giovedì, 23 Settembre 2021
HomeFOCUSPuò un disegno diventare un essere vivente e uscire dalle pagine d’un...

Può un disegno diventare un essere vivente e uscire dalle pagine d’un libro?

Può un disegno diventare un essere vivente e uscire dalle pagine d’un libro? Non è la trama di un racconto del terrore, è un episodio realmente accaduto a un testimone degno di fede a un bambino diventato adulto: Dino Buzzati di Francesco Lamendola  

È possibile che un disegno si trasformi in una creatura animata; che un insetto, per esempio, illustrato sulla pagina d’un libro, a un certo punto incominci a muovere le zampette, a sollevarsi, a trasformarsi in un essere tridimensionale, vivo, pronto a spiccare il volo; è possibile, domandiamo, che una cosa simile accada, che accada davanti agli occhi esterrefatti e terrorizzati di un bambino; e che da quel libro, richiuso bruscamente, giunga un orrendo scricchiolio, in tutto simile a quello di un insetto che sia stato schiacciato con il tacco della scarpa, ma cento volte più forte?

No: non è la trama di un racconto o di una novella del terrore; è un episodio realmente accaduto a un testimone degno di fede, a un bambino che, diventato adulto, si è fatto conoscere nel mondo come uno giornalista di talento e come un pittore e uno scrittore con una forte vena fantastica e surreale: il bellunese Dino Buzzati, nato nella villa di famiglia a San Pellegrino, alle porte di Belluno, il 16 ottobre 1906 e morto a Milano il 28 gennaio 1978 (ma che nella chiesetta della villa natia ha voluto trovassero riposo le sue spoglie mortali).

Il futuro autore de «Il deserto dei Tartari» stava per compiere undici anni, allorché, un giorno di fine settembre o di ottobre del 1917, mentre si trovava con la famiglia nella villa di San Pellegrino (situata circa 2 km. a sud della città, sulla strada della sinistra Piave), per trascorrervi le vacanze estive, come ogni anno, si trovò a vivere, nella biblioteca paterna, una esperienza estremamente anomala e inquietante, il cui ricordo minaccioso non lo avrebbe mai più abbandonato e che, possiamo immaginare, non fu senza significato nell’orientare le sue future scelte di scrittore verso le zone mal definite e poco frequentare dell’insolito, del misterioso e del fantastico; avventura che avrebbe rievocato molti anni dopo e che qui riportiamo per esteso.

Per l’esattezza, l’episodio è stato riferito da Dino Buzzati nella Presentazione da lui scritta per una antologia di racconti dello scrittore inglese Montague R. James, nella collana di narrativa fantastica «Il Pesanervi» della casa Editrice milanese Valentino Bompiani» (M. R. James, «Cuori strappati»; titolo originale: «The Collected Ghost Stories», 1931; traduzione italiana di Attilio Veraldi, Milano, Bompiani, 1967, pp. VII-IX):

«Da bambino, con la famiglia, passavo le lunghe giornate estive nella nostra vecchia villa,a un chilometro e mezzo da Belluno. Era, ed è ancora, una casa piuttosto grande, di aspetto abbastanza singolare non già per pregi architettonici, quanto per gli affreschi che ne coprono l’intera facciata.

Affrescata è pure la parete anteriore di un lungo e alquanto nordico edificio che chiude a nord il giardino, edificio a quei tempi disabitato e adibito esclusivamente a granaio e a cantina.

è certo che nel vasto granaio nei primi decenni del secolo si aggirasse lo spirito di un antico fattore, tale Fontana, di cui si udivano di quando in quando i passi cadenzati e pesanti. Ma, come è regola di tali presenze, quei rumori andarono facendosi sempre più rari e fiochi. Appostamenti notturni allo scopo di controllare il fenomeno nelle estati scorse non hanno dato alcun frutto.

Ho accennato a questo spirito per dare un’idea dell’atmosfera che regnava nella vecchia casa soprattutto in certe ore. Tra l’altro, sulla mia fantasia esercitava una potente suggestione la biblioteca, in maggioranza di carattere storico, raccolta da mio nonno Augusto e ampliata con grande amore da mio padre Giulio Cesare, biblioteca che conteneva oltre tremila manoscritti riguardanti la storia del bellunese.

