selvatico, elusiva presenza dei nostri boschi. Il gatto selvatico (Felis silvestris) era un tempo una presenza piuttosto frequente in tutta Europa, sia nelle regioni marittime e di pianura di Francesco Lamendola  

Il gatto selvatico  (Felis silvestris) era un tempo una presenza piuttosto frequente in tutta Europa, sia nelle regioni marittime e di pianura, sia in quelle alpine e pre-alpine; ma, a partire dai primi anni del XX secolo, tale presenza si è considerevolmente diradata un po’ dappertutto, tanto che, oggi, esso  sopravvive principalmente in areali isolati, sparsi a macchia di leopardo, dalla Penisola Iberica, all’Italia appenninica, alle Alpi, ai Balcani, all’Europa centrale (cfr. Vinzenz Ziswiler, Bedrohteund ausgerottete Tiere, Berlino-Heidelberg, 1965; traduzione italiana: Animali estinti e in via di estinzione, Milano, Mondadori, 1969; 1975, pp. 90-91). Nelle Isole Britanniche, sopravvive solo nelle Highlands scozzesi; in Francia, principalmente nel Massiccio Centrale. È ancora abbastanza numeroso solo nelle zone dell’Europa sud-orientale, dalla Slovenia fino alla Grecia e all’isola di Creta; mentre in Polonia, Germania settentrionale, Danimarca, Penisola Scandinava e Paesi Baltici sembra, purtroppo, estinto.

In Italia è ancora abbastanza frequente in settori localizzati delle Alpi Marittime, di quelle Centrali e soprattutto di quelle Orientali; è presente sulle Alpi Carniche e Giulie, nella foresta del Cansiglio, sull’altopiano del Carso, sia nel settore goriziano che in quello triestino. È poi segnalato , oltre che in Maremma, nel Gargano, nell’Aspromonte, anche sui Monti della Laga, nelle Marche (cfr. Renato Massa-Franco Pedrotti, Guida alla natura della Emilia-Romagna e delle Marche, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1977, p. 238); e, con una sottospecie più piccola (che comprende i gatti selvatici dell’Africa e del Vicino e Medio Oriente), in Sardegna, fra l’altro sul massiccio del Gernnargentu (cfr. Fulco Pratesi-Franco Tassi, Guida alla natura della Sardegna, ibidem, 1977, p. 166).

Si calcola che in tutta Italia, fra le Alpi e la Sicilia (ma esclusa la Sardegna) la popolazione attuale oscilli fra le 700 e le 800 unità; il che ne fa una specie a rischio di estinzione. Si tratta, ad ogni modo, di valutazioni approssimative, perché il gatto selvatico, a causa delle sue abitudini notturne e della sua incredibile capacità di mimetizzarsi, non si lascia vedere facilmente, e tanto meno recensire.

I gatti selvatici sono suddivisi in numerose sottospecie e, in Italia e nella regione mediterranea, in tre gruppi principali: silvestris (europeo), ornata (delle steppe) e lybica (gatto fulvo d’Egitto): si pensa che sia proprio quest’ultimo il progenitore dell’attuale gatto domestico. Altre sottospecie sono la Felis aurata dell’Africa equatoriale, la Felis nigripes dell’Africa meridionale e la Felis viverrina del sub-continente indiano.

Dalla testa alla coda è lungo fino a un massimo un metro e venti centimetri.  È alto, alla spalla, da 35 a 40 cm.; il peso è in genere sugli 8-10 kg., eccezionalmente può arrivare fino a 18 kg.  Il mantello è grigio con sfumature fulve o giallastre, con quattro strisce nere che partono dalla fronte e le cui due centrali attraversano tutto il dorso; la coda è ornata da tre o quattro anelli scuri. La testa è più grande di quella del gatto comune e il corpo, più robusto e più tozzo; le zampe, specialmente quelle posteriori, sono forti e lunghe.

Solitario e territoriale, con una durata di vita media compresa fra 12 e 15 ani, il gatto selvatico non forma coppie stabili. È di abitudini notturne, favorito da una vista eccezionale, dovuta alla particolare struttura oculare dei gatti, e dà la caccia a piccoli roditori,uccelli, rettili e perfino insetti; inoltre, mediante pazienti appostamenti, cattura con successo i pesci nei fiumi.

Scrive Fulco Pratesi nel suo ormai classico Esclusi dall’arca. Animali estinti e in via di estinzione in Italia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore,  1978, pp. 89-91:

“Questo poderoso cugino del gatto domestico, ben più grande e massiccio di lui con i suoi 8-9 chili di peso, coda corta e grossa ornata dai tipici anelli scuri, condivide con la lince e con la lontra la caratteristica di essere quanto mai elusivo e sfuggente all’osservatore comune. Si può vivere per anni in zone ove esso è presente e addirittura comune (per quanto possa esserlo un animale così selvaggio) e non accorgersi della sua sopravvivenza.

“Sopravvivenza oggi accertata in Italia solo in alcune zone delle Alpi Marittime  (gli stessi luoghi nei quali più a lungo ha vissuto la lince, l’altro felino selvatico della nostra fauna), delle Alpi Centrali, del Friuli, dell’Appennino, della Maremma, del Gargano e della Sicilia. In Sardegna vive una sottospecie di origine quasi sicuramente africana (Felis lybica sarda), detta in dialetto: «Cattu aresti».

“Quali siano le ragioni della diminuzione del gatto selvatico in Italia (ad esempio sulle Alpi in questi ultimi cento anni esso è scomparso da numerosi massicci) è difficile dire. Senz’altro, l’aumentata frequentazione umana nei boschi, la distruzione degli alberi più vecchi e cariati in cui esso partorisce i piccoli, la caccia: ma non tanto la caccia col fucile (risulta abbastanza arduo, pur avendone voglia, poter tirare una fucilata al gatto, anche perché è difficilissimo scorgerlo) quanto quella, insidiosa e vile, attuata con tagliole: questi ordigni d’acciaio, disseminati nelle foreste e nelle macchie, sono responsabili della morte di molti esemplari e della mutilazione di altri. Secondo Dino Ragni, che ha studiato approfonditamente tale animale, «le sofferenze patite sono tremende, il recupero è difficilissimo perché se non sono presi a tempo muoiono di setticemia generalizzata, anche se si imbottiscono di antibiotici. Spesso i sensibili guardiacaccia pongono pietosamente fine alle orribili sofferenze dell’animale uccidendolo a bastonate: non si spreca una cartuccia per un ‘nocivo’!»

“In Calabria e specialmente sull’Aspromonte, il gatto selvatico è considerato una pietanza sopraffina. Ho avuto modo di parlare con numerosi boscaioli che affermano con sicurezza che il gatto selvatico ha una carne tenerissima e bianca (pregio grandissimo questo nelle popolazioni a tenore di vita più basso) neanche da paragonarsi a quella, insipida e banale, del gatto domestico.

“In base a ciò i poveri gatti selvatici scoperti nella cavità dei tronchi in fase di abbattimento, non hanno scampo: d’altra parte si è già detto che la carne di lince europea, felino non dissimile per abitudini e struttura dal gatto selvatico, era servita come pietanza raffinatissima e prelibata ai banchetti ufficiali del Congresso di Vienna del 1815.

“II luoghi ove può essere più agevole osservare il gatto selvatico in libertà sono il Parco nazionale d’Abruzzo e le foreste demaniali del Gargano, ove questi animali sono stati visti anche in pieno giorno lungo le strade carrabili.

“Oggi il felino è totalmente protetto dalla legge sulla caccia anche se non sono rari i casi di bracconaggio, specialmente nelle foreste di caccia o strutture consimili ove, con la scusa di proteggere la ‘selvaggina pregiata’ (che è poi il più delle volte il banale fagiano allevato magari in batteria) si organizzano ancora clandestine ‘lotte ai nocivi’ in cui, accanto ai gatti domestici inselvatichiti, perdono la vita numerosi gatti selvatici

E Francesco Petretti, studioso degli animali selvatici e impegnato nella loro protezione (Animali in pericolo di estinzione, Aosta, Musumeci Editore, 1980, pp.32-33):

“Il robusto gatto selvatico può raggiungere i 10 kg. Di peso Il pelame è di color grigio-bruno con striature scure; la coda, piuttosto corta, presenta dei larghi anelli neri. Non è facile distinguere il gatto selvatico dai Gatti domestici (Felis catus) inselvatichiti: si fa conto per l’identificazione soprattutto sulla taglia più robusta e sul disegno nero della coda della specie selvatica. In Sardegna vive una specie più piccola e di origine africana: Felix lybica sarda.

“Il gatto selvatico conduce un’esistenza ritirata e notturna, tanto che gli avvistamenti di questo animale nel suo ambiente sono avvenimenti più unici che rari. Le folte macchie di arbusti sempreverdi delle coste mediterranee, le forre rocciose rivestite di boschi dell’Appennino, le foreste di conifere delle Alpi sono gli ambienti prediletti dal felide che al crepuscolo inizia le sue cacce ai piccoli mammiferi (lepri, roditori, scoiattoli), ad uccelli, rettili ed anfibi.

