giovedì, 4 Marzo 2021
Home FOCUS Anche i fumetti di guerra rispecchiano la nostra cattiva coscienza storica e...

Anche i fumetti di guerra rispecchiano la nostra cattiva coscienza storica e morale

Anche i fumetti di guerra rispecchiano la nostra cattiva coscienza storica e morale. Chi non ricorda fra quanti appartengono alla generazione degli “anta” i mitici albi a fumetti della collana «Super eroica» di Francesco Lamendola  

Chi non ricorda, fra quanti appartengono alla generazione degli “anta”, i mitici albi a fumetti della collana «Super eroica», sottotitolati «Storie di cielo, di terra e di mare», ambientati durante le battaglie della seconda guerra mondiale?

Si trattava di volumi di piccolo formato, ma piuttosto grossi: ogni pagina consisteva di due sole tavole orizzontali e ogni volume conteneva quattro o cinque storie complete; non c’erano personaggi fissi, ma personaggi ogni volta diversi, perché il vero protagonista non era questo o quell’uomo, ma il coraggio di ciascun combattente, spinto fino all’eroismo.

Erano fumetti rivolti a un pubblico maschile adolescenziale, ma talvolta li leggevano anche i bambini e gli adulti; piacevano ai bambini che amavano giocare con i soldatini e agli adulti che andavano matti per i film d’azione, di guerra e western.

Del western, in effetti, avevano l’ambientazione: la vegetazione esotica, gli spazi sconfinati, una natura per lo più ostile: le sabbie del deserto africano o i ghiacci ove sorgeva qualche remota base artica; del romanzo salgariano avevano il profumo dell’avventura, con i commandos britannici simili a dei moderni corsari; e poi c’erano i duelli aerei, le evoluzioni dei caccia, il sapore eroico della guerra come scontro individuale, di ascendenza quasi omerica.

Le virtù che emergevano erano il coraggio, l’intelligenza, la forza, ma anche la lealtà, l’intraprendenza, la capacità di improvvisare: virtù militari ma al tempo stesso umane, profondamente umane e universali, dunque senza bandiera.

Questo era quanto percepiva il lettore medio, specialmente se adolescente: una guerra tutto sommato pulita, fatta certo con armi automatiche e con una buona dose di tecnologia, eppure, stranamente, ancora una guerra a misura d’uomo, dove a decidere le sorti delle battaglie era soprattutto il valore individuale e dove il singolo combattente era ancora al centro della scena e non un semplice strumento di una gigantesca macchina anonima.

Che la realtà della seconda guerra mondiale sia stata completamente diversa, è cosa che interessa fino a un certo punto: il fumetto ha il diritto di interpretare la storia liberamente, proprio come avviene nei western di Tex Willer, dove la giustizia trionfa sempre, oppure come avviene nei polizieschi di Diabolik, dove, al contrario, trionfa sempre il crimine.

Nessuna obiezione, pertanto, circa il fatto che i fumetti della collana «Super eroica», comparsi a partire dal 1965, rappresentassero una descrizione della guerra assai poco veritiera: nessuna città distrutta dai bombardamenti, nessun campo di concentramento, niente bombe atomiche sul Giappone; ma soltanto corpo a corpo nella giungla, duelli spettacolari nei cieli, azioni di sommergibili e cacciatorpediniere, scontri di carri armati nel deserto.

Nessuna obiezione anche sul piano storico, quanto all’ambientazione sui soli fronti di guerra anglo-americani: dal Nord Atlantico al Pacifico, dal Sahara alle coste francesi, le storie della «Super eroica» non erano mai ambientate sul fronte di gran lunga più importante e più sanguinoso: quello tedesco-sovietico; e non rappresentavano l’esercito italiano, anche quando si svolgevano in Africa Settentrionale: come se, ad Alamein, noi non ci fossimo stati proprio.

I soggettisti di un albo a fumetti non devono rendere conto di simili scelte: opinare diversamente significherebbe imporre a un genere di fantasia il rispetto della verità storica, mentre la verosimiglianza è più che sufficiente, come nel genere letterario che più gli si avvicina, ossia il romanzo storico: nessuno farà una colpa a Walter Scott di aver travisato, nel suo «Ivanhoe», la figura di Riccardo Cuor di Leone, perché altro è il sovrano inglese alla luce della ricerca storiografica, altro nel contesto di un’opera narrativa.

Vi è, però, una critica alla quale quegli albi a fumetti non possono sfuggire: quella della faziosità sistematica, del travisamento e della distorsione della storia, nonché della propaganda subdola in favore di una delle due parti in lotta; quella di non aver saputo porsi al di sopra delle parti in nome di un principio assoluto, il valore in guerra, ma di aver denigrato sistematicamente la parte risultata perdente e di aver esaltato in modo acritico quella vincente.

La prima impressione di chi leggeva gli albi della «Super eroica» era che fossero la traduzione, pura e semplice, magari con qualche leggero riadattamento, di un fumetto britannico: perché sempre gli Inglesi e (in minor misura) gli Americani vi apparivano generosi, umani, dotati di senso etico indivuduale, mentre sempre i Tedeschi e (in minor misura) i Giapponesi vi facevano la figura delle carogne, dei fanatici, tanto spietati quanto inumani.

Sempre vincevano i primi, sempre perdevano i secondi; sempre i primi vincevano con onore, sempre i secondi perdevano con disonore; sempre i primi, sparando, simpaticamente esclamavano: «By Jove» e sempre i secondi, morendo sotto le raffiche di mitra, grottescamente ruggivano: «Ach, Teufel!».

I Tedeschi, anzi, non venivano quasi mai presentati come esseri umani, ma come manichini disciplinati, come formiche guerriere con poco cervello; spesso, falciandoli a raffiche di mitra, i commandos britannici li gratificavano di un: «Muori, nazista!», anche se i nazisti, di fatto, erano solo una minoranza nell’esercito tedesco e, sia nell’aviazione che nella marina, una minoranza abbastanza esigua.

Non parliamo poi dei Giapponesi, contro i quali erano messi in scena, la maggior parte delle volte, dei rudi Australiani; quello era un nemico ancora più stilizzato, ancora più caricaturato: tutti con gli occhiali, tutti crudeli e sanguinari, tutti animati da un odio xenofobo nei confronti degli Europei e, quindi, degni d’essere ripagati con la stessa moneta.

Tutto questo potrebbe ancora andare, se si fosse trattato di fumetti britannici tradotti in italiano; invece si trattava d fumetti italiani, italianissimi, sceneggiati e disegnati da alcune delle maggior firme del fumetto d’autore nostrano: Gino D’Antonio, Ferdinando Tacconi e Hugo Pratt, quest’ultimo divenuto poi celebre soprattutto con il personaggio di Corto Maltese; e tutti accomunati da una stessa, accesa anglofilia.

Uno di essi, Rinaldo D’Ami, si era trasferito in Inghilterra ed era diventato un inglese d’adozione, al punto che si faceva chiamare Roy e girava sempre con le Clark ai piedi, le calzature adottate dall’esercito britannico durante la campagna dell’Africa Settentrionale; era stato effettivamente prigioniero di guerra in quello scacchiere e ne era ritornato più realista del re, vale a dire più Inglese degli stessi Inglesi.

La «Super Eroica» era iniziata nel 1965 e aveva avuto un successo strepitoso; ma, in effetti, il suo lancio era stato preparato da un decennio di intensa anglicizzazione della cultura e dello spettacolo italiani: dopo il crollo del fascismo, anche il cinema e i fumetti italiani a base nazionalista, o almeno “autarchica”, erano stati banditi e il posto rimasto vacante era stato colmato da una massiccia ondata di supereroi americani, come Superman, Nembo Kid e Batman, e di eroi di guerra britannici, alcuni dei quali rispecchiavano, nel disegno, le fattezze del maresciallo Montgomery o magari del primo ministro Winston Churchill.

Ora, si può ben comprendere la ripugnanza, o, per meglio dire, il categorico rifiuto di rappresentare la guerra dal punto di vista che sarebbe stato più logico, quello della forze armate italiane: la si può comprendere nel clima democratico-resistenziale, che tendeva a dipingere gli eroi di El Alamein o di Capo Matapan come dei biechi manutengoli del fascismo o, più semplicemente, a ignorarli del tutto, come se non fossero mai esistiti e non si fossero mai sacrificati per la difesa della Patria, tanto quanto si erano sacrificati quelli del Monte Grappa e del Piave, nella prima guerra mondiale.

Inoltre, troppo imbarazzante sarebbe stato sfiorare l’argomento 8 settembre del 1943; addirittura impensabile, poi, toccare l’argomento “guerra civile, che allora e per molti anni a venire era proibito chiamare in tal modo, ma sempre e solo “Resistenza”; e anche questo lo si può capire.

Quello che meno si può capire è che si andassero a cercare i “buoni” fra i nostri ex nemici, fra coloro che avevano raso al suolo le nostre città indifese con i loro poveri abitanti, per quanto essi siano stati acclamati, nel 1945, come i “liberatori”; e che si denigrassero sistematicamente i nostri ex alleati, anche se è un fatto che, sino all’8 settembre del 1943, furono accanto ai nostri soldati nella difesa della nostra Patria e anzi, nel caso dello sbarco alleato in Sicilia, furono loro a pagare il prezzo più alto per difendere il nostro territorio nazionale dall’invasione.

