lunedì, 21 Giugno 2021
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La concezione meccanicistica dell’uomo porta con sé la brama di dominio e di sterminio

Il nuovo spirito scientifico ha definitivamente separato l’anima dal corpo e ridotto quest’ultimo ad un semplice meccanismo di Francesco Lamendola  

È ormai assodato e pacifico che la cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo ha introdotto, nel mondo occidentale prima, e nel resto del pianeta poi, un nuovo paradigma culturale, basato sul meccanicismo. A partire dal 1600 – ma con significative avvisaglie già nel 1500 – l’uomo è visto come una macchina, nel contesto di una più grande macchina, che è l’universo esplorato e ridefinito dagli astronomi copernicani.

Anche in questo Galilei è stato un antesignano: mediante la dissezione dei cadaveri, il nuovo spirito scientifico ha definitivamente separato l’anima dal corpo e ridotto quest’ultimo ad un meccanismo, ad un insieme di parti, spogliandolo per sempre di quel’aura sacrale – il «corpo magico» degli alchimisti – che, fino ad allora, lo aveva circonfuso.

La via era aperta al dualismo cartesiano, foriero di tante conseguenze negative per l’intera cultura occidentale: prima fra tutte, la radicale svalutazione di tutto ciò che, secondo questa nuova visione, non era «res cogitans»: vale a dire non solo il corpo umano, ma tutto l’insieme degli altri viventi, piante e animali, nonché la natura tutta.

Ora, dal punto di vista storico-filosofico, si dirà che un paradigma culturale ne vale un altro, e che nessuno di essi è comprensibile, e tanto meno giudicabile, dal punto di vista di un altro. Ciò è perfettamente vero, in teoria; ma, in pratica, non si ha alcun diritto di dire – parafrasando Hegel – che tutte le vacche sono nere, solo perché è scesa la notte. Perché vi sono paradigmi pacifici e paradigmi violenti e bellicosi, che hanno portato disastri e sofferenze nel mondo: e il paradigma meccanicista è uno di questi ultimi.

Le idee non sono mai neutrali o indifferenti; sempre esse producono effetti, allorché trovano qualcuno deciso a realizzarle: Napoleone diceva che la rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette. E l’idea meccanicista è, oltre che discutibile sullo piano teorico, altamente distruttiva nel campo pratico, perché intrinsecamente sopraffattrice e distruttiva: la brama di dominio e di sterminio sono, per così dire, nel suo patrimonio genetico.

Non v’è dubbio.

Se il corpo è una macchina e se l’universo è una macchina, allora tutto quel che resta da decidere è chi sarà abbastanza forte per imporre il proprio controllo su questa realtà meccanicista, in modo da sfruttarla a proprio vantaggio e da impedire che altri possano metterci sopra le mani. Dunque, guerra di tutti contro tutti: «bellum omnium contra omnes», nel più puro stile hobbesiano (e, più tardi, darwiniano).

Bisogna occupare la società e la natura, prima che esse siano occupate da altri: è un gara permanente di velocità, di forza e di spregiudicatezza. La storia occidentale, a partire dal XVII secolo, è stata tracciata su questa falsariga, e da lì non si è più spostata: fino all’esito apocalittico delle due guerre mondiali, concluse dal fungo atomico su Hiroshima e Nagasaki.

Altre culture, pur evolute, non la pensavano così. Nell’Impero cinese fu inventata la polvere da sparo prima che in Occidente, ma per allestire i fuochi d’artificio; furono costruite navi molto più grandi e possenti delle caravelle e dei galeoni europei del Rinascimento, ma per esplorare nuovi continenti (fra cui l’Africa e l’Australia) senza volerli conquistare.

Anche in Europa non era stato così, prima dell’avvento del paradigma meccanicistico. Le lotte politiche più caratteristiche del Medioevo, quelle fra l’Impero e la Chiesa, non nascevano da illimitata volontà di manipolazione e di dominio, ma dalla difficoltà di delineare un confine tra la sfera del potere politico e l’ambito di ciò che è spirituale. Era, cioè, uno scontro di carattere pratica e non teorico;: in teoria, tutti erano d’accordo – imperatori e papi per primi – che l’ordine politico fosse preposto ad assicurare pace e giustizia sulla terra, e l’ordine ecclesiastico ad assicurare la salvezza delle anime in vista della vita eterna.

