giovedì, 25 Febbraio 2021
Home SCIENZA Chi ha importato il dingo in Australia

Chi ha importato il dingo in Australia

Questo è un bel problema per gli studiosi di zoogeografia il classico rompicapo che nessuno riesce a risolvere. Jacques Graven nel suo libro dà delle risposte di Francesco Lamendola

Come è arrivato il dingo in Australia, dal momento che non può avere attraversato coi propri mezzi il braccio di mare che separa le Isole della Sonda dal Continente Nuovissimo (170 km. dall’isola Roti, posta a sud di Timor) e visto che gli Aborigeni, a quanto sembra, non erano mai riusciti ad addomesticarlo veramente?

Ecco: questo è un bel problema per gli studiosi di zoogeografia; il classico rompicapo che nessuno sembra in grado di risolvere. Eppure i termini della questione sono piuttosto semplici. Che il dingo non possa essere giunto in Australia da solo, nemmeno al tempo delle glaciazioni, è cosa ormai ammessa quasi universalmente. Tanto è vero che fra le Isole della Sonda e l’Australia passa una netta divisione tra la flora e la fauna dell’Asia meridionale (che i naturalisti chiamano Regione orientale) e la flora e la fauna australiane (Nuova Guinea compresa), segno inequivocabile del fatto che pochi animali sono riusciti ad attraversare il braccio di mare che separa le due aree, pur così vicine in apparenza, neppure quando i mari meno profondi erano divenuti terre emerse e le distanze, quindi, si erano accorciate; e anche le piante hanno appaiono molto differenziate. Nessun cigno nero, nessun ornitorinco e nessun canguro, per fare solo qualche esempio, si trovano nell’Asia sud-orientale; come, per converso, nessun leopardo, nessun elefante, nessun rinoceronte è mai giunto sul continente australiano o nella vicina Nuova Guinea. Al massimo, si discute su dove collocare la linea di separazione tra la Regione orientale e la Regione australiana: per alcuni rimane la classica Linea Wallace, per altri è la più recente Linea Weber (cfr. il nostro articolo: «La “linea Wallace” e la “linea Weber” custodi di un enigma affascinante della biogeografia», pubblicato in data 08/01/2009 sul sito di Arianna Editrice).

Il dingo, peraltro, non è affatto un animale che possieda delle qualità come nuotatore; ma, anche se le avesse, è certo che non potrebbe aver superato distanze di circa 200 chilometri semplicemente nuotando o lasciandosi trasportare da zattere naturali. Oltretutto, perché una specie di mammiferi possa riprodursi in un nuovo ambiente, è necessario che numerose coppie possano stabilirvisi, in modo da riprodursi e acclimatarsi; non è sufficiente che vi giungano, più o meno fortunosamente, pochi individui isolati. Si tratta, evidentemente, di un problema molto simile a quello riguardante la presenza di un altro canide ora scomparso, il Lupo antartico o Warrah, nelle Isole Falkland/Malvine, a 480 km. dallo Stretto di Magellano (di cui già ci eravamo occupati nell’articolo «Come è arrivato il lupo delle Falkland in quelle isole così lontane dalla terraferma?», apparso, sul sito di Edicolaweb e, poi, su quello di Arianna Editrice, in data 21/07/2010); presenza che aveva notevolmente incuriosito anche il giovane Charles Darwin, allorché il naturalista inglese visitò quell’arcipelago nel 1833.

Il dingo (scientificamente: «Canis lupus dingo», classificato da Meyer nel 1793) è una sottospecie di canide che si aggira nelle savane australiane alla ricerca di prede, sia di piccola taglia, come topi, uccelli e rettili, sia di media taglia, come pecore e perfino canguri, in quest’ultimo caso agendo in branco; ma non è, come comunemente si crede, esclusivo dell’Australia. Lo si ritrova – oltre che nella vicina Nuova Guinea -, anche in parecchie località del continente asiatico, sia nell’Arcipelago indonesiano, sia nelle Filippine, sia in Malesia e nell’interno della Penisola Indocinese, sia, addirittura, in alcuni distretti della Cina sud-orientale (sempre, comunque, nell’ambito della Regione orientale e non oltre la linea divisoria dell’Himalaya, che la separa dalla Regione paleartica).

In Australia è stato ipotizzato che sia giunto da qualcosa come 3.5000 anni, evidentemente introdottovi dall’uomo. Ma qui, appunto, sorgono problemi pressoché insormontabili: come si spiega che gli Aborigeni vivano in Australia da oltre 50.000 anni (sarebbero, quindi, il popolo più antico del mondo di cui si abbia conoscenza), eppure il dingo non è un animale domestico, ed anche difficilissimo addomesticarlo? Se furono gli Aborigeni a portarlo con sé, a bordo delle loro piroghe, al tempo in cui raggiunsero il Continente nuovissimo passando per le isole del Sud-est asiatico, come si spiega che, a un certo momento – e in tempi relativamente recenti rispetto all’antichità del loro insediamento – essi ne persero il controllo, e il dingo tornò ad essere un animale selvatico?

La questione è stata bene riassunta dallo studioso francese Jacques Graven nel suo libro «L’uomo e gli animali» (con prefazione di Rémy Chauvin; Torino, Compagnia Editoriale, 1966, pp. 40-44):

«I primi bianchi approdato in Australia vi scoprirono la fauna dei marsupiali, tanto caratteristica, alcuni roditori e un mammifero superiore, il dingo. Topi e ratti si spostano senza difficoltà su tronchi galleggianti o su qualsiasi altro galleggiante di minor mole. Non è difficile quindi spiegarne la presenza in Australia; li possiamo anche pensare provenienti dalla Nuova Guinea. Si stenta invece a figurarsi un dingo imbarcato in codesto modo. Eppure i rilievi zoologici sono categorici: nessun soggetto della fauna indigena ha potuto evolversi fino al dingo.

A questo primo mistero viene ad aggiungersene un altro. I primi osservatori riferirono infatti la presenza nel dingo dei più evidenti segni di addomesticamento, chiazze bianche sul pelame, prima di qualsiasi possibilità di incrocio con altri cani. Quindi, ecco l’enunciato completo dell’enigma: un animale addomesticato in antica data, non nato in Australia, e incapace di andarci con i suoi mezzi. Da dive viene? Chi ce l’ha portato? E quando?

L’ultima domanda porta a considerazioni addirittura sbalorditive. Si sono infatti ritrovati resti di dingo in antichissimi depositi, talora accanto ad ossa di marsupiali giganteschi, appartenenti a specie totalmente scomparse da gran tempo. I fatti sono precisi, innegabili, ma come spesso accade le prime divergenze sorgo al momento di attribuire una data. Alcuni risalgono che queste ossa fossili risalgono al pliocenico, cioè all’ultimissimo periodo del Terziario. Così propine Thévenin nella sua opera sull’origine degli animali domestici. Altri, meno ambiziosi, si accontentano del pleistocenico, che costituisce il primo albore dei temi quaternari. Ma tutti ammettono che i dingo possono essere i più antichi cani conosciuti, e questo è già un risultato di capitale importanza. Quanto a sapere chi li abbia introdotti in Australia, è un altro mistero, profondo quanto quello dell’origine delle popolazioni australiane.

Alcuni pensano che [gli Australiani] siano venuti dal Sud-ovest asiatico. La profonda somiglia esistente tra il dingo e il cane paria può, entro certi limiti, dar loro ragione. Purché però gli attuali Australiani siano loro dei portatori del dingo, il che non è affatto dimostrato. E poi si domanda, il dingo è proprio un animale domestico? Le testimonianze dei primi bianchi che incontrarono gli indigeni sono abbastanza conturbanti. Questi indigeni australiani catturavano dei cuccioletti e li allevavano  con gran cura nutrendoli e coccolandoli come figli propri. Però, nonostante delle alimentazioni così delicate, il dingo si ostinava a non volersi riprodurre dai suoi padroni e fuggiva all’epoca del calore. Quindi sarebbe dunque stato ammansito e non veramente addomesticato? Nonostante l’indipendenza del temperamento, il dingo acconsentiva a rende grandi servigi ai provvisori padroni: ottimo stanatore di selvaggina, aveva in più il vantaggio di non emettere alcun suono seguendo una pista. Strano animale davvero, che non ha mai sopportato un vero padrone, ha una ragguardevole anzianità in Australia e, ultimo punto, non è mai comparso nell’isola di Tasmania a sud dell’Australia. Alcuni hanno concluso – forse non sena ardire – che non era stato importato dagli Australiani da noi conosciuti.

Ma allora esistettero australiani sconosciuti? In base alle attuali conoscenze non siamo in radi di affermarlo, ma ci resta pur sempre il gioco delle ipotesi. Così, ad esempio, Thévenin suppone che “nel pliocenico, degli uomini nuovi erano già venuti a invadere  il continente australiano portando con sé un rappresentante addomesticato della razza Fu-Quoc dell’Asia sudorientale. Questi uomini scomparvero, ma il cane rimase ridiventando selvaggio…” (R. Thévenin, “Origine des animaux domestiques”, Paris, 1947). È una tesi seducente, tanto più che il dingo, pur mantenendo sempre il suo carattere indipendente, può essere correttamente addomesticato. Ma è meno facile ammettere che un popolo si sia addossato il carico di un animale di cui conosceva i limiti durante una migrazione per mare. O non sarà meglio, invece di affermare l’esistenza di una civiltà scomparsa che avrebbe lasciato come unica orma il dingo, supporre che alcuni millenni or sono gli Australiani avevano raggiunto un livello di civiltà superiore a quello degli attuali discendenti? È chiaro che domande simili non hanno risposta.

Altri fatti ci rendono maggiormente perplessi. Cinquemila anni fa la civiltà della valle dell’Indo possedeva, oltre al cane paria, varie razze molto simili a quelle esistenti in Europa a quell’epoca. Per esempio una figuretta di steatite trovata a Mohenjio Daro rappresenta un cane di aspetto modernissimo. E certo tali razze di cani non erano recenti. Possiamo dunque domandarci perché un popolo migratore avrebbe dovuto imbarcarsi  con la meno docile di esse avendo la possibilità di scegliere. Ma questo equivale a formulare nuovamente la domanda da un altro punto di vista: di che popolo si trattava? E qual è l’origine degli Australiani?  Probabilmente la soluzione sta nelle mani dell’etnologo, chiamato a svelarci nello stesso tempo i segreti del dingo.»

Allo stato attuale delle conoscenze, la maggior parte degli antropologi ritengono che gli Aborigeni siano giunti in Australia, attraverso i “ponti” delle le isole indonesiane, qualcosa come 50.000 anni fa. Il metodo di datazione col radiocarbonio indica, per gli insediamenti preistorici, date intorno ai 40.000 anni fa; quello basato sulla termoluminescenza, date fra i 50.000 e i 60.000 anni fa, con un picco “massimo” di 120.000 anni fa, relativo a un sito denominato Jinmium, nel Territorio del Nord: la zona che fu raggiunta per prima e che quindi, verosimilmente, conserva le tracce più antiche di quelle lontane migrazioni di popoli (un po’ come l’Alaska per il continente americano rispetto ai flussi migratori provenienti dall’Asia nordorientale). Quest’ultima data è però contestata dalla maggior parte degli archeologi; pertanto ci si è accordati per una datazione dell’arrivo degli Aborigeni intorno ai 50.000 fa.

