giovedì, 25 Febbraio 2021
Home FOCUS Tex Willer contro il Coyote Nero

Tex Willer contro il Coyote Nero

Del 1963, la storia de Il Coyote Nero è una delle più brevi, ma per molti aspetti una delle più originali della prima serie di Tex: di genere poliziesco la sceneggiatura è di Gian Luigi Bonelli e i disegni di Aurelio Galleppini di Francesco Lamendola  

La storia de Il Coyote Nero è una delle più brevi ma anche, per molti aspetti, una delle più originali della prima serie di Tex; occupa una parte dell’albo n. 29 (da pag. 45), intitolata Il Coyote Nero, e le prime pagine del volume successivo, intitolato Old Pawnee Bill (ma il titolo si riferisce già alla storia successiva): un centinaio di pagine in tutto. Considerato che alcune storie occupano anche tre, o perfino quattro albi, e che in media ne occupano almeno un paio, è una delle meno lunghe e perciò, necessariamente, anche delle meno complesse; tuttavia si presenta per alcuni versi come anomala, nel senso che è difficile inquadrarla sia nel classico filone del western puro, sia in quello con implicazioni di genere fantasy (come le storie di Mefisto, o quella di Vindex), sia in quello del mistero e del terrore, come la storia di un essere extraterrestre che si nasconde in una vecchia miniera abbandonata (La valle della Luna, numeri 55-56). In effetti, il nucleo della storia si potrebbe collocare, semmai, nel genere poliziesco; si tratta di una vera e propria inchiesta che Tex si trova a dover condurre sulla base di un inspiegabile attentato, cui è casualmente sfuggito, e visto che lo sceriffo del luogo si direbbe un brav’uomo, ma del tutto inadatto a fare chiarezza sul mistero che circonda una pericolosa banda di criminali che terrorizza da tempo la regione. Intorno a questo nucleo poliziesco, costruito secondo i moduli del “giallo” classico, con un delitto, o una serie di delitti, da risolvere più con l’astuzia e l’immaginazione, che a colpi di pistola, e che quindi vede Tex interpretare un ruolo in parte diverso da quello del pistolero-giustiziere, cui sono abituati i suoi lettori, ruota una vicenda che alterna scenari familiari e “borghesi”, come un piccolo albergo di paese (che richiama certe atmosfere di provincia, alla Maigret) ad altri decisamente insoliti e avventurosi, con un enigmatico personaggio che si è messo alla guida di una tribù indiana per trasformarla in esecutrice dei suoi delitti, interpretando la parte di stregone bianco, e un fiume sotterraneo che penetra nelle viscere della terra, in un affascinante e sinistro paesaggio dantesco, con rocce a strapiombo e buie gallerie, che conferiscono al tutto un sapore decisamente speleologico. Se poi si pensa che i due scenari, quello domestico dell’alberghetto e quello tenebroso delle stregonerie al villaggio indiano e delle inquietanti voragini sotterranee che Tex, speleologo improvvisato, si trova a dover esplorare, sono separate da poche miglia di distanza e da non più di un paio d’ore di cammino, la cosa diventa ancor più stuzzicante: come in certi romanzi surreali, ad esempio di Dino Buzzati, nei quali è sufficiente un giorno di cavalcata per lasciare le vie familiari della città natale e trovarsi proiettati in una dimensione altra, fra montagne imponenti e fortezze di confine, poste ai margini di deserti inesplorati.

I due volumi in questione sono usciti nel 1963; la sceneggiatura è di Gian Luigi Bonelli e i disegni sono, dal principio alla fine, di Aurelio Galleppini; pertanto la storia gode di una forte coesione sia al livello del testo, che delle immagini; proprio per questo merita un riassunto abbastanza dettagliato. Un giorno Tex, mentre sta tornando dai suoi navajos dopo l’ultima avventura, passando vicino al confine della riserva dei pueblos, viene fatto segno a una fucilata che gli porta via il cappello; il colpo è partito dalle rocce sovrastanti la pista. Balzato velocemente di sella e arrampicatosi sulle rocce, giunge alle spalle dell’attentatore, un indiano pueblo, che, colto di sorpresa, precipita nel vuoto, benché Tex non avesse intenzione di ucciderlo. Ridisceso alla base delle rocce, il ranger fa in tempo a cogliere, dalle ultime parole dell’indiano morente, un’oscura minaccia: la fine del guerriero sarebbe stata presto vendicata dalla magia di un misterioso personaggio chiamato Coyote Nero. Il fatto, poi, che l’indiano porti al collo un amuleto con la testa d’un coyote, e che fosse munito di un ottimo Winchester ultimo modello, insospettisce fortemente Tex, che decide di venire a capo della strana faccenda. Per prima cosa si reca al villaggio di San Rafael, distante solo 8 miglia, e va direttamente dallo sceriffo, un simpatico baffone di nome Nat Perkins, il quale crede che il ranger sia stato mandato dal governatore. Sempre più incuriosito, Tex, presentatosi a sua volta e spiegatagli la ragione della sua visita, ascolta il racconto dello sceriffo: da tempo una misteriosa e spietata banda di delinquenti mascherati imperversa nella zona, attaccando e svaligiando le diligenze e i ranch e uccidendo tutte le vittime delle aggressioni, in modo da non lasciare alcun testimone in grado d’identificarla. Tex mostra allo sceriffo il fucile dell’indiano, sul cui calcio è stampata la testa di un coyote, e ipotizza che il suo aggressore fosse un membro della banda; ma quegli lo esclude decisamente, asserendo che non esiste alcun indizio che consenta di collegare i pueblos, i quali, a suo dire, sono quanto mai pacifici, con i delitti che insanguinano la regione. Tex, allora, gli propone di andare con lui sul luogo dell’attacco e di verificare, coi suoi occhi, che l’indiano morto è proprio un pueblo, poiché lui stesso lo ha sepolto sotto un cumulo di pietre; ma Perkins propone di rimandare al giorno dopo, tanto più che in serata deve arrivare in paese l’agente indiano Sam Sander, che potrà rispondere ai dubbi e ai sospetti del ranger.

La scena si sposta al villaggio pueblo e si vedono i guerrieri ai piedi di un grande idolo, che ha la forma di una testa di coyote, dalla cui bocca esce un misterioso vecchio vestito di nero, coi lunghi capelli e la barba bianchi, che li rimprovera aspramente per non aver portato via il corpo di un loro compagno ucciso, e ordina che provvedano immediatamente, poi sparisce in una nuvola di fumo. I lettori, quindi, sanno fin d’ora che l’ipotesi di Tex è giusta e che i “pacifici” pueblos sono gli autori delle azioni delittuose, e che a guidarli è un inquietante personaggio chiamato Coyote Nero, il quale ha il suo covo proprio nel villaggio, o nei suoi pressi. Subito dopo la scena si sposta di nuovo a San Rafael, nel saloon, con l’agente Sander, calvo, con gli occhiali e una giacca a scacchi un po’ buffa, che entra nel locale e viene subito invitato a sedersi al tavolo con Tex e Perkins, il quale ultimo gli spiega cosa è successo e gli espone la teoria di Tex. Sander si mostra totalmente incredulo e nega che i suoi indiani possano essere minimamente implicati nelle rapine e negli omicidi; dice che sono soddisfatti del trattamento riservato loro dal governo, e che non vorrebbero compromettere per nulla al mondo la loro condizione fortunata; assicura che sono tutti uomini pacifici e che proprio quel giorno nessuno di loro si è allontanato dal villaggio, perché era la data stabilita per la distribuzione delle coperte. Tex, naturalmente, resta della sua idea e i tre si mettono d’accordo per recarsi la mattina dopo a fare un sopralluogo alla sepoltura dell’indiano, onde verificare la sua appartenenza. Detto ciò, lo sceriffo torna a casa sua, mentre Tex e Sander si recano all’unico albergo del villaggio e prendono una stanza per la notte, l’una accanto all’altra. Qualche ora dopo, un misterioso vecchio, che altri non è se non il Coyote Nero, sempre coi lunghi capelli e la lunga barba, ma vestito più sobriamente, tramortisce il portiere e sale le scale, poi riesce a forzare silenziosamente la porta della camera di Tex, il quale, però, si sveglia in tempo per vedere il suo aggressore. Per un attimo i due, sorpresi, si studiano, poi il vecchio scaglia fulmineamente uno stiletto, che si pianta nel cuscino del letto di Tex, che, afferrata la pistola, fa fuoco contro il misterioso personaggio, ma lo manca, e questi riesce a fuggire precipitosamente. Tex gli corre dietro, letteralmente in mutande, mentre gli altri clienti dell’albergo escono allarmati dalle loro stanze, buon ultimo anche Sander, che pur dormiva nella camera accanto; e scende in strada, sempre di corsa, senza però trovare alcuna traccia. Tornato su, constata che sul manico del pugnale, ancora infisso nel cuscino, è scolpita una testa di coyote e la fa vedere anche a Sander, il quale, dopo avergli chiesto se abbia riconosciuto l’aggressore, e avuta una risposta negativa, si limita a confidargli che, al suo posto, si affretterebbe a tagliare la corda. La mattina dopo arriva lo sceriffo, che torna a interrogare il portiere, come già aveva fatto Tex, ma non ne ricava nulla, perché questi dice di essere stato colpito alle spalle e perciò di non sapere affatto cosa sia successo e chi lo abbia aggredito. Poi i tre uomini si recano a cavallo sul luogo dell’attentato del giorno prima, ma solo per constatare che l’indiano non c’è più: le pietre sono state smosse e il suo corpo, portato via. A questo punto i tre si separano; Sander rientra alla sua riserva e Tex, dopo aver ascoltato le lodi di quest’ultimo per bocca dell’ingenuo sceriffo, decide di proseguire l’inchiesta da solo. Tornato in paese, acquista delle provviste e poi, con un cavallo di scorta, riparte senza avvertire nessuno, avendo capito che devono esserci degli informatori i quali trasmettono al Coyote Nero ogni notizia utile. Con la sua grande esperienza di cacciatore d’uomini, non tarda a ritrovare il cadavere dell’indiano, segnalatogli dalla presenza di avvoltoi: benché il volto sia già irriconoscibile, la mano ferita dal colpo di fucile che lui stesso gli aveva sparato per disarmarlo, parla chiaro. Ma in quello stesso crepaccio ove giace il corpo dell’indiano, Tex scopre anche un vero e proprio cimitero di scheletri; accanto ad uno, il cui cranio reca un foro di pallottola, c’è un portafogli in pelle, con le iniziali all’esterno, S. S., e all’interno la dedica: Allo zio Sam, con affetto, Kate, e il ranger capisce che lo zio Sam, o meglio quel che ne resta, è proprio quello scheletro, che – particolare macabro, ma che attesta il trascorrere di un tempo non troppo lungo – indossa ancora ai piedi gli stivaletti.

La scena si sposta a San Rafael, dove, frattanto, è appena arrivata la diligenza da El Rito, accolta fra gli altri dallo sceriffo. Ne scende una splendida ragazza con un baldo giovanotto, il quale si presenta come Tim Mac Gregor, accompagnato dalla moglie Kate; questa è venuta per far visita a suo zio, che da un anno è agente del dipartimento indiano. Il buon Nat Perkins non riesce a nascondere il suo stupore per l’arrivo di quella ragazza, di cui nessuno sapeva nulla, e soprattutto per il modo in cui ella descrive suo zio, che è stato, lei dice, un campione di lotta del Kansas: Sam Sander, infatti, sia per l’età, sia per gli occhiali, sia per l’esile corporatura, assomiglia a chiunque meno che a un ex campione di lotta. Ad ogni modo, avuti due cavalli per proseguire verso la riserva, i due giovani sposi partono quasi subito; né lo sceriffo ritiene di fornir loro una scorta, data la breve distanza e la pacifica attitudine dei pueblos. Recatosi al saloon e narrate le ultime novità al barista, anche quest’ultimo si mostra alquanto scettico sul fatto che Sander sia stato un campione di lotta; dice, scherzosamente che quel vecchio mucchio di ossa può essere stato, al massimo, un campione di scacchi. Tex, frattanto, si è portato nei pressi del villaggio indiano e, col favore del buio, lasciato al limite del bosco il bravo Dinamite, si avvicina cautamente quanto basta per poter osservare, col binocolo, il centro del villaggio, scorgendo immediatamente lo strano totem di pietra, e assistendo, poco dopo, alla comparsa del Coyote Nero, che riconosce come il suo aggressore della notte precedente; assiste anche a una danza di guerra e a questo punto ha l’assoluta certezza che i responsabili degli assalti sono proprio i pueblos, sotto la regia del misterioso personaggio, il quale fa sfoggio di alcuni trucchi da prestigiatore per incantare i pellerossa. A questo punto Tex torna in paese, va dallo sceriffo e gli racconta ogni cosa; poi, quando Sander giunge in paese, e lo sceriffo gli comunica l‘arrivo di sua nipote, questi si mostra assai sorpreso e dice che all’agenzia non è arrivato nessuno. I tre si recano al saloon e qui Tex narra anche a lui quel che ha scoperto al villaggio indiano; poi gli racconta del crepaccio pieno di cadaveri, evidentemente le vittime degli attacchi della banda criminale, e infine gli mostra il portafoglio di pelle con le iniziali, che l’agente riconosce immediatamente come suo, ma che non sa spiegare come sia stato trovato in quel luogo; dice solo che gli era stato rubato un anno prima e che non ci aveva dato molta importanza, poiché conteneva poco denaro. In quel momento una gran confusione annuncia l’ennesimo attacco alla diligenza: un uomo racconta di aver visto, da lontano, i banditi che finivano a colpi di fucile i viaggiatori. Lo sceriffo e Tex saltano subito in sella e, con alcuni volontari, iniziano l’inseguimento, ma poi Tex, non vedendo Sander, chiede sue notizie, e si sente dire che è tornato alla riserva; a quel punto, preoccupato per la sua incolumità, volta il cavallo e si separa dagli altri, per mettere in guardia dal pericolo lo sprovveduto agente. Per prima cosa, però, si reca al crepaccio della morte e, come aveva intuito, vi trova il cadavere del povero Mac Gregor, ma non vede quello della donna e ne deduce che è stata rapita. Proprio in quel momento però viene sorpreso alle spalle dagli indiani che lo stordiscono e, legato, lo conducono al villaggio. Qui ha un breve ma interessante colloquio con lo stregone indiano e capisce che la tribù è stata incantata dal malfattore che si fa chiamare Coyote Nero, ma non tutti i suoi membri sono lieti di quel che egli li sta spingendo a fare. Sarà una lunga notte, per Tex: consegnato al suo nemico e condotto nel suo rifugio sotterraneo, sfugge alla morte per un soffio, indi riesce a trovare una via d’uscita seguendo un fiume che lo riporta in  superficie; infine, coi vestiti a brandelli e dopo una marcia notturna, torna a San Rafael e butta giù dal letto lo sceriffo, narrandogli la sua avventura. Tornato in albergo per lavarsi e cambiarsi gli abiti, invece di andare a letto scopre una cosa che lo rimette subito in marcia, innanzitutto svegliando ancora l’incredulo sceriffo: l’acqua del fiume ha allentato la cucitura del portafogli trovato nel crepaccio, e che aveva con sé, rivelando una foto con un uomo e una giovane donna. Sarà quella foto la soluzione dell’enigma, rivelando a Tex l’identità del Coyote. Ormai è chiaro, no?

Già pubblicatosul sito dell’Accademia Nuova Italia il 25 Aprile 2019

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments