lunedì, 20 Settembre 2021
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Il Vittorioso, molto più che un giornalino a fumetti

Fu fondato nel 1937 da don Francesco Regretti ed è stato una scuola di vita e nello stesso tempo un monumento di intelligenza, amore della cultura di Francesco Lamendola  

Il Vittorioso, fondato  nel 1937 da don Francesco Regretti e terminato nel 1970 (dopo che, negli ultimi tre anni, aveva cambiato il titolo in Vitt e subito una radicale riforma editoriale) è stato molto, ma molto di più di un “semplice” giornalino a fumetti: è stato una scuola di vita e, nello stesso tempo, un monumento di intelligenza, amore della cultura, finezza pedagogica, stile e bravura artistica. È stato un vanto della stampa periodica per ragazzi, tale che il mondo intero ce lo invidiava E, come tante altre cose belle, intelligenti e amorevoli create in Italia da italiani appassionati e pieni di buona volontà, non è stato apprezzato, probabilmente, quanto avrebbe meritato: altrimenti l’Italia non lo avrebbe mai lasciato andare. Certo, era pubblicato dalla casa editrice A.V.E. emanazione dell’Azione Cattolica; era stato concepito e diretto da dei sacerdoti; esprimeva i valori cattolici; e la morale di cui era veicolo, era la morale cattolica (mai, però, in forme bigotte o invadenti): eppure, aveva una dimensione universale, e poteva piacere a chiunque fosse capace di apprezzare ciò che è bello, intelligente, creativo e ben fatto. Era una miniera di stimoli per la fantasia, per la curiosità ben diretta e per la “scoperta del mondo” da parte dei bambini e degli adolescenti (e, senza dubbio, anche per parecchi genitori, e adulti in genere). Vi hanno collaborato alcune delle penne migliori e dei disegnatori più bravi, in assoluto, della storia del fumetto. Ne avessimo ancora, di giornalini per ragazzi come quello. Quando si pensa al fiume di denaro pubblico che va a finanziare la stampa, la televisione, il cinema e altre iniziative culturali o pseudo culturali, e perfino, come recentemente si è visto, orge omosessuali da parte di sedicenti istituzioni create dal Parlamento per le “pari opportunità” (alludiamo alla squallida vicenda che ha portato alle dimissioni del direttore dell’Unar), e si riflette a come fu lasciato morire un giornalino del valore del Vittorioso, si provano una tristezza e un’amarezza immense: è proprio vero che l’Italia non sa apprezzare i suoi figli e le sue cose migliori, e pone invece ogni studio a promuovere e celebrare i suoi uomini e le sue cose peggiori. Una costante, metodica, implacabile selezione alla rovescia, che ci lascia sempre più impoveriti delle nostre ricchezze e sempre più mortificati nelle nostre potenzialità, mentre si assiste alla discutibile carriera, al successo mediatico e alla popolarità di personaggi senza idee, senza ombra di buon gusto, senza cultura, i quali promuovono una sorta di antipedagogia, a discapito dell’intera società e specialmente dei giovani.

Quanto hanno amato i giovani, invece, e come hanno saputo amarli nel modo giusto, i direttori (dopo don Regretti, Luigi Gedda, Carlo Carretto, Enrico Vinci, Mario Rossi, Silvio Bettocchi, Paolo De Sandre) e i loro collaboratori, che per più di quarant’anni – con pochi mesi di pausa forzata, durante l’occupazione tedesca di Roma dal settembre 1943 al giugno 1944 – hanno fatto entrare nelle case, con cadenza settimanale, Il Vittorioso; che poteva essere acquistato sia in edicola, sia in parrocchia, sia tramite abbonamento. Due generazioni di ragazzi hanno sognato su quelle storie, su quei disegni, su quei personaggi, su quelle situazioni, che univano lo spirito avventuroso, l’amore della scoperta, i viaggi e le esplorazioni in paesi lontani, alla celebrazione di virtù come il coraggio, la tenacia, la modestia, l’onestà, la lealtà, l’amicizia, il gusto delle cose ben fatte, del lavoro portato a termine, degli impegni rispettati, delle promesse mantenute, degli obblighi assolti, della coscienza pulita e in pace con Dio e con il prossimo. Sì, i buoni sentimenti: e non è strano che il giornalino sia uscito di scena allorché, con la cultura del ’68, son venute di moda la trasgressione, il dileggio, il sospetto, il rifiuto della tradizione, la rivolta contro i padri, il gusto dello sberleffo, il piacere del grottesco, del deforme, del pornografico, insieme a un edonismo amorale, feroce, spacciato per conquista della propria libertà e per affermazione dei diritti della persona. Anche il clima nella Chiesa era cambiato; anzi, era cambiato ancor prima del ’68 “laico”: era cambiato con il Concilio e con certe sue immediate, incontrollabili derive, sotto forma di spinte disordinate, di improvvisazioni liturgiche e pastorali. No, non c’era più posto per Il Vittorioso, a quel punto.

