lunedì, 20 Settembre 2021
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La teoria degli «equilibri intermittenti»: un goffo tentativo di salvare l’evoluzionismo dal naufragio

La scarsità dei cosiddetti fossili di transizione è la maledizione della teoria dell’evoluzione biologica e selezione naturale di Francesco Lamendola  

La scarsità dei cosiddetti “fossili di transizione” è sempre stata, e lo è tuttora, una delle principali maledizioni della teoria dell’evoluzione biologica mediante la selezione naturale: come mai sono così rari i resti delle forme viventi che indicano il passaggio da una specie all’altra; come mai la natura è stata tanto avara nell’affidarli al terreno, in rapporto alla quantità complessiva di fossili di cui può disporre la ricerca paleontologica?

E non si tratta, si badi, di un problema puramente quantitativo: il problema, infatti, non è dovuto solo al fatto che i fossili di transizione sono pochi, ma, ancora di più, al fatto che tali fossili non coprono, come sarebbe logico aspettarsi, tutto il lungo periodo della trasformazione, ovvero del “passaggio”, da una specie vivente ad un’altra (e parliamo di peridi lunghissismi, in senso biologico, anche se non necessariamente così lunghi come quelli della geologia), ma sono limitati, pressoché esclusivamente, alla fase iniziale di codesto, supposto (non dimentichiamolo!), “passaggio”, come se in alcune migliaia di anni la parte principale di esso si fosse realizzata, e, in seguito, i cambiamenti fossero stati minimi, o – come devono riconoscere, a denti stretti, gli stessi biologi evoluzionisti – non vi fossero stati affatto.

Ciò equivale ad ammettere, necessariamente, tempi estremamente brevi per la trasformazione di una specie in un’altra, per il passaggio da una forma ad un’altra forma (ad esempio, da rettile a uccello): cosa che non va assolutamente d’accordo con il lentissimo gradualismo teorizzato da Darwin, e che lo stesso Darwin aveva mutuato, o, se si preferisce, “ereditato”, dal suo maestro ideale, Charles Lyell, che era, appunto, un geologo, il quale partiva dal presupposto di una lenta, graduale, uniforme trasformazione della superficie terrestre, secondo dinamiche sempre uguali a se stesse. Il guaio è che il gradualismo, o “attualismo” (come veniva chiamato) di Lyell ebbe, sì, un grande successo sul momento, ma in seguito, e sempre più col trascorrere del tempo, apparvero tutti i suoi limiti, sia teorici, che pratici: esso non va per niente d’accordo con quel che sappiamo, né con quel che possiamo ragionevolmente ipotizzare, circa lo svolgimento complessivo della storia della Terra (cfr., in proposito, il nostro precedente articolo: «Come il paradigma dell’attualismo ha spinto la geologia verso un vicolo cieco», pubblicato sul giornale informatico «Il Corriere delle Regioni» in data 17/06/2015).

Ora, il crollo del paradigma attualista non ha mancato di riverberarsi sulla teoria evoluzionista darwiniana, com’era inevitabile, anche se schiere di biologi evoluzionisti si sono prodigate per far sì che solo un’eco alquanto attutita di un simile urto giungesse fino all’attenzione della pubblica opinione: non era bene che i profani avessero sentore che la teoria darwiniana è e rimane, dopo tutto, una semplice teoria scientifica, come tante altre, e che, di conseguenza, forse sarebbe il caso di smettere di presentarla, come si fa invece nelle scuole, nelle università e sui media, come un Verbo definitivo e indiscutibile, ormai irrevocabilmente dimostrato una volta per tutte. Non era possibile, però, passare i dubbi e le perplessità completamente sotto silenzio; e, tornando alla domanda iniziale: bisogna forse pensare che la Terra, in combutta con gli strampalati (e pochissimi) scienziati non evoluzionisti, abbia cospirato per nascondere allo sguardo dei paleontologi la maggior parte dei fossili di transizione, sì da avvalorare, malignamente, tali dubbi e perplessità?

Per uscire dal punto critico, alcuni biologi evoluzionisti “moderati”, ossia disposti a riconoscere che Darwin, dopo tutto, non è stato un teorico perfetto e infallibile, e a sacrificare alcuni punti della sua teoria, pur di salvarne la sostanza, si sono industriati per mettere a punto una sotto-teoria alternativa, che tenesse conto di una simile obiezione e che tentasse di rendere ragione di quella malaugurata scarsità dei fossili di transizione. È nata così, per opera di Niels Eldrege (nato nel 1943, vivente) e Stephen J. Gould (1941-2002) la cosiddetta teoria degli “equilibri intermittenti”, la quale, fin dal nome (ci si perdoni l’irriverenza), tradisce la sua natura contorta e funambolica, facendo venire subito alla mente del pubblico italiano la teorizzazione delle famose “convergenze parallele” che Aldo Moro teorizzava nel campo, invero quasi esoterico, della vita politica nostrana. Di che cosa si tratterebbe, in buona sostanza?

Ce lo spiegano, ovviamente in senso filo-evoluzionista, David Saldava e alcuni altri divulgatori scientifici (in: D. Saldava, Craig H. Heller e altri, «Biologia»; titolo originale: «Life: the Science of Biology», Sinauer Associates, 2008; traduzione dall’americano di Rossana Brizzi e altri, Bologna, Zanichelli Editore, 2012, vol. 3p. 202):

«Le accelerazioni a cui l’evoluzione pare andare incontro in certi periodi non contrastano necessariamente con la moderna visione del processo, ma sembrano mettere in crisi uno dei presupposti tanto cari a Darwin, quello del gradualismo.

Nel 1972, i paleontologi statunitensi Niels Eldrege e Stephen J. Gould proposero una teoria che basava gran parte della propria originalità proprio sulle variazioni di ritmo del processo evolutivo . L’obiettivo principale della loro teoria, nota come teoria degli EQUILIBRI INTERMITTENTI, era di fornire una spiegazione convincente della scarsità dei fossili di transizione.

Di fatto la teoria permette di spiegare perché le specie viventi non sembrano cambiare affatto con regolarità e gradualità nel tempo, ma piuttosto appaiono mutare molto più rapidamente al momento della loro origine, per poi assestarsi in una lunga fase di cambiamento relativamente modesto o addirittura nullo (“stasi evolutiva”).

Spesso la teoria degli equilibri intermittenti viene intesa come alternativa alla visione globale di derivazione darwiniana. La contrapposizione però è solo apparente, come si può comprendere tenendo conto di un particolare importante: quando, negli equilibri intermittenti, si parla di accelerazione del processo evolutivi e si sostiene che la speciazione [ossia il processo evolutivo mediante il quale si formano nuove specie viventi, a partire da quelle preesistenti] avviene in termini RELATIVAMENTE brevi, non si deve trascurare l’importanza di quel “relativamente”. Se una specie esiste da 50 milioni di anni e si è formata in 50.000 anni, il periodo della sua formazione corrisponde a un millesimo della sua esistenza ed è quindi relativamente molto breve, eppure sufficiente perché si verifichi la speciazione.

È stato fatto osservare, da alcuni critici, che la teoria non è particolarmente innovativa e che si limita a estremizzare alcune idee già proposte da altri. Si tratta di un’osservazione legittima, ma che nulla toglie al fatto che gli equilibri intermittenti si sono dimostrati uno strumento utile ai biologi dell’evoluzione.»

«Lapsus in calami»: gli eccellenti Autori del brano qui riportato non concludono dicendo che «gli equilibri intermittenti si sono dimostrati uno strumento utile per la comprensione e per la spiegazione del FATTO della evoluzione biologica», ma che «gli equilibri intermittenti si sono dimostrati uno strumento utile ai biologi dell’evoluzione»: utile, cioè, ai biologi evoluzionisti, che già erano credenti, e non all’insieme della comunità scientifica, la quale, ahimè, ospita pure alcune frange di dissidenti, di eretici e persino d’infedeli veri e propri. Il che equivale ad ammettere che l’intera teoria degli equilibri intermittenti è stata pensata e messa a punto al solo scopo, non già di scoprire la verità sulla storia delle forme viventi, ma per fornire un puntello ad una teoria complessiva ormai vacillante, l’evoluzionismo darwiniano di stretta osservanza, aggiornando e revisionando un aspetto secondario di essa.

Quando una teoria scientifica incomincia a fare acqua, nel senso che emergono troppi elementi di dubbio o di critica verso di essa, i suoi seguaci, specialmente se si tratta di una teoria affermata e consolidata, non si rassegnano facilmente a mandarla in pensione, ma si danno parecchio da fare per rivederne questo o quell’aspetto, per ritoccare, aggiustare, migliorare singole parti di essa: lo spiega molto bene il filosofo e storico della scienza Thomas Kuhn (1922-1996), nel suo ormai classico «The Structure of Scientific Revolutions», del 1962. Per esempio, allorché le osservazioni astronomiche mostrarono in maniera inequivocabile che alcuni pianeti parevano muoversi in maniera irregolare, e perfino “retrograda”, rispetto al modello tolemaico, basato sull’idea di orbite planetarie perfettamente circolari), fu necessario mettere a punto la teoria degli epicicli, secondo la quale i pianeti non ruotano al centro della loro orbita, ma ruotano intorno all’orbita stessa o deferente, ossia intorno ad un centro che non è fisso, ma trasportato a sua volta da un moto di rivoluzione intorno al centro dell’orbita (epiciclo è allora il cerchio descritto dal pianeta intorno a un centro mobile, dotato di moto circolare).

