lunedì, 1 Marzo 2021
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Come hanno fatto le iguane a migrare dal Sud America al Madagascar?

Quello delle iguane del Madagascar è uno dei più affascinanti misteri della zoogeografia, la scienza che studia la distribuzione geografica degli animali di Francesco Lamendola  

Quello delle iguane del Madagascar è uno dei più affascinanti misteri della zoogeografia, la scienza che studia la distribuzione geografica degli animali: come hanno fatto, questi rettili dalle dimensioni modeste, a spostarsi attraverso l’immensa distanza che copre tutto l’Oceano Pacifico meridionale, da Est a Ovest, per poi spingersi nell’Oceano Indiano e traversare anche questo quasi interamente, fino a raggiungere e popolare la grande isola africana del Madagascar?

Come è noto, si può descrivere l’iguana come una grossa lucertola che, allo stato adulto, sviluppa una caratteristica cresta sul dorso. I suoi movimenti sono mento agili e scattanti di quelli della lucertola; una differenza tra i due generi (dimorfismo sessuale) è che nel maschio la testa è triangolare, nella femmina più arrotondata.

Gli esemplari più grandi possono arrivare fino a 2 metri e mezzo di lunghezza, mentre in cattività non crescono altrettanto; sono ovunque minacciate dalle alterazioni ambientali causate dalla presenza umana e dalle attività antropiche. Famose sono quelle delle Isole Galapagos (Ecuador), che appartengono a due specie: terrestri e marine; queste ultime (Amblyrhynchus cristatus) hanno la particolarità di essere le uniche iguane al mondo a cibarsi in mare.

Come le lucertole, essendo animali a sangue freddo, amano esporre il proprio corpo al sole, per cui al mattino escono dalle loro tane e vanno a stendersi su qualche radura, o su vecchi muri diroccati, o – ancora – sul ciglio delle grotte in cui talune di esse vivono. Altre sono arboricole, conducono cioè l’intera esistenza sugli alberi e scendono a terra solamente per l’accoppiamento, per la deposizione delle uova o per effettuare spostamenti verso un’altra zona in cui stabilirsi. Nelle ore più calde, comunque, devono ritirarsi all’ombra, per evitare il surriscaldamento corporeo.

Ottime nuotatrici, le iguane sono animali particolarmente robusti e resistenti, tanto che perfino una caduta di 15 metri raramente è per esse fatale; dotate di vista ed udito molto sviluppati, hanno una dieta quasi esclusivamente erbivora, prediligendo fiori di ibisco rosso e foglioline di basilico; assai raramente sono anche insettivore.

Il loro areale si estende dalle Antille e dal Messico meridionale, a Nord, fino alla Bolivia e al Paraguay (aree steppose e paludose del Gran Chaco) a Sud, passando per le foreste e gli altipiani del Brasile; non sono presenti né nell’America Settentrionale, né nel Continente Antico (Eurasia e Africa) e neppure in Australia.

Eppure, vi sono alcune notevoli eccezioni alla regola che tenderebbe a farne un elemento esclusivo della fauna sud-americana. Una specie di iguana vive nelle isole Figi, nel Pacifico occidentale (Brachylophus vitiensis); e un’altra specie, dai vivaci colori si trova nelle Isole Tonga (“blu di Tonga”), sempre nella Melanesia, cioè ancor più vicino all’Australasia. Una nuova specie di iguana delle Tonga è stata scoperta assai recentemente: si tratta del Brachylopus bulabula (“Bulabula”, nella lingua locale, vuol dire “ciao”).

Queste iguane del Pacifico, ad eccezione di quelle delle Isole Galapagos che si trovano a “soli” 1.000 km. dalla terraferma sudamericana, costituiscono un vero mistero zoogeografico, date le enormi distanze che le separano dalla loro terra d’origine, nel Nuovo Mondo. Le altre specie di iguana, infatti, si trovano a qualcosa come 5.000 miglia di distanza; tuttavia sappiamo che, in epoca storica, esse erano ancor più diffuse nell’area oceanica, dal momento che ne esistevano altre due specie, estinte già nel XVII secolo e quasi certamente a causa della pressione esercitata dalla presenza umana e dall’introduzione di piante e animali domestici.

Se la presenza di questa fauna rettile nelle isole dell’Oceano Pacifico costituisce già di per sé un intrigante mistero zoogeografico, un altro mistero ancor più grande è rappresentato dalla presenza dell’iguana nella grande isola africana del Madagascar, nella parte centro-orientale dell’Oceano Indiano.

Si tratta di forme arboricole o di roccia, di dimensioni più piccole di quelle americane e meno ricercata dagli appassionati (da qualche anno, infatti, si va diffondendo l’allevamento domestico delle iguane, come del resto quello di altre specie animali più o meno esotiche). Per la precisione, sono ben sei le specie di iguana che vivono nel Madagascar, tutte appartenenti al genere «Oplurus»; ma nessuna di esse – fatto ancora più strano – è stata capace di superare a nuoto i 450 km. del Canale di Mozambico (nel suo punto più stretto; circa 950 in quello più largo), dato che nessuna iguana è mai stata trovata sul vicino continente africano.

Le minori dimensioni delle iguane del Madagascar e la loro caratteristica arboricola si devono considerare come aspetti di un fenomeno biologico di carattere generale, e più precisamente della vita insulare. Si tratta della cosiddetta irradiazione adattativa, ossia del fatto che le specie animali insulari (e un discorso analogo si può fare per la fitogeografia, ossia per la geografia delle specie vegetali) tendono a diversificarsi enormemente, a seconda delle circostanze ambientali. Si assiste così alla comparsa di abitudini diurne in animali tipicamente notturni; oppure della comparsa di specie nane (come il rinoceronte di Giava e di Sumatra) e di specie gigantesche (come l’uccello Moa della Nuova Zelanda o come l’Aepyornis del Madagascar, del quale ritorneremo a parlare fra breve).

Come è possibile che questo piccolo rettile sia stato in grado di spingersi fino al Madagascar, attraverso le immense distanze di mare aperto che separano la grande isola africana dalle coste dell’America Meridionale, passando attraverso tutto l’Oceano Pacifico e quasi tutto l’Oceano Indiano? E come mai non è riuscito, poi, a compiere l’ultimo, modestissimo “balzo” (modestissimo, relativamente parlando) sino alle coste orientali dell’Africa?

Teoricamente, la distanza più breve fra l’America del Sud e il Madagascar è quella che passa attraverso l’Oceano Atlantico meridionale, lungo la rotta che va dal Brasile al Sud Africa, girando attorno al Capo Agulhas. Tuttavia, la presenza delle iguane delle Isole Tonga e delle Isole Figi, oltre a quelle delle Isole Galapagos, ci fa capire chiaramente che la migrazione avvenne per la via più lunga (e contro la direzione dei venti e delle correnti prevalenti nell’emisfero meridionale, che soffiano da Ovest verso Est), quella del Pacifico e dell’Indiano.

Tuttavia, forse il mistero ha a che fare non solo con la sorprendente capacità di spostamento e di adattamento di questo rettile, ma anche con la diversa distribuzione delle terre e dei mari nelle antiche epoche geologiche.

Scrive lo zoologo spagnolo Felix Rodriguez de la Fuente nella sua ricca opera «Gli animali e la loro vita» (titolo originale: «Enciclopedia Salvat de la Fauna», Salvat Ediciones, 1970; edizione italiana a cura dell’Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1976, vol. 9, p. 231):

«I rettili, abbastanza abbonanti nel mondo malgascio, hanno speciale interesse zoogeografico, in particolare per quel che si riferisce alle iguane.

Come si sa, le iguane sono Sauri caratteristici del Nuovo Mondo,sostituiti dagli Agamidi nell’Eurasia, in Africa e nella regione orientale [ossia l’Estremo Oriente e il Sud-est asiatico, fino alla cosiddetta “linea Wallace”, che la separa dalla regione zoogeografica australiana]. È già singolare che le iguane, del genere “Brachylophus” abbiano raggiunto le isole Figi e Tonga; ma ancor più strano risulta che due generi, “Chalarodon” e “Oplurus”, quest’ultimo rappresentato da sei specie, vivano nel Madagascar.

Il problema di spiegare la presenza di questi iguanidi a soli quattrocento chilometri dalla costa africana supera la questione del carattere oceanico  ovvero continentale del Madagascar [se, cioè, il Madascar sia sempre stato un’isola o se sia stato unito, fino ad epoche recenti, al vicino continente], per toccare livelli zoogeografici più importanti e generali.  La spiegazione sta forse ne fatto che gli iguanidi sono più antichi degli Agamidi, prima dei quali hanno popolato la totalità delle terre emerse. Quando più tardi vennero sostituiti dagli Agamidi, il Madagascar era già rimasto staccato dall’Africa e questi ultimi non poterono scacciare dall’isola i loro predecessori.

Analogo problema presenta una tartaruga del genere “Podocnemis”, dato che questo genere è tipico dell’America del Sud. Esistono tuttavia prove fossili del fatto che rappresentanti del genere “Podocnemis” popolavano, non molto tempo addietro, l’Africa, il che suggerisce  l’idea di una distribuzione molto più ampia di quella attuale, successivamente ridotta.»

E così, la presenza delle iguane nel Madagascar si può spiegare in maniera semplice ed elegante, senza scomodare improbabili migrazioni attraverso mezzo mondo: con la loro diffusione nell’antico supercontinente meridionale di Gondwana, di cui anche il Madagascar faceva parte, e che comprendeva sia l’America meridionale, sia l’Africa, l’India, l’Australia (con le appendici della Nuova Guinea, della Tasmania e della Nuova Zelanda), sia – infine – l’Antartide. A quell’epoca un ampio mare “mediterraneo” separava il Gondwana dal supercontinente settentrionale, la Laurasia (America Settentrionale, Europa e Asia fino all’Himalaya), e ciò spiega l’assenza delle iguane dalle terre boreali.

Del resto, questa teoria è ormai universalmente accettata dai paleozoologi per spiegare la distribuzione dei giganteschi uccelli non volatori nell’emisfero Sud, sia viventi che fossili: dallo Struzzo africano, al Nandù sudamericano, all’Emù e al Casuario australiani, senza dimenticare il “Dinornis maximus” (Moa) della Nuova Zelanda e l’”Aepyornis” dello stesso Madagascar. Quest’ultimo, quasi certamente, si deve considerare alle origini della leggenda relativa all’uccello Rokk, di cui parlano le antiche tradizioni arabe e di cui vi è un riflesso anche nel racconto delle «Mille e una notte».

È del tutto evidente che questi colossi incapaci di volare (l’”Aepyornis” era un uccello-elefante del peso di mezza tonnellata e dell’altezza di oltre tre metri) non poterono spostarsi da un continente all’altro; anche se il loro gigantismo fu, con tutta probabilità, il risultato dell’adattamento ad un ambiente insulare in cui mancavano predatori mammiferi, dei quali vennero così ad occupare la nicchia ecologica.

Naturalmente, tornando alle iguane, rimane insoluto il problema dell’Africa; o meglio, bisogna ammettere che il Madagascar si allontanò dall’Africa, per opera dello scorrimento delle zolle tettoniche, quando questi sauri non vi erano ancora diffusi; però, visto che essi prosperano sia ad Ovest del Madagascar (in Sud America), sia ad Est (nell’Oceano Pacifico), bisogna ammettere che questa spiegazione non è del tutto soddisfacente e che sembra un po’ tirata per i capelli, allo scopo di non contraddire la teoria principale.

Il Madagascar incominciò a separarsi dall’Africa molto prima che dall’India. Il suo allontanamento dall’Africa si colloca agli inizi stessi della disgregazione del Gondwana, diciamo qualcosa come 160 o 165 milioni di anni fa; mentre il distacco dalla Penisola del Deccan, e quindi dall’Asia e – indirettamente – dall’Australia, non ebbe inizio che 89 milioni di anni or sono; e questo rende anche ragione del fatto che, per tanti altri aspetti, sia la flora che la fauna della grande isola presentano curiose analogie con quelle della lontana Asia, ma relativamente poche, invece, con quelle della vicina Africa.

Ad esempio, il coccodrillo del Nilo, che è un forte nuotatore, non ha avuto alcuna difficoltà ad insediarsi nel Madagascar, né – data l’assenza di grandi mammiferi sull’isola – a trasformarsi in un predatore di pesci, adattandosi alla caccia nell’acqua salata; mentre nella sua terra d’origine si nutre di erbivori anche di grosse dimensioni, come le grandi antilopi, che apposta quando si recano all’abbeverata.

Resta comunque il fatto che l’ecosistema malgascio è uno di quelli che maggiormente hanno sofferto dell’antropizzazione. Le grandi foreste sono state abbattute a ritmo febbrile e piantagioni d vaniglia e di cacao ne hanno preso il posto. Il famoso naturalista francese Jean Dorst ha scritto che quest’isola «ha il triste privilegio di essere una delle parti del mondo più tragicamente alterate dall’azione dell’uomo.»

Vedremo se le iguane, così rare dal punto di vista zoogeografico, riusciranno a reggere l’urto; o se saranno anch’esse condannate a scomparire, come è già accaduto a tante altre specie viventi, sia isolane che continentali.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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