La filosofia di vita del giornalino era quella che si riflette nei valori cristiani e cattolici, ma con un ampio spazio riservato alla fantasia, all’intraprendenza, allo spirito del lavoro, del sacrificio e della fatica rivolta a un giusto scopo. C’erano moltissime storie di viaggiatori, di esploratori, di soldati, di missionari, di eroi, di martiri, insomma di personaggi un po’ (o magari parecchio) “salgariani”, però non bisogna credere che venissero esaltate solo le vicende eccezionali e le personalità fuori del comune: anche l’umile vita quotidiana veniva celebrata, anche la fedeltà alle piccole cose, anche il culto degli affetti familiari, anche la semplice, quotidiana capacitò di far bene il proprio dovere e di portare agli altri il tesoro prezioso della parte migliore di sé: il tutto in un clima di serenità, ma anche di fierezza. Ecco: alla base della filosofia del Vittorioso, c’era la fierezza; c’era l’idea che la vita non è fatta per essere goduta in maniera puramente edonista e individualistica, ma per essere condivisa e per trasformarsi in una offerta d’amore, cosa che è possibile solo attraverso una quotidiana disciplina dei sentimenti, delle passioni, della volontà e della stessa immaginazione.

Per esempio, nel numero del 10 marzo 1950, una pagina, disegnata da Gianni De Luca e intitolata Per diventare uomo!, (sì: col puto esclamativo), forniva, con l’aiuto delle immagini, una serie di sani consigli per fare un buon uso della propria vita. Ecco il testo completo, distribuito nelle diverse vignette:

L’Universo è una costruzione meravigliosa. Ogni ammasso di stelle, ogni pianeta, ogni cometa, ogni corpo celeste, piccolo o immenso, ha un suo corso, ha la sua strada, ha il suo compito da adempiere negli spazi infiniti del cielo.

Osserva la natura che vive intorno a te. Ogni filo d’erba, ogni formica, ha il suo “perché”, è utile a qualcosa, nell’armonia del creato: ciascun essere è come una nota di un grande concerto senza stonature.

Così è nel mondo degli uomini. – Ciascuno ha il suo posto nella vita  piccolo o grande non importa. Ciascuno adempie alla sua missione come può. Ciascuno di noi è utile agli altri, e tutti gli altri sono utili a noi.

Coloro che non sanno far nulla di buono e vivono sfruttando gli altri, si chiamano parassiti e sono disprezzati da tutti.

E tu, sai renderti utile con il tuo studio e con il tuo lavoro?

Per diventare un uomo e non essere domani un “parassita”:

– Non lamentarti della condizione in cui ti trovi, non desiderare di essere più ricco, più potente, più forte… Accetta sorridendo il posto in cui Dio ti ha messo.

– Compi bene i tuoi doveri di oggi, sia tu studente e operaio o contadino, con fierezza e con gioia.

– Ama il tuo babbo che lavora, ed ascolta i buoni consigli: ti aiuteranno a prendere il tuo posto nella vita.

Di tutto questo discorso, così semplice e cristallino nel suo riflettere i veri valori della religione cattolica e della visione cattolica della vita,  e che, appunto per questo – ne siamo arcisicuri – non piacerebbe ai cattolici progressisti e neomodernisti, semiprotestanti e filo-giudaici che fanno, oggi, il bello e il cattivo tempo nella Chiesa, e si sono impadroniti di tutta l’editoria e di quasi tutte le testate giornalistiche, il passo decisivo, che riassume tutto il resto, è: Accetta sorridendo il posto in cui Dio ti ha messo. Per i non cattolici e gli anticattolici, una tale filosofia è “fatalismo”, “rassegnazione”, e quindi, logicamente, “oppio del popolo”; per i cattolici progressisti e smaniosi di “dialogare” con l’universo mondo ma specialmente con chi odia la Chiesa e vorrebbe vederla distrutta – o, il che è lo stesso, evirata dei propri contenuti specifici, e annacquata in un mare zuccheroso di buoni proponimenti morali, in pretto stile New Age – è il residuo di una mentalità fideista, rinunciataria, dominata dalla soggezione verso il potere e frutto di una scolare collusione fra i vertici della Chiesa e i potenti di questo mondo. invece, ripetiamo, in quella frase c’è tutto il senso più profondo del Vangelo; e senza dimenticare quel gerundio, “sorridendo”, che stempera la rigidità del verbo “accettare” e trasforma l’accettazione del posto in cui Dio ci ha messi da uno stato d’animo passivo in uno attivo, da uno stato d’animo malinconico in uno gioioso. Perché l’essenza del Vangelo è proprio questa; accettare la volontà di Dio, e quindi accettare anche la croce, quando arriva – perché arriverà certamente, e arriverà in misura direttamente proporzionale alla serietà con cui avremo fatto la Sua volontà -, ma accettarla sorridendo, cioè con animo lieto, con la coscienza che la sofferenza del cristiano non è inutile, ma è preziosa agli occhi di Dio, sia come offerta di sacrificio in espiazione del male, sia come scuola di contemplazione e di adorazione di Cristo, che ha intensamente sofferto per amore degli uomini.

