giovedì, 25 Febbraio 2021
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Fumetti, che passione!

Diciamolo forte e chiaro: i fumetti – quelli ben fatti, quelli ben disegnati e ben concepiti, ma senza pretese intellettuali e tanto meno progressiste – sono una delle cose migliori che ci offra l’industria del tempo libero di Francesco Lamendola 

In Italia, prima o poi, tutto viene sdoganato, tranne i segreti di Stato e le forme culturali “basse” o popolari, alle quali ultime gli intellettuali di professione, gente rachitica e superciliosa, cresciuta nella polvere delle biblioteche e accampata sulle cattedre universitarie come in terra di conquista, non perdonano e mai perdoneranno il “peccatum originale” della discendenza plebea.
Eppure, che bella cosa quando il «Corriere dei Piccoli» entrava nelle case degli anni Cinquanta e Sessanta e i papà e le mamme lo sottraevano per qualche ora ai bambini e alle bambine, per farsi qualche serena scorpacciata di fantasia e buon umore, divertendosi un mondo alle ultime avventure del Signor Bonaventura di Sergio Tofano, che si concludevano regolarmente con la vincita di un assegno da un milione (più tardi, a causa dell’inflazione, portato a un miliardo).
Certo, esistono fumetti e fumetti: il mondo del fumetto è vasto tanto quanto quello della letteratura “nobile” e vi si può trovar di tutto: dal fumetto d’autore, ottimamente disegnato e costruito su storie intelligenti e originali, vera e propria letteratura in disegni, al fumetto stupido, volgare, pornografico, pensato e realizzato per carezzare i gusti più triviali e, talvolta, depravati, di un pubblico da bassifondi della psiche.
Ma questo che cosa vuol dire?
Anche la letteratura, anche la poesia, anche la saggistica sono soggetti ai medesimi alti e bassi, ai medesimi salti di qualità, verso le sfere nobili o verso quelle infime: oppure vogliamo dire che la letteratura “ufficiale” è tutta buona, è tutta intelligente e di buon gusto, è tutta ugualmente nobile e presentabile?
Non è il genere che fa il contenuto, ma il contenuto che rende un’opera dignitosa oppure furbesca, stimolante oppure banalmente conformista; se così non fosse, anche la letteratura “di genere” sarebbe tutta da buttare: poliziesca, fantascientifica, horror; mentre vi si trovano, talvolta – magari in mezzo ai ciottoli senza valore – delle fulgide pietre preziose.
Del resto, il problema della cultura italiana è sempre stato, dal Rinascimento in poi, quello dello stacco altezzoso che separa le forme della cultura accademica da quelle della cultura bassa; e, dato lo scarso sviluppo del nostro Romanticismo (che invece, in Paesi come la Germania, ha prodotto una benemerita rivalutazione della fiaba, delle tradizioni e di tutto ciò che è Völkisch, popolare), tale distanza non solo non si è via via attenuata, ma ha continuato a crescere, fino a raggiungere i vertici del presente.
Non ci si lasci ingannare dalle apparenze: anche se le case editrici moltiplicano le edizioni economiche dei grandi scrittori e dei grandi filosofi, scienziati, sociologi e psicologi, il modo in cui gli intellettuali di professione scrivono i loro libri (uno a caso: Massimo Cacciari) resta pur sempre quello dei “grandi” dell’Umanesimo e del Rinascimento: fatto apposta, cioè, per essere compreso dal minor numero possibile di persone, partendo dal presupposto che per il “vulgo” non mette conto di sprecar parole e che essere capiti e apprezzati dai tanti è un dato allarmante e disdicevole, cui bisogna correre al più presto ai ripari.
Da noi, è considerato indice di bassa qualità il fatto che uno scrittore o un filosofo si facciamo capire troppo facilmente; se ciò accade, essi stessi, per primi, cominciano a chiedersi dove abbiano sbagliato: certo, ne sono tutt’altro che scontenti sul piano economico, però, in cuor loro, disprezzano il pubblico e si consolano dicendo a se stessi che, tanto, i comuni mortali non li hanno veramente compresi, lo credono soltanto, ma in realtà ci vuole ben altro: perché un intellettuale è un intellettuale e il loro “latinorum” di manzoniana memoria non è mica per tutti, anzi, è fatto apposta per menare per il naso le persone sempliciotte.
Ecco allora che il fumetto, il fumetto ben fatto e intelligente, viene a colmare un vuoto cronico della società italiana: svolge la funzione che dovrebbe essere della cultura alta, quando è veramente tale: trasmettere a tutti, o almeno al maggior numero possibile di persone, elementi di bellezza, di creatività, di riflessione.
Qualcosa abbiamo già detto, a suo tempo, a proposito di un eccellente esempio di fumetto di qualità: quello di Peeters e Schuiten; nonché dell’intramontabile Tex di Gian Luigi Bonelli (cfr. i nostri articoli «Nella Torre di Peeters e Schuiten l’indicibile segreto della città moderna» e «Perché Tex Willer piace tanto agli Italiani?», apparsi entrambi sul sito di Arianna Editrice, rispettivamente il 23/07/2010 e il 09/12/2010); vogliamo ora riprendere e sviluppare il discorso, ma in termini più generali.
Gli intellettuali snob, ossia gli intellettuali tout-court, non amano i fumetti perché li trovano frivoli, infantili, disimpegnati e quindi, potenzialmente, reazionari: l’evasione, per costoro, di qualunque genere e sotto qualsiasi cielo, è sempre un fatto reazionario.
Che sciocchezza: tanto varrebbe arruolare nella categoria dei reazionari Emilio Salgari – che, fra parentesi, come osserva giustamente anche Paco Ignacio Taibo II, è mille volte meglio di Jules Verne, col suo pesante moralismo e col suo positivismo noiosamente didattico – e anche, perché no, Carolina Invernizio e Liala.
Il fatto è che, dall’Illuminismo in poi, cioè da quando nasce la figura del sedicente intellettuale, è obbligatorio che chi aspira a diventare tale si schieri nelle file dei progressisti, di coloro che vogliono cambiare il mondo, in meglio beninteso, per regalare agli uomini la felicità (magari con la lama della ghigliottina, se non la vogliono con le buone) e che accenda lumi sul’altarino di qualche Eroe del popolo, che sia Rousseau, Lenin o Che Guevara.
Non ci si crederà (per meglio dire, all’estero non ci crederebbero), ma qui da noi perfino farsi la doccia o farsi il bagno nella vasca sono catalogati, come dice ironicamente una canzone di Giorgio Gaber, come comportamenti di destra o di sinistra; ecco perché, ad esempio, la letteratura dell’orrore è generalmente considerata di destra: perché non propone la marcia trionfale della Ragione, ma un mondo di incubi, dove il Male sembra trionfare. 
Ora, dal momento che Kant, Hegel, Marx e Popper hanno detto, con differenti sfumature, che l’umanità procede verso il meglio, guidata dai benedetti lumi della Ragione, come tollerare questi rigurgiti medievali di superstizione e di oscurantismo? Vuoi vedere che, a forza di evocare mostri, fantasmi, vampiri, lupi mannari e demoni, un bel momento tornerà fuori anche quel Dio che Nietzsche ha dichiarato morto e che Freud ha relegato fra le patologie della psiche, spiegandolo come una ipertrofia angosciosa della figura paterna? E quale scandalo più grande di quello, in un mondo perfettamente autocentrato e soddisfatto del dominio che la tecnoscienza sta regalando agli uomini nei confronti della natura?
Se, dunque, Dracula, Frankenstein e Roderick Usher sono soggetti politicamente scorretti, perché reazionari, come non riservare un analogo giudizio al pistolero Tex Willer e a Zagor, lo Spirito con la Scure; a Topolino e Tiramolla; a Madrake e Nembo Kid; a Dylan Dog e a Rin Tin Tin; a Cucciolo e al Piccolo Ranger: tanto per citarne alcuni fra i più biecamente reazionari?
Certo, qualche eccezione la possono sempre fare, i signori intellettuali: chi non ricorda il favore col quale l‘establishment culturale, perfino quello nostrano, accolse i fumetti di Charlie Brown dell’ebreo americano Charles M. Schulz? In quegli anni, leggere «Linus» andava di gran moda, anche e soprattutto fra gli studenti delle superiori e fra quelli universitari: un fumetto, certo; ma vuoi mettere?, quello era un fumetto che si poneva in maniera critica e intelligentemente pensosa nei confronti della società capitalista, non senza un tocco di patetismo romantico e sentimentale, tipo «Love Story» di un altro celeberrimo ebreo americano che furoreggiava a quell’epoca, Erich Wolf Segal. Davanti a Charlie Brown e ai suoi amici, tutti bambini precocemente saggi e disincantati, come altrettanti Woody Allen in sedicesimo, i lettori si scioglievano quasi in lacrime di nostalgia e di struggimento.
Qualche altro lasciapassare veniva distribuito, però sottobanco, anche ai più palesemente innocui protagonisti dei fumetti per bambini, come l’Orso Yoghi alla perenne ricerca di cestini della merenda da saccheggiare fra i turisti del Parco di Yellowstone; o come Tarzan delle Scimmie, che, pago di fare il re della foresta in qualche dimenticata plaga africana, tutto sommato non faceva gran danno, benché insopportabilmente bianco in tempi di furiosa decolonizzazione.
Pochi, però, i lasciapassare e avaramente distribuiti: prova ne sia che Sergio Tofano, invece di essere riconosciuto come uno dei nostri scrittori e disegnatori più originali, è stato relegato a vita nel Limbo di quegli autori che non sono né carne né pesce o che sono, al massimo – come Vamba, Collodi e De Amicis – i migliori amici della nostra infanzia, ma dei quali, divenuti grandi, inevitabilmente ci si vergogna un poco.
E allora, diciamolo forte e chiaro: i fumetti – quelli ben fatti, quelli ben disegnati e ben concepiti, ma senza pretese intellettuali e tanto meno progressiste – sono una delle cose migliori che ci offra l’industria del tempo libero; industria, certo: ma quando i patti sono chiari e ciascuno si presenta con franchezza per quello che è, dove sta il problema?
Il problema si pone quando la prostituta vuol passare per nobildonna, quando il furbastro del copia e incolla vuol passare per grande filosofo: allora sì, che abbiamo a che fare con un problema; e bello grosso, anche, stante l’ipocrisia che favorisce certi comportamenti, purché vi sia un certo rispetto delle forme e una certa abilità mimetica nello spacciarsi per altro da quel che si è. Ma la prostituta che batte il marciapiede ha una sua dignità, che le deriva dal mostrarsi per ciò che è realmente; mentre la escort di lusso, che va a passar la notte nelle ville dei potenti, non possiede quella dignità, perché finge di essere ciò che non è.
Il fumetto, dunque, che passione! E che passione non solo per i bambini, ma anche per gli adulti! Il fumetto fa sognare, alimenta la fantasia, mantiene spiritualmente giovani; il fumetto è una galoppata sulle praterie del Far West, una trasvolata sul tappeto magico di Aladino, una finestrella spalancata sull’immensa bellezza del mondo.
Perciò, cari adulti, smettetela di vergognarvi e di leggere i fumetti di contrabbando, nascondendo la copertina quando siete in prossimità del luogo di lavoro o, comunque, in un luogo pubblico, dove altri vi osservano e, forse, vi giudicano: sventolateli con allegria e con fierezza i vostri amati fumetti, alla faccia degli intellettuali rachitici e superciliosi, della loro plumbea seriosità e del loro funereo progressismo.
Se vi vergognate dei fumetti che leggete, siete degli ipocriti, che sputano nel piatto in cui mangiano; e anche dei pavidi, che si vergognano dell’amante con cui fanno l’amore ogni sera, ma solo con la complicità delle tenebre. Abbiate il coraggio della vostra giovinezza interiore, del vostro amore per la fantasia, della vostra nostalgia per l’avventura! Di che cosa vi dovreste vergognare? Meno di tutti, dovreste vergognarvi davanti ai vostri figli; al contrario: non sapete che, leggendo insieme a loro i fumetti preferiti, state dando una magnifica lezione di autenticità, di freschezza, di scanzonato anticonformismo?
Nel film di Eric Rohmer «La collectioneuse», due giovani uomini, debitamente intellettuali e progressisti, si scatenano a deridere e insultare una ragazzina tutta pepe, che fa l’amore con disinvoltura ma si concede solo a chi vuole lei; un tipetto apparentemente facile e, invece, con una forte personalità: ebbene, fra le altre cose, la ragazzina si fa vedere da loro mentre s’immerge devotamente nella lettura dei fumetti di Tarzan. Orrore degli orrori, ai due intellettuali la cosa sembra la suprema provocazione, l’oltraggio fatale all’umana intelligenza: qualcosa di inconcepibile e di intollerabile; la prova provata della assoluta inconsistenza di lei.
Ma è proprio vero che le cose stanno così? Non è forse molto più vera, molto più onesta la ragazza, scandalosamente “primitiva” e “incolta”, per non dire ignorante, che legge con tanto gusto i fumetti di Tarzan, che non quei due giovani così per bene, così al passo con le ultime tendenze dell’esistenzialismo parigino e che, oltretutto, come i due biblici vecchioni con la casta Susanna, muoiono d’invidia perché la loro bella coinquilina si concede a tutti quanti, ma non a loro, e sfogano quell’invidia impotente con la denigrazione intellettuale e il più biecamente meschino disprezzo maschilista?
Quanto a noi, non abbiamo il minimo dubbio: cento volte, mille volte meglio di tutti gli pseudo-intellettuali à la page è l’impenitente lettrice di fumetti, così stupendamente fresca e viva, così scandalosamente provocatoria nella sua aspra e scomoda innocenza.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/04/2011 e del 01/02/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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