lunedì, 20 Settembre 2021
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E ancora soldatini!

Ma insomma che cos’ha di tanto straordinario il gioco dei soldatini? Il fatto che vi fossero dei giochi ben distinti per i due sessi non significa che poi questi ultimi non potessero ritrovarsi per giocare fra di loro di Francesco Lamendola 

-Ma insomma, che cos’ha di tanto straordinario il gioco dei soldatini? -, chiede Sabina, come sempre tra ironica e sorniona. – A forza di sentirtelo decantare, c’è da credere che possieda quasi una sorta di virtù divina.
– Dei soldatini e delle bambole – la correggo. – Dei soldatini per i maschietti, e delle bambole per le femminucce.
– Già, il solito maschilista; vorresti relegarci nel ruolo subalterno fin da piccole, allo scopo di perpetuare o di ripristinare la dominazione sessista.
Ma il suo sorriso canzonatorio mi dice che, tanto per cambiare, non bisogna prenderla veramente sul serio, perché sta solo facendo il verso alle vecchie femministe un po’ fanatiche di qualche decennio fa.
– Bah, a parte il fatto che un tempo era proprio così che giocavano e si divertivano i bambini e le bambine, e non mi risulta che siano cresciuti particolarmente traumatizzati o predisposti allo sfruttamento gli uni delle altre; il fatto che vi fossero dei giochi ben distinti per i due sessi non significa che poi questi ultimi non potessero ritrovarsi per giocare fra di loro, ad esempio a guardie e ladri o simili. Perché, i giochi di ruolo elettronici ti sembrano più democratici e meno sessisti? Se lo pensi davvero, guarda che ti sbagli di grosso.
L’unica differenza è che oggi un maschio si può scegliere un ruolo femminile e viceversa; e, a dirla tutta, non mi sembra proprio che si possa parlare di una gran conquista, ma solo dell’ennesima confusione che rende tutto più difficile, nel gioco come nella vita. Perché, se si arriva al punto di non sapere più chi si è veramente, allora non si può andare molto lontano…
Invece di ribattere, Sabina si mordicchia il labbro inferiore come fa sempre quando è intenta a riflettere, ma intanto sta affilando una delle sue frecciate al vetriolo. Infine si stringe nelle spalle e con gesto di resa ostentata e di finta contrizione, ribatte:
– E va bene, grande capo, hai ragione tu, come al solito. Di’ allora alla tua umile squaw, perché forse è un po’ dura di comprendonio, in che cosa consistevano i vantaggi mirabolanti del giocare con le bambole e con i soldatini…
– Eh, sai che comincio a pensare che la mia piccola squaw sia davvero un po’ dura di comprendonio? Il vantaggio era uno solo, ma impagabile: stimolava la fantasia e la creatività in maniera meravigliosa, come nessun gioco elettronico odierno, per quanto costosissimo e sofisticatissimo, riuscirebbe mai a fare.
– Ma in fin dei conti, una bambola o una scatola di soldatini non sono soltanto degli oggetti di plastica, o di porcellana, o di quello che vuoi? Voglio dire che, se una bambina o un bambino possiedono il dono delle fantasia, i giocattoli che adoperano dovrebbero essere indifferenti, o quasi; e, se non la possiedono, non c’è gioco che possa risvegliarla.
– Ed è qui che ti sbagli, cara la mia squaw dalla lingua tagliente; o, per meglio dire, dalla lingua biforcuta. La fantasia, nei bambini, è certamente un dono naturale; ne possiedono, in genere, assai più degli adulti: ma ciò non significa che il contesto sociale e culturale in cui vivono sia del tutto indifferente.
Come in ogni altro caso, la società, nel suo complesso, svolge un ruolo importantissimo nel potenziare o, viceversa, nell’indebolire le tendenze naturali degli individui. Se gli adulti mettono in mano ai bambini dei giochi che fanno tutto da soli, come quelli meccanici, o che si basano su una “filosofia” da adulti, come     quelli elettronici, li derubano della ricchezza più specifica della condizione infantile: la capacità di sognare, la creatività.
E un bambino che non sappia sognare, non è più un bambino: è soltanto un triste vecchietto, che non sa guardare al mondo con gli occhi pieni d’incanto e di stupore.
– Io sono stata fortunata – riflette Sabina, mordicchiandosi il labbro. – Mio papà si sedeva ogni sera sul bordo del mio lettino e mi raccontava delle bellissime storie, inventandosele ogni volta di sana pianta. Io, magari, gli suggerivo il canovaccio, e lui ci ricamava sopra una vicenda molto elaborata, che era un vero e proprio inno alla fantasia e alla meraviglia.