Una pagina penetrante, in proposito, è stata scritta da Mario Galzigna, nel suo volume «Conoscenza e dominio. Le scienze della vita tra filosofia e storia», Verona, Bertani Editore, 1985, pp. 168-69):

«[…] La macchina non rappresenta una semplice modalità di descrizione della materia vivente, ma pretende di funzionare come un discorso che ha valore di verità: come referenza scientifica verace, come base certa e rassicurante di qualsiasi tipo di sapere, che non solo abbia investito i corpi, ma che sui sia anche misurato la necessità di metterli insieme, di assoggettarli e di dirigerli. La nozione di macchina è stata comunque de spiritualizzata. Il corpo-macchina è concepito come realtà separata:; l’anima, con Descartes, è stata da esso espulsa; determina i suoi movimenti volontari, ma non può prescindere dalla disposizione interna dei suoi organi, fondamentale rispetto all’esecuzione di tutti i movimenti possibili: di quelli volontari, guidati appunto dall’anima, e di quelli involontari, che sono indipendenti da qualsiasi guida esterna.

Il meccanicismo biologico assume così dei contorni precisi, senza dubbio radicalmente innovatori, che tuttavia non sarebbero stati possibili senza la frattura che le ricerche anatomiche, almeno  da Vesalio in avanti, hanno determinato.  È proprio a partire dalla “fabrica” che la cartesiana “machinerie du corps” può essere pensata!In altri termini, la rivoluzione meccanicistica del primo seicento  è resa possibile da una rottura epistemologica che si instaura nel secolo precedente, attraverso ‘affermarsi dello sguardo anatomico, che costituisce il corpo come realtà separata e fonda, così, la stessa possibilità di una filosofia dualistica.

Il punto di vista meccanicistico, per imporsi, dovrà comunque abbattere ostacoli epistemologici non irrilevanti; il corpo magico, determinato dagli influssi astrali,  immerso nella complicata rete di simpatie e di antipatie, di analogie e di similitudini che lo collegano a cosmo, rappresenta una resistenza che occorre superare. Conseguentemente, la demonologia dovrà essere sostituita da una conoscenza de corpo e da una medicina, capaci di spiegare  certe anomalie del comportamento senza ricorrere ai misteriosi influssi di satana, e quindi senza rimandare a una esistenza  reale ella stregoneria. La strega, la guaritrice, la procacciatrice di aborti, la deviante, deve in ogni caso essere eliminata: attraverso i roghi, con il supporto  di un sapere demonologico, oppure, in quanto folle e alienata,, attraverso la reclusione, con il supporto di un sapere medico. Malebranche, in una pagina della “Recherche de la vérité”, individua con lucidità questo passaggio; parlando dei “sorciers” che vengono bruciati sui roghi, afferma: “Que l’on cesse de les punir et qu’on les traite comme des fous”.

L’affermarsi del meccanicismo sembra quasi scandito da una ineliminabile necessità di comando e di sterminio, in un affresco grandioso, ed eterogeneo, dove la storia del pensiero si decide nei suoi confini instabili, nei suoi pericolosi territori di frontiera; dove la storia de pensiero si intreccia, in modo indissolubile, alla storia delle lotte, al comportamento dei singoli e delle masse, alla resistenza delle moltitudini.»

La liquidazione di una soggettività antagonista, probabilmente dotata – come nel caso delle streghe – di un significativo livello di autonomia sociale, sembra quindi far parte del programma meccanicista. La puntualità delle concatenazioni non è facilmente descrivibile: tentando di farlo, occorrerebbe per lo meno evitare le astuzie ed i trabocchetti di un determinismo rozzo, spesso abilmente mascherato, ma comunque incapace di restituirci la complessità di questo scenario.

Il corpo-macchina contro il corpo magico, dunque: contro il corpo ribelle, indocile, non ancora assoggettato. L’anatomo-fisiologia, a partire da Vesalio, può funzionare come la base scientifica di tutti i saperi ed i poteri che agli inizi dell’età moderna investono il corpo.»

Non era inevitabile che la cultura occidentale imboccasse quella strada; a meno di sposare l’ideologia idealista in base alla quale «tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale, è reale», la quale si traduce, in pratica, nel dare ragione, con un misero senno del poi, a quelle forze storiche che hanno trionfato, magari in maniera effimera, non per un’intima necessità, ma semplicemente perché hanno trovato una situazione favorevole di cui hanno saputo lestamente approfittare, come i ladri allorché s’imbattono in una casa incustodita.

Non era inevitabile, perché, nonostante talune premesse materialiste della filosofia antica, almeno fino al Rinascimento la cultura occidentale, nelle sue posizioni filosofiche più diffuse e articolate, aveva sempre tenuto fermo il principio che né il microcosmo umano, né il macrocosmo universale, sono delle macchine, ma, semmai, delle fabbriche, nel senso di attività intelligente diretta ad un fine; o, meglio ancora, sono degli organismi, di cui non si può nemmeno immaginare il funzionamento di una singola parte, facendo astrazione dall’insieme.

Non solo. La cultura occidentale, per tutto il Medioevo, aveva tenuto ferma l’idea di un cosmo vivo, percorso da potenti forze astrali, e di un essere umano armoniosamente inserito in esso, secondo i disegni della divina Provvidenza. Ora quest’idea andava bruscamente in pezzi, insieme  a quella di una dimensione spirituale non separata irrevocabilmente da quella materiale, ma distribuita e compenetrata in essa, vero soffio vitale di origine divina.

L’avvento del nuovo paradigma scientifico a base meccanicista ha scalzato l’uno dopo l’altro i vecchi capisaldi della concezione pre-moderna, permeata di spiritualismo, e creato i presupposti per un approccio radicalmente ateo e dualistico alla realtà dell’uomo e allo studio della natura, ridotta, quest’ultima, a luogo di manipolazione illimitata da parte dell’unica creatura depositaria della «res cogitans»: l’uomo, appunto, visto esclusivamente quale creatura raziocinante, alla quale tutto è permesso, poiché non è più custode del disegno divino presente nella natura, ma artefice incontrastato della sua sottomissione e del suo sfruttamento.

Ora, pensare la terra e le creare viventi come altrettanti meccanismi, equivale non solo a despiritualizzarli radicalmente, ma anche a porre le premesse della loro distruzione programmatica. Una macchina si può sostituire: anzi, si deve sostituire, allorché i suoi ingranaggi siano stati logorati dall’uso incessante. Così è stato fatto per le piante, gli animali e gli esseri umani con i quali l’Occidente è entrato in contatto, a partire dai grandi viaggi di scoperta del XV e XVI secolo (epoca in cui, non a caso, ha inizio la tratta dei negri).

La flora e la fauna di isole e di interi continenti sono state letteralmente spazzate via e sostituite da piante industriali introdotte dall’Europa e da animali da allevamento provenienti, anch’essi, dal Vecchio Continente. Lo stesso destino è stato riservato agli Indiani delle due Americhe e agli Aborigeni australiani: sono stati spazzati via, direttamente o indirettamente, perché i coloni giunti dall’Europa potessero edificare le loro città, coltivare i loro campi e allevare le loro mandrie. Che cosa c’è di strano in un tale comportamento, una volta stabilito che piante, animali ed esseri umani altro non sono che macchine, e che solo quanti sono capaci di razionalità cartesiana meritano veramente l’appellativo di uomini, mentre gli altri (come gli Indios dell’Amazzonia) non si possono definire altrimenti che animali vocali?

Si può considerare immorale fin che si vuole un tale modo di agire, ma non gli si può negare il carattere della coerenza con il paradigma culturale da cui discende; così come non si può negare, crediamo, che altri paradigmi erano e sono possibili, diversi da quello le cui basi furono gettate da Francesco Bacone, Galilei, Cartesio e Newton. È necessario rifondare un paradigma culturale basato sul rispetto per la vita (Schweitzer), sulla consapevolezza della stretta interdipendenza fra tutti i viventi e sulla priorità dell’evoluzione spirituale rispetto ad ogni altro fattore, ivi compresi il profitto economico ed il progresso tecnologico.

Solo a queste condizioni, ammaestrate dai disastri provocati da una filosofia spietata e inumana, le generazioni future potranno scongiurare il collasso morale e materiale che già si annuncia, per numerosi segnali, a livello mondiale.

Quasi certamente noi non ci saremo; abbiamo tuttavia il dovere di educare i nostri figli e i nostri nipoti alla luce di una nuova sensibilità, preoccupandoci di fare in modo che il loro passo sia più leggero sul pianeta che abitiamo, e più armonioso e comprensivo, di quanto non lo sia stato il nostro.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 29/12/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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