mercoledì, 24 Febbraio 2021
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La latitudine influisce sulla taglia degli animali?

La latitudine, ossia la maggiore o minore distanza dall’Equatore o dai Poli, influisce sulla taglia degli animali che vivono nei diversi habitat terrestri: teorie di J.A.Allen di Francesco Lamendola  

La latitudine, ossia la maggiore o minore distanza dall’Equatore o dai Poli, influisce sulla taglia degli animali che vivono nei diversi habitat terrestri, favorendo lo sviluppo di animali più grandi nelle regioni fredde, e di animali più piccoli in quelle calde?

Detta così, la domanda potrebbe sembrare, a dir poco, bizzarra. Eppure, fin dal 1877 uno zoologo e ornitologo statunitense, Joel Asaph Allen, ha formulato una sua particolare teoria o “regola”, o “legge”, che dir si voglia, la quale si può riassumere press’a poco in questo modo: animali endotermi (cioè che producono il calore necessario alla vita dall’interno del loro organismo), a parità di volume corporeo, possono avere aree superficiali molto diverse, cosa che influenza le modalità di regolazione della temperatura corporea. Ora, è intuitivo che, per le creature viventi nelle regioni a clima freddo, il segreto della sopravvivenza, durante i lunghi mesi invernali, è quello di disperdere la minor quantità di calore possibile: il che avviene quando il rapporto fra il volume corporeo e la sua superficie è basso, non avviene quando è alto. Questo darebbe conto di due fenomeni, che si possono osservare nella fauna delle regioni temperate fredde e di quelle sub-polari: l’aumento della massa corporea, rispetto agli individui della medesima specie che vivono in aree dal clima più favorevole, e, per contro, la riduzione delle estremità, a cominciare dalle orecchie e dalla coda. Un corpo più massiccio, infatti, consente di accumulare una maggior quantità di calore; viceversa, delle estremità più brevi, consentono di risparmiare calore, che, diversamente, andrebbe inutilmente disperso lungo ampie superfici.

La riprova, al contrario, di questo fatto, è che gli animali del deserto tendono ad ampliare la superficie corporea, specialmente delle estremità, ma a ridurre il volume: che è quanto dire che si adattano a condizioni climatiche opposte a quelle delle specie polari e sub-polari. Fra l’altro, una superficie molto articolata (e molto estesa, rispetto alla massa corporea), consente di scottarsi di meno sulla sabbia rovente del deserto: come avviene per certi rettili del Deserto del Namib, che poggiano alternativamente solo due zampe su quattro alla volta, e che si mantengono sulle punte delle dita, in maniera da offrire al terreno il contatto minimo indispensabile. Le orecchie enormi del fennec, o volpe del deserto (del Sahara), viceversa, consentono all’animale di portare al massimo la dispersione del calore interno, sì da favorire un abbassamento della temperatura. Se il problema degli animali polari, infatti, è quello di accumulare e conservare il calore interno, quello degli animali del deserto è, viceversa, quello di disperdere più calore possibile, evitando un pericoloso innalzamento della temperatura corporea.

Sarà per questo che la tigre di Sumatra (Panthera tigris sumatrae) e la tigre di Giava (Panthera tigris sondaica, estinta nel 1972) sono entrambe assai più piccole della tigre indiana (Panthera tigris tigris), per non parlare della tigre siberiana (Panthera tigris altaica), la più massiccia di tutte? Oppure, in quest’ultimo fatto, è coinvolta un’altra questione, completamente diversa e niente affatto riconosciuta da tutti i biologi: vale a dire, la tendenza alla diminuzione della taglia degli animali viventi nelle isole e nei continenti più piccoli, rispetto agli animali delle stesse famiglie viventi nelle isole e nei continenti più grandi? (Cfr. il nostro precedente articolo: «La taglia delle specie animali è proporzionale alle dimensioni dei continenti?», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 13/08/2015).

Scrive Jean-Jacques Hubin nel volume «Il libro degli animali preistorici», Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, 1979,  pp. 270-273):

«Gli sconvolgimenti climatici [provocati dalle ultime quattro glaciazioni] ebbero, come si può facilmente immaginare, una fortissima influenza sulla fauna. Gli animali “caldi” della fine del Terziario, ai primi raffreddamenti dovettero adattarsi o emigrare verso sud, per ritornare  in seguito ad alternarsi con le faune “fredde”. In Europa, essendo le possibilità di migrazione limitate dalla presenza del Mediterraneo, la scomparsa delle forme subtropicali ne fu tanto più affrettata.

Tuttavia le possibilità di adattamento di certi Mammiferi sono grandi e delle famiglie che sembrerebbero legate, osservando la loro distribuzione attuale, senza ombra di dubbio, alle zone tropicali o equatoriali, prosperarono a lungo a fianco delle volpi polari, dei buoi muschiati e delle renne che popolarono l’Europa fino alle sue propaggini più meridionali.

Questi fu, ad esempio, il caso del rinoceronte lanose così frequentemente raffigurato nei “dipinti” degli uomini del Paleolitico superiore.

Esso era protetto, come si osserva nelle raffigurazioni paleolitiche e si poté constatare su esemplari congelati, da uno spesso vello nero, ricoperto da lunghi peli rossi. Tra gli elefanti, il mammuth è una celebrità della paleontologia.

Contrariamente ad un’idea molto diffusa, le sue dimensioni non avevano nulla di straordinario,, in confronto ad un grande elefante attuale, ma le sue zanne ricurve raggiungevano dimensioni veramente gigantesche. […]

A differenza dei mammuth, numerosi Mammiferi pleistocenici superavano in dimensioni i loro equivalenti attuali. Nei carnivori, ad esempio, l’orso delle caverne, il leone e la iena delle caverne erano decisamente più robusti dei loro parenti moderni e ciò si verificò all’interno di più gruppi. Un’altra osservazione di questo tipo può essere effettuata nella natura attuale: all’interno di un genere o di una specie i pesi, ma anche le proporzioni corporee, variano a seconda della latitudine e le popolazioni che si collocano negli ambienti più freddi sembrano dare origine ad individui più massicci. Così le tigri più grandi sono quelle che abitano la Siberia, mentre le varietà più meridionali, quelle indonesiane, si caratterizzano invece per una taglia inferiore al tipo medio, rappresentato dalla tigre indiana.

Un fenomeno analogo, che si osserva nei vari gruppi man mano che ci si avvicina ai poli, è quello della progressiva riduzione dell’allungamento delle estremità corporee (coda, orecchie, zampe).

Si tratta degli effetti della cosiddetta legge di Allen, che come la precedente, spiega il grado di adattamento di un Mammifero ad un ambiente caldo o freddo (variazioni del rapporto volume/superficie corporea).

Ecco spiegato il motivo per cui il fennec del Sahara possiede orecchie immense in confronto a quelle minuscole della volpe polare. Il caso della tigre è doppiamente interessante poiché gli individui più piccoli provengono dalle Isole della Sonda.

Il nanismo insulare dei grandi Mammiferi è uno dei fenomeni generali più spettacolari che la Paleontologia del Pleistocene ha messo in evidenza. Dopo più di un secolo si sono riconosciuti nelle grandi isole del Mediterraneo, in Sicilia e a Malta dapprima, poi a Cipro e a Creta, i resti di minuscoli elefanti.

Questi animali straordinari, alti soltanto 80 centimetri, secondo alcuni sono discendenti del continentale Elephas antiquus che li superva di quattro metri. Vivevano a fianco di altri nani, tra cui un minuscolo parente di Megaceros.

Questo fenomeno non è limitato al Mediterraneo; nelle Antille, alla stessa epoca vivevamo dei Megatherium grandi come barboncini!

E non è tutto: per far risaltare ancor di più queste stranezze, ratti, topi, quercini e topi campagnoli avevano assunto nelle isole proporzioni gigantesche.

Tutti questi animali non erano per questo meno “normali”. Semplicemente essi erano adattati a condizioni molto particolari. Nella fauna di queste isole, molto povera, non erano compresi dei grandi predatori. Eccettuate alcune specie estremamente veloci, assumere dimensioni minime e nascondersi, o diventare enormi e invulnerabili sono le due vie abituali che permettono agli erbivori di difendersi. Ma queste modificazioni non si verificano senza avere dei grossi inconvenienti fisiologici. Liberati dal problema  rappresentato dai carnivori, i Mammiferi di queste isole sono quindi ritornati verso dimensioni medie, che, d’altra parte, permisero agli elefanti di adattarsi  meglio al paesaggio accidentato  e alla vegetazione povera e ai roditori di sfuggire  ai loro ultimi nemici: i rapaci.

L’ultima glaciazione provocò la ritenzione di enormi masse d’acqua  sotto forma di ghiaccio nelle calotte polari e dunque un notevole abbassamento del livello dei mari. Messe in comunicazione con i continenti, le isole videro scomparire la loro originalissima fauna.»

Naturalmente, è inesatto affermare che la taglia dei grandi Mammiferi va aumentando allorché si procede da mezzogiorno verso settentrione; questo, infatti, è quanto si può osservare nell’emisfero boreale: in Europa, in Asia e nell’America del Nord. Nell’emisfero australe, le cose vanno apparentemente in maniera opposta. Come esempio di Mammifero di grossa taglia, prendiamo il puma (Puma concolor, Linnaeus 1771), denominato anche coguaro o leone di montagna, un carnivoro della famiglia Felidae, diffuso lungo tutto l’arco del continente americano. Ebbene: coloro che conoscono bene questo animale, a cominciare dai cacciatori, hanno osservato che la taglia degli individui presenti nell’America del Sud, oltre al loro numero, aumenta mano a mano che si scende dal Tropico del Capricorno verso la Patagonia e la Terra del Fuoco (l’osservazione è stata fatta da Jean-Jacques Petter, del Museo di Storia naturale di Parigi, nel suo saggio «Fauna patagonica», nel volume: A.A. V.V., «Patagonia, terra del silenzio», Venezia, Centro Studi Ricerche Ligabue, 1980, p. 96).

Tornando, poi, al fenomeno del nanismo dei Mammiferi nelle piccole isole, lo abbiamo già trattato altrove, ad esempio parlando del cervo delle isole Key (Odocoileus virgininianum clavium), poste all’estremità meridionale della Penisola di Florida (cfr. il nostro precedente articolo: «Il cervo di Key sull’orlo dell’estinzione per la caccia e la distruzione della foresta tropicale», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/07/2008). Non bisognerebbe però assolutizzare alcuni dati a scapito di altri, per sfornare una “legge” naturale ad hoc: se è vero che l’elefante di Sumatra (Elephas maximus sumatranus) e l’elefante di Giava (Elephas maximus sondaicus) sono decisamente più piccoli dell’elefante indiano (Elephas maximus indicus) e questo, a sua volta, assai più piccolo della specie africana (Loxodonta africana), è altrettanto vero che nelle relativamente piccola isola di Maurizio, nell’Oceano Indiano (arcipelago delle Mascarene), viveva un uccello terricolo come il Dodo (Raphus cucullatus), che arrivava a pesare fino a 25-30 kg. ed era, perciò, sena dubbio, un colosso rispetto alle specie attuali della famiglia cui apparteneva, i Columbidae.

I biologi evoluzionisti ci spiegano che questo “aumento” delle dimensioni, rispetto alla specie originaria (proveniente, si suppone, dall’Asia meridionale: ma è ben strano che essa abbia potuto compiere un balzo di migliaia di chilometri, e sia stata poi incapace di portarsi sulla vicina isola della Réunion e nelle altre delle Mascarene), sarebbe dovuto alla mancanza di competitori e di predatori e alla sua trasformazione in uccello terricolo; la stessa cosa che sarebbe accaduta al Natunaornis giugoura, di poco più piccolo, un columbide oggi estinto, i cui resti sono stati rinvenuti sulle Isole Figi, nell’Oceano Pacifico. Ma siamo sicuri di non scambiare l’effetto con la causa? Questi uccelli avevano perduto la capacità di volare perché erano diventati troppo grossi, o erano diventati così grossi perché avevano smesso di volare ?

Sia come sia: se ammettiamo che abbiano assunto abitudini di vita terrestri perché, per procurarsi il cibo e per sottrarsi ai nemici, non dovevano fare più la “fatica” di alzarsi in volo, non stiamo forse scivolando verso un funzionalismo un po’ ingenuo e semplicistico, come quello che i darwiniani hanno sempre rimproverato a Lamarck: cioè che la funzione crea l’organo (o, in questo caso, lo inibisce e lo fa regredire: come le ali del dodo che, non più adoperate per il volo, cessano di funzionare in quanto ali)? I darwiniani e i neodarwiniani sostengono che il collo delle giraffe non si è “allungato” per poter brucare le foglie più alte sugli alberi della savana, ma che la selezione ha favorito le giraffe dal collo “naturalmente” lungo rispetto a quelle dal collo più corto; e ciò sulla base di mutazioni genetiche casuali. Se le cose stanno così, perché ipotizzare che gli animali si prendano il disturbo di aumentare o diminuire le proprie dimensioni, a seconda della latitudine, e cioè in base al clima, quando basta introdurre il caso nella trasmissione del loro patrimonio genetico, e si possono ottenere tutte le “spiegazioni” che si vuole per la loro taglia grande o piccola?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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