martedì, 15 Giugno 2021
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Parliamo di fumetti

Stiamo assistendo alla “normalizzazione dell’orrore” e all’imbarbarimento del pubblico? Tex era un’altra cosa? la caratteristica delle ultime generazioni di fumetti è quella di rivolgersi sempre meno a un pubblico di bambini di Francesco Lamendola  

Se dovessimo sintetizzare in un concetto, in una frase, l’effetto che producono, e, probabilmente, l’obiettivo cui mirano i fumetti delle ultime due generazioni, diremmo così: la normalizzazione dell’orrore; di tutto ciò che è abnorme, patologico, orribile, disgustoso, perverso, abominevole, ributtante. È difficile quantificare l’entità del disastro che questo diluvio di fumetti spazzatura producono nella mente e nel cuore dei lettori; su un pubblico di giovani, o giovanissimi, deve essere un effetto micidiale, anche se si può sperare che, paradossalmente, proprio l’assuefazione a simili schifezze, la mitridatizzazione dovuta alla loro continua frequentazione, anche su internet e nei giochi elettronici, tenda a smorzare alquanto l’impatto complessivo. Del resto, la caratteristica delle ultime generazioni di fumetti è quella di rivolgersi sempre meno a un pubblico di bambini (bambini, peraltro, resi precocemente adulti da uno stile di vita, imposto loro dagli adulti, che li espropria della loro infanzia) e sempre più a un pubblico maturo, il quale evidentemente vi trova un mediocre surrogato dei suoi sogni proibiti: generazione di nuovi adulti frustrati, ridotti a fantasticare macabri sogni di morte e putrefazione, di smembramenti e necrofilia. Se è la domanda che crea l’offerta, se ne deve desumere che lo stato di salute intellettuale e spirituale delle ultime generazioni è semplicemente disastroso, una via di mezzo fra l’impotenza e l’angoscia esistenziale e un tremendo desiderio, a stento represso, di distruzione e apocalisse (come accade nel film Un giorno di ordinaria follia di Joel Schumacher, del 1993, dove un bravo cittadino americano finisce per impazzire e seminare spavento e insensati omicidi per le strade di una metropoli disumana, attanagliata dall’afa estiva  e da un pauroso ingorgo automobilistico).

Con ciò non vogliamo dire che tutti i fumetti, specialmente per adulti, siano spazzatura e agiscano in modo fortemente antieducativo; molti sono semplicemente indifferenti, e alcuni sono addirittura buoni, sia per la qualità della grafica, sia per l’intelligenza e il buon gusto dei soggetti e della scrittura. Tuttavia, è indubbio che una gran quantità di fumetti esercita un influsso esiziale, addirittura demoniaco, sui lettori; e il fatto che una simile merce sia molto richiesta, attesta fino a che punto sia profondo il malessere della cosiddetta società del benessere, e come la cultura abbia clamorosamente fallito nel compito di fornire risposte adeguate: fallimento in cui hanno parte proprio quei mezzi di comunicazione elettronici, dei quali ci si era illusi che avrebbero dato un importante contributo alla cultura per innalzare il livello di consapevolezza, di maturità e di autonomia intellettuale del pubblico. Coi fumetti è successa la stessa cosa che si è verificata con la televisione: la loro diffusione ha comportato un abbassamento proporzionale della qualità e si è quindi tradotta in un vero e proprio imbarbarimento del pubblico; il quale, da parte sua, pare che non desiderasse niente di meglio che trovare dei mezzi a buon mercato (in tutti i sensi) per regredire a uno stato mentale di tipo barbarico. Gli avvoltoi si sono subito precitati sul ghiotto affare e subito è decollata una spaventosa industria del brutto, dell’orripilante e del mostruoso, ossia l’equivalente “democratico” e a basso costo  degli snuff movies, film a base di violenze e omicidi veri, destinati al mercato clandestino per un pubblico di pervertiti disposti a pagare molto denaro in cambio di emozioni “proibite”. Inutile dire che l’ipocrisia di questi soggettisti, disegnatori ed editori senza scrupoli, ha avanzato la pretesa di fare del fumetto “artistico”, un po’ come i registi di film pornografici pretendono di fare anche’essi, a loro modo, del cinema d’arte; quando non si sono spinti a pretendere di fare dei fumetti “intelligenti”, di denuncia sociale, eccetera, vale a dire di critica dei meccanismi alienanti della società odierna, eccetera; salvo il piccolo particolare che, di tali meccanismi alienanti e perversi, quei signori hanno fatto la loro grande occasione per arricchirsi e imporre i loro spregevoli prodotti.

