domenica, 13 Giugno 2021
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La parabola dell’astrologia rinascimentale da olismo armonioso a bruto meccanismo

È dai tempi di Will-Erich Peuckert: l’astrologia che non ci capitava di leggere sull’argomento un testo valido come quello di Kocku von Stuckrad di Francesco Lamendola  

È dai tempi dell’ottimo testo di Will-Erich Peuckert, L’astrologia (Stuttgart, 1960; traduzione italiana Roma, Edizioni Mediterranee, 1973) che non ci capitava di leggere sull’argomento un testo così ponderato e bene impostato come quello di Kocku von Stuckrad, Storia dell’astrologia. Dalle origini ai nostri giorni (titolo originale Geschichte des Astrologie, München 2003; traduzione italiana Milano, Arnoldo Mondatori, 2005). Questo giovane studioso tedesco (è nato nel 1966), dopo aver insegnato Storia delle religioni a Bayreuth, occupa attualmente la cattedra di Filosofia ermetica presso l’Università di Amsterdam e ha già pubblicato Das Ringen um die Astrologie nel 2000, Schamanismus und Esoteriknel 2003 e, con Hans G. Kippenberg, Einführung in die Religionswissenschaft, sempre nel 2003.

L’approccio di von Stuckrad è rigorosamente storico-documentaristico e travalica di molto l’ambito specialistico per investire problematiche fondamentali riguardanti la scienza e il pensiero, partendo dalla constatazione che l’astrologia è una delle scienze più antiche dell’umanità e che ne accompagna passo passo l’intera evoluzione, almeno fino alla grande rottura verificatasi con l’astronomia “scientifica” tra Cinque e Seicento. La parte più interessante, a nostro giudizio, della sua Storia dell’astrologia è quella dedicata al periodo rinascimentale e, in particolare, alla triade Ficino-Pico della Mirandola-Pomponazzi, che segna una vera e propria svolta da una visione del cosmo olistica, organicistica e armoniosa ad una tipo di tipo razionalistico, riduzionistico e meccanicistico.

Dopo aver ricordato che lo sviluppo dell’astrologia rinascimentale non fu affatto dovuto a una improvvisa scoperta ma procedette per gradi, attraverso il tardo Medioevo, e culminò nella riscoperta di una “sapienza originaria” (con traduzione dal greco in latino, da parte di Ficino, del Corpus Hermeticum nel 1471), von Stuckrad passa ad analizzare la diversa posizione e le diverse motivazioni di questi tre importanti pensatori nei confronti della scienza astrologica e, più in generale, del suo rapporto col sapere e con la libertà umana.

La concezione astrologica di Marsilio Ficino, quale si evince specialmente dalla sua opera principale, il De vita, è complessa e può apparire perfino contraddittoria, se non se ne conoscono adeguatamente tutte  le premesse filosofiche. Ricollegandosi alle correnti gnostico-ermetiche dell’antichità, e imbevuto di filosofia neoplatonica, egli concepisce un cosmo vivo, in cui esistono segrete corrispondenza fra tutto ciò che è animato (compresi gli astri) e sviluppa una concezione dell’astrologia che potremmo definire magico-filosofica.

Nella sua Storia dell’astrologia (ed. cit., pp. 170-171) von Stuckrad afferma:

“A partire dal principio del pensiero per corrispondenze,  che lega uil mondo celeste a quello terreno e quello ideale a quello materiale, c’è l’idea di un regno strutturato in  livelli, le cui parti tendono  tutte alla perfezione. Al centro c’è l’anima nella sua triplice forma, cioè anima del mondo, anima delle sfere e anima umana. L’anima umana è un diretto riflesso dell’anima del mondo, dunque in ultima analisi un riflesso di Dio(il che talvolta procurò a Ficino l’accusa di hybris). A ogni modo, l’uomo è legato al cosmo in maniera triplice: attraverso lo spirito è in collegamento con le più alte dimensioni spirituali, l’anima lo lega all’anima del mondo, e il corpo infine appartiene al regno della natura e dunque della necessità. L’uomo è in tal modo saldamente integrato nell’ordine cosmico.

