domenica, 13 Giugno 2021
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Il tatuaggio: decorazione o scultura vivente?

Vasti e prepotenti per chi vi si voglia avventurare, sono gli orizzonti filosofici che scaturiscono dalla scoperta di una nuova dialettica fra corpo umano e comunicazione estetica. (Articolo pubblicato sul numero 1, anno XXV del gennaio-febbraio 1987 di “Alla Bottega. Rivista Bimestrale di Cultura ed Arte”, pp. 50-51). di Francesco Lamendola

Nella moderna civiltà occidentale il tatuaggio è utilizzato solo a scopo di ornamento o per caratterizzare l’appartenenza a determinati gruppi sociali (marinai) o associazioni criminali (camorra). Nelle civiltà extraeuropee, e specialmente nelle società tribali, invece, la funzione di ornamento e quella sociale sono subordinate alla conservazione e alla trasmissione del patrimonio culturale e filosofico del gruppo. E tuttavia, anche limitando la nostra attenzione all’aspetto decorativo, quanta varietà e ricchezza di forme, quale esuberanza di fantasia rivelano la pratica del tatuaggio tribale!

      Dal punto di vista estetico (tralasciando, quindi, i significati razziali, sociali, religiosi) il tatuaggio muove dal presupposto che il corpo umano, in quanto occupa uno spazio e in quanto disegna delle forme nello spazio, è suscettibile di autentica espressione artistica. E così come esistono due tecniche fondamentali di tatuaggio, la pigmentazione e l’incisione diretta, esso rinvia per ciascuna di queste a una precisa forma espressiva: la prima alla pittura, la seconda alla scultura.

      La tecnica della pigmentazione è applicata alle carnagioni chiare e si realizza eseguendo una catena di minuscoli fori sull’epidermide lungo la linea del disegno prestabilito, nei quali viene poi applicato il pigmento (indaco, nerofumo, ecc.) che avrà carattere indelebile. La troviamo fra le popolazioni indigene delle due Americhe, fra quelle dell’Estremo Oriente, fra i Maori della Nuova Zelanda (ove era riservata alle classi nobiliari).

      La tecnica dell’incisione diretta, invece, è tipica delle popolazioni a carnagione fortemente pigmentata (scura), e quindi, in primo luogo, di quelle africane sub-sahariane.I popoli neri, come è noto, hanno uno spiccatissimo senso per il ritmo e per le arti plastiche. E così come eccellono nella danza (arte della figura in movimento nello spazio), del pari rivelano una autentica genialità nella scultura: su metallo, su legno, su avorio; e nel tatuaggio del corpo umano (arte della figura considerata in sé stessa, nella sua realtà tridimensionale).

       Come dicevamo, il tatuaggio artistico è possibile a condizione di credere nella eccellenza del corpo, nella sua centralità esistenziale, nella sua armonia naturale: e questa fede è appunto caratteristica delle società tribali, che vivono in perfetta simbiosi con l’ambiente fisico. Il corpo umano è dunque, potenzialmente, una statua (concetto che la nostra società tenta ora di recuperare col cosiddetto culturismo; ma anche, per altra via, con la danza, il pattinaggio artistico, la ginnastica artistica), che presso molti popoli africani possiede già naturalmente la plasticità e l’armonia che in occidente ha ritrovato solo nell’idealizzazione della scultura classica. Anche la forte pigmentazione dell’epidermide contribuisce a questo effetto (ma non siamo anche noi occidentali terribilmente sensibili al fascino di una bella abbronzatura?). Recentemente, una fotografa tedesca (che fu già strumento di propaganda ariana al tempo del Terzo Reich), Leni Riefensthal, ha realizzato dei servizi fotografici sui Nuba del Sudan, che possono considerarsi espressione di scultura allo stato puro.

    A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: che senso  può avere sovrapporre, col tatuaggio, una plastica meditata a una scultura già autosufficiente, qual è il corpo umano? Ebbene, il fascino del tatuaggio deriva appunto dalla scoperta di una dimensione estetica intermedia fra quella della ri-produzione, più o meno idealizzata e trasfiguraata (la scultura tradizionalmente intesa, su materiale apposito) e quella della realtà fisica naturale (il corpo umano). Nelle società tribali africane il tatuaggio, che si avvale dell’incisione diretta e di una vistosa cicatrizzazione ottenuta con l’impiego di sostanze irritanti sulle incisioni stesse, riesce così a realizzare un effetto tridimensionale potenziato, ottico e plastico insieme: un po’ come certa pittura moderna utilizza sia elementi figurativi sia oggetti sovrapposti come pezzi di stoffa, legni, ecc. Solo che nel tatuaggio africano il disegno-incisione ha lo scopo di rafforzare l’effetto plastico e, quindi, di sottolinearne il naturalismo, e consegue tale obiettivo assecondando le forme naturali e non tentando di sottometterle a una propria ideologia.

    Un buon esempio di ciò è dato dal tatuaggio in uso tra i Sara Ngambai, negri sudanesi di probabile origine nilotica (come rivela la struttura ossea longilinea e molto armoniosa), oggi stanziati nel Ciad meridionale, a settentrione del lago omonimo. Nelle giovani donne di questa tribù, ad esempio,  le incisioni decorative hanno la funzione di accentuare ed evidenziare la notevole bellezza e la proporzione delle forme di un corpo prestante, atletico: il loro effetto non è pittorico, ma richiama la cesellatura e, quasi, il bassorilievo.  Davanti ad esse, pare di trovarsi di fronte a uno dei famosi bronzi finemente lavorati del Benin, o a una statua eburnea dell’arte classica, eseguita con la tecnica del traforo. Ché di traforo, in realtà, si tratta; ma esso non è fine a sé stesso, non mette in ombra neppure per un istante le forme naturali. È ad esse perfettamente funzionale. Il tatuaggio si piega docilmente alla geometria del corpo: è obliquo e incrociato sullo sterno, onde valorizzare le curve scultoree dei seni; è concentrico sullo stomaco e sull’addome, dando l’impressione di irraggiarsi e, al tempo stesso, di far ritorno al punto focale dell’ombelico (il quale non è solo il centro mediano dell’anatomia umana ma anche, secondo le tecniche di respirazione orientali, ad esempio, il centro fisiologico vitale, e quindi metafisico). La compenetrazione dei due piani espressivi, plastico e decorativo, è totale. L’anonimo esecutore Sara del tatuaggio ha realizzato un’opera di scultura vivente, con il solo bagaglio teorico della tradizione, guidato da un istinto plastico che non teme il confronto con i migliori livelli qualitativi di una Accademia europea.

       Quale conclusione possiamo trarre da tutto ciò? Il particolare linguaggio espressivo del tatuaggio non è suscettibile di coerenti sviluppi nell’ambito della nostra civiltà artistica, perchè presuppone un tipo di rapporto fra l’uomo e la natura (anche la natura del proprio corpo) che noi abbiamo da gran tempo perduto, né lo potremo, verosimilmente, recuperare. Ma nel campo delle arti plastiche e  figurative, così come Modigliani aveva genialmente intuito, il campo di applicazione delle forme espressive africane, prima fra tutte il tatuaggio, è immenso e ancora quasi inesplorato. Né meno vasti e prepotenti, per chi vi si voglia avventurare, sono gli orizzonti filosofici che scaturiscono dalla scoperta di una nuova dialettica fra corpo umano e comunicazione estetica. Questo purché si sappiano evitare le secche di una banalizzazione ingenuamente narcisistica e di una standardizzazione estetica che tutto appiattisce e livella sul metro di uno pseudo-primitivismo sciatto e grossolano, imposto dal kitsch dell’ultimo grido della moda.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 01/10/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Aprile 2020

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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