– Appunto -, le dico. – Questo è uno degli esempi di ciò che intendo quando affermo che il contesto socioculturale è d’importanza capitale per tenere desta e sviluppare la fiammella della fantasia, che è presente in ciascun bambino allo stato potenziale. Ma, come sa ogni buon giardiniere, anche l’orto migliore finisce per non dare più nulla, se non viene innaffiato e concimato amorevolmente e se non viene costantemente tenuto sgombro dalle erbe infestanti…
– A questo punto – ribatte Sabina – qualcuno, non io, si capisce, potrebbe domandarti perché mai la fantasia sia così importante, dopo tutto. Nella società tecnologica, produttivista ed efficientista in cui viviamo, c’è proprio bisogno di persone che abbiano sviluppato la fantasia? Che se ne fa della fantasia un buon tecnico, per esempio?
La fisso a lungo in silenzio, ma mi bastano pochi istanti per cogliere la luce divertita dietro il suo sguardo impertinente e capire che mi sta stuzzicando solo perché desidera che vada più a fondo nella mia riflessione, che la articoli meglio.
– Ti risponderò in due modi: sul piano particolare e su quello generale.
Sul piano particolare, non è affatto vero che una società tecnologica come la nostra possa considerare la fantasia una merce di lusso, sostanzialmente inutile. Proprio perché efficientista e produttivista, sa benissimo che non si produce e non si ottiene il massimo risultato se non rinnovando di continuo: rinnovando le tecniche, ma anche i modi di pensare che stanno dietro di esse. Insomma un manager che abbia il dono della fantasia realizza molto di più di uno che ne sia privo, questo è un fatto e ormai l’hanno capito anche quei signori; tanto è vero che tengono corsi e scrivono libri per ribadire proprio questo concetto. Anche se, ovviamente, la loro prospettiva non è la nostra e i fini che si propongono non hanno niente a che vedere con i nostri.
Ed eccoci arrivati al piano generale. Una società che non sappia coltivare il bene della fantasia e, di conseguenza, quello della creatività, e ciò particolarmente nei bambini, è una società moribonda. Quello che conferisce ad una società freschezza e vitalità è proprio la capacità di guardare al reale con occhi sempre nuovi, con occhi pieni di stupore e ammirazione.
Quando un bambino di una o due generazioni fa andava a fare una gita con la propria famiglia, teneva gli occhioni spalancati per lo stupore davanti ad ogni cosa nuova che vedeva; e lo stesso accadeva quando andava a fare una corsa in bicicletta con gli amici in riva al fiume, o quando esplorava per gioco un boschetto sconosciuto, una collina dove non era mai stato prima. Oggi, se porti un bambino a fare una gita in automobile o col treno, non guarda nemmeno fuori dal finestrino: legge un giornalino a fumetti o, peggio, ammazza il tempo (è proprio il caso di dirlo) con qualche giochino elettronico, senza mai staccarne lo sguardo.
Inutile dire che è come se fosse rimasto a casa sua: nessuna curiosità, nessuna ammirazione per l’esistente. Solo la domanda annoiata: “Insomma, si può sapere quando arriviamo?”. Ma quando infine si arriva, e fosse pure nel luogo più bello del mondo – a Venezia, per esempio,  o che ne so, in qualche altro luogo famoso e importante – non saprà vedere nulla di speciale, sbadiglierà, si annoierà e non vedrà l’ora di tornare a casa. Ecco perché le gite scolastiche sono sostanzialmente inutili, o peggio che inutili. Ho visto bambini e ragazzi seduti nella Cappella Sistina, a chiacchierare in maniera insulsa, a lamentarsi per la stanchezza, senza degnarsi nemmeno di alzare lo sguardo per ammirare il capolavoro di Michelangelo.
– Non ti sembra di esagerare, di essere un po’ troppo pessimista?
– Magari lo fossi; ti assicuro che sarei il primo a rallegrarmene. Il fatto è che la bellezza non è mai nelle cose, ma nell’occhio che guarda; e, se quell’occhio è spento, lo puoi mettere davanti alle cose più straordinarie, ma non sarà nemmeno in grado di riconoscerle.
– Però mi sembra che ci siamo allontanati parecchio dai tuoi adorati soldatini…
– Niente affatto: ci ritorniamo subito. I soldatini, come pure le bambole, non sono, come tu hai detto poco fa, dei pezzi di plastica colorata o di qualunque altro materiale: sono delle porte, delle porte magiche spalancate sull’infinito. E il bambino o la bambina che stanno giocando con essi sono, né più né meno, i sacerdoti di un rito magico cui nessun adulto potrebbe mai accedere, per quanto dotato di fantasia: perché la fantasia dell’adulto è tutta un’altra cosa.