Un giorno, mi ricordo, il papà ci fece vedere un grande libro rilegato che doveva risalire al principio dell’Ottocento. C’erano delle grandi incisioni a doppia pagina raffiguranti insetti straordinariamente ingigantiti. Specialmente mostruosa la pulce, lunga almeno una quarantina di centimetri.

Era un libro probabilmente di notevole valore. Dopo aver lasciato che mio fratello maggiore e io lo sfogliassimo, il papà lo rimise a posto in un grande scaffale.

Chiaro che noi bambini non eravamo autorizzati a mettere le mani in quel sancta sanctorum. Ma il libro degli insetti giganti mi aveva affascinato. E una sera, approfittando che i miei genitori erano andati a fare una visita nei dintorni, salii in biblioteca, montai su una sedia e tirai giù il volume.

Pioveva, mi ricordo. La casa era silenziosa, dalle tre finestre entrava la luce grigia del crepuscolo che si andava a mano a mano affievolendo. Inginocchiato per terra, divoravo con gli occhi quegli insetti favolosi, la mosca, il grillo, gli scarabei, la zanzara, la pulce.

Stavo appunto contemplando la inverosimile pulce quando ebbi l’impressione che le sue zampe, incredibilmente pelose, si muovessero adagio adagio.

No, non poteva essere un soffio di vento che avesse fatto increspare il foglio, finestre e porte erano chiuse. Con una certa circospezione passai una mano sulla pagina, guardando più da vicino. Tutto era regolare. Chissà che cosa mi era passato per la testa.

Ma uno strano orgasmo mi aveva preso. Quel libro aveva qualcosa di inquietante. Il mio impulso era di piantar lì tutto e correre da basso dove probabilmente la luce a gas era già stata accesa. Prima, però, bisogna rimettere a posto il volume, guai se il papà si fosse accorto che io l’avevo manomesso. Ma, proprio mentre facevo l’atto di chiuderlo, l’orribile insetto – ormai incerta sagoma nella crescente penombra – ebbe uno scatto come se si sforzasse di uscire dalla pagina.

La cosa più tremenda fu questa: nel chiudere affannosamente il pesante album con tutte le mie forze, dall’interno venne un atroce scricchiolio, lo schifoso rumore che fanno gli scarafaggi quando li si schiaccia, però cento volte più forte.

Balzai in piedi urlando e, in preda a una paura indicibile, corsi fuori dalla biblioteca, cercando nel buio l’andito delle scale.

La Tata, fedele governante, mi vide piombare in cucina stravolto. Cercai di spiegare ciò che mi era successo ma naturalmente si credette in una specie di allucinazione (non era raro che di notte mi svegliassi urlando in balia di incubi spaventosi).

Supplicai ad ogni modo la tata di salire in biblioteca e di rimettere a posto il volume; io certo non ne avevo più il coraggio. In quel mentre i miei genitori rincasavano.

Mi nascosi per evitare domande imbarazzanti. E mi aspettavo un castigo. Il papà avrebbe trovato il libro sul pavimento, avrebbe chiesto, avrei dovuto confessare.

Invece niente. Il papà non chiese, e sì che dei suoi libri era gelosissimo. Tanto che mi venne la tentazione di raccontare io spontaneamente tutto. 

Ma il giorno dopo splendeva il sole e, come accade nei bambini, il tremendo ricordo era già svanito.

In biblioteca tornai dopo due giorni, in un momento che non c’era nessuno. Sul pavimento, come era prevedibile, il libro degli insetti non c’era più. Ma non c’era neppure al suo posto, nel solito scaffale.

Lo aveva nascosto mio padre? Lo aveva preso qualcun altro? Dopo pochi giorni si fece ritorno in città. Era l’ottobre 1917. Caporetto, l’invasione, la biblioteca prelevata dagli austriaci e portata a Vienna, poi, dopo la vittoria, restituita in condizioni pietose. Quel librone non l’ho rivisto più.

