domenica, 13 Giugno 2021
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Le fiabe sono state messe al bando perché la fantasia fa paura

Le fiabe sono state messe al bando perché la fantasia fa paura. Lasciamo che il bambino sia un bambino dopo ci penserà la vita a farlo diventare adulto: senza forzature e senza interventi malaccorti di adulti iperprotettivi di Francesco Lamendola

Secondo lo psicanalista Bruno Bettelheim (1903-1990), le fiabe sono state messe al bando perché gli adulti temono che esse risveglino gli istinti distruttivi latenti nell’inconscio dei bambini e che, evocando mostri, streghe e lupi cattivi, si possano incitare i bambini stessi a trasformarsi in mostri, streghe e lupi cattivi.

Questa interpretazione presenta, a nostro avviso, un duplice limite. Il primo, tipico della prospettiva psicanalitica, è quello di dare per certe e veritiere le teorie di Freud sull’inconscio e, in particolare, sulla violenza e sulla distruttività potenziale della sessualità infantile (complesso di Edipo e tutto il resto), mentre esse sono e restano solamente delle ipotesi, che possono anche essere parzialmente accolte, ma che non possono pretendere di venire accettate in blocco come una spiegazione filosofica, totalizzante e complessiva, della struttura antropologica. Il secondo limite è quello di pensare che esista un rifiuto della fiaba di tipo intellettualistico: cosa che può anche essere vera, ma che riguarda, certamente, un numero assai ristretto di genitori e di adulti, se le motivazioni sono quelle sostenute da Bettelheim.  Il problema generale, invece, è che i genitori e gli adulti dei nostri giorni non hanno più tempo da dedicare ai bambini per raccontare loro delle fiabe; o, se lo hanno, non ritengono così importante coltivare questo aspetto della fantasia infantile, ma preferiscono intrattenere i bambini con altre forme di interazioni, a contenuto prevalentemente tecnologico (videocassette, giochi elettronici, ecc.).

Prima di procedere nella discussione, ci sembra opportuno riportare alcuni passaggi chiave del ragionamento svolto da Bettelheim nel suo libro «Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe» (titolo originale: «The Uses of Enchantment. The Meaning and Importance of Fairy Tales», New York, Alfred A. Knopf, 1976; traduzione dall’americano di Andrea D’Anna, Milano, Feltrinelli, 1983, pp. 116-23 passim):

«Perché tanti genitori intelligenti, dai buoni intendimenti, moderni, borghesi, preoccupatissimi del felice sviluppo dei loro figli, tengono in poco conto il valore delle fiabe e privano I loro figli di quanto queste storie hanno da offrire? Anche i nostri antenati vittoriani, nonostante la loro enfasi sulla disciplina morale e il loro rigodo stile di vita, non solo permettevano ma incoraggiavano i loro figli a godere del contenuto fantastico ed esaltante delle fiabe. Sarebbe semplice attribuire questo bando delle fiabe a un razionalismo conformistico e di ristrette vedute, ma  le cose non stanno così.

Secondo certuni le fiabe non presentano quadri “veritieri” della vita, e quindi non sono sane. Essi non pensano che la “verità” nelle vita di un bambino può essere diversa da quella degli adulti. Non si rendono conto che le fiabe  non cercano di descrivere il mondo esterno e la “realtà”. Né riconoscono che nessun bambino sano di mente creda mai che queste fiabe descrivano il mondo in modo realistico.

Certi genitori temono, raccontando ai loro figlioletti gli eventi fantastici contenuti nelle fiabe, di dir loro delle “bugie”.  La loro preoccupazione trova alimento nella domanda del bambino: “È vero?”. Molte fiabe offrono una risposta ancor prima che la domanda possa essere posta: cioè proprio all’inizio della storia. Per esempio, “Alì Babà e i quaranta ladroni” comincia così: “In tempi antichi, in remote stagioni…” La storia dei fratelli Grimm “Il Re ranocchio” si apre con la frase:”Anticamente, quando desiderare era ancora efficace…”Inizi del genere fanno capire molto chiaramente che le storie si svolgono a un livello molto diverso da quello della “realtà” quotidiana.  […] La “verità” delle fiabe è la verità della nostra immaginazione, non quella dei normali rapporti di causa ed effetto. […] Prima che un bambino possa venire alle prese con la realtà, deve disporre di una base di principi per poterla giudicare. Quando chiede se una storia è vera, vuol sapere se essa contribuisce con qualcosa d’importante alla sua comprensione delle cose, e se ha qualcosa d’illuminante da dirgli circa quelle che sono le sue principali preoccupazioni. […]