– Spiegati meglio -, mi dice Sabina; e stavolta l’ironia è scomparsa dal suo sguardo, sta seguendo il discorso con autentico coinvolgimento.
– Voglio dire che quando un bambino, per esempio, ha in mano dei soldatini e si appresta a giocare con essi; anzi, mi correggo: fin da quando li ha visti in vetrina; no, prima ancora: fin da quando ha incominciato a desiderarli, magari standosene sveglio la notte, per anticipare col pensiero il momento felice in cui potrà vederli, toccarli, portarli fuori dal negozio e considerarli suoi…
– Sì…?
– Fin da quel momento, Sabina, essi hanno incominciato a vivere, prima nella sua mente, poi nelle sue manine; a vivere, ti dico, di una autentica vita, impercettibile e incomprensibile all’adulto, ma estremamente reale per il bambino. Non sono oggetti qualsiasi, cose morte: sono creature viventi, e viventi ogni volta di una vita diversa: perché, a seconda di come cambia il gioco, secondo la fantasia e l’improvvisazione del bambino (e non vi sono mai due giochi uguali), quel singolo soldatino diventa un essere umano con una sua storia, con un suo carattere, con una sua situazione da affrontare: ora da coraggioso, ora da indeciso, ora da vigliacco… esattamente come in un film western o di avventura. E il bambino è il regista inconsapevole di quella avventura; anzi, è anche lo sceneggiatore, l’attore, il costumista, il fotografo, perfino l’autore della colonna sonora…
– Davvero un bambino fa tutte queste cose, quando gioca coi soldatini?
– Ne fa molte altre ancora, che adesso non sono in grado di spiegarti. Ma dimmi la verità, ne hai mai visto uno mentre sta giocando coi soldatini? E, ovviamente, che non sappia di essere osservato: perché, se lo sapesse, giocherebbe in tutt’altro nodo?
– No. Credo di no.
– Eppure avrai giocato con le bambole, da bambina. Non ti ricordi nulla?
Il suo viso si contrae nello sforzo della memoria; e, a un tratto, una luce le attraversa lo sguardo:
– Caspita, sì, hai ragione! A pensarci bene, ricordo che in quei momenti mi immedesimavo a tal punto nel gioco, che le bambole erano vive più che mai, di una vita che io comunicavo loro; o, forse, che io scoprivo insieme a loro, ma che esisteva già, da qualche parte…
– Già: da qualche parte. Se solo noi adulti riuscissimo veramente a ricordare, credo che potremmo varcare la soglia del mistero… E, in quel momento, impareremmo più cose sulla vita, di quanta ne possiamo imparare studiando su cento e cento libri.
– Secondo te, dove sono i bambini in quei momenti?
– Non lo so, Sabina: sono qui, ma al tempo stesso sono altrove. Un altrove meraviglioso, che può rinnovarsi continuamente: si interrompe quando giunge loro il richiamo della mamma: “Bambini, è ora di pranzo! Lavatevi le mani e venite a tavola”; e riprende intatto, stupendo, ineffabile, non appena si sono levati da tavola e sono tornati al loro gioco interrotto….
– Lo sai che in questo momento mi hai fatto venire una gran nostalgia di quando ero bambina? E adesso non prendermi in giro, dicendomi che in fondo sono una gran romantica, dietro la maschera della ragazza ironica che non crede più a niente…
– No, non te lo dico. Quando un adulto prova una tale nostalgia, vuol dire che è vivo, grazie a Dio; che il pensiero strumentale e calcolante non ha ancora ucciso la sua anima… Sei da invidiare, piuttosto; non ce ne sono molti così, in giro.
– Sì: aiutandomi a ricordare, mi hai rammentato che, giocando, era come se entrassi dentro alle cose, come se entrassi a far parte di un regno magico, ove tutto era possibile… Mentre per l’adulto non è più così: il regno del possibile si restringe giorno dopo giorno, fino alla morte.
– Questa volta sei tu la pessimista. Certo, l’abbiamo detto, la fantasia dell’adulto è diversa; pure, una scintilla di quell’entusiasmo, di quella creatività, può rimanere viva in lui, o ridestarsi. Ed è importante guardare al mondo con stupore e gratitudine, con freschezza e con senso del mistero.
– Davvero, secondo te, l’adulto può conservare in sé, o far rivivere, quel sacro fuoco dell’infanzia?
– Certo: e tu ne sei un buon esempio. Finalmente ti vedo arrossire… Mi piaci, quando diventi rossa.

 

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 23/08/2010 e del 14/03/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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