Anche i Giapponesi furono nostri alleati nel Patto Tripartito: presentarli sempre in una luce negativa non era onesto, né bello: in guerra, o si rende onore al valore militare di tutti, oppure si cade nella peggiore delle ideologie,  quella che consiste nell’encomio servile del vincitore di turno e nell’esecrazione, altrettanto servile, del vinto.

Di fatto, albi a fumetti come quelli della «Super eroica» o come quelli della similare «Guerra d’eroi» sono stati l’effetto, ma anche il veicolo, di una progressiva invasione propagandistica anglosassone, di una sudditanza culturale che si è manifestata in tanti altri modi, dall’esaltazione irrefrenabile di gruppi musicali come i «Beatles», all’imitazione pedissequa degli stereotipi dei cinema hollywoodiano, che, dietro il volto onesto e simpatico di eroi western come Gary Cooper o John Wayne e di eroi moderni come Spencer Tracy o Henry Fonda, hanno veicolato obliquamente tutto il sistema di valori americano, basato sul mito del self-made man, dell’individualismo esasperato, dell’edonismo e del compiacimento narcisista, quando non addirittura del genocidio camuffato da missione di civiltà, come nel caso della distruzione sistematica dei pellerossa e della denigrazione, altrettanto sistematica, della loro civiltà.

Sulle orme dell’Albertone nazionale, a partire dal secondo dopoguerra abbiamo giocato un po’ tutti a fare gli Americani o gli Inglesi: la tendenza si stava già delineando fra le due guerre mondiali, ma è stato con la sconfitta umiliante del 1943 e con la pace, ancora più umiliante, del 1947, che si sono create le condizioni perché la diga venisse travolta e la marea si riversasse incontrastata sull’Italia, come sul resto dell’Europa occidentale (e ora anche di quella orientale e dei Paesi del Sud della Terra), omologandole sui valori anglosassoni.

Si potrebbe obiettare che anche i fumetti di Tex Willer esaltano quella cultura, ma non è così e basta un confronto anche superficiale per rendersene conto: Tex combatte per la giustizia, senza guardare in faccia nessuno; i suoi avversari sono i delinquenti, siano essi bianchi, rossi, neri o gialli; e così anche i suoi amici e compagni di avventure. Il cinismo e l’opportunismo dell’uomo bianco, specie nei rapporti con i pellerossa, è spesso evidenziato. Trionfa il bene, trionfa le legge, indipendentemente dal colore della pelle; cosa che non può dirsi, ad esempio, per le avventure di un eroe del cinema come James Bond, il britannico Agente 007, nato dalla fantasia dello scrittore Ian Fleming, in cui vi è una sospetta frequenza nel presentare i grandi criminali come uomini di colore, siano essi scienziati cinesi pazzi o diabolici africani adoratori del Voodoo.

Nei fumetti della «Super eroica» il valore è sempre premiato, ma è targato quasi sempre Gran Bretagna o Stati Uniti; raramente si concede una dignità di combattenti ai Tedeschi o ai Giapponesi e praticamente mai un riconoscimento alla loro buona fede di patrioti. Sono solo dei nazisti e dei militaristi, degli automi senz’anima, tanto disciplinati quanto privi di senso morale individuale: obbediscono agli ordini sena discutere, per quanto folli o malvagi essi siano.

Oltretutto, le imprese dei commandos britannici offrono l’opportunità di raccontare la seconda guerra mondiale come l’eroica lotta del Davide britannico contro il Golia germanico: un pugno di coraggiosi che colpiscono duramente e danneggiano un gigantesco apparato militare, sempre sostenuti dalle popolazioni locali; vale a dire, più o meno, il contrario della verità storica, in cui una Germania circondata da innumerevoli nemici, infinitamente più forti e più numerosi, con industrie più potenti e con riserve inesauribili d’uomini e mezzi, seppe tenerli a bada per quasi sei anni e finì per soccombere, soverchiata dalla pura e semplice quantità.

Riconoscere questo, non significa assolvere il nazismo dai suoi crimini; così come non equivale ad assolverlo riconoscere che non fu la sola Germania a scatenare la seconda guerra mondiale e che l’Unione Sovietica, per esempio, vi ebbe una responsabilità almeno altrettanto grande. Possibile che il ricatto democratico-resistenziale debba inquinare anche il mondo incantato dei fumetti?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/10/2011 e del 31/03/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments