lunedì, 20 Settembre 2021
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Dimmi la divisa dei soldatini e ti dirò chi comanda

Dimmi la divisa dei soldatini e ti dirò chi “comanda”. Se vuoi un popolo docile e sottomesso, dimentico di sé e affezionato ai suoi “padroni”, stai attento al colore delle uniformi dei soldatini coi quali giocano i loro bambini di Francesco Lamendola  

I soldatini sono un giocattolo oggi quasi scomparso o confinato nelle riserve di lusso del modellismo, dove non è più una cosa da bambini ma da collezionisti adulti; ma fino a una quarantina d’anni fa erano diffusissimi e popolarissimi, si trovavano in qualsiasi negozio di giocattoli e spesso anche in negozi d’altro tipo, dove le mamme andavano a fare acquisti, dalle mercerie ai supermercati di città e ai bazar di paese. Ce n’erano per tutti i gusti e per tutti i portafogli, con una netta prevalenza di quelli economici, di plastica, del tipo più semplice. Le macchinette, le costruzioni, gli aeroplani, gli animali, le pistole, i trenini, i bambolotti di pezza, i burattini, le marionette, i giochi di prestigio, il piccolo chimico, i francobolli, le conchiglie, gli album con le figurine, lo yo-yo, il caleidoscopio, le barchette e le navi di plastica, potevano piacere o non piacere; i soldatini piacevano al 90% dei bambini maschi e, sotto sotto, almeno a un venti o trenta per cento dei loro genitori. Erano il giocattolo nazional-popolare per eccellenza, sempre più economici, sempre più pratici e facili da trasportare ovunque: da quelli di piombo, che se cadevano si rompevano le gambe (o le zampe dei cavalli), a quelli di terracotta, che avevano lo stesso inconveniente, anche se erano affascinanti, perché dipinti a mano, a quelli di plastica, dura o tenera, in un pezzo unico o formati da tre, quattro pezzi incastrati l’uno nell’altro.

Ebbene, quei soldatini raffiguravano, per la maggior parte, degli americani: innanzitutto soldati della Seconda guerra mondiale, con tanto di carri armati, elicotteri e bandierine con le stelle e le strisce, ma anche soldati della Guerra di secessione, giacche blu e giacche grigie, e poi ancora cow-boys e indiani. Erano espressioni della storia americana, della leggenda americana (la leggenda della Frontiera, innanzitutto; e dunque la leggenda del Destino Manifesto), ma anche della potenza americana (l’americani so’ forti, dice l’Albertone nazionale, in canottiera, ingozzandosi di pastasciutta): fanti, marines, aviatori, marinai, con le loro belle uniformi impeccabili; erano gli attori di plastica di una mitologia di plastica, ma i bambini non lo sapevano, i bambini sognavano su quel mondo, su quelle atmosfere, che fossero i marines impegnati nelle giungle del Pacifico, o gli eroici difensori di Fort Alamo, come Davy Crockett, che resistono alle orde soverchianti dei messicani del generale Santa Anna. Erano, in definitiva, le forze del Bene, i gendarmi del mondo, quelli che raddrizzano i torti, liberano i popoli, puniscono i malvagi, stroncano i tiranni, giudicano i criminali (vedi Norimberga), e, se proprio ci sono costretti, oltrepassano i confini della morale, pur di condurre a buon fine la Giusta Causa, come del resto Machiavelli insegna (ed ecco il fungo di Hiroshima, fungo funesto, certamente, perché è pur vero che il fine giustifica i mezzi, e quel fungo ha salvato un milione di vite – americane, ovviamente).

