lunedì, 21 Giugno 2021
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Detrattori e sostenitori della teoria di Wegener: per un senso del limite nella ricerca scientifica

Quello che forse non tutti sanno è con quanto accanimento la teoria del geniale Wegener venne avversata dal mondo accademico di Francesco Lamendola  

Della teoria della deriva dei continenti di Alfred Wegener abbiamo già avuto occasione di parlare in un precedente articolo (cfr. «La teoria della deriva dei continenti era una cosa seria, a differenza del’evoluzionismo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/06/2014): teoria che, opportunamente integrata da quella, formulata successivamente da altri scienziati, della tettonica a zolle e dello scorrimento delle masse continentali, si è rivelata in grado di rendere ragione di tutta una serie di fatti geologici, bio-geografici e paleo-biologici, i quali, altrimenti, sarebbero rimasti inspiegati ed inspiegabili.

Quello che forse non tutti sanno, è con quanto accanimento la teoria del geniale pioniere, il Wegener, venne avversata e combattuta; e quante aspre discussioni essa suscitò in campo accademico, tanto più che lo scienziato tedesco era un “semplice” meteorologo e sia tra i biologi, sia, soprattutto, tra i geologi, vi fu una levata di scudi dei cosiddetti “specialisti” contro l’intruso, contro l’ultimo arrivato, che aveva l’incredibile e intollerabile presunzione di mettere il naso nelle “loro” faccende, fornendo una spiegazione, che aveva il “difetto” di essere semplice ed elegante, di quelle incongruenze, le quali, per essere spiegate, richiedevano l’ipotesi della esistenza, in epoche passate, di innumerevoli “ponti” continentali, attraverso i quali le diverse specie animali e vegetali avrebbero potuto scavalcare mari ed oceani, e popolare terre lontanissime fra loro. Senza contare che, anche invocando la spiegazione dei ponti continentali, restava da spiegare tutta una serie di strane coincidenze geografiche e geologiche: a cominciare dalla più singolare di tutte – che anche un bambino, giocando con il planisfero, è in grado di cogliere intuitivamente -, ossia la perfetta corrispondenza fra la linea della costa occidentale del continente africano, e la linea della costa orientale di quello nord-americano e sud-americano; oppure, la continuità fra talune catene montuose e talune formazioni rocciose delle due opposte sponde dell’Atlantico, ad esempio fra la Patagonia e l’Africa meridionale.

Ha scritto Alfonso Bosellini nella sua opera «La Terra dinamica», nel vol. B del «Corso di scienze del Cielo e della Terra», Bologna, Italo Bovolenta Editore, 2009, p. 146):

«Sebbene fosse sostenuta da una vasta serie di dati, l’ipotesi di Wegener fu notevolmente osteggiata e criticata. Il maggior ostacolo per l’accettazione della teoria riguarda il meccanismo fisico della deriva dei continenti, cioè le “forze traslatrici” , come diceva lo stesso Wegener. Egli, infatti, aveva proposto che la deriva si verificasse a causa della rotazione terrestre che faceva migrare le masse continentali dalle aree polari a quelle equatoriali., la cosiddetta “fuga dai poli”. Ma semplici calcoli dimostravano che le forze esercitate da questo meccanismo erano troppo piccole per creare catene di montagne come le Alpi e l’Himalaya. Wegener riteneva inoltre che i continenti tendessero a spostarsi verso occidente a causa dell’attrito prodotto dalle maree terrestri che rallentavano la rotazione, scollando la crosta terrestre dal substrato. Wegener, infine, pensava che i continenti fossero come delle zattere di sial che “navigavano” attraverso il sima a velocità sostenute.

Il più famoso critico di Wegener fu il geofisico e matematico  Harold Jeffreys di Cambridge che nel suo trattato di geofisica del 1926 affermava ironicamente che “se il sima è lo strato più debole e consente ai continenti di solcarlo come navi col vento in poppa, esso non può contorcerne le prue” (cioè non si possono creare catene montuose per corrugamento). Jeffreys sosteneva inoltre, giustamente, che le forze traslatrici invocate da Wegener rappresentano circa la milionesima parte della forza necessaria per muovere i continenti.

Tra i sostenitori di Wegener è da ricordare Reginald Aldworth Daly, un famoso geologo americano dell’università di Harvard che accettò completamente l’idea della deriva, suggerendo un’alternativa al meccanismo proposto da Wegener: i continenti sarebbero scivolati lateralmente sotto l’influsso della gravità a causa del rigonfiamento delle regioni polari ed equatoriali con una depressione intermedia.

