venerdì, 24 Settembre 2021
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La vittoria dell’orologio sulle campane segna l’inizio della laicizzazione in Europa

La vittoria dell’orologio sulle campane segna l’inizio della laicizzazione in Europa. L’uomo antico e l’uomo medievale non misuravano il tempo alla nostra maniera avevano un’altra concezione del tempo con esso un’altro rapporto di Francesco Lamendola

Abituati come siamo a portare al polso l’orologio, e a consultare la sveglia sul comodino appena desti, o il quadrante della stazione ferroviaria quando ci rechiamo a prendere il treno, tendiamo a dimenticare il fatto che non di una condizione ovvia si tratta, né di una maniera “oggettiva” di misurare il tempo, ma di un portato culturale della modernità: il più caratteristico, forse, da quando siamo entrati, a vele spiegate, nelle «magnifiche sorti e progressive».

Quello che può sfuggire anche ad una riflessione più consapevole, peraltro, è che la scansione matematica del tempo basata sulle lancette dell’orologio e, quindi, sulla sua integrale quantificazione ad uso economico, corrisponde all’inizio di un processo che parte, in Europa, dal Basso Medioevo e prosegue ininterrotto fino al XX secolo: la progressiva distruzione del sacro e l’affermarsi del suo rovescio, la laicizzazione.

L’uomo antico e l’uomo medievale non misuravano il tempo alla nostra maniera e non solo perché non possedevano gli orologi meccanici o elettronici di cui noi disponiamo, ma soprattutto perché avevano un’altra concezione del tempo e un’altra concezione di come deve essere il nostro rapporto con esso.

La frase, per noi così ovvia da essere divenuta proverbiale, che «il tempo è denaro», per loro, semplicemente, non avrebbe avuto senso. Cominciò ad acquistarlo con il prestito di denaro ad usura, per secoli condannato dalla Chiesa e dalla cultura cristiana, grazie all’accumulo dell’interesse in base alla durata del finanziamento.

Per l’uomo greco, esistevano addirittura due diversi vocaboli per indicare il tempo: “kronos”, e “kairos”: il primo indicava il tempo logico e sequenziale, il secondo indicava il tempo particolare, nel quale accade qualche cosa di speciale. Il primo, dunque, era il tempo meramente esteriore e quantitativo; il secondo, il tempo interiore e qualitativo.

Per l’uomo medievale, nostro diretto antenato, il tempo è essenzialmente il tempo sacro, scandito dal suono delle campane fra l’alba e il tramonto, che chiama il fedele alla preghiera, e dal calendario liturgico, che si incurva come un arco fra l’Avvento e la Pentecoste e che inserisce le attività quotidiane e quelle stagionali in un contesto più ampio e più alto, riflesso dell’ordine celeste che entra nella storia con la venuta di Cristo.

Questo tempo sacro è mirabilmente fuso con il tempo del lavoro agricolo, in modo che il secondo si inserisce nel primo senza strappi e senza contraddizioni; sarà il progressivo differenziarsi dei mestieri e delle professioni dopo la svolta dell’anno Mille a produrre le prime crepe in questo mirabile edificio, mano a mano che il lavoro della bottega e del banco dei cambi si affianca, con i suoi ritmi artificiali e con la sua maggiore esigenza di precisione, a quello dell’agricoltore, del boscaiolo e del pastore.

Il grande storico francese Jacques Le Goff ha così ricostruito la vicenda del passaggio dal “tempo delle campane” al “tempo dell’orologio” (in: J. Le Goff, «La civiltà dell’Occidente medievale», traduzione italiana Torino, Einaudi, 1981, pp. 198-201):

«Il tempo medievale è soprattutto un tempo religioso e clericale.

Tempo religioso, perché l’anno è prima di ogni altra cosa l’anno liturgico. Ma, caratteristica essenziale della mentalità medievale, l’anno liturgico segue il dramma dell’Incarnazione, e la storia di Cristo, dall’Avvento alla Pentecoste, è stata a poco a poco riempita di momenti, di giorni significativi presi da un altro ciclo, quello dei santi. Le feste dei grandi santi sono venute a intercalarsi nel calendario cristologico e la festa di Ognissanti (primo novembre) è divenuta, accanto a Natale, Pasqua, Ascensione, Pentecoste, una delle grandi date dell’anno religioso. Quello che tiene viva l’attenzione della gente del Medioevo riguardo a queste feste, e conferisce loro definitivamente il carattere di data, è, oltre alle cerimonie speciali e spesso spettacolari che le distinguevano, erano punti di riferimento della vita economica : date di censi agricoli, giorni di riposo per gli artigiani e gli operai.

Tempo clericale, perché il clero è per la sua cultura  il padrone della misura del tempo. Esso soltanto ha bisogno per la sua liturgia di misurare il tempo, esso soltanto è capace, perlomeno approssimativamente, di farlo.  […] Il tempo medievale è scandito dalle campane. Gli scampanii fatti per i chierici, per i monaci, per gli uffizi, sono gli unici punti di riferimento della giornata. Il suono delle campane fa conoscere il solo tempo quotidiano approssimativamente  misurato, quello delle ore canoniche, sul quale si regolano tutti gli uomini.  […]

Il tempo clericale non è meno sottoposto a questo ritmo. Non soltanto la maggior parte delle grandi feste religiose sostituisce feste pagane anch’esse in rapporto diretto con il tempo naturale – il Natale, per prendere l’esempio più noto, ha preso il posto di una festa del sole nel momento del solstizio – ma soprattutto l’anno liturgico è in accordo con il ritmo naturale dei lavori agricoli. L’anno liturgico occupa, dall’Avvento alla Pentecoste, il periodo di riposo dei rurali. L’estate e una parte dell’autunno, momento dell’attività agraria, restano liberi dalle grandi feste, a eccezione della pausa dell’Assunzione di Maria Vergine, il 15 agosto, che d’altronde si afferma lentamente, entra nell’iconografia solo nel XII secolo e non sembra imporsi prima del XIII. Iacopo da Varagine riporta un fatto significativo: lo spostamento della data primitiva di Ognissanti per non disturbare il calendario agricolo. Questa festa, proclamata in Occidente dal papa Bonifacio IV all’inizio del VII secolo, era stata allora fissata  per il 13 maggio sull’esempio della Siria, ove la festa era apparsa nel IV secolo nel quadro di una civiltà essenzialmente urbana. Fu trasferita alla fine dell’VIII secolo al primo novembre poiché, dice la “Legenda aurea”, “il papa ritenne che fosse meglio celebrare la festa in un momento dell’anno in cui, essendo state fatte le vendemmie e le mietiture, i pellegrini potevano più facilmente trovare da nutrirsi”. Quest’arco fra VIII e IX secolo, che è anche quello in cui Carlo Magno dà ai mesi nuovi nomi che evocano in generale i lavori rurali, sembra proprio nel momento decisivo in cui si compie, come si è visto, la ruralizzazione dell’Occidente medievale. […]

La dipendenza dei tempi medievali dal tempo naturale si incontra anche nel mondo dell’artigianato o del commercio, apparentemente più distaccato da questa schiavitù. Nel mondo dei mestieri contrasti giorno e notte, inverno e estate si ritrovano nella regolamentazione corporativa. La solita proibizione di lavorare la notte ne deriva in gran parte. Molti mestieri hanno un ritmo di attività differente in inverno e in estate: i muratori per esempio, alla fine del XIII secolo, riscuotono dei salari il cui tasso è diverso nella morta e nella bela stagione. Nell’ambito dell’attività commerciale la navigazione mercantile, nella quale si è voluto vedere uno dei motori dell’economia medievale, si immobilizza durante l’inverno, perlomeno fino agli ultimi anni del XIII secolo, finché non si diffonde l’uso della bussola e del timone di poppa. Le navi si fermano e restano all’ancora, anche nel Mediterraneo, dall’inizio di dicembre a metà marzo; nei mari settentrionali spesso più a lungo. Senza dubbio il tempo medievale cambia, ancora lentamente, durante il XIV secolo. I successi del movimento urbano, i progressi della borghesia, dei mercanti e dei datori di lavoro che sentono il bisogno di misurare più da vicino il tempo del lavoro e delle operazioni commerciali – bancarie soprattutto, con lo sviluppo della cambiale – spezzano e unificano i tempio tradizionali. Già nel XIII secolo il grido o la tromba della sentinella segnava l’inizio della giornata, ben presto la campana del lavoro appare nelle città commerciali, in particolare in quelle sedi di tessiture, in Francia, in Italia, in Germania. Soprattutto il progresso tecnico, sostenuto dall’evoluzione della scienza, spezza il tempo e lo rende discontinuo, favorisce l’apparizione degli orologi che servono a misurare l’ora in senso moderno, ventiquattresima parte della giornata. L’orologio di Gerberto [d’Aurillac], intorno all’anno mille, non era altro che un orologio ad acqua, proprio come quello, certamente più perfezionato, che descrive ancora il re di Castiglia Alfonso il Saggio nel XIII secolo. Ma il progresso decisivo si compie alla fine del secolo con la scoperta del meccanismo a scappamento e la nascita dei primi orologi meccanici, che si diffondono in Italia, in Germania, in Francia, in Inghilterra, poi in tutta la Cristianità nel XIV e XV secolo. Il tempo si laicizza: un tempo laico, quello degli orologi delle torri, si afferma di fronte al tempo clericale delle campane di chiesa. I meccanismi sono ancora fragili, spesso si guastano e restano tributari del tempo naturale, perché l’inizio della giornata varia da una città all’altra e dipende molto spesso da quel momento sempre variabile che è il sorgere o il tramontare del sole.

In effetti la scossa è sufficiente perché anche Dante, “laudator temporis acti”, senta che un modo di misurare il tempo sta scomparendo, e con questo tutta una società, quella del nostro Medioevo.

È proprio Cacciaguida che piange sul tempo defunto (Par., XV., 97-99):

      “Fiorenza, dentro da la cerchia antica,

        ond’ella toglie ancora e terza e nona,

        si stava in pace, sobria e pudica”.»

Perfino ai nostri giorni, chi non è più tanto giovane ed è vissuto in campagna o in città di piccole dimensioni, può ancora ricordare il tempo dell’infanzia, quando il suono delle campane della chiesa scandiva il tempo della giornata e quando il calendario liturgico segnava profondamente lo scorrere del tempo profano lungo l’arco dell’anno solare.

Ma il nostro tempo, ormai, non è più quello: non è più “kairos”, ma semplice “kronos”: un tempo ordinario e commerciabile, uguale per tutti in ogni stagione; il tempo delle fabbriche e degli aeroporti, il tempo del mondo che ha fretta perché deve correre e produrre di più, sempre di più, con ogni mezzo e in qualunque situazione.

La progressiva scomparsa della domenica come tempo settimanale differenziato e dedicato alle cose dello spirito e al riposo lavorativo è l’ultimo atto di questa progressiva desacralizzazione e laicizzazione del tempo. I grandi centri commerciali e i supermercati aperti anche la domenica sono le nuove cattedrali di una nuova religione, la religione dei consumi, che celebra i suoi riti profani all’insegna dell’avere e non dell’essere e che allontanano l’uomo sempre più dal suo baricentro spirituale, dalla sua consapevolezza interiore.

Non vi è nulla di cui rallegrarsi, anche se la pensano in altro modo  i laicisti ad oltranza, i nipotini di Voltaire e di Sartre, gli orfani di Marx e Lenin e tutti gli scientisti che ragionano a un tanto il chilo e che inondano la stampa e la televisione di innumerevoli sproloqui razionalisti e antireligiosi («Il falso della Sindone», titola l’ultimo numero dell’ineffabile rivista progressista e politicamente corretta «Micromega» di Paolo Flores D’Arcais).

Il tempo dell’orologio ci è stato imposto dalle esigenze dell’economia capitalista, che, come è noto, non sono a misura d’uomo, ma di portafoglio; ed è uno dei fattori che contribuiscono ad allontanarci dalla nostra vera essenza, dal nostro io più profondo.

Essere svegliati al mattino dal suono della sirena che chiama gli operai nelle fabbriche non è precisamente la stessa cosa che essere svegliati da quello delle campane che chiamano i fedeli alla preghiera mattutina. Il primo è un suono brutale, che entra con prepotenza nella nostra vita e ci ricorda la nostra schiavitù nei confronti delle macchine e del circuito produttivo, del quale siamo soltanto dei miseri ingranaggi; il secondo fa appello alla nostra interiorità, al nostro spirito ed apre la nostra consapevolezza alle dimensioni superiori della realtà.

Certo, noi non possiamo più liberarci dalla schiavitù del tempo laico per eccellenza, quello economico; non possiamo più levarci dal polso la catena della nostra schiavitù, simboleggiata dall’orologio, che ci è indispensabile per giungere puntuali al lavoro.

Possiamo, però, incominciare a liberarcene psicologicamente e spiritualmente, riconoscendo il carattere puramente pratico e strumentale del tempo profano e rivolgendo costantemente i nostri pensieri a quell’altro tempo, il tempo dell’anima, senza il quale noi regrediamo alla condizione di automi fabbricati in serie, le cui uniche funzioni sono produrre e consumare merci senza posa, in un circolo vizioso che finirà solo con la nostra autodistruzione.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/05/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 29 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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