lunedì, 20 Settembre 2021
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Nella Torre di Peeters & Schuiten l’indicibile segreto della città moderna

Nella Torre di Peeters & Schuiten l’indicibile segreto della città moderna. La modernità come una Città Oscura dominata dal simbolo archetipico della Torre: di Babele torre dei Tarocchi. Torre che è una Prigione un Labirinto di Francesco Lamendola

La modernità come una Città Oscura, grandiosa e incomprensibile, dominata dal simbolo archetipico della Torre: la Torre di Babele (rimasta drammaticamente incompiuta), la Torre dei Tarocchi (sul punto di crollare rovinosamente); la Torre che è, al tempo stesso, una Fortezza, una Prigione, un Labirinto: essa protegge dal mondo esterno, ma, contemporaneamente, rinchiude coloro che vi abitano e li segrega dalla pienezza della vita.

È una Torre parzialmente in rovina, che minaccia di franare come una immensa montagna di pietra ormai in abbandono; ma è anche depositaria di segreti antichissimi e forse proibiti, che giacciono in qualche buio recesso, in attesa di essere svelati; ed è, soprattutto, la cifra e la metafora della Città interiore, di quel labirinto e di quel supremo enigma che non si trova al di fuori di noi, ma nelle nostre più abissali profondità.

Al tempo stesso, è una Torre che s’inscrive in un complesso urbano stranamente moderno, anzi, addirittura avveniristico, con le sue guglie e i suoi pinnacoli che si protendono verso l’alto, con le sue sopraelevate, i suoi piloni e ponti vertiginosamente sospesi sul vuoto: ha qualcosa delle città oniriche descritte dallo scrittore americano del terrore cosmico H. P. Lovecraft e, al tempo stesso, qualcosa delle fantastiche, audacissime architetture progettate dal nostro Antonio Sant’Elia, il genio futurista ingiustamente dimenticato.

Così, la Torre appare da un lato come un ciclopico e pensoso monumento del passato, alla maniera delle rovine romane raffigurate dal grande Giovanni Battista Piranesi; dall’altro, come una sorta di prometeico slancio verso il futuro, in chiave futurista, dinamica, tecnologica: luogo ossessivo e compulsivo, luogo fisico ma anche psicologico, luogo affascinante ma anche oscuramente minaccioso e vagamente, insopprimibilmente malinconico. E, per rendere le cose ancora più complesse e intriganti, non senza un richiamo ai labirinti metafisici di Borgés e, in prospettiva, agli impenetrabili castelli di Kafka.

Tutto questo è la Torre immaginata da due autentici artisti del fumetto d’autore: lo sceneggiatore Benôit Peeters e il disegnatore François Schuiten (in arte: Peeters & Schuiten), entrambi di nazionalità belga e di cultura francese, autori assai apprezzati di un vasto ciclo dedicato alla Città Oscura, pubblicato a partire dal 1983 e ricco di implicazioni, suggerimenti e richiami filosofici, artistici, letterari.

La serie principale delle Città Oscure, proposte con successo anche al pubblico italiano (prima sul fumetto «L’Eternauta», negli albi dal 26-28; poi, più recentemente, con il supplemento domenicale de «Il Sole 24 ore»), comprende i seguenti episodi: «Le Murailles de Samaris» (1983); «La Fièvre d’Urbicande» (1985); «La Tour» (1987); «La Route d’Armila» (1988); «Brüsel» (1992); «L’Enfant Penchée» (1996); «L’Ombre d’un Homme» (1999); «La Frontiére invisible» (due parti, 2002-2006); «La Théorie du grain de sable» (due parti, 2007-2008).

Si tratta di storie magnificamente concepite e illustrate, che ci proiettano ben oltre gli angusti, tradizionali confini di ciò che è arte e di ciò che è filosofia: perché in essi la qualità del disegno non sfigura davanti al critico d’arte più esigente e la sottigliezza del pensiero da cui scaturiscono l’ambientazione e la vicenda, non teme l’appellativo di “filosofica”, come qualcosa di troppo serio e impegnativo. Da noi, in Italia, sono solo i professori universitari a non aver capito che si può fare arte e filosofia con un fumetto, così come si può fare poesia con la canzone d’autore; peggio per loro, il mondo va avanti ugualmente.

Prendiamo, ad esempio, la quarta serie delle Città Oscure di Peeters & Schuiten: quella, appunto, dedicata al simbolo della Torre.

La situazione iniziale richiama scopertamente quella in cui si trova il personaggio di Basil Pascali, interpretato dal bravissimo Ben Kingsley, nel film di James Dearden «L’isola di Pascali» (gli altri protagonisti sono Charles Dance ed Helen Mirren). Il film è del 1988, ma è stato tratto dal romanzo omonimo dello scrittore Barry Unsworth, pubblicato dieci anni prima, nel 1978: molto probabile, quindi, che ad esso si sia ispirato Benôit Peeters per «la Torre». Così come Pascali, spia turca al servizio dell’Impero Ottomano, invia innumerevoli rapporti al Sultano dalla piccola isola greca in cui vive, ma attende invano, da molti anni, una risposta o anche un semplice riscontro; allo stesso modo avviene per il protagonista della storia di Peeters & Schuiten.

Giovanni Battista, custode di terza classe, vive da trent’anni, in condizioni di isolamento quasi inverosimile, in un settore della ciclopica Torre – di cui nessuno conosce l’intera struttura – chiamato Ortelius. Il suo unico “vicino” è un altro custode di nome Horatio, assegnato a un livello più basso della Torre, ma che non vede già da alcuni anni. Da un po’ di tempo Battista ha notato dei fenomeni strutturali inquietanti, delle crepe, dei cedimenti, che presagiscono un possibile crollo; per cui passa tutto il suo tempo a restaurare le fessure e a scrivere numerose lettere di allarme che invia con la posta pneumatica, ma senza ricevere alcuna risposta.

Infine, stanco di attendere la visita di un fantomatico Ispettore e preso da una sorta d’improvvisa irrequietezza, decide di scendere personalmente, per raggiungere la Base e informare i suoi superiori delle proprie preoccupazioni. La prima parte del cammino è relativamente agevole, anche se l’incontro con Horatio è molto triste e deludente: l’amico è praticamente impazzito, farnetica di spie e di complotti e di una terribile vendetta che egli si prenderà su tutti gli abitanti della Torre, facendoli annegare.

Rattristato dal crollo mentale di Horatio e anche dallo stato di estremo abbandono in cui giace quel settore della Torre, Giovanni si rimette in cammino, ma la discesa si rivela sempre più difficoltosa; finché egli scivola e cade a capofitto, salvandosi dalla morte per miracolo. Sopra di sé, impigliato nelle liane, penzola un cadavere, al quale egli dà pietosa sepoltura (dalla breve preghiera che recita, si apprende che è un devoto cristiano); indi, dopo aver trascorso la notte nella dimora fatiscente del defunto, risolve di affrettare il viaggio. Servendosi di alcuni fusti di bambù e di stracci improvvisati, si costruisce una ingegnosa macchina per volare, a metà fra una aeronave leonardesca e una mongolfiera; quindi si getta nel vuoto, consapevole che non esiste altro mezzo per superare le difficoltà di una discesa via terra.

Per un poco tutto procede bene; ma poi una corrente d’aria calda lo investe e lo riporta in alto, sempre più in alto, oltre il livello di partenza e, probabilmente, vicino alla Vetta. A quel punto, però, avviene l’incidente: la macchina volante urta contro le pareti della Torre e si verifica una caduta rovinosa. Giovanni non muore, ma si ferisce a una gamba e sviene; si risveglierà, qualche ora dopo, nel letto di un sontuoso appartamento, quello di un misterioso personaggio che egli, sulle prime, scambia per il fantomatico e temuto Ispettore, mentre è invece Elias Aureolus Palingenius, rinomato medico e alchimista.

Elias è un ospite premuroso e decide di iniziare Giovanni ai misteri della Torre, lui che è considerato il massimo esperto in materia. Intanto nasce una amicizia fra Giovanni e Milena, la giovanissima inservienti di Elias, che forse è anche, o è stata, qualche cosa di più per il suo maestro: ragazza spigliata, imprevedibile, strano miscuglio di disinvoltura quasi sfrontata e di ritroso romanticismo.

Dapprima ella lo prende bonariamente in giro per la sua goffaggine e per la sua corporatura non proprio longilinea, indi lo conduce a passeggio per quel settore della Torre, popolato come una città medievale da una folla di banchieri, mercanti, osti, tutti incuriositi da quello strano personaggio piovuto dal cielo e che per anni è vissuto in totale isolamento nei livelli inferiori. Infine, mentre Giovanni si sprofonda sempre più nella lettura degli antichi volumi della biblioteca, bramoso di carpire il segreto della Torre, Milena rivela senza falsi pudore la sua attrazione per lui ed essi diventano amanti, sotto lo sguardo discreto e indulgente di Elias.

Nell’appartamento di Elias vi è una sezione occupata da alcuni giganteschi quadri dallo straordinario realismo, che narrano la storia della Torre dall’inizio a quella che avrebbe dovuto essere la fine: la nascita di un mondo nuovo, ordinato, pacifico e felice, non più straziato da guerre e contese fra gli uomini.  Giovanni ne è affascinato e quelle immagini lo stimolano ad approfondire i veri scopi per cui la Torre fu costruita, intrattenendosi in frequenti conversazioni con il dotto Elias che, però, ammette di non possedere neppure lui i progetti dei primi costruttori e, quindi, di non essere riuscito a penetrare il segreto ultimo dell’immane edificio.

Anche Elias, comunque, da qualche tempo è inquieto; anche lui ha notato dei piccoli cedimenti strutturali (quest’ultimo tema è anche il motivo centrale del romanzo di William Golding «The Spire», ossia «La guglia», del 1964) e, da quando Giovanni è arrivato in maniera tanto insolita, si è convinto che sarà lui, così ingenuo, ma anche così onesto e determinato, a svelare il segreto alla cui risoluzione egli aveva consacrato la propria vita.

La Torre, infatti, è nata da un gigantesco equivoco: concepita da un filosofo come metafora dello slancio umano verso il Divino, è stata poi realizzata come oggetto materiale, che ne ha snaturato radicalmente la funzione ed il fine. Non si sa se esistano altri paesi abitati e se altri popoli abbiano costruito le loro proprie Torri; così lasciano credere i racconti di alcuni audaci viaggiatori, che si sono spinti più lontano di tutti. Ma è arrivato il tempo di fare chiarezza, salendo verso la Vetta lontanissima: e Giovanni sembra essere la persona adatta.

Una notte, Giovanni e Milena scendono nelle gallerie segrete che conducono al centro della Torre e si affacciano sul Cuore di essa: ma l’oscurità è totale e un sasso, da loro gettato verso il basso, cade nel vuoto senza produrre il minimo rumore, segno che il fondo deve trovarsi a una distanza immensa. Giovanni, anche per effetto di alcuni sogni premonitori, ha deciso di mettersi in viaggio e Milena, che ormai gli si è profondamente affezionata, gli chiede di portarla con sé. Così, un giorno, Giovanni parte, accompagnato dalla giovane e con l’incoraggiamento di Elias, mettendosi su un sentiero non mai tentato da alcuno.

Il viaggio dura diversi giorni e conduce i due viandanti attraverso paesaggi desolati, costruzioni in rovina, alternate a delle zone relativamente ben conservate, ove giacciono in abbandono alcune strane macchine, indizio di una tecnologia dimenticata. Nessun essere vivente si fa vedere sulla loro strada; finché, seguendo alcune figure apparse in lontananza, i due giungono presso alcuni cadaveri dilaniati dai cani selvaggi. Milena ha un momento di smarrimento, ma si riprende subito e rifiuta recisamente la proposta di Giovanni di essere riaccompagnata da Elias: vuol proseguire ad ogni costa con il suo compagno.

L’impressione dei due viaggiatori è che i piani inferiori della Torre siano stati costruiti in maniera frettolosa per procedere il più in fretta possibile verso l’alto; il risultato è che gran parte dell’immensa costruzione versa in uno stato di pericoloso abbandono. Incontrano poi Claudius, altro custode quasi impazzito, che si ostina a voler presidiare una immensa macchina che si erge, inutile e solitaria, su quella desolazione.

La salita è sempre più faticosa, interminabile: a volte i due credono di essersi smarriti e che la Torre si elevi senza fine, all’infinito. Eppure, un giorno arrivano sulla Vetta: ma, invece dei tanto attesi Pionieri, non trovano altro che edifici in rovina e migliaia di uccelli che riempiono l’aria con il loro stridio. Con un ultimo sforzo, Giovanni e Milena salgono la scala che li conduce in cima alla guglia: ma, affacciandosi oltre un denso strato di nebbia, non scorgono che il vuoto. La loro impresa è stata dunque inutile: non c’è nessun mistero, nessuna direzione che presieda e organizzi la vita dell’immenso edificio. Sono soli, completamente soli.

Superato lo sbalordimento e la delusione, i due iniziano la discesa lungo una interminabile scala di pietra che si sprofonda lungo le pareti interne della Torre. Giovanni, in particolare, si sente come un uomo che, dopo essere rimasto fedele al proprio dovere per tutta la vita, scopre di essere stato ingannato e vuol lasciarsi ogni cosa alle spalle.

Dapprima incontrano delle immense cornici di quadri, dalle quali fanno capolino delle inverosimili figure viventi; poi scorgono una quantità di oggetti preziosi abbandonati, come se i loro proprietari fossero fuggiti in tutta fretta; infine si trovano il cammino interdetto da una frana della scalinata. Milena, spaventata, vorrebbe tornare indietro, ma questa volta è Giovanni che la prende con sé di peso e, servendosi delle funi di alcuni argani abbandonati, si cala verso il basso, nelle profondità di un pozzo buio e profondissimo.

Nel corso della discesa, scorgono a un tratto, affacciato ad una nicchia, Elias, che li interroga sull’esito del loro viaggio; e Giovanni, non osando deludere il maestro, fa appena in tempo a dirgli che la Cima della Torre è una meraviglia; indi, il peso del carrello improvvisato li trascina sempre più in basso.

Giunti sul fondo, attraverso un cumulo di macerie, i due sbucano finalmente all’esterno: è in corso una battaglia, esattamente come quella raffigurata in uno dei grandi quadri di Elias; Giovanni, separato da Milena, viene arruolato sui due piedi, vestito con l’uniforme e trascinato nell’assalto della fanteria. Angosciato per la scomparsa della sua amica, egli la cerca affannosamente, ma infine è costretto a marciare con gli altri e ad affrontare il nemico in uno scontro all’arma bianca; solo all’ultimo momento si accorge che il soldato che gli sta al fianco è proprio lei, Milena, che a sua volta indossa l’uniforme azzurra della fanteria. Galvanizzato da questa scoperta e anche dallo spettacolo dell’immensa mole della Torre che ora, per la prima volta, appare sulla pianura, vista dal basso, in tutta la sua estensione, Giovanni si improvvisa condottiero e trascina i suoi camerati verso la gloria e la vittoria.

La storia finisce qui.

Presi nel vortice della vita vera, i due protagonisti dimenticano la vita di prima e si abbandonano alla vita reale, con le sue speranze e le sue passioni, felici di essersi lasciati alle spalle l’umbratile esistenza che conducevano sulla Torre.

Nell’ultima scena, Giovanni, ormai anziano, dice testualmente:

«Ci furono dei giorni in cui la realtà della Torre mi opprimeva con un peso formidabile e schiacciante; altri giorni in cui essa mi usciva dalla mente come se on ci fossi vissuto mai, come se io stesso cominciassi a crederla una leggenda… Ma ormai sono stanco. Ravvivare quei ricordi mi ha turbato, più di quanto credessi… Gradirei che mi lasciaste solo.»

Né ci sembra il caso di aggiungervi le nostre chiose.

Ogni lettore di questa storia è libero di farsi la propria idea sul significato, o meglio sui significati,  di essa.

Che cosa rappresenti la Torre; che cosa la vita che vi conducono i suoi abitanti; che cosa l’avventura di Giovanni e Milena, al termine della quale essi riconquistano il mondo di tutti i giorni: su ciò non riteniamo di dover dare la nostra personale interpretazione.

La fantasia e l’immaginazione, infatti, hanno una parte grandissima in questa vicenda: è come se gli Autori avessero voluto costruirla in modo da invitare il lettore, e quasi costringerlo, a fare i conti con ciò che essa evoca in lui.

Perché almeno una cosa è certa: la Torre è, in primo luogo, qualche cosa che si erge dentro di noi, non fuori.

Ne siamo tutti un po’ stregati, un po’ ricattati, un po’ prigionieri volontari, come quell’uomo di una novella di Kafka che trascorse l’intera vita fuori della porta del Castello, in cui non osava entrare, pur desiderandolo con tutta l’anima.

Solo che, in questo caso, forse non si tratta di entrare, ma di imparare ad uscire: uscire da un mondo chiuso e in autentico; uscire, come direbbe Dante, «a riveder le stelle».

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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