lunedì, 21 Giugno 2021
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Se Zagor approda in un’Africa più nera che mai

Se Zagor approda in un’Africa più nera che mai. Omaggio alle atmosfere di alcuni grandissimi narratori: quando il fumetto, non è di per sé, un genere privo di rilevanza culturale e può rivestire una certa qual dignità artistica di Francesco Lamendola  

Quando, nel settembre del 1997, i fedeli lettori di Zagor – il fumetto creato nel 1961 dal figlio di Giovanni Luigi Bonelli, l’inventore di Tex, Sergio Bonelli, meglio noto con lo pseudonimo di Guido Nolitta – si recarono in edicola, come al solito, per l’acquisto del nuovo albo mensile, intitolato Il terrore dal mare (numero 437 della serie) e si gettarono avidamente sulle pagine del loro giornalino preferito, molto probabilmente pensarono a un errore, perché l’incipit non sembrava affatto una storia del loro eroe, ma qualcosa di totalmente diverso. In effetti, le prime ventiquattro pagine – una parte non indifferente del totale, per l’esattezza circa un quarto – costituivano un Prologo che poteva essere letto e gustato come una storia del tutto autonoma rispetto al seguito; che era anch’esso, per la verità, un po’ insolito, nel pur variegato e imprevedibile mondo dello Spirito con la scure, ruotante attorno alla mitica Foresta di Darkwood (risparmiatevi la fatica di cercarla sulla carta del Nord America o su qualche enciclopedia, perché non la trovereste). A differenza di Tex, infatti, Zagor piaceva ai suoi lettori, e specialmente ai ragazzi, non solo e non tanto per la strana e suggestiva mescolanza di ambientazione western e di atmosfera alla Tarzan, con un protagonista che, all’occorrenza, sa anche maneggiar la pistola (un bell’anacronismo, peraltro, visto che la pistola a tamburo, al principio del XIX secolo, non esisteva, e tanto meno esistevano le mitragliatrici, che pure più volte compaiono nel corso delle sue avventure), oltre che i pugni, ma che si sposta attraverso gli alberi della foresta volando, per mezzo delle liane, da un punto all’altro, senza mai toccare terra, un po’ come il Barone Rampante di Calvino; ma perché le storie nelle quali si trova coinvolto hanno spesso più del genere fantasy che del western vero e proprio (e ricordano piuttosto, per questo lato, quelle del Piccolo Ranger, ideato nel 1958 dallo sceneggiatore Andrea Lavezzolo e dal disegnatore Francesco Gamba).

In che cosa consisteva la stranezza, visto che sia il soggettista e sceneggiatore de Il terrore dal mare, Mauro Boselli (nato a Milano il 30 agosto 1953), sia il disegnatore, Stefano Andreucci (nato a Roma il 23 settembre 1962) erano già noti ai lettori del fumetto, al quale collaboravano ormai da alcuni anni? Essa risiedeva innanzitutto nell’ambientazione, totalmente aliena da quella abituale, ma soprattutto nell’atmosfera particolarissima, chiaramente di matrice letteraria, cosa che certo sfuggiva ai lettori più giovani, ma non a quelli un po’ più navigati e, magari, dotati di una certa familiarità con la letteratura  fantasy e horror “classica”, cioè della prima metà del XX secolo. Per quanto riguarda l’ambientazione, ci troviamo in Africa, un’Africa decisamente vaga e indefinita, “nera” quanto agli abitanti, ma araba quanto alla cornice storica e soprattutto all’architettura, dato che le case della città in cui viene proiettato il lettore, Kush, ricordano la descrizione di Timbuctù da parte dei primi europei che riuscirono a vederla, lo scozzese Alexander Gordon Laing, nel 1826, che pagò con la vita il suo ardimento, e il francese René Caillé, nel 1828, travestitosi prudentemente da mercante arabo; ma ricordano anche, all’occhio un po’ esperto, le case e le strane “torri”, sempre di fango seccato al sole e rinforzato da travi a vista, della città misteriosa in cui si svolgono le sequenze iniziali del film L’esorcista 2: l’eretico, del 1977, per la regia di John Boorman, e interpretato dal grande Richard Burton. Quanto all’atmosfera, come non riconoscevi, fin dalle prime vignette, più di qualcosa di Robert Ervin Howard (1906-1936), dato che Andrew Cain somiglia moltissimo a Solomon Kane, l’inesorabile e integerrimo “giustiziere” puritano del XVII secolo inventato dallo scrittore americano, metà D’Artagnan e metà fanatico inquisitore protestante; mentre poi la storia, nel giro di poche pagine, pare spostarsi in un altro mondo, particolarmente cupo e orrorifico, e sembra ricavata quasi di peso da L’orrore di Dunwich e da altri romanzi gotici e fantastici, come La maschera di Innsmouth, del celebre Howard Phillips Lovecraft (1890-1937). Né si tratta di una impressione soggettiva, ma di un debito francamente ammesso e dichiarato dagli autori della storia.

Scrive infatti, nella presentazione, Sergio Bonelli, un fumettista che ha sempre avuto il merito di non soffocare la personalità dei suoi collaboratori, ma, al contrario, di lasciar loro briglia sciolta affinché dessero il meglio della loro fantasia e originalità:

Cari amici, credo che anche voi, aprendo le prime pagine di questo albo di “Zagor” con i disegni dell’impareggiabile Andreucci, rimarrete, come me, sorpresi… L’Africa nera, templi tenebrosi, demoni tentacoluti, un vendicatore con tanto di mantello e persino uno dei miei amati Tuareg! Siamo per caso finiti in una storia africana di Henry Rider Haggard o di Robert Howard?… Niente paura; come potrete scoprire poche pagine dopo, rivedendo la capanna di Darkwood, si tratta solo del prologo a una storia zagoriana che Mauro Boselli e Stefano Andreucci hanno voluto dedicare al genere horror-avventuroso di alcuni celeberrimi romanzieri che vale proprio la pena di leggere. Ma lascia la parola a Boselli: “è vero. Dopo la citazione-comparsa di Poe nella storia di Hellingen, ho pensato di rendere omaggio ad altri tre maestri del fantastico e dell’avventura, William Hope Hodgson, Howard Phillips Lovecraft e Robert Erwin [in realtà: Ervin] Howard, nomi da soli in grado di evocare tutto l’arsenale della narrativa fantastica: terre perdute, eroi temerari, orrori senza nome…

La saga di Zagor, con le sue odissee marinare e i suoi sconfinamento fantastici, è affine al mondo immaginario dell’inglese Hodgson, il cui capolavoro, “Naufragio nell’ignoto”, è la storia, tesa e allucinante, di un gruppo di marinai persi in un oceano di orrori. Tutti conoscono Lovecraft e i suoi Antichi Dei: il Dio degli Abissi, o Kraken, di quest’avventura, è sicuramente cugino dell’orrido Chtulhu lovecraftiano, mentre i suoi deformi seguaci e la trasformazione di Port Whale in una città di mostri richiamano il classico “La maschera di Innsmouth”. Infine, lo stile in cui è scritto il prologo e il carattere del personaggio di Andrew Cain, vendicatore dall’oscuro passato, sono ispirati a Howard e al suo cacciatore di streghe puritano Solomon Kane (anche se il più famoso personaggio howardiano è naturalmente l’indistruttibile Conan).

Vi invito a leggere, cari zagoriani, le opere straordinarie di questi grandissimi narratori. In questa storia ho reso più che altro omaggio alle loro atmosfere e ai loro ambienti, assimilandoli (Zagor è un fantastico contenitore di ogni genere avventuroso) e trasformandoli in epica zagoriana allo stato puro, riportando in azione Fishleg, la “Golden Baby” e la bella Virginia. Ed è solo l’inizio di un nuovo vagabondaggio (di pochi mesi soltanto: si rasserenino i lettori “casalinghi”) che con i disegni, dopo Stefano Andreucci, di Mauro Laurenti, Alessandro Chiarolla, Gallieno Ferri, vedrà Zagor e Cico nel Mar dei Sargassi, nelle Ebridi e in Groenlandia!”.

Ringrazio l’amico Mauro [Boselli] per il suo intervento e, da parte mia, vi invito a osservare attentamente  il “cattivo” di Wolfingham: Andreucci si è ispirato per il suo volto a quello di Vincent Price, raffinato e inquietante interprete dei film di Roger Corman e di altri classici horror cinematografici.

La vicenda narrata nel Prologo è, in breve, la seguente. A Kush, regno dimenticato nel nero cuore dell’Africa più nera, regno maledetto di morte e di ombre, dove i morti hanno potere sui vivi (pag. 5), un giovane Tuareg dall’aria nobile e marziale viene aggredito da un negro, che tenta di ucciderlo, ma viene falciato dalla sua lama affilatissima. Mentre il tuareg pulisce la spada, sporca di sangue, col mantello, e commenta sprezzantemente: La lama della mia tacoubah non ama bere sangue di schiavo (pag. 6), altri sei negri gli si avvicinano, sbucando da un sottoportico, e lo circondano, tutti armati di lance e spade, il viso pitturato in fogge strane, che li rendono simili a maschere paurose. Il loro capo, che porta in testa un’acconciatura piumata, lo apostrofa con alterigia e gli preannuncia la morte imminente, ma quello, senza minimamente scomporsi, ribatte con altrettanta arroganza, dicendo di essere Ben Yussur, della tribù dei Kel Adrar, e si professa discendente dell’ultima regina di Atlantis (altro richiamo letterario, stavolta doppio: a Lei, di Henry Rider Haggard, del 1886-1887, e a L’Atlantide, di Pierre Benoit, del 1919), e aggiunge una seconda nota di disprezzo – che, nel clima odierno ossessivamente politically correct, forse non sarebbe più consentita: Tra le montagne del Nord, quelli come voi sono schiavi imbelli e accudiscono le capre (pag. 7). Chissà che finimondo scoppierebbe, ad esempio per una tale frase in una sceneggiatura cinematografica, visto quel che è capitato al film di Mel Gibson Apocalypto, “reo” di aver denigrato la civiltà maya, in quanto aveva avuto l’imperdonabile indelicatezza di non sorvolare sul piccolo dettaglio della frequente pratica dei sacrifici umani). Se poi a ciò si aggiunge che i negri (non siamo noi a chiamarli così, negri e non neri, vedi pag. 12) che circondano il nobile tuareg sono disegnati con fattezze addirittura umanoidi, piccoli e brutti, più scimmie che uomini…

Comunque, questo è solo l’inizio. Un secondo eroe compare d’improvviso, il misterioso Andrew Cain, con cappello, mantello e spada scintillante, che si rivela amico di Ben Yussur, col quale aveva un appuntamento. Benché siano pur sempre due contro sei, bastano pochissimi minuti perché facciano fuori tutti gli avversari, senza mostrare la minima ombra di pietà, anzi, rincarando frasi e atteggiamenti di tipo francamente razzista. Mentre pulisce (di nuovo) la sua fedele spada con il lembo del mantello, il tuareg commenta, sorridendo compiaciuto: Erano schiavi e combattevano da schiavi. Per fortuna sono morti senza  troppo rumore; al che il suo amico inglese commenta, a mo’ di (sacrilego ed ironico) epitaffio: Che l’inferno abbia pietà di loro (pag. 12), cosa un po’ difficile, perché nell’inferno cristiano la pietà non esiste e la sorte delle anime dannate non potrebbe essere peggiore di quella che è. Poco dopo ribadirà il concetto, definendo gli abitanti della città kushiti dalla faccia sporca (pag. 13). Ora si tratta di venire al dunque: Cain aveva dato appuntamento al suo amico perché aveva saputo che proprio lì, in quel luogo, era stata portata la sorella di lui, la principessa Marada, rapita dai seguaci del Dio Oscuro (un parente non lontano di Cthuhlu e degli altri Grandi Antichi di Lovecraft, più o meno ciechi e idioti; ma anche di certe divinità di William Hope Hodgson e, se si vuole, pure di Arthur Machen). Detto, fatto, i due, col favore della notte e guidati dal sinistro rullare dei tamburi, si introducono nel grandioso e deforme tempio del Dio Oscuro, che sorge al centro della millenaria e labirintica città di Kush, un tempo capitale di un impero e ora necropoli in rovina, e vi giungono proprio nel momento in cui la bellissima ragazza sta per essere offerta in sacrificio all’orrenda divinità che si materializza sotto gli occhi dei suoi adoratori. Prima di gettarsi fra questi ultimi e di misurarsi niente meno che con la tentacolare creatura venuta dall’aldilà, i due amici suggellano il loro patto di fratellanza con le parole di Ben Yussuf: Che il mio Allah e il tuo Jahvé ci guidino, Cain! Se questo non è l’abisso infernale della Gheena, certo ci somiglia ((pag. 15), ossia quanto di più simile si possa immaginare in fatto di pluralismo, tolleranza e dialogo inter-religioso, forse un po’ troppo per quel tempo e quel luogo, e sia pure trattandosi di due protagonisti d’eccezione e, quindi, anche di specialissima levatura intellettuale e spirituale.

Qui, però, ci fermiamo. Non diremo se e come i due riescano a salvare la fanciulla tuareg dai tentacoli dell’orrenda creatura, e soprattutto non sveleremo in che modo questo prologo sia necessario per introdurre l’avventura di Zagor e Cico nella spettrale Port Whale (quanto mai simile alla Dunwich o alla Innsmouth di Lovecfract), ove giungeranno, naturalmente in una notte di tempesta, condotti dalla nera diligenza del barone Wolfingham (come potrebbe il cattivo di una storia del soprannaturale non essere tedesco?), che ha il volto inconfondibile, come notava Sergio Bonelli, dell’attore Vincent Price. Ci basta aver mostrato come un “semplice” fumetto possa rivelarsi fecondo di rimandi letterari (e cinematografici) e di richiami incrociati, il che conferma il fatto che il fumetto non è, di per sé, un genere privo di rilevanza culturale e può, talvolta, rivestire una certa qual dignità artistica: ciò dipende dalla bravura e dalla originalità dei suoi autori e non da un destino stabilito in anticipo dalla critica letteraria (cfr., in proposito, i nostri articoli: Fumetti, che passione!, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 28/04/2011 e ripubblicato su quello dell’Accademia Nuova Italia il 24/10/2017; e Nella Torre di Peeters e Schuiten l’indicibile segreto della città moderna, pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 gennaio 2018). Da parte nostra, il criterio che ci guida è sia di tipo estetico, sia morale: se un fumetto è ben scritto e ben disegnato, e sa far volare gioiosamente la fantasia del lettore; e se i suoi contenuti non sono negativi e nichilisti, ma hanno un sia pur piccolo nucleo di eticità, in quanto esaltano i buoni sentimenti, come l’amicizia, la lealtà, il disinteresse, allora – perché no? – accomodiamoci e… buona lettura.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Giugno 2018

Del 15 Settembre 2020

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