sabato, 19 Giugno 2021
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Esordisce con dei romanzi d’avventura, nel 1936, il futuro inventore di Tex Willer

Esordisce con dei romanzi d’avventura nel 1936, il futuro inventore di Tex Willer. Ma vuoi vedere che qualcuno ha voluto mettere il silenziatore su quei romanzi bonelliani che potevano parere un po’ fascisteggianti? di Francesco Lamendola  

Non sono in molti a sapere, compresi i suoi devoti lettori, che il creatore del personaggio di Tex Willer, il grande sceneggiatore di fumetti Gian Luigi Bonelli (nato a Milano nel 1908 e deceduto ad Alessandria nel 2001, alla bella età di novant’anni suonati) è stato, in gioventù, fra le molte altre cose – viaggiatore, vagabondo, fattorino, manovale, pugile, allenatore sportivo, operaio di fabbrica – anche uno scrittore di romanzi. Di romanzi d’avventura, naturalmente: il suo modello ideale era Emilio Salgari, con le sue indimenticabili Tigri di Mompracem e i suoi Corsari Rossi, Verdi, Neri; e che ne scrisse ben quattro, dei quali tre negli anni d’anteguerra – durante il periodo fascista, dunque – ed uno solo, l’ultimo, «Il massacro di Goldena», nel 1956, quando la guerra era finita ormai da oltre un decennio e già si stavano manifestando i primi segnali del boom economico. Quando, inoltre, la sua creazione più famosa, e destinata a un brillantissimo avvenire, Tex Willer, l’infallibile pistolero e giustiziere del West, disegnato dal bravo Aurelio Galleppini, era uscita in edicola già da otto anni, cioè dal 30 settembre del 1948, con le commoventi “strisce” dallo strano e modesto formato rettangolare, lungo e stretto. I primi tre romanzi formano una sorta di ciclo d’avventure che non è propriamente una trilogia, pur presentando una certa unità d’ispirazione e di tematiche: sono «Le tigri dell’Atlantico» (pubblicato inizialmente a puntate sul periodico «L’Audace» e poi in volume, sempre nel 1936: l’anno dell’Impero!, per l’editore milanese De Vecchi); «Il Crociato Nero» (Milano, Sadel, 1940) e «I fratelli del silenzio» (Milano, Ave, ancora nel 1940). Tutta la produzione narrativa, quindi (a parte alcuni racconti di gioventù, pubblicati su diverse riviste) si compie in un arco di vent’anni, con i primi tre romanzi che appaiono in rapida successione nei primi quattro (il secondo e il terzo in un solo anno) ed il quarto che esce, come un figlio tardivo e quasi inaspettato, quando i suoi fratelli sono ormai grandi, a più di tre lustri di distanza, in un clima politico-sociale e culturale, e oggi diremmo anche “antropologico”, completamente mutato.

Dicevamo che l’autore di riferimento di Bonelli, all’epoca dei primi romanzi, è, in primissimo luogo, il nostro Salgari; inoltre aveva letto – e se ne trovano tracce, più o meno evidenti, nei suoi libri – anche numerosi scrittori stranieri d’avventura: da Jules Verne a Robert Louis Stevenson, da Jack London (soprattutto lui, per il quale aveva un vero e proprio culto, come uomo oltre che come artista) a Zane Grey. I suoi personaggi sono eroi a tutto tondo, positivi o negativi, senza mezze misure; così come le situazioni nelle quali vengono a trovarsi non ammettono sfumature. In fondo, paradossalmente, in Bonelli romanziere si respira lo stesso clima del più severo e “controriformistico” dei grandi scrittori italiani di poesia epica: Torquato Tasso, con la sua «Gerusalemme liberata»; e l’analogia consiste in questo, che entrambi vedono la storia come un grande palcoscenico ove si svolge una lotta incessante ed esplicita fra le forze del Bene e quelle del Male. Gli eroi di Bonelli, come i cavalieri crociati sotto le mura di Gerusalemme, sono al servizio del Bene e non guardano in faccia a nessuno, pur di raggiungere il loro obiettivo, che è quello di sradicare completamente il Male, spazzando via tutti i suoi adepti.

John Mauri, il protagonista che spicca in questa fase della carriera artistica di Gian Luigi Bonelli, è, per molti aspetti, un precorritore di Tex Willer: al servizio della giustizia e impegnato strenuamente contro i peggiori criminali, usa, per affrontarli, metodi quanto mai sbrigativi; pur mutuando alcune caratteristiche del poliziesco all’inglese, nelle sue imprese appare decisamente più un uomo d’azione che un detective in senso classico, e ama sbrigarsela con la forza e con l’audacia, piuttosto che con lunghe e pazienti indagini. Insomma: a mali estremi, estremi rimedi.

Quanto alle donne, sono, in genere, eroine del male: e questo non per gratuita misoginia, ma perché solo in tal modo possono divenire interessanti, all’interno di un simile contesto narrativo. Chi legge romanzi d’avventura a sfondo poliziesco non cerca idilli amorosi, né dolci fanciulle ispiratrici di buoni sentimenti, pensava Bonelli; ed è la stessa filosofia che si esplicherà poi nelle storie a fumetti di Tex Willer, e alla quale egli sarebbe sempre rimasto fedele. Poche donne, e cattive; belle e seducenti, ma soprattutto molto cattive. Può darsi che avesse ragione nel pensare che delle eroine positive avrebbero condotto la storia fuori dai binari prestabiliti e, magari, annoiato il lettore; o forse no. In fondo, nella tradizione del genere letterario avventuroso non mancano le donne avvenenti e insieme dotate di alte virtù morali: da Mariquita, la protagonista del romanzo salgariano «La stella dell’Araucania», alla stessa lady Marianna, la “Perla di Labuan” di cui s’era innamorata disperatamente la Tigre della Malesia in persona, Sandokan (cfr. il nostro precedente articolo: «Una pagina al giorno: La Stella dell’Araucania, un dramma passionale sui ghiacci di Emilio Salgari», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 10/10/2008).

Tuttavia è vero che, nei romanzi d’avventura classici, donne ce ne sono pochine: quasi nessuna in quelli di Verne, di Stevenson, di Joseph Conrad (compreso «Cuore di tenebra» e ad eccezione della seconda pare di «Lord Jim») e di Oliver Curwood: piuttosto cani, cavalli e lupi a volontà; e lo stesso vale anche per l’amato Jack London e per i suoi capolavori, «Zanna bianca» e «Il richiamo della foresta»: il quale, allorché si decise a introdurre una donna importante, la ricca e viziata Ruth Morse di «Martin Eden», le fece giocare un ruolo sostanzialmente negativo, al punto da farne una delle cause della disillusione esistenziale che portò il protagonista del romanzo alla tragica, ma lucidissima risoluzione di togliersi la vita. Per cui non si può dire che la decisione di Bonelli circa il ruolo da affidare ai personaggi femminili – un ruolo non solo “minore”, ma anche generalmente antipatico – sia stata illogica, né priva di antecedente più che illustri.

Così Graziano Frediani ha riassunto quella fase della biografia di Gian Luigi Bonelli  (da: G. Frediani, «Arrivano i nostri», in: A.A.V.V., «Le Frontiere di carta. Piccola storia del western a fumetti», Milano, Sergio Bonelli Editore, 1998, pp. 54-56):

«Fra il 1936 e il 1940, nel periodo in cui videro  la luce i suoi primi tre romanzi, “Il Crociato Nero”, “Le  Tigri dell’Atlantico” e i “Fratelli del Silenzio” (nel 1956, ne sarebbe seguito un quarto, “Il massacro di Goldena”, con Tex per protagonista), Gian Luigi Bonelli non aveva ancora trovato la sua vena d’oro, ma già dimostrava la stoffa del vero, grande narratore di storie. Reduce da una vita da romantico globe-trotter attraverso le più importanti città d’Europa dove aveva provato mille improbabili quanto affascinanti mestieri (il pugile, per esempio!), Bonelli si era fatto le ossa scrivendo decine di novelle, poesie e racconti su commissione.  La sua fantasia si era esercitata visionando decine di epici film americani (“I lancieri del Bengala”, di Henry Hathaway, “Ombre rosse”, di John Ford”, ”La carica dei Seicento”, di Michael Curtiz…), ma soprattutto “consumando”, uno dopo l’altro, i volumi rossi della Collana Romantica Sonzogno: “Betty Zane”, “L’anima della frontiera” e “L’ultima pista”, di Zane Grey, “Bosambo” e “Sanders del fiume”, di Edgar Wallace, “Il Lupo dei mari”, di Joseph Conrad, “Le miniere di re Salomone”, di Henry Rider-Haggard, e i capolavori del suo scrittore preferito, Jack London (“Radiosa aurora”, “Il richiamo della foresta”, “Il vagabondo delle stelle”). Suggestionato da tanti modelli, si sarebbe di certo dedicato a una proficua carriera di “prosatore per la gioventù” (alla maniera dei maestri Emilio Salgari, Luigi Motta ed Enrico Novelli, in arte Yambo), se la semplice arte del fumetto non gli avesse fornito lo sbocco più immediato, e più efficace, per la sua ansia di architettare trame a metà strada fra il dinamismo  dell’immagine cinematografica e la suggestione della parola scritta. Così, da “romanziere prestato ai fumetti e mai più restituito”, come si sarebbe autodefinito in seguito, si buttò anima e corpo nell’editoria popolare, diventando direttore di varie testate (fra cui “Il Vittorioso”), ed editore in proprio, con l’”Audace”, di una testata che aveva rilevato, nel 1940, da Lotario Vecchi. Durante la guerra, la Redazione Audace – che, nel corso dei decenni, avrebbe assunto denominazioni diverse: Edizioni Araldo, Edizioni Cepim, Edizioni Altamira, Edizioni Daim Press, fino all’attuale Sergio Bonelli Editore –  passa sotto la direzione di Tea Bonelli [cioè la moglie di Gian Luigi Bonelli: nota nostra], mentre Gian Luigi si riserva l’unico incarico di sceneggiatore-principe.»

I romanzi di Gian Luigi Bonelli sono rimasti una espressione secondaria della sua fertile vena di scrittore del genere avventuroso, pur se è valsa a familiarizzarlo con la materia e con il particolare linguaggio dialogato, che saranno gli ingredienti del suo grandissimo successo quale soggettista di storie a fumetti, nelle quali egli ha portato quelle caratteristiche di lingua e stile, proprie della narrativa, che ne hanno innalzato di molto il livello, portandole quasi allo status di genere letterario vero e proprio, e sia pure “minore”. C’è da dire, però, che quei romanzi giovanili non hanno incontrato molto successo, forse anche a causa degli eventi storico-politici che stavano precipitando: pubblicare due romanzi di avventura proprio nel 1940, nel fragore della Seconda guerra mondiale, non era certo un azzardo da poco, per un autore non ancora affermato, anzi, diciamo pure quasi sconosciuto. Per riuscire a “sfondare” in un simile momento, ci sarebbe voluta una fortuna quasi incredibile; e anche, ovviamente, una qualità letteraria da vero fuoriclasse, quale Bonelli, a quell’epoca, pur nella sua irruenza giovanile, certamente ancora non aveva sviluppata. In particolare, sappiamo che essi non gli resero nulla sul piano economico, per ammissione dello stesso autore: se aveva sperato di riuscire, finalmente, a farsi un nome e guadagnare qualcosa – si era sposato con la moglie Tea e aveva messo su famiglia -, rimase del tutto deluso.

E tuttavia – a pensare male si farà pure peccato, diceva un certo Giulio Andreotti, però ci si azzecca quasi sempre (aforisma degno d’un grande conoscitore dell’anima umana, per quanto assai cinico e disincantato) – osiamo sospettare che, nelle ragioni del mancato successo, e, più ancora, della dimenticanza e quasi dell’oblio in cui essi sono caduti, possano aver giocato anche altri fattori, del tutto estranei alla loro discreta o mediocre – secondo i punti di vista – qualità letteraria: fattori di segno politico-culturale. In fondo, non sarebbe stata la prima volta che il successo di un artista, giunto un po’ tardivamente – Tex, come abbiamo detto, fa la sua comparsa nel 1948 ed è subito un clamoroso successo, al punto da “soffocare” l’altro eroe dei fumetti bonelliano, Occhio Cupo, sul quale aveva puntato le sue carte migliori, tenendo Tex, per così dire, in riserva – avrebbe finito per riverberarsi, in maniera retroattiva, sulle opere della giovinezza, traendole fuori dall’angolo morto in cui erono scivolate. Gian Luigi Bonelli, dunque, giunge al successo a partire dai quarant’anni: certo non vecchio, ma nemmeno più giovane; tuttavia i suoi primi romanzi – parliamo ovviamente dei primi tre, quelli d’anteguerra -, scritti quando ne aveva fra i ventotto e i trentadue – non erano poi così lontani nel tempo, da non poter usufruire di una sorta di “raccomandazione” del loro ormai affermati fratello maggiore, il grande Tex Willer. Questo, invece, non accadde: anzi, come abbiamo già ricordato, sono parecchi i lettori di Tex, per non dire quasi tuti, che ignorano completamente questi esordi letterari del suo grande papà.

Che i cambiamenti del gusto abbiamo svolto, in questo mancato recupero, la loro parte, non c’è il minimo dubbio (un altro discorso andrebbe fatto per il quarto romanzo, «Il massacro di Goldena», che è del 1956 e che, a parte le nubi temporalesche dovute ai tragici fatti di Budapest di quell’anno, si inscrive nel paesaggio culturale dell’Italia democratica e repubblicana e di un mondo pacificato, sia pure al prezzo di una strisciante e minacciosa Guerra fredda). Ma davvero si è trattato solo di questo? Bonelli, durante la Seconda guerra mondiale, è riparato in Svizzera con la famiglia, in attesa che la tempesta si placasse: non sappiamo molto di questo periodo della sua vita. Sappiamo, però, che, durante gli anni Trenta, aveva collaborato, con racconti e sceneggiature sia al giornalino «L’Audace», di Lotario De Vecchi, sia a «L’Avventuroso» di Mario Nerbini, fervente fascista, che, proprio grazie alle sue convinzioni politiche e alla stima personale di Mussolini, poté evitare fastidiose censure da parte del regime, pur se le sue storie non erano sempre ben allineate con l’ideologia littoria (ma, in sostanza, le critiche e le reprimende si limitarono all’aspetto “erotico” dei personaggi a fumetti, un po’ troppo disinibiti e in abiti succinti: cosa cui fu posto facilmente rimedio). Ora, sappiamo che l’Italia non è un Paese normale: i suoi salotti culturali vivono di schizofrenie congenite, di ripicche e di furori ideologici mai sopiti. Vuoi vedere che qualcuno ha voluto mettere il silenziatore su quei romanzi bonelliani che potevano parere un po’ fascisteggianti?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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