Cinquant’anni dopo l’editore Valentino Bompiani mi telefona: “Senti. Tra poco, Tra poco, nella serie del Pesanervi pubblichiamo un libro che sono sicuro ti piacerà. Vuoi leggere le bozze?, e, se ti piace, fare tu la presentazione?”

Ed ecco, proprio il primo racconto di M. R. James, “L’albero del canonico Alberico” risvegliare con precisione l’antico ricordo. Certo, al paragone, la mia esperienza è uno scherzetto, però siamo nello stesso ordine di idee.»

Certo, non sono pochi gli elementi di questa storia che, agli occhi di uno scettico inveterato, pesano a sfavore della sua credibilità. Il bambino era dotato di fervida immaginazione e di un carattere eccitabile: spesso aveva degli incubi e si svegliava gridando. La villa era avvolta in un clima di fosche leggende e si diceva che fosse abitata da un fantasma: anche questo può averlo suggestionato. E poi l’antica e severa biblioteca; l’assenza degli adulti, con la loro presenza rassicurante; la malinconia della sera d’autunno; la pioggia, con la sua nota triste, e le montagne intorno, dai profili vagamente spettrali nell’incerta luce del crepuscolo (le Dolomiti Bellunesi). Infine, la stessa auto-suggestione del bambino, la sua inconscia paura che qualcosa accadesse, lo strano rapporto di attrazione e repulsione nei confronti di quelle singolari illustrazioni, di quegli insetti raffigurati in una scala ingrandita, irrealistica. Tutto questo non potrebbe aver creato una sorta di auto-inganno, per cui egli ha creduto di percepire, di vedere e di udire delle figure, dei rumori, che esistevano solo nella sua immaginazione sovreccitata?

Certo, tutto questo è possibile. Per qualunque genere di fatti, esiste sempre la possibilità di avanzare una spiegazione razionalistica, cioè escludente il paranormale e anche il soprannaturale; solo che tali spiegazioni, a volte, appaiono chiaramente dettate da una chiusura mentale e da un pregiudizio ideologico, sicché risultano forzate, improbabili, al limite del ridicolo, come abbiamo altrove cercato di mostrare (cfr., ad esempio, i nostri precedenti articoli: «Che cos’era ciò che vide la bambina in quella villa ai piedi delle Alpi?» e «La levitazione dei santi è leggenda o inganno: parola del C.I.C.A.P.», pubblicati entrambi su «Il Corriere delle Regioni», rispettivamente in data 26/09/2015 e 15/10/2015). Per esempio, la remissione spontanea e pressoché subitanea di un tumore maligno, magari in piena metastasi, tumore diagnosticato e documentato in maniera assolutamente certa, e accompagnato da una prognosi medica infausta a brevissima scadenza, può essere “archiviata” dietro una formula più o meno generica, che elude la sostanza del problema, ovvero la sua totale inspiegabilità sotto il profilo scientifico. Ma gli scettici di professione sono soliti procedere così: una volta escluso, a priori, che qualcosa possa accadere al di fuori delle loro rocciose certezze positivistiche, è sufficiente mettere una etichetta puramente descrittiva davanti ai fatti inspiegabili, e, con ciò, fare finta che la loro inspiegabilità, ossia la domanda di significato che essi ci pongono, scompaia: e con ciò, per loro, la questione è risolta.

Ma adesso torniamo al caso narrato da Dino Buzzati. Proprio il fatto che nel bambino vi fosse una viva aspettazione di “qualcosa”, potrebbe aver innescato un processo che è ben noto agli occultisti, i quali lo inducono con tecniche mentali apposite: la creazione di un fantasma psichico. Nel Tibet era largamente conosciuta l’esistenza dei tulpa, creature evocate dalla mente di un monaco o altro soggetto esperto nelle arti magiche, specialmente del buddismo tantrico, qualcosa di simile alle eggregore della tradizione occultistica occidentale. Nel quale caso saremmo ancora nell’ambito di una spiegazione razionale, anche se aperta sul paranormale e sul preternaturale.

Un’altra possibile spiegazione apre scenari più ampi e più incerti, ma anche estremamente affascinanti. La realtà a noi visibile non è che una piccola porzione del reale: e i bambini, per una serie di ragioni legate soprattutto al loro diverso “potenziale” energetico e alla struttura psicologica che li caratterizza, sono più adatti dell’adulto a cogliere, in talune circostanze, le aperture o “finestre” che si aprono fra la nostra dimensione e quelle ulteriori, sia in senso spaziale che temporale. La giornata piovosa e il contesto suggestivo della villa possono aver contribuito allo stato di disponibilità mentale in cui il fatto si è poi verificato: in altre parole, noi vediamo quella porzione di realtà che siamo disposti a vedere, che la nostra mente  disposta ad accettare, che la nostra cultura è disposta ad ammettere. Le cose ci vengono incontro quando noi siamo pronti per esse; fra parentesi, questo concetto ci aiuta a comprendere perché le persone depresse, negative, pessimiste, siano anche “sfortunate”, e, viceversa, perché le persone vitali, ottimiste, positive, siano sovente favorite dalla fortuna: esse attirano, ciascuna alla propria maniera, secondo il proprio campo energetico e vibrazionale, il proprio destino.

Quel che vogliamo dire è che, forse, alla radice delle fiabe e dei racconti legati all’infanzia vi sono effettivamente delle esperienze reali: le esperienze dei bambini che entrano, più o meno casualmente, nelle altre dimensioni; che vi entrano – come Alice nel Paese delle meraviglie – e ne ritornano, senza essere in grado di comunicare agli adulti ciò che hanno visto e udito, anche perché “sentono” che non sarebbero creduti e che ogni sforzo di convincerli sarebbe vano. Uno psichiatra infantile, Arthur Guirdham, riferisce di aver visto egli stesso, da bambino, una notte, una creatura diabolica passare nel vano della porta e guardarlo con infinita malignità (cfr. Il nostro articolo: «I bambini vedono cose che noi non vediamo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 25/05/2007 e ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 25/09/2015); e di essere giunto alla conclusione professionale che, in un certo numero di casi, il pavor nocturnus legato alle nevrosi infantili deve avere, alla radice, delle esperienze analoghe, tanto più traumatiche per i bambini, in quanto non comunicabili agli adulti e, quindi, non suscettibili della mediazione dei genitori o di altre figure rassicuranti e protettive.

La circostanza che esperienze come quella di Guirdham, o come quella di Buzzati, avvengano di notte, o al crepuscolo, più frequentemente che in pieno giorno, può dipendere dal fatto che, di notte o con l’oscurità, siamo tutti un po’ più suggestionabili, per l’ancestrale inquietudine legata alle tenebre (e questa è la spiegazione razionalista e minimalista); ma potrebbe anche dipendere dal fatto che effettivamente, come hanno sempre sostenuto alcuni teologi e demonologi cattolici, di notte le forze del male sono più libere di agire e si aggirano scatenate in cerca di vittime, o piuttosto di prede, possibilmente allo scopo di farne degli strumenti della loro volontà perversa; né si tratta di “forze” generiche, ma di vere e proprie entità, di spiriti cattivi o di dèmoni, dotati di individualità e personalità, e animati da una ben precisa intenzione di nuocere.

In conclusione, gli adulti fanno benissimo a non credere a tutte le storie che i bambini raccontano loro, sostenendo di averle realmente vissute. Ma fanno male a scoraggiare la loro confidenza, mostrando una rigida chiusura e una totale incomprensione verso ciò che i bambini tentano di comunicare, per quanto insolito o incredibile possa apparire. Perché, talvolta, in quei racconti confusi, insoliti, incredibili, potrebbe nascondersi un nucleo di verità. La realtà oggettiva è un concetto filosoficamente impegnativo e assai più fumato e complesso di come se lo raffigurano i signori positivisti e scientisti, convinti che ogni cosa possa trovare la sua brava spiegazione, sempre perfettamente logica e in accordo con il senso comune. Forse, esistono diversi livelli di realtà; e non è detto che una cosa sia da giudicare falsa, solo perché è stata esperita ad un livello diverso da quello della realtà ordinaria e quotidiana. Forse le finestre interdimensionali esistono, dopotutto; e forse, ogni tanto, qualcuno – il bambino specialmente – arriva a darvi una sbirciata, non senza provare un brivido di stupore e, talora, di autentico spavento.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments