martedì, 21 Settembre 2021
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Filosofia e animali: i ragni di Spinoza e le mosche di Leibniz

Dimenticati? I ragni di Spinoza e le mosche di Leibniz: è strano ma invano si cercherebbe qualche riga dedicata alla compassione per gli animali nei volumi dedicati ai problemi dell’etica dai filosofi dell’Occidente moderno di Francesco Lamendola  

È strano, ma invano si cercherebbe qualche riga dedicata alla compassione per gli animali nella maggior parte dei volumi dedicati ai problemi dell’etica dai filosofi dell’Occidente moderno. Eppure si  sono occupati del rapporto fra l’uomo e l’animale, ma sbrigativamente e con una insensibilità che lascia senza parole: come nel caso di Cartesio e anche in quello di Spinoza.

L’idea che gli animali, questi nostri fratelli minori, siano anch’essi soggetti di diritti, sembra non aver neppure sfiorato la mente della maggior parte di essi; e, quanto alle sofferenze che vengono  inflitte agli animali dagli esseri umani, si tratta di cosa ovvia e perfettamente naturale, che potrebbe destare commozione solo in qualche animuccia un po’ femminea. Ad ogni modo, tale riflessione non dovrebbe turbare minimamente i sonni di coloro i quali fanno professione di filosofia, ossia di esercizio razionale del pensiero. Con qualche eccezione, magari (per esempio, quella di Montaigne); ma è certo che la cosiddetta “rivoluzione scientifica” del XVII secolo nasce appunto da una totale esclusione degli animali dalla sfera dell’etica.

Un esempio caratteristico di tale punto di vista, che non si dà neanche la pena di giustificarsi teoricamente, si trova nella “favola dei suoni” di Galilei che, ne Il Saggiatore, descrive la vivisezione di una cicala compiuta a scopo scientifico, senza che la sofferenza e la morte inflitte  all’animale vengano prese in considerazione da un punto di vista etico.

“…quando, dico, ei credeva di aver veduto il tutto [circa l’origine dei suoni naturali e artificiali] trovossi più che mai rinvolto nell’ignoranza e  nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l’ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto, e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l’ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, s^ che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle.”

Nell’antichità, a dire il vero, filosofi come Plutarco di Cheronea avevano ammonito che l’uomo deve agli animali un atteggiamento non solo di pietà, ma anche di giustizia (cfr, l’ampia antologia a cura di Ginto Ditadi I filosofi e gli animali, Este-Padova, Casa Editrice Isonomia, 1994, 2 voll.), da cui derivava, fra l’altro, la necessità di adottare una dieta vegetariana.

Dal canto suo, Teofrasto aveva affermato, in un’opera intitolata Della pietà e di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti, che anche gli animali sono dotati di anima, che nelle loro vene scorre il sangue come nelle nostre e che il cielo e la terra sono i loro genitori, così come lo sono per noi; e che essi meritano, quindi, il massimo rispetto (frammento X, 25, 3-4; edizione a cura di G. Ditadi, Isonomia, 2005, pp. 261-265)

“Similmente riteniamo che tutti gli uomini, ma anche tutti gli animali, sono della stessa stirpe originaria, perché i principi dei loro corpi sono per natura gli stessi (…) e ancor più perché l’anima che è in loro non è diversa per natura in rapporto agli appetito, ai movimenti di collera, ai ragionamenti e soprattutto alle sensazioni. Come per i copri, certi animali hanno l’anima più o meno perfetta; ma per tutti i viventi i principi sono per natura gli stesi. La parentela delle affezioni lo prova. Se ciò che si dice dell’origine dei costumi è vero, tutte le specie sono intelligenti, ma esse differiscono per l’educazione e per la composizione del miscuglio dei primi elementi. Sotto tutti i rapporti, dunque, la razza degli altri animali ci è apparentata ed è la stessa della nostra; poiché i mezzi di sussistenza sono gli stessi per tutti, come l’aria che respiriamo, secondo Euripide, e un sangue rosso scorre in tutti gli animali e tutti mostrano d’avere in comune, per padre il Cielo e per madre la Terra.”

Ma le loro voci finirono per essere dimenticate.

Anzi, una delle caratteristiche della scienza moderna è proprio l’atteggiamento di pura e semplice manipolazione nei confronti degli altri esseri viventi; nonché di quegli esseri umani che siano percepiti come estranei al consorzio civile. Lo psichiatra Cerletti, ad esempio, nella prima metà del Novecento sperimentò la pratica dell’elettroshock dapprima sugli animali condotti al macello, indi sui detenuti delle patrie carceri.

Non certo minore fu la disinvoltura con la quale i “selvaggi” delle culture extra-europee vennero sterminati e poi relegati nei musei di antropologia, quali rarità o curiosità per il pubblico occidentale.

A proposito dello sterminio dei Tasmaniani e della sorte toccata all’ultima rappresentante della loro stirpe, imbalsamata ed esposta, appunto, dietro un a teca di cristallo del museo di Hobart, il filosofo e viaggiatore Vittorio Beonio_Brocchieri ha scritto una pagina altamente significativa nel suo libro Il Marcopolo (Milano, Martello Editore, 1952, pp. 79-82), che qui riportiamo.

“Vorrei leggere una storia dettata dai cannibali: aver in mano una cronaca delle espansioni coloniali scritta non dai conquistatori, ma dai conquistati. Apparirebbe allora il rovescio della medaglia.

“A queste cose pensavo stasera, mentre i miei occhi indugiavano dinanzi alle linee frammentarie di una non velata figura femminile, qui nel museo di Hobart, capitale della Tasmania. È la spoglia imbalsamata di una donna indigena; la sua data di nascita risale ai primi dell’Ottocento. (…)

“I bianchi, arraffando l’isola, trovarono accoglienza riluttante, perché i nativi reagivano con atti di brigantaggio e pirateria. Quindi il dilemma: noi o loro.

“Premesso dunque che per occupare la Tasmania bisognava sopprimere i legittimi abitanti della medesima, fu deciso un massacro totalitario con un metodo originale, che si chiamò black line, linea nera. Si costituì cioè una specie di cordone militare; questo doveva avanzare progressivamente per linea frontale, come un enorme rastrello da un capo all’altro dell’isola, superando forre, burroni e boscaglie; così da ridurre gli indigeni a una ritirata progressiva, che sarebbe terminata con un bagno di mare, in bocca ai pescicani. La caccia al negro cominciò. «I feriti venivano bruciati; i bambini gettati nelle fiamme; e i bracieri, intorno ai quali i nativi usavano bivaccare, divenivano i loro roghi funerari». Così (testualmente) lo storico West: (…)

Tutti gli epigoni della stirpe autoctona, sradicati e trasportati nell’isola di Flanders, si estinsero in capo a pochi decenni: fame, abbandono, malattie. Questa donna sopravvisse, ultima della sua gente, fino al 1876. La sua spoglia imbalsamata, come dicevo, si conserva qui in un museo di Hobart: essa è ridotta a linee piuttosto frammentarie. Ma io devo molta riconoscenza a questa mummia perché, inducendomi a ripescare nelle citate pagine dello storiografo West le cronache del passato, mi ha offerto preziosa compagnia nelle lunghe vigilie di questo viaggio antartico.”

Non erano pochi, del resto, i bianchi avevano messo in dubbio, fin dall’epoca dei viaggi di Cristoforo Colombo, il fatto che i “selvaggi” fossero realmente creature umane dotate di anima. Un bel passo indietro dai tempi di Teofrasto, quando alcuni saggi filosofi avevano osservato che un’anima, al contrario, è presente – e sia pure in misura embrionale – non solo negli esseri umani, ma anche negli animali.

Ma ora torniamo agli animali e alla loro esclusione dalla sfera dell’etica da parte della maggior parte dei filosofi della modernità. A dire il vero, all’interno del razionalismo – la corrente filosofica che ha dominato il XVII secolo e accompagnato, passo per passo, la cosiddetta “rivoluzione scientifica”- è possibile riconoscere due distinti atteggiamenti: uno, maggioritario e rappresentato da Cartesio e Spinoza, fautore dell’esclusione degli animali dall’etica; l’altro, minoritario, rappresentato da Leibniz, contrario ad essa.

Uno dei migliori testi esistenti sull’argomento è, a nostro avviso, quello della saggista inglese Mary Midgley, Animals and why they matter, Londra, 1983; traduzione italiana Perché gli animali di Anna Martina Brioni, Feltrinelli, Milano, 1985, pp.47-49), e da esso riportiamo un passaggio utile al nostro discorso.

“Per una presentazione rigorosa e completa degli argomenti  a sostegno dell’esclusione degli animali dalla morale è naturale rivolgersi ai grandi razionalisti del Seicento, in particolare a Cartesio a Spinoza.  Non c’è alcun dubbio sulla loro posizione, ma dobbiamo tener conto di un’intrinseca difficoltà di questo argomento: i fautori più radicali e convinti dell’esclusione assoluta  la considerano una tesi ovvia, e non pensano perciò a sostenerla argomentativamente. Nel campo avverso, Montaigne aveva discusso esaurientemente, con precisione e vivacità, le proprie obiezioni al maltrattamento degli animali. Cartesio, che pure doveva avere presenti le obiezioni di Montaigne, liquida in tutta fretta la questione, quasi fosse, per una persona ragionevole, già decisa e priva di interesse.  Molto più attento ai problemi etici, Spinoza ne tratta (…) più diffusamente. E sappiamo anche che tenne fede ai propri principi, perché leggiamo in una delle prime biografie che egli, interessato agli insetti, era solito «rinvenendo dei ragni, farli combattere tra loro, oppure, rinvenendo delle mosche, le gettava nella ragnatela e osservava la battaglia con immenso piacere, a volte ridendo». In una lettera troviamo un’annotazione che potrebbe valere  come commento tra i più stimolanti ai documentari sulla fauna selvatica: «Tutti osservano con meraviglia e piacere negli animali quegli stessi comportamenti che, negli uomini, suscitano avversione e ripulsa. Ad esempio le battaglie tra le api, la gelosia dei colombi, ecc., cose detestabili negli uomini, e per le quali ciononostante consideriamo gli animali più completi». (…)

“In che cosa consistono quei ‘diritti’ contrapposti, uguali o disuguali, delle diverse specie, e come possiamo stabilirne l’entità? In particolare, quali differenze di affetti ci autorizzano a escludere una creatura dalla nostra considerazione? Possono essere presenti anche all’interno del genere umano?  Che cosa è la ragione? È una facoltà propria dell’uomo, e ignota agli animali? Ed è, questa facoltà, tutto ciò che ha valore nell’uomo? E poi, se incontrassimo delle creature razionali non-umane, come dovremmo trattarle? E che cosa in generale si può obiettare alla compassione? Quest’ultima questione, tuttavia, ha la sua risposta nell’etica razionalistica e individualistica di Spinoza.  Egli considera un male la compassione: in primo luogo in quanto è un sentimento, e le azioni rette derivano esclusivamente dalla ragione; in secondo luogo perché è dolorosa, ed è compito di ciascuno ricercare il proprio piacere, in quanto esso indica ciò che per lui è bene. L’idea che la compassione possa essere un legane giusto e naturale tra creature che si identificano nel dolore e nella gioia è del tutto estranea alla sua etica atomizzante. Come le nozioni cartesiane di consapevolezza e di identità personale, così la valutazione spinoziana della simpatia, e più in generale del sentimento, è un presupposto indispensabile dell’esclusione  degli animali. Ma a chi non condivida la prospettiva generale di Spinoza,  tale valutazione sembrerà eccentrica, ed estranea ad ogni ragionevole  considerazione del rapporto tra gli uomini.  Se il razionalismo spinoziano non può andare oltre,  noi potremmo non sottoscrivere la sua rinuncia.

“Il razionalismo non ha ovviamente un’unica voce. La posizione di Leibniz è ben diversa. Il suo impegno filosofico prioritario è la critica a quell’abisso spalancato, nelle dottrine di Cartesio e Spinoza, tra  mente e materia; una critica condotta sul terreno  stesso del razionalismo, perché quelle dottrine apparivano incapaci di comprendere l’unità della vita. Egli sottolinea invece a continuità tra l’intelletto e le altre forme di consapevolezza, e tra la vita cosciente e quella inconscia, individuando  negli animali una forma di vita diversa solo in grado da quella dell’uomo. E anch’egli, a quanto sembra, tenne fede ai propri principi: «Herr von Leibniz non uccideva le mosche, per quanto moleste potessero essergli, perché gli sembrava un delitto distruggere un meccanismo tanto ingegnoso». Come riferisce Kant, «Leibniz, servendosi di un foglio, riportava sull’albero un piccolo verme, su cui aveva compiuto le sue osservazioni, affinché per sua colpa non gliene venisse alcun danno. Distruggere questa piccola creatura senza ragione non avrebbe potuto  non turbare un uomo». Questi accenni, troppo brevi per comunicare il pensiero di Leibniz, sono utili però perché segnalano un’ambivalenza latente nel razionalismo. Nel suo versante negativo e distruttivo può essere tanto spietato  da annientare con un tratto di penna quanto cade fuori dal dominio della ragione.  Ma nel suo versante costruttivo sa vedere in tutte le cose  l’operare della ragione. Prima di emettere un giudizio bisogna prendere in considerazione l’intera gamma di posizioni.  Un’ambivalenza analoga caratterizza il pensiero scientifico.  Senza dubbio l’entomologia ha adottato entrambi gli approcci.  Metterli in relazione non è certo semplice,  ma è importante esserne consapevoli.”

Oggi, purtroppo, come e più che ai tempi di Spinoza, nell’approccio scientifico al mondo degli animali prevale nettamente la visione riduzionistica, secondo la quale gli animali, essendo privi di ragione, possono essere manipolati illimitatamente e senza alcuno scrupolo.

Valgano per tutti le risposte che diedero alcuni ricercatore scientifici americani, nel corso di un programma televisivo del 1974, al filosofo Robert Nozick, il quale aveva domandato loro se esistano dei casi nei quali essi siano disposti a rinunciare a taluni esperimenti, qualora  comportino il sacrificio di centinaia di animali. Uno rispose candidamente: «No, che io sappia»; e alla nuova domanda di Nozick, se gli animali non contino proprio nulla,  il dottor A. Perachio del centro di Yerkes  rispose semplicemente: «Perché dovrebbero?» (episodio citato sempre nel libro di M. Midgley, op. cit., p. 10).

Non c’è che dire, siamo rimasti ai ragni del “mite” Spinoza – che la vulgata storico-filosofica ci ha sempre descritto come un tranquillo pulitore di lenti -, il quale si divertiva “immensamente” a far combattere i ragni di fra loro, nonché a osservarli mentre divoravano le mosche che lui stesso catturava per deporle nella ragnatela.

E intanto rideva, rideva.

Dopo i deliri di Hegel sugli Africani, il sadismo di Spinoza sugli animali. Ce ne sono, di cose mostruose, nella storia del pensiero occidentale moderno.

Ma la più mostruosa di tutte è che noi abbiamo perso la capacità di indignarci davanti alla vivisezione e alle mille altre forme di maltrattamento degli animali che, ai nostri giorni – proprio in nome della ragione e del progresso – continuano ad essere impunemente perpetrate.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/12/2007 e del 08/05/2017 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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