martedì, 9 Marzo 2021
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La sopravvivenza del canguro arboricolo di Vogelkop è legata a quella della foresta pluviale

Si tratta di forme animali di grande interesse naturalistico, molto antiche e suddivise in una dozzina di specie oggi conosciute di Francesco Lamendola  

La sopravvivenza dei canguri arboricoli dell’Australia e della Nuova Guinea è legata a quella del loro habitat originario, ossia la foresta pluviale equatoriale; là dove essa è caduta sotto le seghe elettriche dei boscaioli, decisi a guadagnare nuovo spazio per l’agricoltura e l’allevamento, essi non hanno potuto fare altro che spostarsi sempre più all’interno.

Si tratta di forme animali di grande interesse naturalistico, molto antiche e suddivise in una dozzina di specie (peraltro non sempre ben distinte l’una dall’altra), delle quali due sole sopravvivono in Australia, dove un tempo erano molto diffuse: quella di Lumholtz e quella di Bennett, entrambe nella foresta pluviale del Queensland; mentre tutte le altre sono concentrate nella Nuova Guinea, la grande isola equatoriale (785.000 kmq., due volte e mezzo l’Italia e la seconda al mondo per superficie, dopo la Groenlandia).

Scrivono gli Autori della enciclopedia «Animali in primo piano» (titolo originale: «Animal World, mammals: their lives and their future», Marshall Cavendish Ltd., 1994; traduzione italiana a cura dell’Istituto Geografico De Agostini,  Novara, 1995-96, vol. 6, pp. 178-80):

«Circa 10 milioni di anni fa il continente australiano andò alla deriva entrando in collisione con le isole dell’Indonesia; ciò permise ai mammiferi placentati provenienti dalle più vicine isole del sud-est asiatico di colonizzare l’Australia.

Per primi arrivarono i pipistrelli, seguiti dai ratti e dai topi trasportati dalle correnti su pezzi di legno. Le altre specie sui susseguirono a distanza di tempo fino all’arrivo dell’uomo, circa 40.000 anni fa. La terra invasa da questi animali, durante il suo lento movimento verso nord aveva subito l’influsso di diverse condizioni climatiche. Le primitive foreste all’interno del continente avevano lasciato il posto a regioni desertiche e alla savana: alberi di acacia e poche specie erbacee su un terreno inaridito. Nelle regioni costiere crescono ancora molti alberi con foglie piccole e coriacee che si sono adattate a trattenere l’acqua. Tra queste le più frequenti erano le varie specie di “Eucalyptus”, un genere unicamente presente in Australia, che è localizzato nelle regioni marginali dei deserti e in quelle dei tropici.

L’attuale vegetazione tipica delle regioni australiane è simile a quella del passato, sebbene le varie specie vegetali abbiano subito delle variazioni a causa dell’uomo. Con l’arrivo, nel XVIII e XIX secolo, di contadini europei desiderosi di appropriarsi di terre da poter coltivare, la maggior parte degli alberi venne abbattuta a favore di terreni coltivati e praterie adatte al pascolo.

I grandi canguri erbivori hanno beneficiato di questi cambiamenti, ma per il koala, come per altre specie, l’habitat è stato distrutto. Essendo il koala uno specialista di eucalipti, una volta era presente in tutta l’Australia orientale, dai confini delle foreste pluviali del Queensland alle fredde coste del Bass Strait nel Victoria meridionale, che originariamente ospitava una vasta regione di foreste di eucalipti e di altri alberi. Gran parte di queste foreste oggi non esiste più e la presenza della popolazione di koala ormai è limitata a piccole aree.

Le due specie di canguro arboricolo australiano, quella di Lumholtz e quella di Bennett, sono localizzate attualmente solo nelle regioni montuose delle foreste tropicali sulla costa orientale del Queensland settentrionale. Il canguro arboricolo di Lumholtz un tempo era presente nella foresta pluviale della pianura costiera, ma da molto tempo gran parte della foresta è ormai scomparsa.

Allo stesso modo l’habitat del canguro arboricolo di Bennett è andato distrutto e gli esemplari di questa specie sono stati visti spesso attraversare i boschi aperti per raggiungere le poche zone isolate della foresta pluviale. Il nord-est dell’Australia originariamente era caratterizzato da una vasta distesa di foresta pluviale comparabile a quella della Nuova Guinea dove probabilmente si originarono gli antenati dei canguri arboricoli australiani. Le foreste pluviali sono ancora presenti in Nuova Guinea e le 7 specie endemiche di canguri arboricoli vivono ancora nel loro habitat originario.»

Le dodici specie di canguro arboricolo oggi conosciute sono:

1) il canguro arboricolo di Lumholtz («Dendrolagus lumholtzi», diffuso nelle aree forestali dell’Australia nord-orientale (Queensland);

2) il canguro arboricolo di Bennett («D. bennettianus»), come il precedente;

3) il canguro arboricolo brizzolato («D. inustus»), diffuso nella Nuova Guinea settentrionale e occidentale, sull’isola di Yapen e, forse, anche sulle isole di Salawati e Waigeo, nel mar di Halmahera;

4) il canguro arboricolo di Matschie («D. matschiei»), presente solo nella Penisola di Huon, nella parte nord-orientale dell’isola;

5) il canguro arboricolo di Doria («D. dorianus»), diffuso in diverse regioni dell’isola;

6) il  canguro arboricolo di Seri («D. stellarum»), sugli altipiani della parte centro-occidentale dell’isola;

7) il canguro arboricolo di Goodfellow («D. goodfellowi»), nella parte centrale e sud-orientale, ossia la Papuasia propriamente detta;

8) il canguro arboricolo dal mantello dorato («D. pulcherrimus»), limitato ai Monti Foja e alla catena dei Torricelli, nella sezione centrale;

9) il canguro arboricolo di pianura («D. spadix»), nelle zone pianeggianti della Papuasia sud-occidentale;

10) il Dingiso («D. mbaiso»), già ricordato, nelle zone montuose centrali, e

11) il Tenkile («D. scottae»), presente solo nella provincia di Sandau. A tutti questi bisogna ancora aggiungere

12) il canguro arboricolo di Vogelkop («D. ursinus»), sul quale vogliamo adesso fermare la nostra attenzione.

Abbiamo già narrato l’entusiasmante scoperta di una di queste specie, in anni assai recenti, da parte di un naturalista australiano, Tim Flannery: «Dendrolagus Mbaiso Flannery» (nell’articolo «La scoperta del Dingiso, canguro arboricolo della Nuova Guinea» (sul sito di Arianna Editrice in data 28/04/2008). Tale scoperta è avvenuta nel 1994 e la nuova specie è stata ufficialmente classificata nel 1995; non esistono motivi, quindi, per escludere che altre specie o sottospecie di dendrolaghi possano vivere in qualche recesso remoto della foresta pluviale della Nuova Guinea, quasi certamente nelle regioni montuose più interne e meno accessibili.

Vogelkop e Bomberai (oggi la seconda è meglio nota come Penisola di Fakfak) sono le due penisole, dalla forma assai caratteristica, che si protendono all’estremità nord-occidentale della Nuova Guinea, proprio al di sotto della linea dell’Equatore, fra il Mar di Ceram a ovest e il Golfo dell’Irian a est; fra esse s’insinua il profondo Golfo di Berau, mentre la seconda è divisa dal resto dell’isola mediante il Golfo di Kamrau.

Se la figura complessiva della grande isola ricorda, in qualche modo, quella di un uccello preistorico con la coda rivolta verso sud-est, allora Vogelkop e Bomberai formerebbero la testa del mostruoso animale con il becco aperto, come per afferrare e divorare qualcosa.

Il canguro arboricolo di Vogelkop (il nome olandese è giustificato dal lungo dominio coloniale di quella nazione, peraltro mai penetrato effettivamente nelle foreste dell’interno, che ebbe termine solo il 1° ottobre 1962) è presente unicamente in queste due penisole, nella parte indonesiana della Nuova Guinea, ove lo si è osservato nella fascia compresa fra la costa e i 2.500 metri d’altezza sul livello del mare. Tuttavia, mentre è piuttosto raro lungo la fascia costiera, più vicina alle attività invasive dell’uomo, il suo habitat ideale rimane la foresta montana dell’interno, che si estende approssimativamente per una superficie di 30.000 chilometri quadrati (più della maggiore isola mediterranea, la Sicilia).

Il canguro arboricolo di Vogelkop ha il corpo e il dorso scuri, con il ventre chiaro e le guance di un rossiccio sbiadito; le orecchie sono caratterizzate da ciuffi di pelo con le estremità di colore bianco. Purtroppo non si hanno dati precisi relativi al suo peso e, in genere, poco altro si sa di questo prudente, elusivo abitatore della foresta pluviale, che molto difficilmente si lascia accostare dall’uomo. I naturalisti che hanno voluto studiarlo sono andati incontro a un lavoro particolarmente duro; del resto, se non fosse così guardingo, questa graziosissimo inquilino della foresta primigenia si sarebbe già estinto da tempo, sottoposto adesso, oltre che a una caccia sconsiderata da parte degli indigeni, anche alle minacce della cosiddetta civiltà moderna.

I canguri arboricoli della fauna oceanica, presenti solo al di là della linea Wallace, costituiscono un gruppo di mammiferi marsupiali di grande interesse naturalistico, poiché presentano una sorta di compromesso fra la vita al livello del suolo, come per i grandi canguri saltatori, e quella sospesa tra le fronde della volta arborea, come per i koala ed altri animali dalle medesime abitudini, ma viventi in climi e aree geografiche differenziati, dal bradipo della foresta pluviale sudamericana allo scoiattolo del bosco di latifoglie e di conifere delle medie latitudini dell’emisfero Nord.

Il professor Giuseppe Scortecci, uno dei maggiori naturalisti italiani del XX secolo, già direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Genova, così riassume le caratteristiche essenziali di questo gruppo di canguri (in: G. Scortecci, «Animali», Milano, Edizioni Labor, 1953, vol. 2, pp.846-47):

«I Dendrolaghi, ossia i Canguri arboricoli, sono tra i più strani e interessanti Macropodini, non solo per la forma di assieme del corpo, ma anche per le abitudini. Essi hanno le zampe anteriori più brevi delle posteriori come i Macropodini in genere, ma più grosse; le mani larghe e forti con le dita munite di unghie grandi, foggiate ad artiglio, sono adattissime ad attaccarsi alla scorza dei tronchi. Anche nei piedi, che hanno la pianta coperta da pelle grossa e spessa, le dita sono armate di unghie un po’ curve. La coda è coperta di pelame abbondante che raggiunge la massima lunghezza verso la parte terminale, dove forma una sorta di spazzolino. La testa somiglia per la sua struttura a quella di un canguro, ma le orecchie sono brevi, arrotondate e dotate di scarsa mobilità. La pelliccia è densa, di buona qualità, più lunga che nella maggior parte dei Macropodini. […]

Benché i dendrolaghi,  e specialmente quelli di sesso maschile, siano parecchio combattivi e si azzuffino anche tra di loro sino a cagionarsi gravi ferite, si adattano presto ala prigionia e si mostrano ospiti abbastanza piacevoli dei giardini zoologici. È difficile peraltro che vivano a lungo in cattività, poiché non si riesce ad abituarli ad un’alimentazione diversa da quella loro propria. In grazia delle difficoltà che incontrano gli uomini nel penetrare nelle dense foreste, i dendrolaghi sono ancora oggi più o meno frequenti; ma se non verranno posti anch’essi sotto la protezione di leggi di caccia, la loro sorte non sarà probabilmente diversa da quella della maggior parte dei Marsupiali australiani.»

Nei circa sessant’anni che sono trascorsi da quando Giuseppe Scortecci scriveva queste parole, gli uomini hanno trovato il modo di penetrare in maniera sempre più massiccia nella foresta equatoriale, alterando radicalmente l’ambiente naturale e minacciando da vicino gli ultimi santuari della natura anche in un territorio rimasto finora pressoché vergine, come l’interno della Nuova Guinea.

Come abbiamo detto, la presenza del canguro arboricolo di Vogelkop, fino a tempi recenti segnalata frequentemente nelle pianure costiere, è divenuta piuttosto rara alle basse quote; così che solo nelle regioni montuose dell’interno della Penisola di Vogelkop (dove il Monte Kwoka si innalza fino a 3.000 metri sul livello del mare) lo si può incontrare con maggiore frequenza.

Ormai la sua sopravvivenza, così come quella di decine e centinaia di altre specie viventi, dipende dalla nostra capacità di tutelare le ultime foreste del pianeta in cui viviamo, prima che sia troppo tardi. Abbiamo visto in altra sede quali sono gli aspetti fondamentali del problema (cfr. l’articolo «Difendere le ultime foreste del pianeta per salvare il bene inestimabile della biodiversità», sul sito di Arianna in data 16/04/2009).

Si tratta di decidere quale tipo di futuro desideriamo non solo per gli animali e le piante della Terra, ma anche per noi stessi, a cominciare da questa medesima generazione; per non parlare delle prossime.

Il nostro destino è legato a quello dei nostri fratelli minori – gli animali -, anche i più lontani dalle aree in cui viviamo, molto più di quanto non siamo disposti ad ammettere.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice  in data 03/08/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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