Certi genitori temono che i loro figlioletti possano lasciarsi trascinare dalle loro fantasie, che, esposti alle fiabe, possano credere nella magia. Ma ogni bambino crede nella magia, e cessa di farlo quando diventa grande (a eccezione di coloro che sono stati troppo delusi della realtà per essere in radi di riporre fiducia nelle sue ricompense).  […]

Quando un bambino cerca di comprendere se stesso e gli altri, o di calcolare quali possono essere le conseguenze di particolari azioni, intesse delle fantasie su questi problemi. È il suo modo particolare di “giocare con le idee”. Offrire a un bambino il pensiero razionale come il suo principale strumento per distinguere i propri sentimenti e comprende il mondo avrebbe l’unico effetto di confonderlo e di limitarlo. […] È questa la tragedia di tanta parte della “psicologia infantile”: le sue conclusioni sono corrette e importanti, ma non giovano al bambino. Le scoperte in campo psicologico aiutano l’adulto a comprendere il bambino secondo i parametri dell’adulto. Ma questa comprensione adulta dei meccanismi della mente di un bambino allarga spesso il solco che li divide: i due sembrano osservare lo stesso fenomeno da punti di vista così diversi che ciascuno vede qualcosa di completamente diverso. Se l’adulto insiste che il suo modo di vedere le cose è quello giusto – e probabilmente lo è, obiettivamente e con cognizione adulta – dà al bambino la sconsolata sensazione che è inutile tentar di giungere a una comprensione comune. Sapendo che detiene il potere, il bambino, per evitare guai e stare in pace, dice di essere d’accordo con l‘adulto, ed è poi costretto ad agire per proprio conto. […] Noi incoraggiamo le fantasie dei nostri bambini; gli diciamo di dipingere  quello che vogliono, o d’inventare delle storie.  Ma privato del nostro comune retaggio fantastico, cioè della fiaba popolare, il bambino non può inventare da solo storie che l’aiutino ad affrontare i problemi della vita.  Tutte le storie che può inventare sono semplicemente espressioni dei suoi desideri e delle sue ansie. Affidandosi alle proprie risorse, tutt’al più il bambino può immaginare elaborazioni della sua situazione presente, dato che non può sapere quale direzione deve prendere, né come deve comportarsi durante il suo viaggio. È qui che la fiaba fornisce al bambino ciò di cui ha maggiorente bisogno: essa inizia esattamente dove il bambino si trova dal punto di vista emotivo, gli mostra dove deve andare, e come deve procedere. Ma la fiaba ottiene questo scopo per via indiretta, sotto forma di materiale fantastico da cui il bambino può attingere quando gli sembra meglio, e mediante immagini che gli facilitano la comprensione di quanto è essenziale che capisca. […]

I genitori che vogliono negare che il loro figlioletto ha desideri omicidi e vuole fare a pezzi cose e addirittura persone credono che al loro bambino debba essere impedito di covare pensieri del genere (come se fosse possibile). Negando l’accesso a storie che implicitamente dicono al bambino che altri hanno le stesse fantasie,  gli viene lasciato credere di essere l’unico a immaginare cose del genere. Ciò rende le sue fantasie veramente terrificanti. Invece l’apprendere che altri hanno fantasie uguali o simili alle nostre,  ci fa sentire di far parte dell’umanità e dissipa la nostra paura che il fatto di avere simili idee distruttive ci abbia escluso dalla società. Una strana contraddizione pè che genitori con una buona formazione culturale abbiano bandito le fiabe per i loro figlioletti proprio all’epoca in cui le scoperte della psicanalisi insegnano loro che la mente del bambino, lungi dall’essere innocente, è piena di fantasie ansiose, colleriche, distruttive. È anche degno di nota che tali genitori, così preoccupati della necessità di non accrescere le ansie dei loro figlioletti, dimenticano tutti i rassicuranti messaggi contenuti nelle fiabe.»

Secondo Bettelheim, dunque, l’abbandono della fiaba come strumento educativo è dannoso, perché lascia il bambino solo con se stesso, con i propri impulsi negativi e, di conseguenza, con i propri sensi di colpa (per aver desiderato la morte di un fratellino o di una sorellina, ad esempio); mentre la familiarità con la fiaba di Barbablù, o con quelle dei fratelli Grimm, permetterebbe loro di sentirsi meno soli, poiché farebbe loro comprendere come tali istinti esistano nel cuore di tutti gli esseri umani, e parlarne apertamente avrebbe su di loro un effetto catartico.

Ma è proprio vero che nel cuore di tutti gli esseri umani, e dunque di tutti i bambini, esistono, strutturalmente e inevitabilmente, istinti di parricidio o di matricidio, d’incesto e via dicendo? È proprio vero che esiste solo un inconscio, simile ad un pozzo di acque stagnanti e mefitiche, concentrato di tutte le tendenze più basse e perverse di cui l’uomo è capace, e non esiste anche, all’opposto, un superconscio, ispirato dall’alto, dal quale sgorgano, come rivi d’acqua limpida e fresca, i nobili istinti, le aspirazioni generose, gli impulsi benevoli e altruistici?  Inoltre: è proprio vero che il valore fondamentale delle fiabe consiste nel fungere da valvola di sfogo degli istinti violenti e maligni, aiutando i bambini ad accettare il proprio lato oscuro? Non potrebbe darsi, al contrario, che il valore primario delle fiabe consista nel coltivare e incoraggiare la visione del mondo incantato, che è propria del bambino, aiutando quest’ultimo ad entrare nella vita, nel pieno rispetto di ciò che è proprio alla sua natura, e permettendogli di conservare poi, da adulto, almeno una parte di quella purezza, di quella innocenza, intense non nel senso moralistico (e vittoriano) di assoluta incapacità di sentire e di pensare il male, ma in quello di guardare al mondo con occhi colmi di stupore e meraviglia, con occhi incantati, perché l’incanto del mondo non è – o meno – nel mondo stesso, ma nell’occhio del bambino (e del poeta) che lo guarda?

Il mondo del bambino è incantato perché ogni rospo può diventare una bellissima principessa e perché ogni dolce vecchietta può trasformarsi in una strega malvagia: non è incantato, insomma, perché il bambino veda tutto buono e tutto bello, senza alcuna consapevolezza del male, ma è incantato perché il male e il bene, per lui, possono scaturire dal quotidiano, ma sempre nella prospettiva del meraviglioso: una categoria che si attenua, si sfilaccia e tende a scomparire mano a mano che il bambino si trasforma in adulto. E qui appare il limite intrinseco dell’approccio psicanalitico: quello di vedere il bambino solo come un piccolo uomo, con gli stessi istinti, le stesse tendenze e, in ultima analisi, lo stesso modo di rapportarsi al mondo, che appartengono all’adulto. O meglio, la maggior parte degli psicanalisti riconosce che il bambino si serve di strumenti conoscitivi e di categorie mentali diversi da quelli dell’adulto: però li interpreta, appunto, come strumenti, che mascherano, ma non modificano nella sostanza, la struttura fondamentale del processo di scoperta e conoscenza del mondo. Insomma, per la psicanalisi la fiaba svolge una funzione simile a quella del sogno: traveste gli istinti per renderli accettabili alla coscienza. Ma, così facendo, non si riconosce né l’autonomia della fiaba come forma di conoscenza del mondo, né, a maggior ragione, l’autonomia della struttura psicologica e spirituale del bambino rispetto a quella dell’adulto.

Il bambino, infatti, non è un piccolo adulto e la fiaba non è un surrogato del sogno; o meglio, essi non sono solo questo; possono – e diciamo possono, non devono – essere anche questo; però, sostanzialmente, sono qualcos’altro. Il bambino è una creatura a sé stante; certo, è un uomo in potenza, ma fra la potenza e l’atto c’è una bella differenza: che non è solo una differenza temporale, o di tipo logico, ma proprio di tipo ontologico. Sono due cose diverse, e non è lecito ridurre la prima a semplice preparazione della seconda. Quanto alla fiaba, essa è anche una maniera di sublimare certi istinti e certe tendenze dell’anima infantile; ma è anche, e soprattutto, e prima di tutto, una delle vie maestre attraverso cui la fantasia del bambino si organizza e diventa una forma di conoscenza del mondo, così come lo è l’altra grande via maestra: il gioco.

Un bambino privato delle fiabe e privato del gioco (del vero gioco, s’intende: non dell’uso di quegli oggetti tecnologici che giocano al posto suo) non è più un bambino, perde la sua specificità, il suo statuto ontologico; e diventa precisamente ciò che vede in esso la psicanalisi: un piccolo adulto, afflitto dalle stesse nevrosi, dalla stessa solitudine esistenziale, dagli stessi meccanismi della colpa e dell’angoscia che tormentano la vita di tanti e tanti adulti (ma non di tutti: e anche qui la psicanalisi sbaglia, perché fa dei casi patologici la regola antropologica generale).

Lasciamo che il bambino sia un bambino, dunque: lasciamo che sia se stesso. E aiutiamolo ad essere se stesso con le fiabe e con il gioco. Dopo, ci penserà la vita a farlo diventare adulto: senza forzature, e senza interventi malaccorti di adulti iperprotettivi o, viceversa, distratti e indifferenti…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/04/2015 e del 15/04/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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