giovedì, 25 Febbraio 2021
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L’avvento dell’«animale tecnologico» esige un nuovo patto fra uomo e natura

Sull’orlo dell’abisso: l’animale uomo è la specie vivente maggiormente minacciata oggi di trasformarsi in una creatura totalmente artificiale di Francesco Lamendola

Giovanni Ballarini, classe 1927,  docente di Clinica Medica veterinaria all’Università di Parma dal 1953 al 2003, è stato uno degli studiosi italiani più lucidi e lungimiranti nel riconoscere i nuovi problemi, pratici ed etici, posti dalla manipolazione sempre più massiccia degli animali a scopo economico o “scientifico”.

In particolare, in anni che sembrano già così lontani, e nei quali certamente non si immaginava che sarebbe stato possibile modificare geneticamente il frumento o clonare delle pecore, aveva compreso che la civiltà tecnologica finisce per produrre la nascita di “animali tecnologici”, cioè sempre più lontani dalle loro caratteristiche originarie e sempre più legati all’ambiente artificiale che li ha creati; “animali tecnologici” rispetto ai quali l’uomo deve assumersi delle precise responsabilità e che non può continuare a sfruttare in senso puramente utilitario, soltanto per forzarli a produrre sempre più latte, più lana, più carne.

Ballarini aveva anche visto che, mentre l’attenzione degli ecologisti e dell’opinione pubblica si sarebbe sensibilizzata, a un certo punto, e giustamente, sul dramma delle specie viventi minacciate di estinzione dal cosiddetto “progresso” industriale, pochi si sarebbero preoccupati del fatto che le modificazioni più vistose sarebbero avvenute nell’ambito degli animali domestici, proprio perché a stretto contatto con l’uomo e con la sua evoluzione tecnologica. Si tratta di modificazione talmente diffuse e talmente quotidiane, che abbiamo finito per smarrire la percezione della loro invasività e, sovente, della loro brutalità.

Molti di noi, ad esempio, danno per scontato che, per poter tenere in casa un cane o un gatto, bisogna sottoporre l’animale alla castrazione, se maschio, o fargli allacciare le tube, se femmina, onde evitare  fastidiose complicazioni legate alle sue necessità sessuali; con il vantaggio, si pensa, che l’animale diventa bello grasso e più “tranquillo”, la smette di andare in strada e dappertutto e preferisce sonnecchiare eternamente sui tappeti, con evidente gratificazione “affettiva” del suo padrone. Ma è proprio così evidente che si tratta di pratiche “normali”, pacifiche, e che l’uomo ha il diritto di farle, senza porsi alcun problema morale? Certo, queste possono sembrare domande oziose, fino a quando si continuerà a considerare l’etica una faccenda esclusivamente intraspecifica, cioè riguardante solamente gli esseri umani. Ma anche questa, forse, è una pretesa infondata: tanto è vero che l’uomo non si è nemmeno mai preso la briga di discutere e provare a dimostrarla – o, almeno, così è stato fino ad anni recentissimi.

Ballarini, dunque, sosteneva che il dilagare sempre più invasivo della tecnologia porta con sé, inevitabilmente, una “tecnologizzazione” degli animali domestici, perfino senza che l’uomo, in un certo qual senso, se ne renda conto; anzi, proprio gli uomini che desiderano avere, o conservare, un legame più stretto con gli animali, anche a semplice scopo di compagnia e di affetto, sono operatori di pratiche estremamente invasive su di essi, che li rendono sempre più delle creature artificiali, totalmente inadatte a ritornare, se ciò dovesse diventare necessario, alla vita libera. Pensiamo a una città che viene abbandonata dai suoi abitanti, nel corso di drammatiche vicende belliche: prima di fuggire, un uomo apre la gabbia dei suoi canarini, per offrire loro una possibilità di salvezza, altrimenti è certo che le bestiole morirebbero di fame (o forse perirebbero sotto le macerie dell’edificio bombardato dalle artiglierie nemiche o dalle incursioni aeree). Pure, è chiaro che quegli uccellini non saranno in grado di sopravvivere neppure per qualche ora: finiranno fra gli artigli di un predatore, oppure, semplicemente, moriranno di fame o di freddo.

Questo significa che gli animali domestici sono già diventati degli animali artificiali, incapaci di sopravvivere da soli, in condizioni naturali, anche se venissero liberati in un ambiente estremamente favorevole, nella stagione più mite e in presenza di ricche risorse alimentari. Essi, infatti, non sarebbero in grado di procurarsi il cibo, né di difendersi dai loro nemici naturali. E la stessa cosa che abbiamo detto dei canarini, accadrebbe se si trattasse di un qualunque altro animale da compagnia, come un cane o un gatto.

E che dire degli animali da allevamento, radicalmente espropriati delle loro abitudini e dei loro ritmi naturali? Delle galline esposte ventiquattro ore al giorno alla luce elettrica, in modo che dormano il minor tempo possibile e facciano più uova possibile, ingannate nel loro istinto naturale da un dì perenne, cui non segue mai l’oscurità della notte? Che dire delle api che smarriscono il senso dell’orientamento a causa delle sostanze inquinanti presenti nell’aria, e che non riescono a ritrovare la strada per tornare all’alveare? Oppure che dire, oggi, degli animali “ottenuti” mediante la clonazione, o di quelli nati dalla manipolazione di geni appartenenti a specie diverse, perfino le più dissimili tra loro? Peraltro, se le tecniche sono recentissime, l’idea non è affatto nuova. Ne aveva già parlato, magnificando una simile padronanza tecnica e scientifica, il filosofo inglese Francis Bacon, (1561-1626), uno dei protagonisti della Rivoluzione scientifica del XVII secolo, nel suo racconto utopico «La nuova Atlantide», scritto nel 1624 e pubblicato, postumo, nel 1627. Quasi quattro secoli fa. Come dire: cronaca d’una mostruosità annunciata.

Così scriveva Ballarini, poco meno di trent’anni or sono, con profetica lucidità, nel suo libro «L’animale tecnologico» (Bologna, Calderini, 1986, pp. 22-24):

«In alcuni decenni l’animale domestico, che in ultima analisi sta divenendo la “specie” animale più diffusa come numero e come massa di viventi, ha subito trasformazioni cos’ intense da esse spesso più distante, dal punto di vista della genetica, comportamento e metabolismo, dal suo progenitore ottocentesco di quanto di solito non lo siano specie animali diverse. Con tecnologia “primitive” legate alla sua presenza di “signore” (dominus) e attraverso un insediamento più o meno fisso (domus) l’uomo ha forgiato l’animale domestico; con tecnologie  raffinate l’uomo ora non solo sta costruendo un animale completamente dipendente da queste tecniche  (animale tecnologico), ma tramite la sua stessa tecnica modifica incisivamente ogni tipo di vita del pianeta.

È infatti ampiamente noto che il DDT è presente nel grasso degli orsi e delle foche del Polo, come il piombo emesso dai tubi di scappamento delle automobili lo si ritrova in tutti i ghiacciai. Urbanesimo, sviluppo industriale, sviluppo agricolo, sono le principali linee tecniche umane che modificano la vita animale.

Recentemente è comparso il libro di Philippe Diolé “Gli animali malati d’uomo”, espressione della giusta preoccupazione per la scomparsa degli animali selvatici . In modo analogo si sono sviluppati movimenti di opinione per la”Conservazione della Natura”. Solo a pochi però è apparso evidente che le più importanti modificazioni nella vita animale si sono verificate e si stanno compiendo sugli animali domestici. Anzi l’intensità delle manipolazioni è spesso proporzionale al grado di domesticità che è stato raggiunto. L’atteggiamento di “protezione” è quindi fondamentalmente errato. D’altra parte una pura e semplice “liberazione dell’animale” (come proposto da Peter Singer nel suo discusso, ma stimolante libro “Animal Liberation”) non è sufficiente, perché le tecnologie dure dell’uomo superano i limiti dell’allevamento in domesticità stretta. Ogni civiltà ha avuto i suoi animali. La nostra civiltà tecnologica sta “costruendo” i suoi animali tecnologici, ma questo avviene con velocità, brutalità, esclusivismo mai visti in precedenza. Inoltre questa trasformazione avviene attraverso una completa distruzione della cultura animale, senza alcuna sostituzione e senza permettere loro di  costruire una diversa “cultura alternativa”, che d’altronde sarebbe impossibile per la estrema semplificazione degli ambienti e la forte riduzione degli scambi da animale ad animale. […]

L’animale tecnologico […] è in corso di formazione. In alcune specie siamo già molto avanti,  forse a un limite vicino alla catastrofe: ad esempio quando il “nuovo” animale è divenuto completamente dipendente dal sistema che lo ha prodotto. È il caso dei tacchini giganti che per le loro stesse dimensioni non si possono più accoppiare e la loro riproduzione avviene solo per inseminazione artificiale eseguita dall’uomo, o dei gatti a mantello chiaro e con turbe sensoriali che non potrebbero vivere in libertà. Altre volte il processo è solo iniziato. Nella gran parte dei casi si tratta di processi che da parte di chi li attua vengono considerati del tutto “normali”. È così “normale” per l’allevatore volere tacchini sempre più grossi e adatti a produrre bistecche, o per il proprietario di gatti voler un animale sempre più affettuoso. Quello che è certo, a nostro avviso, è proprio l’idea del “possesso”, troppo spesso alla base del rapporto uomo-animale. Anzi questo atteggiamento è più vivo in coloro che dicono – ed in buona fede credono – di amare i propri animali, esprimendo questo “amore” con un atteggiamento possessivo che non viene accettato nemmeno dai proprio figli. Anzi questo “amore” compare spesso quando i propri figli lo hanno rifiutato. […] L’allevatore di tacchini giganti, per rimanere nell’esempio sopra citato, dirà che è assurdo andare a sindacare quanto è stato collaudato da una vasta pratica e fornisce utili commerciali così evidenti; d’altra parte se i “suoi” animali crescono così bene, non devono poi stare così male. La proprietaria della gatta  albina e con turbe sensoriali (e per questo così “affettuosa”), privata inoltre della sua attività sessuale perché “porta disturbo in casa”, affermerà il proprio amore per l’animale, e dirà di andare a vedere  come allevano quei poveri tacchini o vitellini, di cui acquista la carne (“che sia tenera…”) per la propria gattina. L’ANIMALE TECNOLOGICO sarà sempre l’”altro”, non il “proprio”, e appunto qui sta l’errore basato, come si è detto, su di una idea del “possesso”  di una specie vivente e financo di un solo individuo.

Solo se supereremo la concezione del possesso  ed entreremo in quella della fruizione (e qui, ma come limite, mi vengono in mente gli inglesi “guardatori di uccelli, e la stessa “caccia fotografica”), pur senza perdere i vantaggi della domesticazione, potremo evitare gli eccessi dell’”animale tecnologico”.»

A questo punto, il nostro ragionamento richiederebbe un ulteriore salto in avanti, o un ulteriore allargamento della prospettiva, giungendo ad includere una riflessione sull’uomo stesso. L’uomo, dal punto di vista biologico e fisiologico (sebbene sia quasi una banalità il ricordarlo), è, in tutto e per tutto, un animale, più precisamente un mammifero placentato, contraddistinto dalla stazione marcatamente eretta, e dotato di un pollice opponibile.

Ebbene: questo mammifero è diventato, a sua volta, e per opera delle sue stesse invenzioni e applicazioni tecnologiche, una creatura estremamente artificiale: la più artificiale di tutte, la più lontana dalle condizioni della vita naturale e la più incapace di tornare a riadattarvisi, anche solo in misura marginale. Il suo corpo si è sempre più artificializzato, mediante la depilazione, l’uso di prodotti cosmetici e salutistici di origine chimica, l’ uso e l’abuso di tatuaggi, l’assunzione  di steroidi e anabolizzanti, per non parlare di tinture per capelli, protesi dentarie, apparecchi cardiostimolatori, amplificatori acustici, introduzione chirurgica di masse di silicone per accrescere il volume di certe parti anatomiche – a cominciare dal seno femminile -, interventi estetici per modificare il naso, la fronte, il taglio degli occhi, eccetera. E ancora: l’assuefazione ad un regime alimentare estremamente dannoso per la salute, ma gradevole al palato, oppure ritenuto utile per altri scopi, ad esempio per dimagrire o per aumentare le masse muscolari; e l’assuefazione al fumo o al consumo di superalcolici.

Tutte queste pratiche ed abitudini stanno allontanando l’organismo umano, sempre di più, dalle condizioni di esistenza naturali e lo stanno predisponendo a malattie e disturbi d’ogni genere; e ad essi si sommano i disordini nell’orario quotidiano, per esempio con l’alternarsi di turni lavorativi diurni e notturni, che sconvolgono l’orologio biologico e favoriscono insonnie, depressioni, disturbi dell’apparato digerente. E si aggiunga la sedentarietà, l’affaticamento della vista per l’uso del computer,  la tensione nervosa imposta dal surmenage. Ce ne sarebbe abbastanza per rabbrividire: eppure tutto questo è ancora poca cosa, quasi ridicola, a paragone della manipolazione genetica, della inseminazione artificiale, della introduzione di microchip nel cervello, del condizionamento mentale mediante messaggi subliminali, o, semplicemente (si fa per dire) dell’assunzione di cibo contaminato da fitofarmaci, o dell’esposizione del corpo alla radioattività, o ai raggi ultravioletti che filtrano attraverso il buco nello strato di ozono dell’atmosfera terrestre…

E che dire, infine, degli innumerevoli influssi intellettuali, culturali, spirituali, che investono la nostra dimensione psichica con forza crescente, senza un attimo di tregua, trasformando la nostra coscienza in un perenne campo di battaglia in cui si scatenano, si sovrappongo e s’intrecciano le mille branche della tenaglia con cui il potere mediatico stringe d’assedio e distrugge quel poco che resta della nostra libertà morale e della nostra autonomia di giudizio, sottoponendoci a un incessante, spietato, metodico lavaggio del cervello?

L’animale uomo è la specie vivente maggiormente minacciata, oggi, di trasformarsi in una creatura totalmente artificiale. Una volta imboccata quella china, è difficile immaginare dove egli andrà a finire. Probabilmente, diventerà una mera appendice delle macchine “intelligenti” da lui stesso costruite: cosa che, in effetti, sta già accadendo, sotto i nostri occhi, senza che riusciamo a cogliere la vera dimensione del fenomeno, e tutte le sue possibili implicazioni.

È questo il futuro che desideriamo veramente, per noi e, soprattutto, per i nostri figli? Forse è già troppo tardi per fare qualcosa, per tornare indietro, per reimpostare in un senso più ragionevole la nostra aspirazione al progresso; e tuttavia, una volta compresa la gravità del pericolo, se l’uomo non tentasse, quanto meno, di correggere la deriva disastrosa che lo sta trascinando via con sé, per l’abuso della tecnologia, dimostrerebbe, con ciò stesso, di non essere più “uomo”, nel senso che, per migliaia di anni, si è dato a questa parola.

L’uomo, se vuole sopravvivere, deve stabilire un nuovo patto fra sé e la natura, perché quello esistente lo ha condotto fin sull’orlo dell’abisso. Un nuovo patto, nel quale egli riconosca la propria componente “naturale”, insieme alla dignità delle altre creature viventi, ma si faccia guidare non più, come è stato finora, da un folle sogno di onnipotenza, fondato sul Logos strumentale e calcolante, bensì dalla sua dimensione spirituale, profonda, religiosa, nel senso più ampio del termine…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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