Favorevoli a Wegener Emile Argand, il rande geologo svizzero a cui si deve la sintesi fondamentale della struttura della catena alpina (1924) e Alexander Du Toit, un geologo sudafricano, noto per aver ricostruito (1937) con grande accuratezza l’originario assemblaggio delle terre australi nell’unico grande continente di Gondwana.

Nel 1928, Arthur Holmes, pioniere della datazione isotopica e da molti considerato il più grande geologo inglese del secolo scorso, propose che la concentrazione di elementi radioattivi nel substrato terrestre fosse sufficiente a causare la convezione. Infatti, anche Holmes, come già Jeffreys, rifiutava il modello di Wegener delle “zattere sialiche” che si muovevano attraverso il sima, ma egli, convinto dalle evidenze geologiche, cercava un meccanismo alternativo che fosse accettabile sulla base dei principi della fisica. Holmes propose che correnti sub crostali fluenti in opposte direzioni esercitassero una forte trazione nel soprastante sima che veniva stirato orizzontalmente e assottigliato. Anche un eventuale grosso blocco sialico sovrastante poteva così venir rotto in grossi frammenti,tra i quali doveva comparire del sima e formarsi così un nuovo oceano. Il modello di Holmes può essere considerato il vero embrione delle attuali teorie della dinamica terrestre. Nonostante il grande prestigio di Holmes, la teoria della deriva dei continenti continuò a essere considerata per anni assai poco favorevolmente.»

In pratica, fu solo verso la fine degli anni Sessanta del Novecento che la teoria della deriva dei continenti venne, per così dire, sostanzialmente riabilitata, perché fu solo allora che s’impose la teoria della tettonica a placche, o della tettonica a zolle (Wegener aveva avanzato la sua teoria nel 1924 ed era morto nel 1930, durante la sua terza spedizione scientifica in Groenlandia): e ciò avvenne a partire dal 1965, allorché essa fu proposta per la prima volta, in modo esplicito, da Wilson. Le tappe preliminari per giungere ad un tale “riconoscimento” furono la teoria dell’espansione oceanica, formulata da Hess nel 1962, e l’interpretazione delle anomalie magnetiche oceaniche, avanzata da Vine e Matthews, nel 1963.

Di fatto, né gli acuti e pertinenti argomenti geologici avanzati da Wegener a sostegno della sua teoria, né quelli, del pari pregnanti, di ordine paleontologico (ritrovamenti fossili, attestanti la presenza di rettili paleozoici delle medesime specie in differenti località dell’antico supercontinente Gondwana), né, infine, gli elementi di tipo paleo-climatico (la formazione di vastissime aree glaciali nelle regioni australi dei continenti attuali, oggi molto lontane le une dalle altre e poste a latitudini medie) riuscirono a convincere i suoi oppositori, principalmente a causa del fatto che egli non era in grado di fornire una spiegazione adeguata delle forze fisiche che avrebbero generato il grandioso fenomeno dello “spostamento” laterale dei continenti.

Oggi, che conosciamo l’esistenza e la natura di tali poderose forze endogene – ossia le “correnti convettive” che si formano ed agiscono al di sotto della litosfera, nel mantello terrestre –, la teoria di Wegener, integrata da quella della tettonica a placche, ci appare in tutta la sua geniale, limpida, sobria pregnanza e linearità: poche teorie scientifiche possono rivaleggiare con essa, quanto a semplicità ed eleganza, nella storia della scienza europea; e in poche di esse si notano, da un lato, la straordinaria capacità di abbracciare, coraggiosamente, una visione straordinariamente ampia dell’insieme dei fatti fisici, andando dritto verso l’essenziale e trascurando, per il momento, aspetti secondari; e, dall’altro, l’umiltà intellettuale di lasciar parlare i fatti, a costo di rivedere le teorie preesistenti e di dover affrontare difficoltà teoriche immense.

Insomma, Wegener è stato uno scienziato nel senso migliore del termine: non si è fatto intimidire da niente e da nessuno, ma si è posto nella giusta prospettiva fin dall’inizio: quella di cercare una spiegazione “semplice” dei fatti, senza moltiplicare inutilmente gli enti (secondo la nota formula del cosiddetto “rasoio di Occam”): perché, nella ricerca scientifica, non è necessario, né opportuno, ricorrere a numerose teorie per rendere conto di quei fenomeni, i quali possono trovare una spiegazione adeguata e soddisfacente per mezzo di una sola. Sembra incredibile che ciò che poteva vedere anche un bambino, e cioè che le coste dell’Africa e delle Americhe, se si avvicinassero i due continenti, ad esempio per mezzo di un modellino, finirebbero per combaciare perfettamente, non ha suscitato la curiosità, né destato l’interesse, di alcuno scienziato, prima del XX secolo; o forse sì, ma nessuno ha mai avuto il coraggio intellettuale di trarne le debite conclusioni, e di sfidare, se necessario, le prevedibili reazioni della comunità scientifica, dichiarando che quelle terre, con tutta evidenza, dovevano essere state unite, in un’epoca lontana.

Ora, che la teoria della deriva dei continenti, al suo apparire, abbia suscitato immediatamente un acceso dibattito, che vide molti scienziati schierarsi pro o contro di essa, talvolta anche mostrando un di più di coinvolgimento polemico, è cosa che si può benissimo comprendere: è più che giusto che la scienza proceda sempre con cautela e che la comunità scientifica si astenga dall’aderire frettolosamente a teorie rivoluzionarie, che non sono in grado di sostenersi completamente (come era il caso di Wegener, che non possedeva una spiegazione soddisfacente delle forze endogene da cui si sarebbe originato il movimento delle masse continentali). Tuttavia, è altrettanto chiaro che il naturale conservatorismo degli scienziati rischia di frenare gravemente l’acquisizione di nuove conoscenze (ci asteniamo, e non senza una ragione, dall’adoperare l’espressione: “progresso scientifico”, perché l’idea di progresso suggerisce una filosofia della scienza che parteggia sempre e comunque per il “nuovo”, il che non può essere un valido criterio epistemologico); e quindi, in definitiva, rischia di essere il peggior nemico della scienza stessa.

D’altra parte, è noto che la conoscenza scientifica procede per mezzo di “scosse” e di “strappi”, ossia di teorie rivoluzionarie, come è stato magistralmente mostrato da Thomas Kühn, il quale parla di “fasi” e di “rivoluzioni” scientifiche, per sottolineare il carattere non lineare, ma spezzato, irregolare, perfino imprevedibile, delle nuove teorie, dalle quali scaturisce, gradualmente, una nuova visione complessiva della realtà fisica. E, dunque, bisogna riconoscere che la scienza si avvantaggia più delle intuizioni geniali dei “dilettanti” come Wegener, che non del lento e paziente lavoro di ricerca degli specialisti; in un certo senso, si possono paragonare i primi agli storici, i secondi agli studiosi eruditi che accumulano i materiali grezzi, dei quali gli storici si serviranno per formulare delle interpretazioni d’insieme.

In altre parole, quello che la vicenda di Wegener ci ricorda è soprattutto il dovere, per gli scienziati, di essere umili, di avere il senso del limite: essi non dovrebbero avere troppa fretta di rigettare una teoria solo perché le mancano alcuni elementi, sia pure importanti, perché, se così non fosse, se tutti gli elementi fossero già perfettamente risolti, allora non ci si troverebbe più in presenza di una teoria, ma, appunto, di una certezza, ossia di una verità evidente; e, in tal caso, non ci sarebbe bisogno di uno scienziato che la formuli, ma solo di un esercito di specialisti che ne prendano atto e ne sviluppino tutte le necessarie conseguenze. Ne deduciamo che anche gli scienziati hanno bisogno di un certo grado d’immaginazione e di creatività, nel momento in cui concepiscono e mettono a punto delle teorie innovative. Sorpresa: la scienza non è solo razionalità arida, ma, proprio come lo è la matematica, anche esercizio della dimensione creativa della mente umana.

Il fatto è che, nelle vicende della ricerca scientifica, un ruolo importante lo giocano dei fattori meramente psicologici: da un lato, la gelosia e l’invidia di alcuni scienziati nei confronti di colleghi più giovani e brillanti, portatori di concezioni dinamiche e di teorie innovative; dall’altro, la pigrizia intellettuale e la chiusura professionale di una classe di persone che non hanno niente a che fare con la ricerca, ossia i divulgatori scientifici: dei giornalisti che si sono auto-proclamati difensori della “vera” scienza e che, sovente digiuni di qualsiasi ragionamento filosofico, ritengono loro dovere deridere e liquidare tutto ciò che a loro non sembra conforme al paradigma stabilito e ufficialmente riconosciuto. Sono soprattutto questi ultimi che svolgono un ruolo nefasto nell’esercitare una sorta di censura scientifica, senza possedere, peraltro, le competenze necessarie. Il bene che essi fanno, divulgando il sapere scientifico presso un vasto pubblico, è inferiore al danno che così producono…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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