lunedì, 20 Settembre 2021
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2°-Distribuzione geografica dei Pappagalli australiani

Molte specie di Pappagalli sono più o meno gravemente minacciate di estinzione; per alcune di esse, purtroppo sono giustificate le più fosche previsioni di Francesco Lamendola

Il genere “Purpureicephalus”, segnalato da Carlo Luciano Bonaparte nel 1854, è rappresentato da una sola specie australiana: “P. spurius” o Pappagallo dal capo rosso, già riconosciuta dal naturalista tedesco Heinrich Kuhl nel 1820; abita in Australia Occidentale.

Il genere “Barnardius”, anch’esso descritto da Bonaparte nel 1854, è presente in Australia con quattro specie: “B. barnardi” (Vigors e Horsfield, 1827), “B. macgillivrayi” (North), “B. zonarius” (Shaw) e “B. semitorquatus” (Quoy e Gaimard).

La prima, chiamata comunemente Pappagallo dal collare,  vive nelle regioni interne dell’Australia sud-orientale, fra il Queensland, il Nuovo Galles del Sud, il Victoria e l’Australia Meridionale, e solo nella zona di Adelaide è stato avvistato anche presso la costa; la seconda, Pappagallo di Cloncurry, si trova unicamente in un ristretto areale a sud del Golfo di Carpentaria, ma discosto dal mare; la terza, Pappagallo dal collare giallo, è diffusa invece in tutta la sezione centro-occidentale del continente, ma a Sud si affaccia sulla fascia costiera solo alle due estremità della Nullarbor Plain, mentre a Ovest nel tratto da Perth e Cape Keraundren; la quarta, nota con il curioso nome di Pappagallo Twenty-eight (“ventotto”), per una ragione onomatopeica legata al suo canto,  è stato segnalato nell’estremo angolo sud-occidentale, a Sud di Perth.

Il genere “Platycercus”, descritto da Vigors nel 1825, è presente con ben otto specie: “P. elegans” (Gmelin), “P. adelaidae” (Gould), “P. flaveolus” (Gould), “P. caledonicus” (Gmelin), “P. venustus” (Kuhl), “P. adscitus” (Latham), “P. eximius” (Shaw) e “P. icterotis” (Kuhl). La prima, nota come Rosella cremisi,  ha il suo habitat lungo la costa orientale, ma in settori discontinui, fra la base della Penisola di Capo York e il Tropico del Capricorno e poi, più numerosa, in tutta la fascia costiera sud-orientale, da Brisbane a tutto lo Stato di Victoria; la seconda, Rosella di Adelaide, è presente solo in un areale assai ristretto, intorno alla città di Adelaide; la terza, Rosella gialla, è stata avvistata nella fascia interna al confine tra Victoria e Nuovo Galles del Sud; la quarta, Rosella verde, si trova esclusivamente in Tasmania; la quinta, Rosella settentrionale, abita, come dice il suo nome, nella fascia costiera del Territorio del Nord, tra il Golfo di Giuseppe Bonaparte e il Golfo di Carpentaria; la sesta, Rosella dalla testa chiara, abita lungo il versante orientale, da Capo York a Coff’s Harbour, e nella corrispondente fascia interna; la settima, Rosella orientale,  vive a Sud della precedente, sia lungo la costa che all’interno, fino a tutto il Victoria e inclusa la Tasmania; infine l’ottava, Rosella occidentale, abita nella zona sud-occidentale, nella zona delle dense foreste a mezzogiorno di Perth.

Il genere “”Psephotus”, descritto da Gould nel 1845, è diffuso con sette specie: “P. haematonotus” (Gould), “P. varius” (Clark), “P. haematogaster” (Gould), “P. marethae” (H. L. White), “P. pulcherrimus” (Gould), “P. chrysopterygius” (Gould), “P. dissimilis” (Collett). La prima, detta comunemente Pappagallo dal dorso rosso, è presente in una vasta regione interna sud-orientale, ma in zone che si vanno facendo via via discontinue, segno di una tendenza alla contrazione; la seconda, Pappagallo della Mulga, è diffuso in un esteso areale che va dal retroterra del Queensland meridionale fino al retroterra dall’Australia Occidentale, passando per la sezione centro-meridionale dell’intero continente; la terza, volgarmente chiamata Berretto Blu, vive nell’area interna sud-orientale, corrispondente, a un dipresso, al bacino dei fiumi Murray-Darling; la quarta, Berretto Blu Minore, è stata segnalata esclusivamente in un piccolissimo areale  della Nullarbor Plain, cioè in un ambiente assai difficile, perché decisamente arido e quasi privo di alberi; la quinta, Pappagallo del Paradiso, è stata segnalata in una zona interna non molto vasta, nel retroterra di Brisbane; la sesta, Pappagallo dalle spalle dorate, si trova solo nella Penisola di Capo York; mentre l’ultima, Pappagallo monaco, è stata vista in una ristretta fascia interna, nella valle del fiume Roper, a Sud della Terra di Arnhem.

Il genere “Neophema”, segnalato dall’ornitologo Tommaso Salvadori (nato a Porto San Giorgio nel 1835 e morto a Torino nel 1923) soltanto nel 1891, è presente con altre sette specie: “N. bourkii” (Gould), “N. chrysogaster” (Latham), “N. petrophila” (Gould), “N. chrysostoma” (Kuhl), “N. elegans” (Gould), “N. pulchella” (Shaw), “N. spendida” (Gould).

La prima, Pappagallo di Bourke, è diffusa in un’ampia fascia interna arida o desertica, che va dall’Australia Occidentale al bacino del Murray-Darling; la seconda, Pappagallo dal ventre arancio, vive lungo una ristretta zona costiera dello Stato di Victoria e della Tasmania (ma non all’interno di quest’ultima); la terza, Pappagallo di roccia, abita lungo tutta la costa meridionale e occidentale, dalla foce del Murray alla Shark Bay (Baia degli Squali), a Nord del fiume Murchison, ma non è mai stata avvistata nell’interno, anche solo poco discosto dalla riva del mare; la quarta, Pappagallo dalle ali blu, ha il suo areale nel Sud-est del continente, specialmente nel Victoria, oltre che in Tasmania; la quinta, Pappagallo elegante, vive in due areali distinti, l’uno all’estremità sud-occidentale del continente, fra Perth e Albany; la sesta, Pappagallo turchese, si trova solo nella fascia interna, parallela alla costa sud-orientale, corrispondente in pratica alla sezione mediana della Gran Catena Divisoria; la settima, Pappagallo dal petto scarlatto, si trova nel retroterra della sezione meridionale e si spinge fino ai deserti centrali.

Seguono quattro generi rappresentati ciascuno da una sola specie.

Il genere “Lathamus”, descritto da Lesson nel 1831 (e, prima, da White, nel 1790), è rappresentato dalla specie “L. discolor”, nota come Pappagallo agile: vive nella fascia sud-orientale, da Brisbane ad Adelaide, per una profondità di circa 100 km. verso l’interno.

Il genere “Melopsittacus”, descritto da Gould nel 1840 (e da Shaw, già nel 1795), è noto come Melopsittaco, Pappagallino melodioso o Pappagallino ondulato, ed è forse la specie dall’areale più vasto: comprende quasi tutto il continente, con l’esclusione della costa settentrionale e orientale, dal Golfo di Giuseppe Bonaparte a tutto il Victoria, nonché della costa sud-occidentale (zona di Perth). È dunque straordinariamente adattabile, essendosi inserito sia nell’habitat arido e desertico delle regioni centrali, sia nella prateria, nella savana alberata e nella boscaglia; è assente solo nelle fitte foreste tropicali.

Il genere “Pezoporus”, descritto da Illiger nel 1811, è rappresentato dalla specie “P. wallicus” (Kerr), Pappagallo terragnolo, distribuito in alcuni areali distinti lungo la costa sud-orientale e sull’intera Tasmania, tanto i litorali che le regioni interne.

Il genere “Geopsittacus”, descritto da Gould nel 1861, è presente con la specie “G. occidentalis” (Gould), noto come Pappagallo notturno e diffuso in alcune rare località dell’interno. Alcuni ornitologi considerano questo Pappagallo non come appartenente a un genere a sé stante, ma come una seconda specie del genere “Pezoporus”: “P. occidentalis”, al quale effettivamente somiglia, salvo che nella taglia più piccola e nei colori più sbiaditi, come è tipico degli uccelli notturni. Si tratta di un Pappagallo alquanto misterioso, estremamente difficile da osservare: dal 1935 al 1984, infatti, la sua presenza è stata notata e segnalata con certezza appena sei volte; e, che si sappia, nessun esemplare è mai stato tenuto in cattività.

Siamo così giunti al termine di questa panoramica relativa alla distribuzione geografica dei Pappagalli australiani, tutti appartenenti alla famiglia Psittacidae.

Si tratta di uccelli, sia terricoli che volatori, dal piumaggio meraviglioso, dai colori estremamente vividi, che vanno dal verde brillante, al rosso scarlatto, al blu, all’arancio, al rosa, al giallo; animali intelligenti e tenaci, che si sono adattati a vivere in ogni genere di ambiente, dalle scogliere  e dalle foreste di conifere e latifoglie della Tasmania, con un clima temperato fresco e sempre battute dagli impetuosi venti occidentali, ai caldissimi deserti centrali, sabbiosi e rocciosi, dove la pioggia non cade quasi mai, alle lussureggianti foreste equatoriali dell’estremo Nord, paludose e umidissime, soggette ai quotidiani, violenti acquazzoni e così simili a quelle, quasi inesplorate, della Nuova Guinea, ove si incontrano i Casuari e gli Uccelli del Paradiso; passando per la savana ove si muovono i Canguri e scorrazzano i Dingo, per le praterie ove pascolano le grandi greggi di pecore introdotte dall’uomo, per i bacini interni di laghi salati, per i boschi di altissimi eucalipti, popolati dai caratteristici Koala.

Il merito di aver cercato, osservato e studiato i Pappagalli australiani, penetrando in un ambiente quasi sempre ostile all’uomo, quando gran parte di quella terra era ancora lasciata in bianco sulle carte geografiche, spetta a un certo numero di naturalisti e di ornitologi europei, i quali, a partire dagli ultimi decenni del Settecento e poi per tutto l’Ottocento, si recarono, dopo un viaggio lungo e difficile sulle navi a vela dell’epoca, nel misterioso ma affascinante continente australe, per costringerlo a rivelare i suoi tesori nascosti di storia naturale.

Erano britannici, francesi, tedeschi e italiani, tutti accomunati da un amore ardente per la natura e desiderosi di ampliare le conoscenze scientifiche sulla flora e sulla fauna di quel Paese remoto e quasi favoloso; tutti sorretti da una fede coraggiosa, quasi eroica, nello sprezzo dei disagi e dei pericoli, nelle difficoltà materiali e nell’incomprensione degli uomini; disposti, in alcuni casi, a mettere a repentaglio anche la loro vita, pur di chiarire la presenza di alcune specie particolarmente rare e di svelare le abitudini degli abitatori alati delle foreste, delle boscaglie e delle steppe nelle zone più interne e semi-sconosciute. Alcuni erano di origine borghese, altri di origine nobile, come il nostro Tommaso Salvadori; alcuni potevano appoggiarsi, nelle loro ricerche, su istituzioni scientifiche, musei e giardini zoologici d’Europa, altri dovevano contare principalmente sulle proprie forze  e sulle proprie risorse. La loro epopea nel cuore del continente australiano, anche se poco conosciuta rispetto a quella di altri esploratori-naturalisti dell’Africa o delle due Americhe, costituisce un capitolo appassionante della storia della scienza moderna, nel quale era ancora presente la dimensione dell’iniziativa personale, del rischio, dell’avventura.

Noi Italiani possiamo andare fieri di aver dato un contributo non secondario all’esplorazione naturalistica dell’Australia e delle terre vicine; in particolare merita di essere ricordato, accanto a quello del Tommasi, il nome di Luigi Maria d’Albertis (nato a Voltri, presso Genova, nel 1841 e morto a Sassari nel 1901), botanico, zoologo e antropologo, che si segnalò per alcune spedizioni veramente pionieristiche nel cuore delle foreste inesplorate della Nuova Guinea, risalendo intrepidamente i fiumi a bordo di una piccola barca a motore  e con un equipaggio misto di indigeni papua e di ex galeotti cinesi.

Tornando al nostro soggetto principale, siamo però costretti a chiudere questa rassegna con una nota di apprensione e con un forte grido di allarme, perché l’impatto esercitato dalle attività umane sull’ambiente naturale di quel pur vastissimo Paese sta producendo, anno dopo anno, danni sempre più gravi, in alcuni casi irreparabili. Molte specie di Pappagalli sono più o meno gravemente minacciate di estinzione; per alcune di esse, purtroppo, sono giustificate le più fosche previsioni, dato che gli avvistamenti si sono fatti estremamente rari e in zone sempre più impervie e ristrette, segno che è in atto una vera e propria rottura nell’equilibrio ecologico e che le capacità riproduttive di questi bellissimi uccelli non riescono a tenere il passo con i danni causati dall’irruzione antropica; e questo nonostante la bassissima densità della popolazione umana presente in Australia: 22.600.000 abitanti nel 2010, distribuiti su una superficie di 7.600.000 kmq., con una densità pari a 2,79 abitanti per chilometro quadrato (in Italia, per fare un confronto, la densità della popolazione è quasi cento volte tanto: per la precisione, di 202 abitanti per chilometro quadrato!).

Se non verranno presi seri provvedimenti per la protezione delle specie minacciate, il cui habitat sta scomparendo o è sottoposto a gravi e invasive modificazioni, molte delle specie qui descritte cesseranno di esistere nel giro di qualche anno o di qualche decennio, così come hanno cessato di esistere già tanti abitatori della fauna originaria dell’Australia, dal Tilacino al Vombato gigante. Contrariamente a quel che in genere si pensa, le estinzioni incominciarono fin dall’epoca dei più antichi insediamenti umani, qualcosa come 40.000 anni or sono; ma la pressione antropica ha raggiunto livelli insostenibili solo dopo l’arrivo degli Europei, e attualmente ha raggiunto i livelli di guardia. Bisogna che vengano create al più presto delle riserve naturali sufficientemente ampie da garantire un adeguato margine di sicurezza per la riproduzione delle specie in pericolo.  

         

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice  in data 4/12/2013 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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