In confronto, i soldatini degli eserciti europei erano assai meno diffusi. C’era, assai di rado, qualche confezione di soldatini italiani, specialmente alpini o fanti della Prima guerra mondiale (quella “giusta”); della Seconda, l’ultima e quella veramente decisiva, quasi nulla. Poco dei sovietici, nulla dei francesi e di tutti gli altri: solo i britannici e i tedeschi erano abbastanza frequenti, ma per ragioni opposte. I primi erano i vincitori, rappresentavano il Bene, dunque erano fratelli ideali degli americani; i secondi rappresentavano il Male, erano i cattivi, i nazisti, i perdenti: svolgevano lo stesso ruolo dei pellerossa di fronte alle giacche blu: il nemico che doveva essere combattuto e vinto. Altrimenti, contro chi avrebbero combattuto i britannici e gli americani? Per quale nobile ideale, per recare la libertà a quale popolo oppresso, avrebbero dispiegato tutta la loro potenza e la loro tecnologia? Sì, qualche volta c’erano i giapponesi; ma dalle nostre parti, un nemico ci doveva pur essere. E quel nemico erano loro, i tedeschi: se non ci fossero stati, bisognava inventarli. Oggi, probabilmente, se i soldatini fossero un giocattolo ancora così diffuso come lo erano negli anni ’50 e ’60, in commercio ci sarebbero i terroristi cattivissimi, i kamikaze col giubbotto imbottito di esplosivo, quelli di Al Qaida o dell’Isis, quelli che fanno cadere le Twin Towers (perché sono stati loro, no?) e che dimenticano puntualmente i documenti sui luoghi dei loro attacchi. O forse no, perché il politicamente corretto proibisce che si getti un’ombra negativa su un’intera area geografica e culturale, figuriamoci se si tratta di una religione. Bisogna dire che il terrorismo islamico non esiste, come fa il signor Bergoglio, mentre è ancora caldo il cadavere dell’ultimo sacerdote cattolico sgozzato sull’altare di una chiesa, al grido di Allah Akhbar!, in questa bella Europa multietnica, accogliente e dialogante.

Meno male che i bambini oggi hanno altri giocattoli: altrimenti, i soldatini americani sparirebbero per mancanza di avversari. Che tristezza fare lo sceriffo, se mancano i banditi; e che tristezza fare i gendarmi del mondo, se non c’è qualche nazista, qualche giapponese, qualche Nemico della pace da stroncare. Va a finire che qualcuno si domanda perché i Buoni restino armati fino ai denti; in concreto, qualcuno si potrebbe chiedere cosa ci sta a fare ancora la NATO, cosa ci stanno a fare più di cento basi militari straniere in Italia, dopo che la Guerra fredda è finita da trent’anni e l’Unione Sovietica, l’Impero del Male, non minaccia più l’Europa occidentale. Certo non se lo chiedono i bambini. Però i bambini diventano adulti, e nel loro immaginario personale e collettivo restano impresse le emozioni di quando avevano sei, otto, dieci anni, e giocavano coi soldatini: da adulti, sono ancora suggestionati dalle impressioni vissute nell’infanzia. Se ai soldatini si aggiungono i film di Hollywood e i fumetti della Super Eroica, dove i buoni, i tenaci, i coraggiosi, sono sempre loro, gli anglo-americani, e dove i loro nemici, dunque i nemici del Bene, della civiltà e della pace, sono sempre gli altri, si capisce come una generazione di adulti ha mandato giù la grande menzogna che la NATO serviva a proteggere l’Europa e che tuttora la protegge, e che è giusto che quelle basi militari restino al loro posto, anzi, che vengano ulteriormente rafforzate, perché andato via un nemico, se ne presenta subito un altro. Il Male è insonne, il Pericolo è sempre dietro l’angolo, e cosa faremmo noi, abbandonati alle nostre misere risorse nazionali, se non ci fossero gli americani a proteggercigli americani che so’ forti, che stanno sempre dalla parte delle nobili cause e che non perdono mai una guerra, e dopo le guerre mettono su i tribunali e giudicano il nemico e impiccano i tiranni e i criminali, così come lo sceriffo imbottisce di piombo i banditi che hanno svaligiato la banca del paese, e che, fuggendo, hanno travolto sotto gli zoccoli una mamma che passava per caso con la sua bambina?