E adesso, come abbiamo già fatto per il cinema, per la letteratura e per la filosofia, servendoci di alcune “voci” di Wikipedia, diamo una rapidissima sbirciata a questo mondo di fumetti per adulti che pretendono di dire cose di un certo spessore, o di un certo significato, mentre, di fatto, si limitano a pescare nel torbidi di un immaginario collettivo sempre più torbido e degradato.

Cominciamo da Dylan Dog, fumetto horror cerato nel 1986 da Tiziano Sclavi (testi) e Claudio Villa (disegni), che, cin le sue 120.000 copie mensili vendute, è il secondo fumetto più venduto in Italia dopo Tex. Dalla biografia del protagonista (solo la parte iniziale, prima dei vent’anni):

Nel 1686 un galeone inglese naviga capitanato da Dylan, uno scienziato e alchimista londinese alla ricerca dell’ingrediente mancante per il siero dell’immortalità. A differenza dei viaggi precedenti in questo è accompagnato dalla moglie Morgana e dal figlio Dylan jr per evitare che il piccolo soffra eccessivamente della mancanza del padre. Il bambino, tra l’altro, ha già cominciato a sviluppare, a causa di ciò, una sorta di complesso di Edipo. Grazie alla cattura di un mollusco Dylan riesce a completare il siero insieme all’antidoto per evitare la trasformazione in zombi. Morgana sperimenta il siero per prima per far sì che suo marito possa eventualmente intervenire se non dovesse funzionare. Il siero e l’antidoto sembrano fare effetto e allora Dylan sr. si inietta il siero ma non l’antidoto a causa dell’ammutinamento dell’equipaggio che uccide il capitano che grazie al siero risorge sotto forma di zombi e massacra l’equipaggio. Morgana riesce a iniettare l’antidoto al marito ma è ormai tardi e l’uomo recupera solo in parte la sua coscienza. Nel frattempo i marinai risorgono come zombie. Interviene il mollusco marino che si rivela essere un demone acquatico (che si scoprirà poi essere una delle incarnazioni del gatto magico Cagliostro) che punisce le ambizioni dello scienziato sdoppiandolo: una parte viene condannata a vivere per 666 anni in esilio su un asteroide mentre l’altra diventa un’incarnazione del demone Abraxas e rimane sulla Terra. Con il nome di Xabaras (anagramma di Abraxas) riesce a contrastare la rivolta degli zombi e a ricondurre il galeone a Londra dove affonda. Abbandona Morgana e il figlio per poter dedicarsi alle sue ricerche. La donna oramai immortale viene imprigionata e messa a dormire in eterno in una bara di vetro dentro il galeone mentre il bambino viene affidato a un orfanotrofio dove il piccolo Dylan riceve la visita dell’entità marina che aveva sdoppiato il padre e che lo porta avanti nel tempo nello stesso orfanotrofio ma intorno al 1956. Xabaras pentitosi di aver abbandonato il figlio si reca all’orfanotrofio per riprenderselo ma scopre che è misteriosamente scomparso. Tali sono il desiderio e la necessità di ritrovarlo che Cagliostro decide di trasportare anche lui nella Londra del XX secolo.