Comunque, tornando al Vittorioso, non si può capire fino a che punto esso abbia operato in senso benefico su milioni di giovani italiani, se si prescinde dalla qualità degli artisti che vi hanno prestato la loro collaborazione e che vi hanno profuso i tesori della loro fantasia e della loro eccellenza grafica, contribuendo così potentemente a preservare e valorizzare, nel bambino e nell’adolescente, quella visione incantata del mondo – incantata e, nello stesso tempo, pulita – senza la quale il futuro adulto entra nella fase delle decisioni autonome, mutilato di una parte essenziale della propria qualità umana, e cioè reso duro e insensibile da un modo di porsi meramente utilitaristico nei confronti degli altri e nei confronti della vita. Richiederebbe troppo spazio soffermarsi su questi bravissimi disegnatori e pittori, o anche solo ricordarli tutti, così come meriterebbero: da Corrado Caesar a Sebastiano Craveri, da Giulio Ferrari a Ruggero Giovannini, da Franco Benito Jacovitti ad Alberto Tosi. Non è detto, però, che non lo faremo, a tempo debito, un po’ alla volta; per intanto, e a semplice titolo di esempio, vorremmo spendere due parole su uno dei più dotati di questi artisti della matita, Franco Caprioli (Mompeo, Rieti, 1912-Roma, 1974), illustratore di alcune delle storie più romantiche, più avvincenti, più indimenticabili de Il Vittorioso. Nelle storie a fumetti da lui disegnate, come L’elefante sacro (su un soggetto di Luigi Motta), o Mac Procops, principe di Scozia, e Al di là della “Raya” (dedicato, quest’ultimo, a rievocare la circumnavigazione del mondo da parte della spedizione di Ferdinando Magellano, documentata dal vicentino Antonio Pigafetta) egli sapeva creare un clima particolarissimo, estremamente realistico, eppure, al tempo stesso, quanto mai immaginoso, che afferra il lettore e lo trascina direttamente laggiù, sulle onde dell’oceano, al largo di isole misteriose, tra il fischiare del vento, lo sbattere delle vele e lo stridio dei gabbiani. I ragazzi che hanno letto quelle storie ne hanno riportato un’impressione fortissima, che li avrebbe accompagnati per il resto della vita. In quelle storie, in quei disegni, in quei dialoghi, c’era tutto: il fascino dell’esotismo e lo spirito di avventura, la capacità di lottare per raggiungere la meta e l’esaltazione della nobiltà, del coraggio, della sincerità, dell’attitudine all’abnegazione in vista di un bene più grande del semplice vantaggio o profitto personali. E tutto questo in un così piccolo spazio, in quei pochi centimetri carta, in quelle poche pagine di un giornalino. Ma proprio questa è la caratteristica delle grandi fiabe, dell’affabulazione narrativa: catturare il pubblico e trasportarlo, come su un tappeto magico, nei luoghi e nei tempi più lontani e diversi, distogliendolo, per un poco, dalla dimensione ordinaria del tempo e dello spazio e spalancandogli davanti, così, uno squarcio d’immensità, e facendogli quasi assaporare il profumo intenso e struggente dell’infinito. Quanto bene farebbe, ai bambini di oggi, invece di passare ore ed ore al computer, o attaccati al loro smartphone, lasciarsi rapire dolcemente da una storia a fumetti come quelle che sapeva creare con tanta perizia Franco Caprioli. E quanto sono stati fortunati quei ragazzi degli anni ’40, ’50 e ’60, i quali, pur immersi in una realtà economico-sociale senza dubbio modesta, se paragonata a quella delle generazioni successive, si sono dissetati alle sorgenti della fantasia con giornalini come Il Vittorioso, e poi – ahimè, solo per pochi anni – ai programmi della buona tv “didattica” del canale unico, quando vi collaboravano artisti del calibro di Sergio Tofano e vi recitavano attori provenienti dal teatro, come Tino Carraro, Lea Massari, Giorgio Alberazzi, Luigi Vannucchi, Raoul Grassilli, solo per citarne alcuni.  Il mondo evocato da una pubblicazione come Il Vittorioso sapeva di buono, sapeva di pulito. Incitava i ragazzi a prendere la vita con serietà, a porsi degli obiettivi, ad adottare uno stile di vita sobrio, dignitoso, alacre, e, allo stesso tempo, nobilmente disinteressato, spirituale. La stessa qualità grafica dei disegni sottolineava tali aspetti dell’esistenza: l’amore della sostanza, non dell’apparenza; il fascino, non la bellezza banale e commerciale; il senso del mistero, non la pretesa di sapere e capire tutto. Vi son cose che si devono accettare pur senza comprenderle, perché la vita è un dono; e con i doni, a volte, passano anni ed anni, prima che si arrivi a capirne il valore…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Luglio 2017

Del 15 Settembre 2020

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