“La tana viene posta in una cavità tra le rocce, nelle fessure dei tronchi ritti dalle intemperie, sotto la chioma degli arbusti. Dopo 66 giorni di gestazione la femmina dà alla luce da 2 a 5 piccoli.

“Il gatto selvatico, in Europa, si incontra nelle regioni centrali e meridionali, soprattutto in Spagna, nei paesi Balcanici e Carpatici e in Italia. Questa specie, da alcuni anni, si sta espandendo in Scozia. (…)

“È impossibile risalire con certezza alla distribuzione del Gatto selvatico in Italia nel passato. Molte osservazioni su questo animale vanno prese con il beneficio del dubbio, dal momento che spesso si riferiscono a gatti domestici randagi.

“Un tempo, era senza dubbio più diffuso nel nostro Paese, soprattutto sulla catena alpina dove oggi è molto localizzato. (,,,)

“L’areale del gatto selvatico comprende pochi massicci montuosi delle Alpi Marittime, delle Alpi occidentali e delle Alpi orientali; abbraccia gran parte dell’Appennino, dalle Alpi Apuane fino all’Aspromonte, della Maremma Toscana e del promontorio del Gargano. Il Gatto selvatico è presente anche in Sicilia.

“La sua presenza è rivelata dai segni dell’attività notturna: i resti delle prede, le orme stampate sulla neve fresca, i segni lasciati dagli artigli sulla corteccia degli alberi e, purtroppo, anche delle catture con lacci e tagliole. (…)

“Sebbene non sia facile stabilire se il Gatto selvatico sia oggi in diminuzione, siamo costretti a constatarne la scomparsa da molte regioni italiane. Tale rarefazione va imputata alla caccia condotta con tagliole e lacci: dalle indagini compiute dallo zoologo Dino Ragni nell’Appennino centrale, emerge un quadro impressionante delle distruzioni provocate da questi marchingegni. Anche la devastazione degli ambienti forestali, la loro invasione da parte dell’uomo con lottizzazioni, impianti turistici, turismo sfrenato, hanno spinto il felino a lasciare le zone in cui non si sentiva più tranquillo. (…)

“Oggi solo alcune popolazioni di Gatti selvatici sono al sicuro: quella del Parco Nazionale d’Abruzzo, del Parco Naturale della Maremma, della Foresta Umbra del Gargano. Le altre soggiacciono ancora alle nefaste azioni dell’uomo, nonostante il Gatto selvatico sia protetto dalle legge e la sua cattura preveda pesanti sanzioni.”

La distruzione delle foreste di latifoglie, che sono il suo habitat naturale primario, ne sta compromettendo sempre più le possibilità di sopravvivenza. Né il gatto selvatico potrà mai adattarsi a vivere degli avanzi di cibo dell’uomo, avvicinandosi alle periferie urbane, come fanno altre specie più socievoli.

Le sue uniche chances di sopravvivenza sono legate a una efficace protezione da parte delle autorità forestali, specie nelle riserve e nei parchi naturali; oltre che, paradossalmente, al  degrado dei terreni coltivati a conduzione familiare di collina e di montagna. 

Sulle Prealpi, in particolare, e in alcune zone dell’Appennino, l’abbandono delle colture nei fondi più piccoli e malagevoli, come nel caso dei vigneti arrampicati sulle ripide pendici, ha favorito, in questi ultimi anni, insieme a una ripresa della vegetazione spontanea, un ritorno della fauna selvatica, anche di grossa taglia (cervi, caprioli, cinghiali e, in qualche raro caso, perfino orsi); e il gatto selvatico, dotato – come si è visto –  di formidabili attitudini mimetiche, potrebbe avvantaggiarsene.

È certo, tuttavia, che, per salvaguardare la sopravvivenza di questo bell’animale, così come per quella di tutte le altre specie attualmente a rischio di estinzione, servirebbe in primo luogo un cambio di paradigma culturale.

Lacci e tagliole, infatti, smetteranno di insidiarlo solo quando si sarà fatta strada, nella coscienza delle persone, la ferma convinzione che la biodiversità è una ricchezza per tutti, in ogni senso; e che l’estinzione di ogni singola specie, animale o vegetale, costituisce una perdita irreparabile, che ci rende tutti un po’ più poveri, più ignoranti, più soli.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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