È noto l’aneddoto del povero Napoleone II, il bambino nato dall’imperatore francese e da Maria Luisa d’Asburgo, che, allevato a Vienna dopo la sconfitta e l‘esilio del padre, un mattino si trovò i suoi soldatini di piombo riverniciati dal blu al bianco, e trasformati da francesi in austriaci, per volontà del cancelliere Metternich. Qui non c’interessa l’assoluta veridicità dell’episodio, ma la sua psicologia: giocando coi soldatini con le uniformi austriache, l’Aquilotto doveva diventare un perfetto suddito austriaco; doveva scordarsi la Francia e le sue radici paterne. Ebbene, ai bambini europei è stato applicato lo stesso principio: a milioni, dopo il 1945, sono stati abituati a “sentire” non da europei, ma da americani; a identificarsi con gli americani o, tutt’al più, coi britannici: perché il bambino, giocando, s’’identifica coi suoi soldatini, e quindi s’identifica con la loro nazionalità e con la loro causa. Ora, il sentire è più forte del pensare, agisce maggiormente in profondità: il mondo del bambino è fatto di emozioni assai più che di pensieri. E anche se poi quel bambino diventa adulto, si porterà dietro, nel suo bagaglio emozionale, le impressioni incancellabili della sua infanzia: tanto più intense quanto più penetrate in profondità, cioè quanto meno coscienti. Gli psicologi spiegano questo lato del comportamento umano facendo l’esempio della scelta della compagna di vita: di regola i giovanotti cercano una fidanzata che ricorda loro inconsciamente la propria madre; e poco importa se, con lei, i rapporti non erano precisamente idilliaci. Quel che conta è l’impressione della prima infanzia, buona o anche cattiva: la mamma è sempre la mamma, e gli uomini cercano, crescendo, una donna che rievochi in loro quelle emozioni (stessa cosa, al contrario, per le donne, con riferimento alla figura paterna). E quanto meno tale meccanismo è cosciente, tanto più esso agirà con forza irresistibile. Troppo tardi l’uomo si accorgerà di aver riprodotto la situazione emozionale e affettiva della propria infanzia; troppo tardi capirà di aver cercato una moglie-madre che avrà gli stessi caratteri, o che svolgerà lo stesso ruolo, non sempre positivo, che sua madre aveva avuto nei suoi primi anni di vita.

Il nostro immaginario, di europei e d’italiani, è stato geneticamente modificato dopo il 1945: ci è stato suggerito di amare i nostri padroni e signori e disprezzare e diffidare di noi stessi. Del resto, siamo logici: come avrebbero potuto giocare, i nostri bambini, con dei soldatini che vestissero l’uniforme italiana? Sarebbe stato imbarazzante: perché quell’uniforme, nel 1943, è stata indossata da quelli del Regno sabaudo e da quelli della Repubblica Sociale; sarebbe emerso che avevamo avuto una bazzecola come la guerra civile, cosa che non si poteva e non si voleva assolutamente ammettere, perché, al suo posto, bisognava gonfiare il mito fasullo della Resistenza. Dunque, meglio lasciar perdere; meglio che i bambini italiani giocassero coi soldatini americani: proprio come fu meglio, a giudizio del nonno, imperatore d’Austria, che il nipote scomodo, quello nato da sua figlia e da Napoleone, giocasse coi soldatini vestiti di bianco, piuttosto che con quelli vestiti di blu. I colori delle uniformi possono fare brutti scherzi: possono far nascere qualche interrogativo perfino nella mente di un bambino, il quale vive prevalentemente di emozioni. Se i bambini italiani, negli anni ’60 del Novecento, avessero avuto fra le mani, per giocare le loro battaglie fantastiche, dei soldatini con l’uniforme italiana, forse avrebbero potuto chiedersi contro chi combattevano prima del 1943, e contro chi combattevano dopo quella data. Avrebbero cioè potuto domandarsi chi fossero gli amici e chi fossero i nemici, nel 1940 e nel 1943, e ancora nel 1945; e chi lo fosse anche al presente; e chi dovesse continuare ad esserlo in futuro. Se vuoi la pace, prepara la guerra, dicevano i romani antichi; se vuoi un popolo docile e sottomesso, dimentico di sé e affezionato ai suoi ultimi padroni, stai attento al colore delle uniformi dei soldati coi quali giocano i bambini. Il segreto è tutto qui: il presente, e ovviamente anche il futuro, dipendono dall’idea che abbiamo del passato; e il passato non è quello che è stato oggettivamente, ma quello che è stato per noi, o quello che ci vien fatto credere che sia stato.  

Il lavaggio del cervello, subdolo e discreto, non si è limitato alla storia politica e militare, ha investito tutti campi della vita nazionale, sostituendo l’immaginario americano a quello italiano (ed europeo). Dal cinema alla letteratura, dalla stampa allo sport e dai fumetti alla pubblicità, un po’ alla volta il mito americano si è insediato sulle ceneri del sentimento nazionale svilito e mortificato. Via col vento ha fatto sognare e ha fatto dimenticare capolavori nostri come Quattro passi fra le nuvole di Alessandro Blasetti; e i contadini di Pavese, così poco piemontesi e così “americani”, o lo stile alla Hemingway di Vittorini, hanno surclassato e condannato all’oblio Bacchelli, Lisi, Moretti, Tecchi, Papini, Soffici, Appelius, Fanciulli, Gotta, Palazzeschi. Si sono salvati quei registi, quegli scrittori e quelle opere che hanno celebrato la nuova mitologia democratico-resistenziale; chi si era compromesso col caduto regime è stato condannato all’oblio.

Da bravi servi sciocchi, i nuovi padroni della cultura hanno voluto fare gli americani, ma senza accogliere sino in fondo la lezione americana: non hanno pensato, per esempio, che Via col vento, sia il film che il romanzo, attestano che gli americani hanno fatto i conti con la loro guerra civile, dopotutto; a cominciare dal fatto che l’hanno chiamata col suo nome, anche se avrebbero potuto, in stile badogliano, chiamarla “guerra per l’abolizione della schiavitù”, o meglio ancora “guerra per la libertà”. Ma questa è una caratteristica delle nostre classi dirigenti, irrimediabilmente subalterne al potere straniero, perfino più di quel che viene loro domandato. I nostri intellettuali marxisti hanno voluto predicare la necessità storica del comunismo, ma con la colf in casa, la baby-sitter e il giardiniere; così come molti imprenditori, benché ammirassero il capitalismo americano, non hanno osato rischiar nulla senza le sovvenzioni statali: capitalismo sì, ma con le spalle ben coperte dallo Stato-mamma. Proprio come ai tempi deprecati del fascismo. La cultura, comunque, era nelle mani delle sinistre, per cui l’epurazione è stata radicale: e se La pelle ha oltrepassato la linea del fuoco, è solo perché Malaparte è saltato sul carro del PCI; altrimenti, avrebbe subito la damnatio memoriae dei fascisti. Ma Gli indifferenti è stato promosso al rango di capolavoro, perché Moravia si è assunto l’incarico di gettare quantità industriali di fango sulla  borghesia italiana: buon amico, in questo e nella vita, di Pier Paolo Pasolini, che ha fatto la stessa cosa, ma assumendo lui stesso, in privato, il peggior vizio di quella esecrata borghesia: trattare gli altri come cose. I ragazzi di piacere che si pagava non erano farina del sacco di Marx o di Lenin, tanto meno del Vangelo; erano vizio, e vizio borghese della peggior specie. Ma che importa? In fondo, la borghesia nostrana voleva suicidarsi: perciò le servivano uomini che odiassero e disprezzassero, con l’Italia, se stessi…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Giugno 2019

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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