Tuttavia, e qui sorge un interrogativo imbarazzante: chi c’era, in Australia, prima degli aborigeni? Siamo sicuri che essi siano stati i primi uomini giunti in quel continente? Oggi, per esempio, non siamo più così sicuri che i Maori, giunti nella Nuova Zelanda verso i X secolo dell’era cristiana, siano stati i primi abitanti di quell’arcipelago; forse furono preceduti da un altro popolo, un tempo chiamato “dei cacciatori di moa”, del quale nulla di preciso sappiamo, benché si tratti di vicende assai recenti, paragonate a quelle del popolamento dell’Australia.

In effetti, gli Aborigeni non formano una unità etnica né linguistica: essi sono formati da un mosaico di circa 500 popoli diversi, ciascuno con la propria lingua. Chi può dire se, nel corso delle oltre 2.500 generazioni che si succedettero nel Continente nuovissimo (tenendo ferma la data di 50.000 anni fa), alcuni di questi popoli svilupparono una civiltà assai diversa rispetto a quella degli Aborigeni più recenti, con i quali entrarono in contatto gli Europei a partire dal XVIII secolo? Per fare un confronto: la civiltà dell’antico Egitto, che pure si snoda lungo un arco temporale infinitamente più breve (a partire dal 3.100 a. C., secondo l‘archeologia “ortodossa”), presenta notevoli differenze, sia nell’ordine materiale che in quello spirituale, fra l’Antico Regno e il Nuovo Regno (finito nel 1.078 a. C.); eppure la si considera generalmente come un tutto unitario e coerente. Ma vi sarebbe forse da stupirsi se, fra i popoli aborigeni che si stabilirono in Australia, a partire da 40.000, 50.000 o forse 60.000 anni fa, ve ne fossero alcuni che avevano importato il dingo e che avevano saputo addomesticarlo, mentre altri, pur sforzandosi di farlo, non riuscirono se non ad ammansirlo e a farne un collaboratore temporaneo per la caccia al canguro, allo struzzo e al varano, senza poterlo trattenere stabilmente con sé?

Una ipotesi alternativa a questa sarebbe immaginare che il dingo sia giunto in Australia non al seguito dell’uomo, ma per conto proprio, ossia da animale selvatico e non da animale domestico. Abbiamo visto che ciò non può aver avuto luogo dalla parte del Mare di Timor, che, con i suoi 1.700 chilometri di ampiezza minima (che non diminuirono all’epoca delle ultime glaciazioni, visto che la scarpata continentale sprofonda immediatamente nel mare aperto, sia sul lato asiatico, sia su quello australiano), rappresenta comunque un ostacolo invalicabile per un mammifero di medie dimensioni come un canide, che non possiede la capacità di diffusione dei piccoli mammiferi, come topi e ratti. Resta però un’altra possibile via d’accesso al continente australiano: quella nord-orientale. Se il dingo, presente anche in Nuova Guinea, entrò in Australia dallo Stretto di Torres, percorrendo poi la Penisola di Capo York, avrebbe potuto aggirare l’ostacolo di quell’ampio specchio di mare aperto. Lo Stretto di Torres è ampio “solo” 150 km., per di più disseminati di scogli e isolette; e inoltre è poco profondo, quindi può essere stato ancora più angusto al tempo dell’ultima fase glaciale.

Rimane l’enigma dell’assenza del dingo dalla Tasmania. Un animale che è stato capace di raggiungere l’Australia partendo dall’Asia sudorientale, come mai si sarebbe arrestato davanti a un ostacolo relativamente modesto, come lo Stretto di Bass? Si tratta di una via d’acqua ampia 240 km, ma poco profonda – in genere non oltre i 50 metri – che, durante l’ultima glaciazione, era quasi interamente emersa. Per quella via giunsero in Tasmania sia il diavolo della Tasmania, sia il tilacino o tigre marsupiale, sia gli stessi Tasmaniani, una popolazione che non possedeva alcuna perizia nautica, vista l’estrema primitività delle loro imbarcazioni di corteccia d’albero, assolutamente inadatte alla navigazione d’altura. Come mai, allora, il tilacino e il diavolo di Tasmania riuscirono a passare dall’Australia in Tasmania, e il dingo no? Non si tratta forse di una circostanza molto strana?

Oggi i biologi propendono ad attribuire al dingo la scomparsa del tilacino dall’Australia. Quest’ultimo (“Thylacinus cynocephalus”) era grande circa quanto un lupo, e dunque della medesima taglia, più o meno, del dingo; ma la sua femmina era notevolmente più piccola, e il dingo potrebbe averne fatto oggetto di intensa predazione, sino a causare l’estinzione della specie. Gli ultimi tilacini dell’Australia continentale scomparvero circa 1.000 anni fa; sopravissero invece in Tasmania, dove l’ultimo esemplare è stato segnalato nel 1936 (sporadici avvistamenti, peraltro non confermati a livello scientifico, si sono tuttavia susseguiti a partire da quella data, e proseguono fino ai nostri giorni). Ma in Tasmania, appunto, il dingo non era mai arrivato: due mammiferi predatori, più o meno della stessa taglia, non possono coesistere in un medesimo habitat; uno dei due è condannato a scomparire.

Ora, sappiamo che i Tasmaniani giunsero nella loro sede insulare non oltre  35.000 anni fa e che vi giunsero a piedi asciutti, o quasi, dato che la Tasmania, a quell’epoca, non era separata dal continente australiano, ma era ancora saldata ad esso. Il distacco definitivo ebbe luogo circa 10.000 anni fa, quando si aprì il braccio di mare denominato attualmente Stretto di Bass. Almeno fino a 14.000 anni fa vi era un istmo relativamente ampio, sul lato nord-orientale dell’isola, che la univa al continente. Se il dingo fu introdotto in Australia circa 5.000 fa, come la maggior parte degli studiosi è propensa a credere, questo spiega benissimo come mai il dingo non sia mai giunto in Tasmania: quest’ultima, all’epoca, era un’isola nettamente separata e gli indigeni che la abitavano non erano in grado di stabilire un regolare collegamento con la terraferma.

Ma siamo proprio sicuri che il dingo sia giunto in Australia solo 5.000 anni fa, e che questa sia la ragione per cui l’uomo non ebbe alcuna possibilità di introdurlo anche in Tasmania? L’analisi del DNA del dingo ha dato luogo a risultati controversi, sì che l’origine di questo canide è ancora oggetto di accanite discussioni fra gli specialisti: cane domestico rinselvatichito o animale selvaggio parzialmente addomesticato, e poi di nuovo tornato alla vita selvaggia? Se ne discuterà ancora a lungo e, verosimilmente, senza giungere a risultati condivisi, a meno che si verifichi, nel frattempo, qualche decisiva scoperta paleontologica. Certo, resta legittima anche l’ipotesi che le primitive popolazioni austronesiane, giunte nell’isola-continente dopo una lenta migrazione, partendo dalle loro sedi originarie nella Cina meridionale, attraverso l’Indocina e l’Indonesia, abbiamo poi subito una fase di regressione culturale e che, nel corso di tale fase, il dingo, già addomesticato, o parzialmente addomesticato, si sia definitivamente rinselvatichito, rescindendo il patto di alleanza con gli esseri umani.

Tutto questo è possibile: possibile, ma non certo, e tanto meno dimostrato. Ora come ora, il dingo, questo strano canide solitario che, ormai da qualche decennio, incomincia ad essere seriamente minacciato nelle sue possibilità di sopravvivenza, sembra ben deciso a conservare ancora per molto tempo il segreto delle sue antiche origini e, con esso, quello dei suoi possibili rapporti con i primitivi colonizzatori umani di quella remota regione terrestre.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/08/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments