sabato, 25 Settembre 2021
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Il commercio internazionale di animali esotici è fra le prime cause della loro estinzione

Il commercio internazionale di animali esotici è fra le prime cause della loro estinzione. La società contemporanea che Zygmunt Bauman ha definito “liquida” favorisce un senso generale di deresponsabilizzione generale di Francesco Lamendola

Il fatto che il nostro vicino di casa abbia deciso di tenere in casa un serpente tropicale o che il riccone che abita nella villa in collina abbia avuto la bella pensata di divertire i suoi bambini allevando addirittura un ocelot, o magari niente meno che un tigrotto (che cosa ne farà quando il felino sarà diventato grande, è un mistero) può sembrarci semplicemente una stranezza, una eccentricità e, ovviamente, un assurdo spreco di denaro.

Invece non è soltanto questo; vi è un’altra considerazione che dovremmo fare, davanti a simili fatti, che in questi ultimi anni sembrano farsi sempre più frequenti, al punto da apparirci ormai quasi normali e sia pure un po’ snobistici: vale a dire il contribuito che essi danno al progressivo impoverimento e, in alcuni casi, all’estinzione di specie animali esotiche.

Naturalmente si potrebbero fare anche delle considerazioni morali sulla crudeltà di simili pratiche; si potrebbe osservare che, per ogni esemplare vivo che giunge presso i venditori europei o nordamericani, almeno tre o quattro soccombono alle trappole dei cacciatori, soffocano nelle loro reti o  cadono sotto i loro proiettili e che, spesso, i cuccioli vengono separati dalla loro madre, chiusi in gabbie piccolissime e sottoposti al trauma di un lungo trasferimento in nave o in aereo verso la loro destinazione finale, ossia le nostre case.

Limitandoci, comunque, all’aspetto pratico, è ormai fuori di dubbio, cifre alla mano, che il commercio internazionale degli animali esotici non costituisce una specie di curiosità sociologica, ma un potente fattore di minaccia d’estinzione per un numero sempre crescente di specie; e lo stesso discorso si potrebbe fare per numerose piante esotiche.

Il guaio è che tale commercio costituisce anche una formidabile fonte di guadagno a livello mondiale e quindi una realtà molto difficile da contrastare; peraltro, va notato che il profitto principale è riservato a pochi individui, i grandi commercianti, mentre i cacciatori e i bracconieri incaricati della cattura materiale ricevono solamente le briciole di questo miliardario giro d’affari, e una modesta fettina va a finire nelle tasche degli avvocati che difendono gli interessi, non sempre legittimi né moralmente puliti, dei commercianti medesimi.

Poco altro va a rappresentare il guadagno dei rivenditori e dei negozianti occidentali; mentre ad aprire il portafogli sono i destinatari finali, ossia gli acquirenti europei e statunitensi, disposti a pagare cifre ragguardevoli pur di assicurarsi il possesso di animali rari; nel caso dei giardini zoologici, dei musei naturalistici o dei laboratori scientifici, non si tratta di singoli individui ma di istituzioni pubbliche o private, che dispongono di grossi capitali e che ammantano e nascondono la loro incessante domanda di animali esotici dietro motivazioni in apparenza legittime e perfino encomiabili.

Si arriva, per esempio, al paradosso di alcuni zoo che fanno di tutto per assicurarsi l’acquisto di animali in via di estinzione, con la nobile motivazione di voler contribuire alla preservazione della specie, sia pure in cattività; mentre proprio la caccia indiscriminata e la cattura di essi, anche da parte di istituzioni scientifiche, costituisce uno dei maggiori fattori della loro rarefazione e della minaccia di estinzione che incombe sempre più da vicino su tutta una serie di specie.

La domanda di animali selvaggi, con i quali impreziosire le nostre case o magari offrire un diversivo inusuale ai nostri bambini, si ripercuote sull’intero ecosistema terrestre e contribuisce, per la sua parte, alla situazione complessiva di squilibrio, sempre più drammatico, caratterizzante i rapporti fra la specie «Homo sapiens» e tutte le alte forme di vita presenti sul pianeta Terra, quasi tutte ormai gravemente minacciate nella loro sopravivenza.

È possibile, anzi probabile, che molte delle persone le quali acquistano animali esotici non sappiano di rendersi, per ciò stesso, corresponsabili di una autentica tragedia ecologica; più difficile è immaginare che non se ne rendano conto quanti acquistano prodotti ricavati da animali, ad esempio pellicce di foca, di leopardo o borsette di coccodrillo e via dicendo: in tutti questi casi la relazione fra commercio ed estinzione è così ovvia ed intuitiva, che è semplicemente impossibile non coglierla, con tutte le sue implicazioni.

Altra cosa è, poi, se ad un tal genere di consapevolezza non si sa o non si vuole attribuire una precisa responsabilità morale: perché ciò avvenga, è necessario che esistano almeno due condizioni preliminari: un senso etico individuale sufficientemente sviluppato e maturo e una conoscenza, anche vaga e superficiale, dei meccanismi del commercio internazionale, di cui il commercio di animali rari ed esotici è un caso particolare.

Perché di questo, in realtà, si tratta: di saper fare i propri acquisti in maniera responsabile e consapevole; di far sì che le proprie scelte quotidiane, nell’ambito dei bisogni, siano in armonia con gli equilibri esistenti nella biosfera, di cui l’uomo stesso è parte; e, prima ancora di ogni altra cosa, di saper riconoscere e distinguere un bisogno autentico, e dunque legittimo, da un bisogno artificiale, indotto dal gioco effimero delle mode, della corsa all’ostentazione del proprio status sociale, del consumismo esasperato.

Scriveva, ormai trent’anni or sono, il naturalista e ricercatore Robert Allen, nel suo ormai classico «Salvare il mondo. Una strategia per la conservazione della Natura» (titolo originale: «How to Save the World.  Strategy for World Conservation», 1980; traduzione italiana di Lina Lenci, Milano, Mondadori, 1981, pp. 106-09):

«Il commercio internazionale di piante e animali selvatici e dei loro prodotti non si limita – come si pensa – a qualche a qualche negozio locale che vende souvenir per turisti, ma una rete commerciale ben organizzata rifornisce un vasto mercato in espansione, sopratutto nei paesi industrializzati, procacciando “merci” sempre più scarse, strappate alla natura e provenienti per lo più dai Paesi in via di sviluppo. Questo genere di commercio riguarda talvolta animali vivi, destinati a diventare compagni dell’uomo o ad essere venduti ai giardini zoologici e ai circhi, agli acquari e ad altre collezioni; animali vivi destinate alla sperimentazione di nuovi prodotti chimici o a ricerche biologiche; piante vive per l’orticoltura. Si fa altresì commercio di prodotti ricavati da piante o animali uccisi: cuoi e pelli, per l’industria dei pellami e delle pellicce di lusso; carne e pesce esotici, per l’alimentazione più raffinata, una lunga serie di altri prodotti di origine animale e vegetale, destinati ad usi farmaceutici o per farne profumi o afrodisiaci, o da usare a scopo ornamentale, come investimento o come esemplari da museo.

Questo commercio consente grandi profitti, non però a vantaggio dei contadini o dei cacciatori, legittimi  di frodo, bensì dei commercianti e degli intermediari, che si trovano per lo più in Europa o in Giappone o in centri commerciali, come Hong Kong o Singapore. […] Il commercio di piante e animali selvatici avviene per lo più alla luce del sole,  ma una parte importante di esso si svolge in un vero e proprio mercato nero, attraverso canali e con metodi non dissimili da quelli del traffico della droga. Questo commercio ha ora un impatto pericoloso su molte specie viventi e su molti ecosistemi.

Le tartarughe marine vengono uccise non soltanto per  la pelle per corazza o per farne la zuppa, ma anche per soddisfare una domanda insaziabile di afrodisiaci. Nel Messico, per esempio, le tartarughe gravide vengono uccise, giacché si ritiene che le uova, in quella fase del loro sviluppo, siano afrodisiaci particolarmente efficaci.  Non meno grottesco è il commercio delle tartarughe neonate, che vengono imbalsamate e laccate per essere poi vendute ai turisti, particolarmente nel Messico, nelle Piccole Antille  e in Estremo Oriente.

Sei delle sette specie di tartarughe marine oggi esistenti sono minacciate d’estinzione. Con l’eccezione delle testuggini bianche (“Cleonida mydas”) australiane, il commercio internazionale di tutte e sei queste specie è ora proibito secondo i regolamenti della CITES (Convention of International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) […]

Molti altri animali vengono decimati per effetto del commercio. In Alaska, sono state viste piccole imbarcazioni cariche di teste di tricheco: gli animali erano stati decapitati per le loro zanne preziose. Il numero degli uccisi è in aumento, anche se si è diffusa l’abitudine di usare le zanne degli elefanti africani per produrre oggetti intagliati con “avorio di tricheco”. Qualsiasi animale che abbia la sfortuna di avere belle zanne è minacciato dal commercio di souvenir.

Ogni anno, le Filippine esportano dai due ai tre milioni  e mezzo di pesci tropicali marini destinati agli acquari. […]

Il commercio degli animali esotici raggiunge l’apice della crudeltà quando provoca lo sterminio delle femmine di alcune scimmie, quali lo uanderù o macaco sileno e il macaco dal berretto, in modo che i piccoli possano essere facilmente catturati e messi in vendita.  Scimmie di vario tipo, comprese quelle antropomorfe, sono molto richieste per gli zoo e i circhi; d’altra parte, la loro stretta parentela con la specie umana le rende preziose per le ricerche biomediche. . […]

Il commercio delle pellicce e delle pelli rappresenta una grave minaccia per le lontre, per tutti i felini con pelliccia macchiata, per i serpenti e i coccodrilli. Molti di questi animali sono soggetti a una protezione via via crescente, ma l’assenza di controlli, anche in un solo paese, basta per rendere talvolta inefficaci le misure protettive adottate altrove.

Benché molti paesi dell’America latina abbiano messo al bando la caccia e il commercio dei giaguari e gli ocelot, il commercio delle pelli di questi animali continua in misura notevole.  Alcuni paesi, infatti, consentono una facile scappatoia, autorizzando il transito o la lavorazione di pelli importate da altri paesi. […]

Via via che una certa specie diventa più rara e il commercio relativo viene sottoposto a crescenti restrizioni, altre specie simili sono cacciate più attivamente, finché anch’esse cominciano a scarseggiare. Per esempio, la rarità delle pelli di felini esotici ha provocato l’espansione del commercio delle pelli di altri animali, un tempo meno apprezzati, quali la lince rossa…»

La società contemporanea, che Zygmunt Bauman ha definito, con una immagine intuitivamente efficace,  “liquida”, favorisce un senso generale di deresponsabilizzazione, per cui sembra che, essendo ogni cosa dominata da poderosi meccanismi economici, vana sia una eventuale presa di coscienza del singolo e vana ogni velleità di impegno personale.

Che cosa può mai fare il singolo cittadino, quand’anche prendesse coscienza di certi meccanismi perversi dell’industria, dell’agricoltura o del commercio internazionale, contro il potere pressoché immenso delle multinazionali o dei grandi commercianti di animali esotici?

Ebbene, può fare molto: e la svolta potrebbe essere segnata da un diverso modo di fare la spesa e dal fatto di diventare un consumatore non più inconsapevole, ma consapevole.

Milioni di persone che incominciassero a fare la spesa in modo diverso, che non andassero più al supermercato, specie per quanto riguarda gli alimenti, ma presso le aziende agricole a conduzione biologica, costituirebbero una vera e propria rivoluzione dei consumi; e, quindi, determinerebbero un mutamento radicale degli assetti economici, sociali e culturali del pianeta.

Ed è precisamente di questo che abbiamo bisogno.

Oggi chi vuole essere informato in maniera corretta e veritiera, possiede infinite possibilità di esserlo, a dispetto delle innumerevoli forme di manipolazione che stampa e televisione, dominate dal capitale globale, operano quotidianamente, per ritardare in ogni modo o  per confondere tale presa di coscienza.

Le cose, però, incominciano ad essere chiare, nel senso che restare nell’ignoranza e nell’inconsapevolezza è diventata ormai una scelta, una scelta di cui il singolo individuo deve assumersi la precisa responsabilità davanti a se stesso, davanti ai propri simili e davanti all’intero ecosistema.

Allevare animali esotici, dunque, non è più solamente un costoso e raffinato capriccio: è una precisa scelta anti-ecologica, come lo sono la deforestazione incontrollata o l’inquinamento sistematico.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/09/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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