giovedì, 17 Giugno 2021
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Quando anche un semplice gioco enigmistico può dischiudere un regno inatteso e misterioso

I periodici di carattere enigmistico non sono soltanto lo strumento per passare qualche ora serena ma qualcosa di più notevole di Francesco Lamendola  

I periodici di carattere enigmistico non sono soltanto lo strumento per passare qualche ora serena, lontano dai pensieri e dalle noie della vita quotidiana; né solo un modo garbato e intelligente per tenere la mente allenata e in esercizio.

Essi sono, al di là delle stesse intenzioni di quanti li stampano e di quanti, appassionati di sciarade e cruciverba, li comprano e li leggono,  qualcosa di molto più notevole.

E lo sono, paradossalmente, proprio per chi, ad esempio un bambino, non sia in grado di utilizzarli come farebbe un adulto, ossia sforzandosi di risolvere i quiz, le parole incrociate e tutti gli altri giochi di tipo logico-matematico.

In essi, infatti, e specialmente nei disegni dei rebus, vi è una dimensione strana, inconsueta, fuori del tempo ordinario: che, pur servendosi del linguaggio figurativo e di quello scritto, esattamente come accade nei giornalini a fumetti, proietta però la realtà ordinaria verso un piano ulteriore, misterioso, elusivo, dove le cose sembrano acquistare valenze nuove e inattese. Ma, soprattutto, dove appaiono, o s’intravvedono, relazioni assolutamente sorprendenti tra cose  che sono, in apparenza, del tutto diverse le une dalle altre.

In fondo, si tratta di un procedimento che ricorda molto quello dell’analogia ungarettiana e, in minore misura, del correlativo oggettivo montaliano.

Nella poesia di Giuseppe Ungaretti e, in genere, nella poesia ermetica, un ruolo centrale è svolto dalla analogia, ossia dal rapido congiungimento di ordini fenomenici diversi, di immagini fra loro molto lontane, che, secondo il normale ordine di pensieri basato sulla logica e sul principio di somiglianza, non dovrebbero avere niente a che fare le une con le altre.

Prendiamo, ad esempio, nella poesia «In memoria», la penultima strofa:

«Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera»;

oppure, nella poesia «I fiumi», le ultime due strofe:

«Questi sono i miei fiumi
contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
che in ognuno
mi traspare
ora ch’è notte
che la mia vita mi pare
una corolla
di tenebre»;

se, nel primo caso, si può ancora intravvedere una relazione logica fra il sobborgo parigino e la fiera che sta smantellando, molto più arduo è riuscirvi, nel secondo caso, fra l’immagine della corolla, che fa pensare al fiore e, quindi, a qualcosa di vivo e di vivacemente colorato, e il richiamo alle tenebre, che, accostati, formano un vero e proprio ossimoro.

Nella poesia di Eugenio Montale, il cosiddetto «correlativo oggettivo» è la tecnica mediante la quale anche i sentimenti e i concetti più astratti vengono definiti per mezzo di oggetti estremamente concreti. Ad esempio, nella celebre poesia «Spesso il male di vivere ho incontrato»:

«Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.»

non si dice che il male di vivere era RAPPRESENTATO dal rivo strozzato, dalla foglia riarsa e dal cavallo stramazzato, o che la divina Indifferenza era SIMBOLEGGIATA dalla statua, dalla nuvola e dal falco, bensì che il rivo, la foglia e il cavallo ERANO il male di vivere, così come la statua, la nuvola e il falco ERANO la divina Indifferenza.

Ebbene, nel disegno di un rebus contenuto in un settimanale enigmistico viene adoperata una tecnica analoga a questi due procedimenti: l’accostamento di oggetti diversi e fra loro incongruenti, dovuto alla necessità di suggerire una opportuna associazione di parole, crea effetti decisamente surreali, quali nemmeno la pittura di un René Magritte o quella di un Salvador Dalì, troppo scopertamente rivolte a produrre un doppio senso, saprebbero evocare.

«Evocare» è, infatti, la parola giusta per definire l’effetto che i singolari accostamenti di cose eterogenee, talvolta decisamente bizzarri, produce nell’osservatore; non parliamo, poi, se questo osservatore è un bambino che si è messo a sfogliare, per caso, il giornale di suo padre.

Si può vedere, ad esempio, un amo da pesca posato su un tavolo, o una tela di ragno tesa sul muro di un campanile; una coppia di anatre in un ruscello o un gatto su un tetto, proteso verso un merlo in volo; una ragazza che sorride tenendo in mano dei fiori e, alle sue spalle, una antica statua greca.

Il tutto è collocato in un paesaggio che non si saprebbe definire se urbano, paesano o rurale, fatto di alberi, case dalle finestre aperte, muretti coperti d’edera, nuvole, montagne lontane; e in un tempo astratto, indefinibile, che, in fondo, è assenza di tempo, proprio come avviene nella pittura metafisica di De Chirico o nella dimensione onirica e fantastica.

Forse solo il grande Dino Buzzati ha la straordinaria capacità, nei suoi dipinti non meno che nei suoi romanzi e racconti, di mettere in scena un mistero così fitto e così affascinante, partendo da ingredienti in apparenza talmente semplici e quotidiani: tutta la sua bravura consiste nell’alchimia degli accostamenti, nella segreta e intraducibile parentela nascosta che si intuisce fra essi, oppure che non si intuisce affatto, ma che bisognava solamente accettare con un atto di fede, così come si accetta un fenomeno naturale del tutto inatteso e imprevisto, eppure assolutamente spontaneo.

