lunedì, 27 Settembre 2021
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Che Dio ci scampi e liberi dai fumetti quando si mettono a far (cattiva) filosofia

Che Dio ci scampi e liberi dai fumetti quando si mettono a far (cattiva) filosofia. Nella società di massa, un giornalino a fumetti dalle alte tirature ha più lettori e certamente più attenti di qualunque testo di filosofia di Francesco Lamendola 

Uno degli aspetti più subdoli e demagogici della cultura di massa è che tutti si sentono legittimati a parlare di tutto, a dissertare su tutto, a confondere i piani e le distinzioni, a mescolare i concetti e i ragionamenti, a improvvisare in qualunque luogo e circostanza, sempre con aria seria e dottrinaria, come chi la sa lunga, senza mai un briciolo di umiltà e di senso della misura: come quei passanti che, intervistati da un giornalista televisivo, gongolano e si gonfiano davanti alla telecamera, come se non avessero mai fatto altro in vita loro, e si mettono a pontificare con una petulanza, con una logorrea, con una presunzione inarrivabili.

Succede, così, che un onesto giornalino a fumetti, invece di fare il suo onesto mestiere, che è quello di fornire al lettore un onesto divertimento, si impanca a cattedra universitaria e si mette a dispensare i fiori della sua profondità speculativa, anche se si tratta di merce d’accatto, rastrellata un po’ di qua e un po’ di là, ostentando le proprie citazioni e facendone materia di ironia e di gioco degli specchi letterario, forse per abborracciare un po’ di pirandellismo a buon mercato, forse per mostrare wittgensteinianamente, che, se proprio non si può tacere quel che non si può dire, allora tanto vale ripetere quel che altri hanno detto, scegliendo questi altri appunto fra coloro i quali hanno negato o posto in dubbio la sensatezza del pensiero e della comunicazione, costruendo, proprio su tale recisa negazione e su tale scetticismo programmatico, la propria fortuna d’intellettuali disincantati e post-moderni, ovviamente in chiave di critica semiologica.

Cosa ci può essere di più onesto di un giornalino a fumetti che vuol divertire, che vuol far sognare, che vuol far evadere il lettore dalla monotonia quotidiana, per trasportarlo in un mondo di fantasia, dove i pellerossa sbucano urlando da dietro una collina e si gettano all’inseguimento della diligenza, e dove, quel che più conta, i “buoni” sono sempre i più veloci ad estrarre la pistola e a far trionfare, a suon di piombo caldo, la sacrosanta causa della giustizia?

E cosa ci può essere di più discutibile, di più ibrido, di più intellettualmente ambiguo, di un fumetto che pretende, invece, di far niente meno che della filosofia?

Oh, filosofia d’avanguardia, si capisce, progressista e post-moderna, laica e compiaciuta, pluralista e multietnica, scettica e relativista quanto basta per non sembrare, come invece è, intimamente totalitaria, nel senso che non arriva a concepire come qualche ritardatario possa ancora andar cercando le lucciole della verità, della bontà e della bellezza; e ciò in omaggio a tutti i più frusti stereotipi di questi nostri tempi democratici e tolleranti, con in più quella ferma convinzione di essere nel giusto, di esse intelligenti a sufficienza per guardare dall’alto in basso, come fossili viventi, quanti pensano ancora, ingenuamente, che la filosofia non sia giocare con il linguaggio, non sia mero “flatus vocis”, ma robusto e virile esercizio dell’intelligenza e della volontà, nella ricerca di senso della vita umana.

Va da sé che un tal genere di fumetto andrà a cercarsi i propri padri nobili tra i filosofi che, con la cultura del fumetto, della pubblicità e del feuilleton, hanno costruito la propria fortuna, come Umberto Eco, straordinario e inesausto venditore del nulla; ma, per non sembrare troppo laicisti e dare un colpo al cerchio e uno alla botte, senza dimenticare d’appropriarsi anche di quella spruzzatina di cattolicesimo postconciliare che ama presenziare nei salotti progressisti, per esempio nella figura del Papa rosso tanto amato dal partito di «Repubblica», Carlo Maria Martini.

Così, fra il semiologo spregiudicato e il cardinale pluralista, la par condicio è servita e si può dormire, fra due guanciali, il sonno (intellettuale) del giusto.

Ma perch’io, lettore, non proceda troppo chiuso, sappi oramai che sto parlando di Dylan Dog e, a titolo di esempio, di un albo della serie intitolato «Lassù qualcuno ci chiama» (numero 136 del gennaio 1998), albo che gli appassionati considerano poco meno che una Bibbia e davanti al quale vanno in deliquio per l’ammirazione (come si può vedere da una rapida ricognizione in rete); pronti senza dubbio, come i fans di Lucio Battisti, a tirar fuori unghie e denti per graffiare e azzannare il sacrilego che osasse mettere in dubbio la sua santità ed eccellenza.

Vediamo brevemente la storia.

Al radiotelescopio di Highhill, un giorno, arrivano dei messaggi che fanno pensare alla volontà di comunicare da parte di una razza intelligente extraterrestre; gli astronomi si affrettano a chiamare, per un responso, il semiologo Humbert Cove (ossia Umberto Eco – Coe ne è l’anagramma -, riconoscibile per l’aspetto fisico e anche per il fatto di masticare eternamente una matita, come nella vignetta dell’inserto de «L’Espresso»), impegnato nella ricerca della lingua originaria dell’umanità, proprio come il nostrano autore de «La ricerca della lingua perfetta». Si scopre che il messaggio dalle stelle contiene una parola quasi incomprensibile che è, in lingua gaelica, il nome di un villaggio del Galles; ed è qui che si sposta l’azione, con l’arrivo di Dylan Dog e Groucho Marx per indagare sulla misteriosa scomparsa, sei mesi prima, di una bambina di nome Eilidh.  Si tratta della figlia di Juliet, una vedova senegalese che ha passato la mezza età, la stessa che faceva le pulizie presso il radiotelescopio e che, ora, è al servizio di Coe, lui pure trasferitosi nel villaggio per proseguire le indagini sul mistero spaziale.

Le citazioni e gli ammiccamenti alla produzione di Eco si sprecano addirittura; a un certo punto, Coe tira fuori addirittura il libro scritto a due mani da Eco e Martini «In cosa crede chi non crede»; inoltre, cosa di cui gli affezionati lettori sembrano non essersi accorti, la ricostruzione della scomparsa della piccola Eilidh è presa di peso dal film di Peter Weir «Picnic a Hanging Rock» (tratto, a sua volta, dal romanzo di Joan Lindsay), tanto che, a dispetto dell’evidente anacronismo, le bambine sono vestite come delle collegiali dell’epoca vittoriana.

Alla fine si scopre che le parole del messaggio cosmico sono quelle di una canzoncina che la piccola Eilidh, rapita in una dimensione parallela dalla quale non potrà mai tornare, canta per la sua mamma e per il suo amichetto del cuore che invano l’ha cercata, senza darsi pace, piena di nostalgia, ma anche visibilmente estatica (stando ai disegni di Brindisi) per essere giunta nell’Aldilà laico di Eco, dove le nostre parole sopravvivono sotto forma di impulsi elettrici, capaci di viaggiare nello spazio, conservando in eterno una parte di noi.

La storia, oltre che afflitta dalle insopportabili barzellette a mitraglia dell’ineffabile Groucho Marx, nessuna delle quali riesce a far nemmeno sorridere per l’irritazione, è movimentata da alcuni episodi secondari e specialmente dalla comparsa di un pallone aerostatico che Dog, in un primo tempo, aveva scambiato per un UFO e che poi si rivela, inspiegabilmente, come il cavallo di Troia di un reparto militare britannico che “invade” il pacifico paesino gallese in pieno assetto di guerra, suscitando la protesta dei nazionalisti aborigeni.

Un unico episodio esce dalla banalità pretenziosa della vicenda, la fugace storia d’amore e di sesso fra il protagonista e la matura Juliet, anche se è difficile prendere sul serio la scena in cui il bel Dylan Dog, sosia dell’attore Rupert Everett, balbettando e arrossendo come un ragazzino prende le mani della stagionata donzella, affetta da palese steatopigia – detta in parole semplici, dall’enormità del fondo schiena -, scena resa ancor meno credibile dal vezzo di Dylan, ben noto ai lettori di questo fumetto, di “innamorarsi” di quasi tutte le sue clienti e di portarsele sistematicamente a letto, ogni volta con estrema galanteria e romanticismo (anche se Brindisi, a differenza delle altre volte, ha il buon gusto di risparmiarci l’anatomia della matura Venere nera durante la notte d’amore, limitandosi ad un castissimo scorcio del suo “lato B”.

Purtroppo, anche qui la delusione è forte allorché scopriamo che non si tratta di una sceneggiatura originale, perché Tiziano Sclavi si è probabilmente ispirato a «Romulad e Juliette» di C. Serreau, oltre che al romanzo di Savan Glenn «White Palace» (pubblicato in Italia da Bompiani); di suo, lo sceneggiatore italiano ci ha messo dei dialoghi piuttosto inverosimili, come quando l’illetterata Juliet si mette a pontificare con Dylan sul proprio cosmopolitismo (a p. 65):

«Il mio paese è il mondo, ve l’ho detto… è un paese folle, dove, come mi ha detto il professor Coe,  si parlano più di cinquemila lingue differenti… e spesso anche le persone che parlano la stessa lingua non si capiscono tra di loro… perché non ascoltano gli altri, ma solo la loro diffidenza, il loro egoismo, la loro paura… paura per chi è diverso, e quindi odio… solo che grazie al Cielo, OGNUNO DI NOI è diverso dagli altri… è proprio questo che dovrebbe renderci tutti uguali… e l’unica lingua dovrebbe essere quella dell’amore…»

Meno male che ci pensano anche i fumetti, come se non bastassero legioni di intellettuali alla moda, a ribadire il concetto che il migliore dei mondi possibili è quello dove si parlerà un’unica lingua: ma attenzione, può darsi che essa sarà l’inglese, ma ciò è secondario, l’importante è che sarà una non meglio specificata “lingua dell’amore” (mettete dei fiori nei vostri cannoni?); e che chiunque nutra il benché minimo dubbio sulla politica di immigrazione illimitata e sulla bontà della società multietnica, lo fa solo perché paralizzato dalla paura e dalla diffidenza.

A parte il conformismo abbastanza desolante di tali esternazioni, colpisce il fatto che non la povera Juliet, ma chi la fa parlare, non si renda conto della singolare contraddizione: perché il mondo divenga migliore, bisogna che cada ogni distinzione di lingua, di razza, di cultura; dunque, viva il progresso e abbasso le cinquemila lingue parlate nel mondo (niente paura, Juliet: ci pensa il genocidio culturale della modernità a farne fuori parecchie decine l’anno): alla fine, chi sa come, avremo non una caserma globale, dove tutti parleranno, penseranno e agiranno in maniera uniforme, ma il massimo della individualità e della diversità.

Una logica che non fa una grinza e che molto piacerebbe ai filosofi che come Adam Smith, i quali volentieri ricorrono alle “mani invisibili” per trarsi d’impaccio dalle proprie inestricabili contraddizioni: ma tant’è, l’importante è venire incontro ai gusti della massa e, soprattutto, esprimersi sempre in maniera politicamente corretta: questo si vuole là dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare, caro lettore che, forse, hai qualche dubbio sulla felice integrazione, magari davanti al cadavere di Theo Van Gogh, che un estremista islamico ammazzò in pieno centro, ad Amsterdam, con otto colpi di pistola, dopo di che gli tagliò la gola, per buona misura: doveva essere punito per il film «Submission»; oppure che non sei convinto, benevolo lettore, che l’importante sia avere a portata di mano (e di fumetto) un Aldilà qualsiasi, laico o religioso che sia, tecnologico o spirituale, purché insomma un Alidlà ci sia e purché la sua investigazione sia affidata a chi è più competente in materia, ossia… ai semiologi!

Nietzsche raccomandava di scegliersi sempre un degno avversario e, giunti a questo punto, riteniamo di dover spiegare perché soffermarsi su questa storia a fumetti: in fondo, che male c’è se qualcun altro ha voglia di filosofare un po’, aggiungendosi alla lunghissima lista di quanti si sentono comunque legittimati a farlo, in qualsiasi occasione possibile e immaginabile? Che male c’è ad aggiungere un posto a tavola, visto che la tavola è così riccamente imbandita?

Il punto è che, nella società di massa, un giornalino a fumetti dalle alte tirature ha più lettori, e certamente più attenti, di qualunque testo di filosofia o, peggio, di quell’esecrabile sottogenere letterario che è il romanzo (pseudo) filosofico alla Umberto Eco, dove si dice di tutto per non dir nulla e dove si sguazza nel complottismo e in altri temi alla moda, per riderci sopra, ma anche per farci sopra, già che se ne offre l’occasione, un bel po’ di soldi, sfornando un best-seller all’anno, con puntualità cronometrica.

Di conseguenza, certi luoghi comuni e certe pie stupidaggini, gabellate con arguzia ma anche con quel fondo di serietà che sempre il politicamente corretto elargisce a se stesso, specialmente quando si sommano a cento, mille, diecimila altri analoghi messaggi dispensati dalla televisione, dalla radio, dal cinema e da Internet, possono penetrare a fondo in quel genere di lettore che, vuoi per età, vuoi per abitudini mentali, non ama sforzarsi troppo di pensare con la propria testa, ma, in compenso, ama parecchio darsi l’aria di farlo: quel lettore, insomma, che si compiace di citare Eco e Martini, quando parla di laicismo e pluralismo, anche se non li ha mai letti, tranne che nelle citazioni di un fumetto horror dalle non troppo modeste pretese culturali…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 03/02/2012 e del 13/03/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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