Tuttavia, poiché anche la teoria degli epicicli presentava alcuni gravi inconvenienti, senza contare che era terribilmente complicata dal punto di vista matematico, l’astronomo Tycho Brahe propose, nel 1588, una nuova teoria, oggi detta “ticonica”, che si configurava come geo-eliocentrica: vero compromesso fra quella geocentrica (la vecchia) e quella eliocentrica (la nuova, copernicana): un modello che era perfettamente equivalente a quello eliocentrico per ciò che riguarda i moti relativi dei pianeti fra di loro e rispetto al Sole (e  che, quindi, implicava un sostanziale abbandono della fisica aristotelica e tolemaica), ma che, nello stesso tempo, salvava la centralità della Terra, posta immobile al centro dell’Universo, e, grazie a ciò, tutto il significato, anche filosofico e religioso, del modello precedente.

Ebbene: la teoria degli equilibri intermittenti di Eldrege e Gould sembra avere alcune caratteristiche della tipica teoria di compromesso fra un vecchio modello teorico, pressoché in procinto di venire abbandonato, ed un modello teorico nuovo (con la notevole differenza, tuttavia, che gli astronomi del tardo Cinquecento e dei primi del Seicento avevano già pronto, per così dire, il nuovo modello: quello di Copernico; mentre i biologi odierni non hanno sottomano un modello teorico complessivo che sia alternativo a quello evoluzionista). Uno degli elementi che lo fanno pensare è la furibonda levata di scudi che si è verificata negli ambienti accademici, specialmente anglosassoni, allorché la teoria di Eldrege e Gould, chiamata anche degli “equilibri punteggiati”, è stata resa di pubblico dominio: i darwinisti di stretta osservanza si sono scagliati contro di essa con una veemenza tale da far pensare a dei custodi dell’ortodossia impegnati contro un tentativo ereticale di incrinare la santità della fede. Si è parlato addirittura delle “guerre di Darwin”; Maynard Smith ha accusato la teoria di avere frainteso il ruolo dell’adattamento nel contesto dell’evoluzionismo darwiniano; inoltre, dall’alto della sua autorità – è uno dei biologi più apprezzati in ambito anglosassone – ha affermato che essa dà ai non biologi una visione sbagliata della teoria dell’evoluzione (ancora una volta, dunque, ci si batte fra specialisti per conquistare il “diritto” di imporre la propria Vulgata al pubblico dei profani, destinato ad accettare per vero tutto quello che essi stabiliranno, e a rifiutare come falso tutto quello che essi ripudieranno).

In realtà, il grosso pubblico non sa quel che nei corridoi dell’establishment scientifico, ormai da tempo, si sussurra e si bisbiglia, con sempre maggiore insistenza: che la teoria evoluzionista “classica” non solo è in crisi, ma è morta e sepolta; solo che nessuno è disposto ad assumersi la responsabilità di essere il primo ad annunciarlo. Gli scienziati accademici e i professori universitari hanno troppa paura di scottarsi le dita, anche perché su quella teoria hanno costruito le loro carriere, e, nello stesso tempo, hanno contribuito a costruire un bel pezzo del paradigma culturale complessivo oggi dominante. Eppure, si tratta del segreto di Pulcinella: proprio come il professor Shlomo Sand, saggista internazionale molto apprezzato, ammette che, in Israele, tutti sanno che il “popolo ebreo” non esiste più da secoli e millenni, e che non esiste nemmeno la “patria d’Israele”, ma nessuno osa dirlo a vice alta, perché è una di quelle cose di cui si parla solo in privato e quasi in segreto, come fanno gli adulti quando parlano di sesso, solo dopo essersi accertati che i bambini siano andati a dormire: allo stesso modo tutti sanno che la teoria di Darwin è arrivata al capolinea, ma come fare a dirlo, visto che su di essa si è costruito gran parte dell’edificio scientifico degli ultimi centocinquanta anni? E allora, andiamo pure avanti con le teoria di compromesso, come fu quella, peraltro assai ingegnosa, del geo-eliocentrismo di Tycho Brahe… almeno finché durano.

E, a proposito di “specialisti” e di “profani”: anche un pubblico di perfetti profani, che però non siano anche degli stupidi, capisce al volo – con buona pace di David Saldava, Craig H. Heller e dei loro amici, che 50.000 anni sono pochi, maledettamente pochi, perché un rettile metta le ali e spicchi il volo, trasformandosi in un uccello…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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