Nei disegni dei rebus il lettore, e specialmente il lettore inesperto, come può esserlo un bambino, intuisce di trovarsi al cospetto di un mistero arcano e grandissimo: il mistero che lega le cose alle parole, sul quale, da sempre, si affatica la mente umana per tentare di comprenderlo.

È, a ben guardare, il mistero della Kabbalah, per la quale tutte le cose possiedono un nome segreto, un «nome di potere», diverso da quello ordinario; ragion per cui conoscere il vero nome delle cose significa, anche, acquistare un potere nei confronti di esse: mistero immenso, affascinante, antico quanto l’uomo stesso.

E poco importa che il disegnatore de «La Settimana Enigmistica» a tutto pensasse, allorché delineava quegli strani accostamenti di oggetti e vi intervallava quelle sillabe, quelle vocali e quelle consonanti, per suggerire e, al tempo stesso, per celare o, almeno, per rendere non troppo facile il riconoscimento della giusta chiave di lettura.

Infatti, i misteri più affascinanti sono quelli che scaturiscono dalla realtà quotidiana; quelli che emergono, per così dire, da una improvvisa incrinatura nella dimensione ordinaria dell’esistenza, al di là di qualunque intenzionalità, nostra o altrui: in breve, i misteri che ci vengono incontro all’improvviso, e non quelli di cui noi andiamo deliberatamente alla ricerca.

È nella natura dell’uomo andare alla ricerca del mistero; ma è nella natura del mistero non rivelarsi a chi lo vuole acchiappare per il lembo della veste, a chi pretende di servirsene a proprio piacere, come s fa con la merce esposta sugli scaffali del supermercato.

Il mistero è, per definizione, qualcosa che è più grande di noi: più grande non in senso quantitativo, ma qualitativo. Pertanto, il vero mistero è quello che non  si lascia decifrare facilmente, o piuttosto che non si lascia decifrare affatto: ecco perché la risoluzione di un rebus, in un giornale di giochi enigmistici, produce un senso di soddisfazione e di benessere, mentre, per il bambino, produrrebbe solo un senso di delusione e di disincanto.

L’incanto del mondo, per il bambino, è il suo mistero: togliete quel’aura di mistero che avvolge le cose, che rende possibile l’impossibile, e avrete estirpato l’essenza stessa dell’infanzia. Il poeta, è già stato osservato, è il bambino che non vuole arrendersi al disincanto del mondo, che non vuole ripiegare le sue magnifiche ali di albatro, che gli consentono di vedere le meraviglie del mondo dall’alto, a volo di uccello.

Romanzi come «Alice nel paese delle meraviglie» e «Alice attraverso lo specchio», di Lewis Carroll, colgono molto bene questa dimensione del mondo infantile, o, per meglio dire, questa straordinaria facoltà dell’anima infantile: il poter passare dal piano della realtà ordinaria al piano della realtà “altra”, con assoluta naturalezza, così, da un momento all’altro, senza preparazione e senza alcun preavviso.

Si dice che i bambini siano naturalmente sensitivi e che possiedano poteri telepatici e d’altro genere, compresa la capacità di vedere cose che sono precluse allo sguardo degli adulti: e si tratta sempre dello stesso ambito di fenomeni, scaturenti dalla facoltà di spalancare una finestra sull’altrove, nel bel mezzo della routine quotidiana.

Anche il volo di Peter Pan con Wendy, sopra i tetti della città addormentata, verso l’Isola che non c’è, esprime il medesimo concetto: a patto di accettare l’idea che quello che è un non-luogo per la mente razionale dell’adulto, può essere, al contrario, un luogo estremamente concreto per la vivida fantasia del bambino; fantasia che non è sinonimo di irrealtà, ma, semmai, di una realtà nascosta e parallela a quella del mondo adulto.

Molti giochi di carattere logico-matematico, come i rebus, nonché quelle geniali e grandiose fantasie che sono le geometrie non euclidee (sempre attribuendo alla parola “fantasia” il significato sopra indicato) ci portano su un terreno contiguo al Paese oltre lo specchio di Alice o all’Isola che non c’è di Peter Pan; e non è certo un caso che Lewis Carroll fosse un notevole matematico, prima che uno scrittore e un valente fotografo.

Dunque i rebus, così come le speculazioni delle geometrie non euclidee, possiedono la proprietà di condurci improvvisamente, come per magia, dal piano della realtà di tutti i giorni a quello di una realtà nuova e inattesa, dove tutte le cose appaiono caricate di una valenza misteriosa e inafferrabile, come se celassero una natura enigmatica, diversa da quella esteriore e apparente che mostrano di solito.

Entrare in quel mondo parallelo, in quella realtà “altra”, è un dono e un privilegio: nessuno che non sia stato invitato, lo può fare. Tutti coloro i quali si dedicano allo spiritismo e, più in generale, alle arti magiche, dovrebbero tener presente questa semplice verità: raggiungere l’altra dimensione non è questione di tecnica, né di strumenti, ma un dono e un privilegio.

Per il bambino, è un dono assolutamente gratuito e naturale.

Per l’adulto, è una nostalgia che morde il cuore; e un sottile presentimento d’infinito.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 31/03/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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