E ora Kerry Kross, fumetto “giallo” creato nel 1994 da Max Bunker, pseudonimo di Luciano Secchi, per i testi, e Dario Perucca per i disegni. La storia:

Ex-agente dell’FBI, e ora investigatrice privata, abilissima nella lotta e nell’uso delle armi da fuoco di cui si serve senza esitazione in caso di necessità, prendendo qualche volta addirittura la legge nelle sue mani. Kerry Kross, lunghi capelli biondi, alta, atletica e bellissima, si trova perfettamente a suo agio sia nella lucida ed attillata tuta da motociclista, che indossa quando si sposta per le strade di Los Angeles sulla sua potente Harley-Davidson, sia quando, in tailleur o eleganti abiti da sera, esercita tutto il fascino della sua femminilità, spesso ma non solo in funzione del suo mestiere.

Ma Kerry è apertamente lesbica e il suo grande amore è Melania Reynolds, sua compagna ai tempi dell’università di legge (facoltà che Kerry aveva scelto per seguire le orme di suo padre, morto tragicamente come sua madre e suo fratello), e con la quale aveva avuto una breve ma intensa relazione prima che questa decidesse di lasciarla per sposarsi, e da questo matrimonio nascesse una figlia, la piccola Janine. Pur sfogando la sua frustrazione con amanti occasionali, Kerry non si è mai rassegnata, e ha continuato negli anni a frequentare l’amica. Le due donne si sono con il tempo riavvicinate, dopo che Melania è rimasta vedova ed ha avuto bisogno dell’aiuto di Kerry per proteggere lei e sua figlia dalla suocera che appresi i suoi trascorsi sessuali stava cercando di portarle via la bambina. Ma presto lo spirito opportunistico di Melania ha ripreso il sopravvento, quando ha intravisto la possibilità di un nuovo matrimonio che potesse assicurarle un futuro ricco ed agiato. Kerry però, nonostante i tentativi di Melania di tenerla a distanza, non riuscendo ad accettare di perdere nuovamente il suo primo amore, e arrivata a sviluppare una vera e propria ossessione per lei, giunge perfino a rapirla nel vano tentativo di impedirle di risposarsi. Resasi finalmente conto che la loro storia è finita, Kerry ha rinunciato a Melania, accontentandosi di vederla occasionalmente come una delle sue partner di una notte. L’amore non corrisposto non è tuttavia l’unico problema di Kerry: la donna ha nella testa una scheggia metallica, residuo di un attentato organizzato proprio dal capo della divisione dell’FBI per cui lavorava, Mister Harlington, che ha cercato di vendicarsi di lei per avergli insidiato la moglie. Scampata miracolosamente all’esplosione che ha causato la morte di un suo collega, la donna si porta quindi dietro questa spada di Damocle (la scheggia non è estraibile chirurgicamente e potrebbe ucciderla in ogni momento) che prima l’ha costretta a rinunciare alla sua carriera, spingendola ad aprire un’agenzia investigativa ed a vivere costantemente al limite, sfidando la morte ogni giorno, “alla ricerca” come la rimprovera sempre Nancy, la giovane segretaria, sua unica collaboratrice, “della pallottola che la ucciderà”.

The cannibal family (non c’è bisogno di tradurlo) è un fumetto horror creato da Rossano Piccioni e Stefano Fantelli che si caratterizza per le immagini particolarmente truculente e i contenuti quanto mai repulsivi, di una violenza e un sadismo raccapriccianti; in assenza di una “voce” su Wikipedia, abbiamo attinto dal sito Lo spazio bianco. Nel cuore del fumetto:

Durante la seconda guerra mondiale un soldato italiano, Alfredo Petronio, viene ferito a morte. Due suoi commilitoni, nel tentativo di salvarlo, si aggirano per i boschi di Caserta fino a imbattersi in un casolare sperduto dove vivono un macellaio e sua figlia. Saranno costoro a salvare Alfredo da morte certa, cucinando per lui la carne dei suoi compagni. Una volta compreso quanto avvenuto Alfredo non reagisce con violenza: al contrario, sembra quasi rendersi conto di avere un ruolo predestinato che va oltre quello del semplice soldato in una guerra mondiale devastante. Lo sguardo e i gesti di Petronio nell’ultima vignetta sono indicativi di quest’aspetto del suo carattere, che verrà successivamente esteso alla sua famiglia nelle sequenze ambientate nel presente.
La serie, infatti, è strutturata come un racconto parallelo tra il passato di Alfredo Petronio e il presente di un ormai ottantenne ex-militare e della sua famiglia cannibale. I Petronio, quindi, vengono cresciuti con una ben precisa missione, che nella visione del capostipite è quella di essere una sorta di anticorpo contro i mali della società (…).

Il protagonista della serie, grazie al tratto stilizzato e sporco del disegnatore abruzzese (che fa anche un ampio uso del nero, in netto contrasto con il tratto chiaro dei disegnatori del presente), emerge in tutto il suo diabolico carisma. La forza di questa caratterizzazione viene poi ribadita dallo stesso Piccioni, che scrive e disegna la storia d’appendice del 4° numero. Lo stesso ritmo narrativo sembra giovarne, con una netta differenza stilistica rispetto alla storia di Fantelli: Piccioni, infatti, si permette di giocare con la griglia, avendo comunque come base quella a tre strisce di tre vignette ciascuna (già utilizzata sul 2 su testi di Andrea Cavalletto), riuscendo così a gestire al meglio il ritmo narrativo. Come nella scena del taglio della parte superiore della testa di una delle vittime del prete nazista, coprotagonista della storia e futuro avversario di Petronio: il ritmo dell’azione viene infatti guidato prima da una tavola di tre strisce dove viene visualizzato il colpo dell’ascia, mentre nella tavola successiva, costituita da tre strisce di tre vignette ciascuna, viene rappresentata la caduta del corpo della donna. In quest’ultima pagina l’assenza di onomatopee, presenti in quella precedente, in un certo senso aumenta il senso di inquietudine, repulsione e claustrofobia del lettore, che viene automaticamente portato a immaginare il rumore delle ossa che si separano una dall’altra.

Indipendentemente dalla diversa qualità di questi e di altri fumetti (e qui ci siamo limitati ad alcuni fra i meno peggiori), quel che emerge è la loro azione di normalizzazione del male, del brutto, della violenza variamente declinata (anche se, ipocritamente, la responsabilità di essa viene fatta ricadere sempre sui personaggi “cattivi”, terroristi, nazisti, serial killer, ecc.). Come avevamo già notato in un articolo specificamente dedicato alle storie di Kerry Kross (cfr. Kerry Kross è parte di una strategia per “normalizzare” il relativismo etico?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 25/08/12 e ripubblicato su quello dell’Accademia Nuova Italia il 19/10/17), il minimo che ci si può aspettare da questo tipo di fumetti, oltre alle dosi sempre più massicce di violenza, crudeltà e sadismo (ma si sa che una certa scuola di pensiero sostiene che tale violenza è utile per scaricare sul piano dell’immaginazione gli istinti distruttivi che le persone, altrimenti, non saprebbero come esprimere, se non nella vita reale) è che il lettore si abitui a considerare come cosa perfettamente normale la bisessualità e l’omosessualità. Kerry Kross è lesbica, come è lesbica la sua “collega” Legs Weaver dell’omonimo fumetto (creato nel 1991 da Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna, ma durato solo una decina d’anni come albo indipendente), e non nasconde affto le sue tendenze e i suoi desideri erotici. E come un ragazzino, dopo una decina di anni passati davanti al televisore, ha introiettato l’idea che l’omicidio, la rapina, lo stupro siano delle cose perfettamente “normali”, nel senso che accadono ogni giorno e può compierle chiunque, così, dopo essere stato bombardato da alcune decine o centinaia di film, programmi televisivi, testi di canzoni e fumetti che presentano l’omosessualità come un orientamento assolutamente normale, finisce per crederlo veramente, senza critica e senza contraddittorio, proprio come i signori dell’ideologia gender vogliono, e come stanno facendo, con opera sistematica e capillare, facendosi accettare come “esperti” negli asili d’infanzia e nelle scuole elementari per parlare di ”educazione sessuale”, cioè, in pratica, per fare propaganda a favore della ideologia LGBT.

C’è poi un altro aspetto deplorevole del fumetto per adulti, l’assurda pretesa di presentarsi come strumento di riflessione, d’indagine, addirittura di meditazione filosofica. I più pretenziosi fra i personaggi del mondo del fumetto si abbandonano a dissertazioni, elucubrazioni e veri e propri sermoni, distribuiscono ai lettori pillole di saggezza, veicolano idee folli e aberranti con una patina di intellettualismo d’accatto, che li rende particolarmente insidiosi. Non si deve sottovalutare nemmeno l’effetto negativo di questo aspetto del fumetto. Finché un onesto fumetto western, come Tex, ci dispensa qualche sentenza da giustiziere, del tipo: così finiscono i malviventi e quanti disprezzano la legge, accompagnata da un bell’amen di Kit Carson, si resta nell’ambito della simpatica ironia, accettabilissima pur se un tantino declamatoria e sopra le righe. Ma quando Dylan Dog si mette a pontificare e a dissertare, con piglio meditabondo, allora bisogna aspettarsi che un certo numero di sprovveduti lettori afferrino al volo quelle frasi, che le prendano sul serio, che le rimuginino e le tirino fuori alla prima occasione, magari nel compito d’italiano al liceo o in una conversazione fra amici, trovandole comode quali sostituti di una vera cultura filosofica, dato che permettono di esibire citazioni e meditazioni che, pur essendo in genere terribilmente banali, hanno, però, una certa qual apparenza di forbitezza e perfino di originalità e profondità. Ora l’individualista di massa della società moderna non chiede nulla di meglio per simulare quella cultura che, in realtà, non possiede, e che in fondo neppure gl’interessa, dato che è sufficiente averne l’apparenza, proprio come il ricco rifatto si accontenta di esibire, nel salotto della sua casa, una libreria sui cui scaffali fanno bella mostra di sé i dorsi (ma soli i dorsi!) di libri coi titoli di autori famosi, classici della letteratura e del pensiero che, in realtà, non ha mai letto e che mai si prenderà il disturbo di leggere, (cfr. il nostro articolo Che Dio ci scampi e liberi dai fumetti, quando si mettono a far (cattiva) filosofia, il 25/10/2017).

Conclusione: leggiamo pure i fumetti, ma facendo delle scelte responsabili e mettendoci nella giusta prospettiva mentale. Che una persona matura e padrona di sé, si conceda un po’ di evasione, qualche volta anche con storie ed immagini “forti”, è una cosa accettabile. Ma che un pubblico indifferenziato, formato in gran parte da persone poco mature, o troppo giovani e inesperte, sia esposto continuamente e massicciamente all’influsso di fumetti “gialli”, fantasy, horror, popolati da assassini, sadici, vampiri, mostri e lupi mannari, o addirittura da demoni vomitati dall’inferno, e ove si vedono torture, decapitazioni, squartamenti e ogni sorta di efferatezze fisiche e morali, ciò non può non avere, a lungo andare, effetti molto gravi. L’immaginario di quei lettori si abitua all’orrore, al mostruoso, al repellente. In tal modo, non solo il loro senso estetico, ma anche il loro senso morale, finiscono per subire una tremenda deformazione, alla quale, forse, non si potrà rimediare…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Luglio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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