“È da notare che secondo Ficino l’uomo è soggetto al destino e alla predizione solo sul piano materiale e corporeo; a un livello  razionale e spirituale, invece, è libero e capace di conoscenza. (…) Dai livelli più alti e più vicini al divino vengono emanati influssi planetari verso i livelli inferiori che si corrispondono tra loro in maniera esatta. Allo stesso tempo, per Ficino il mondo è vivificato da innumerevoli anime, tutte legate tra loro.”

Ecco allora che la magia naturalis, per Ficino, altro non è se non l’intervento dell’uomo nella complessa rete delle correnti energetiche di corrispondenza, ove tutto è legato a tutto e l’uomo è un microcosmo che riproduce l’intero macrocosmo, ad esempio nella corrispondenza che esiste fra singoli organi del corpo e determinati corpi celesti.

A questo proposito, nel suo ormai classico saggio L’umanesimo italiano (Bari, Laterza, 1952; prima edizione in tedesco: Der italienische Humanismus, 1947), Eugenio Garin aveva del pari ricordato che (ed. 1966, p. 113-114)

“(…) il nucleo dottrinale dell’opera del Ficino è, ancora, l’Unità fontale che si esprime in un complesso di aspetti direttamente intuiti, «non altrimenti che innumerabili numeri i quali, nelkla unità originale di quelli, sono una cosa sola, e innumerabili linee in un centro individuo sono una cosa sola e individua» (A. Ficino, Orphica comparatio Solis ad Deum).

“Conoscere, e quindi ascendere a Dio, è vedere ogni aspetto della realtà come momento, o tappa, grado, dell’unitaria serie del tutto; risalire dal raggio al centro, secondo l’antica immagine; cogliere nelle cose l’insufficienza loro per giungere così alla divina sufficienza. Poiché ogni cosa è ‘specchio’ di Dio; ma ogni grado, se ci si affisi, ci si dimostra imperfetto e ci rimanda ad altro: le cose a noi stessi, noi stessi a Dio.(…)

“Unità e gradualità del tutto sono temi in Ficino strettamente congiunti, e formano la base di quella visione dei vari momenti come simboli, aspetti o specchi della divinità. D’altra parte i singoli gradi della serie delle cose (series, ordo, rerum) si dispongono secondo una convergenza verso l’Unità piena, partendo dalla corporeità, come quantità pura per procedere, attraverso la qualità, l’anima, l’angelo, fino a Dio. Convergenza, s’è detto, verso l’unità, che sola spiega la struttura del mondo, articolato in un ritmo musicale pulsante attraverso il recessum e l’accessum…

Passando a Pico della Mirandola, von Stuckrad osserva che questi, attraverso la sua ampia opera Disputationes adversum astrologiam divinatricem del 1495 (ma anche, implicitamente, nel De hominis dignitatem del 1486) si era scagliato duramente contro l’astrologia, pur avendo inclinato, nella prima parte della sua breve, folgorante parabola intellettuale, verso una concezione mistica fortemente influenzata dalla Cabala. Più che di una “conversione” della maturità in senso “illuministico”, in cui combatte l’astrologia in nome della lotta contro ogni “superstizione”, von Struckard ricorda l’elemento di continuità presente nel pensiero di questo filosofo: l’esaltazione della libertà, dignità e autonomia dell’essere umano, che lo portò da un lato a scagliarsi con veemenza contro il fatalismo dell’astrologia divinatrice (senza però negare che gli astri possano esercitare un’influenza sul mondo terreno, ma per vie del tutto naturali), dall’altro contro quelle interpretazioni del cristianesimo che tendevano, secondo lui, a sminuire il principio e il valore della libertà umana. Ironia della sorte, Pico morì a soli trentadue anni, nel 1494, poco prima della pubblicazione delle Disputationes, dopo che tre astrologi, fra i quali il medico senese Kucio Bellanti, suo oppositore, gli avevano predetto che egli non avrebbe superato il trentatreesimno anno di vita. Uno psicologo potrebbe vedere nella lotta di Pico contro l’astrologia un cosciente tentativo di superare l’angoscia che tale predizione dovette, senza dubbio, provocargli.

Scrive von Stuckrad (op. cit., p173-174):

“Fulcro degli scritti di Pico è una idea dell’uomo come magnum miraculum copula mundi, cioè grande miracolo e intermediario, vincolo della realtà. L’uomo non è più soltanto parte del mondo, ma autonomo e miracoloso signore della realtà. La sua libertà rappresenta perciò allo stesso tempo una frattura nell’ordine universale. Neanche Pico contesta gli influssi astrali sulle situazioni terrene, ma solo quando abbiano una relazione con cause naturali, come nel caso degli effetti del Sole e della Luna. Con lo sguardo rivolto all’astrologia, egli si chiede come possa sussistere come possa sussistere un rapporto di causalità tra principi generali e singoli avvenimenti. Una cosa che non è causa non può essere vista neanche come segno. Pico distingue radicalmente tra spiegazione razionale e mito, arrivando ad aprire tutti gli ambiti del sapere, purificati da ogni residuo di credulità, all’approccio della ragione umana. In questo sta l’importanza dei suoi scritti, che oltrepassa i confini del XV secolo.

“L’effetto delle Disputationes fu dirompente, non solo per le critiche concretamente in relazione dell’astrologia, che non erano affatto nuove, ma anche per la tematizzazione, mai formulata prima in questo modo, della posizione particolare dell’uomo rispetto al mondo e a Dio, e per la connessa liberazione della dignità umana da quella rete di rapporti che in precedenza lo rinchiudeva ma, allo stesso tempo, la teneva al sicuro.”

Ed eccoci a Pietro Pomponazzi, che operò all’interno di quella roccaforte dell’aristotelismo interpretato secondo Avicenna, che fu all’epoca l’Università di Padova. In due opere, De incantationibus De fato, de libero arbitrio et de praedestinatione egli espone l’idea di un cosmo totalmente razionalizzato, ove non è più possibile all’uomo sfuggire al destino né conservare il suo libero arbitrio. L’universo è retto da una inesorabile necessità che deriva dalla sua stessa struttura razionale: e, per tale via, il filosofo giunge ad una visione pienamente meccanicistica e riduzionista, anticipando di un buon secolo il paradigma sotteso alla Rivoluzione scientifica del 1600. Particolare interessante, Pomponazzi non finge di non vedere (come fanno tanti moderni scientisti) i fenomeni dell’occulto e quelli che oggi si chiamano del paranormale, solo che li interpreta come manifestazioni materiali delle forze fisiche presenti nell’uomo, che la scienza non sa ancora spiegare ma che un giorno, forse, riuscirà a farlo. Implicitamente, egli nega così sia il miracolo, evento soprannaturale legato alla presenza del divino nel mondo, sia la possessione demoniaca, evento preter-naturale legato alle manifestazioni del demoniaco.

Come vede con lucidità von Stuckrad (op. cit., pp. 174-175):

“Pomponazzi afferma, d’accordo con Pico, che solo le cause naturali possono servire a spiegare i fenomeni; diversamente da questi, però, che sottolineando l’elemento della libertà umana arriva a una rottura ontologica tra il mondo e l’uomo, Pomponazzi torna a inserire l’uomo completamente nella dinamica degli eventi cosmici, anche se non alla maniera di Ficino, cioè attraverso la partecipazione all’anima del mondo e le corrispondenze. In Pomponazzi l’uomo è del tutto vincolato al determinismo e all’animalità, che egli è sì in grado di riconoscere, – e questa è la vera tragicità del saggio -, ma a cui non può sfuggire. Come Prometeo, l’uomo consapevole è legato alla roccia e viene tormentato dall’avvoltoio. Proprio in questo consiste la nobiltà dell’uomo, che sa di dovere morire e sogna l’immortalità. Con questa affermazione radicale Pomponazzi contesta la dottrina dell’immortalità dell’anima e l’idea di anima che per Ficino aveva avuto un ruolo così importante. (…)

“L’unità di mondo celeste e terrestre significa solo che il cosmo è un ingranaggio, un meccanismo che va avanti ininterrottamente. In tal modo Pomponazzi non contesta affatto il diritto dell’astrologia di dedurre da segni celesti avvenimenti terreni, ma interpreta il nesso tra questi livelli in maniera diversa rispetto ai platonici, poiché egli ricerca le cause naturali degli avvenimenti terreni, e non quelle metafisiche. (…)

“Nel dodicesimo libro del De incantationibus Pomponazzi presenta un’interpretazione dell’avvicendamento delle religioni davvero clamorosa. Lontanissimo dall’accettare un’interpretazione del cristianesimo come storia provvidenziale della salvezza, egli vede l’alternarsi delle religioni entro uno schema necessario di ascesa e tramonto.”

Nel caso del cristianesimo, anzi, egli vede moltiplicarsi i segni della senilità e del tramonto; e si spinge ancora oltre, affermando che tutte le religioni non sono altro che favole utili per governare i popoli (idee che verranno riprese da Cesare Vanini un secolo dopo e che porteranno quest’ultimo sul rogo). In particolare, l’affermazione che gli dei devono tramontare perché hanno avuto un inizio, osserva von Stuckrad, è straordinariamente “moderna”, tanto che sembra uscire direttamente dalle pagine dello Zarathustra di Friedrich Nietzsche.

Giustamente von Stuckrad, dopo aver ricordato la definizione data da Ernst Cassirer della filosofia di Pomponazzi, come un “illuminismo in vesti scolastiche” e come affermazione del “primato incondizionato della ragione scientifica”, fa notare come all’epoca di Ficino, Pico e Pomponazzi si sia verificata una frattura decisiva nella cultura filosofica e scientifica occidentale. I loro contemporanei, tuttavia, non sempre ne colsero tutta la dirompente novità, a causa di taluni elementi di contiguità presenti nel pensiero di questi tre autori, che ne velarono le sostanziali e non mediabili differenze (op. cit., p. 176):

“Essi svilupparono, ciascuno con le proprie peculiarità, prospettive che avrebbero caratterizzato la futura cultura europea, e anticiparono uno dei tratti distintivi della cosiddetta ‘modernità’, ovvero la crescente riflessione dell’uomo sul formarsi delle proprie teorie e la loro relativizzazione critica, e una crescente separazione dell’uomo rispetto al tutto della natura e del cosmo, che Anthony Giddens definisce disembedding(‘sradicamento’). Non bisogna pensare che l’olismo alla maniera di Ficino a un certo punto semplicemente scomparisse attraverso le critiche di Pico, Pomponazzi e altri: l’ordine del mondo , però, era divenuto incerto, e iniziò a diffondersi un’inquietudine che richiedeva risposte nuove. All’interno del paradigma dell’indagabilità scientifica del mondo avrebbe presto fatto la sua scomparsa un modello che prometteva di dare queste risposte.”

E sarebbe stato, appunto, il modello materialista, meccanicista, riduzionista avviato dalla “rivoluzione” di Galilei, Cartesio, Newton e sotto la cui ombra oggi, più che mai, siamo rimasti intrappolati; come se la storia del pensiero, in questo campo, si fosse bruscamente arrestata quattro secoli fa e non rimanesse altra libertà, a noi cittadini del terzo millennio, che quella di sistemare i punti e le virgole di un discorso già fatto e sostanzialmente concluso.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/11/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Gennaio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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