domenica, 13 Giugno 2021
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Le isole Galapagos furono collegate, un tempo, alla terraferma del Sud America?

Il quesito di geografia. Le isole Galapagos furono collegate, un tempo, alla terraferma del Sud America? Il naturalista che studia la flora e la fauna di un’isola oceanica rimane affascinato dal problema della loro origine di Francesco Lamendola 

Il naturalista che studia la flora e la fauna di un’isola oceanica, o di un arcipelago oceanico, che esse siano abbondanti o no, che siano ricche di specie o no, invariabilmente rimane affascinato dal problema della loro origine: da dove giunsero quelle piante e quegli animali, e come vi giunsero, essendo la terraferma più vicina, distante centinaia o migliaia di chilometri?

Esistono, in linea di massima, due ordini di spiegazioni possibili: che quelle isole abbiano fatto parte, un tempo, di un continente, o, almeno, della sua piattaforma continentale (la quale, nell’epoca delle lontane glaciazioni, era comunque unita al continente vero e proprio); oppure che le specie viventi vi siano immigrate, traversando le vaste superfici marine. Una spiegazione “mista” è quella che ipotizza l’esistenza di “ponti intercontinentali” o di isole intermedie, poi scomparse, ossia sprofondate nel mare, che avrebbero costituito altrettante stazioni di avvicinamento, riducendo sensibilmente le distanze di mare aperto da attraversare.

Osservazioni spontanee ed esperimenti mostrano, in genere, che sia le piante, sia gli animali, sono suscettibili di sopportare lunghe traversate in mare aperto, assai  più di quel che non si sarebbe portati a credere: i semi delle piante possono conservare le loro facoltà germinative anche dopo essere rimasti per settimane nell’acqua salata; e, quanto agli animali, specialmente agli animali inferiori – dai Lepidotteri agli Aracnidi, dagli Anellidi ai Platelminti, dai Nematodi ai Molluschi – si rimarrebbe stupiti nel constatare quali distanze notevolissime siano in grado di superare, trascinati  dal vento in circostanze particolari, ad esempio quando si scatenano uragani e tifoni tropicali; per poi giungere a destinazione ancor vivi e vitali, cioè in grado di generare e riprodursi. Perfino alcuni animali superiori sono capaci di simili, sbalorditive prestazioni, ad esempio viaggiando fra i rami di un albero che è stato sradicato dalla tempesta, gettato nell’acqua di un fiume e trascinato a valle, per poi entrare nel mare ed essere trasportato dalle correnti fino ad una isola lontana; oppure sfruttando delle specie di zattere naturali formate da un intreccio casuale di vegetazione, sempre strappato dalla furia degli elementi e poi assemblato dalle correnti stesse. Non solo ratti e topi, scoiattoli e lemuri, ma anche Anfibi, Rettili e Mammiferi di taglia piccola o media – salamandre, serpenti, tartarughe, varani, scimmie, piccoli marsupiali – e, ovviamente, Uccelli di ogni tipo e dimensione, riescono a colonizzare, a certe condizioni, anche le isole e gli arcipelaghi situati più lontani dai continenti.

A tutti questi bisogna poi aggiungere gli animali introdotti dall’uomo, sia intenzionalmente – di solito, per ragioni economiche – che involontariamente: in questo secondo caso, si tratta degli ospiti clandestini che hanno effettuato il viaggio a bordo delle navi e che poi, da lì, sono sbarcati nella nuova patria d’adozione. Questi ultimi arrivati non rivestirebbero alcun interesse dal punto di vista naturalistico, se non costituissero l’elemento perturbatore di un assetto ecologico molto delicato, raggiunto nell’arco di un tempo considerevole e, in generale, come distruttori della fauna e della flora indigene, rispetto alle quali sono, in genere, più aggressivi e più competitivi, e maggiormente dotati di risorse per popolare vittoriosamente le isole, poiché provenienti da un ambiente naturale più vario e articolato, nel quale hanno avuto modo di sviluppare una superiore capacità di adattamento. Le specie indigene delle piccole isole, invece, sono estremamente specializzate: se devono fronteggiare la sfida, anche indiretta, di nuovi competitori (ad esempio, di animali che si nutrono del medesimo cibo, o di piante che amano lo stesso tipo di terreno) di solito soccombono, perché, appunto, non abituate a modificare le loro abitudini e le loro necessità vitali, da innumerevoli generazioni.

Sono stati fatti anche degli esperimenti per vedere quanti giorni può rimanere un seme di una certa pianta nell’acqua di mare, senza rovinarsi, e quali distanze possono superare le tartarughe nuotando in mare aperto: e tutti hanno confermato che le possibilità di resistenza alle lunghe traversate sono superiori a quanto un tempo si credeva. Oltre a ciò, in alcuni casi è stato possibile osservare, direttamente in loco, le modalità e i tempi in cui avviene la colonizzazione di un’isola oceanica, per esempio dopo che un’isola vulcanica è emersa dal mare in seguito ad un’eruzione improvvisa (come nel caso di Surtsey, nell’Atlantico settentrionale, presso l’Islanda, nel novembre del 1963), oppure dopo che una vera esplosione vulcanica ha distrutto ogni forma di vita animale e vegetale, ricoprendo ogni cosa con uno strato di  ceneri (come avvenne nel caso di Krakatoa, nel braccio di mare fra Sumatra e Giava, nel 1883). E si è visto che in un tempo sorprendentemente breve, pochi anni soltanto, già le prime piante pioniere, alghe, muschi, licheni, riescono a insediarsi, non appena il manto di ceneri incomincia a raffreddarsi; i primi uccelli si posano a terra, depositando i loro escrementi; e da essi incomincia a formarsi il ciclo dell’humus, da cui, con la prima pioggia, sbocceranno nuove pianticelle, che, un poco alla volta, si diffonderanno su tutta la superficie dell’isola.

A proposito di tartarughe: da esse prende il nome un arcipelago famoso presso i naturalisti, quello delle Galapagos, posto nel Pacifico sud-occidentale, immediatamente a Sud dell’Equatore e ad un migliaio di km. dalle coste dell’America Meridionale, formato da tredici isole vulcaniche, di cui sette maggiori, comunemente conosciute sia con il loro nome spagnolo, che con quello inglese: San Cristobal o Chatham; Española o Hood; Floreana o Charles (nota anche come isola di Santa Maria); Santa Cruz o Indefatigable; San Salvador o James, nota anche come isola Santiago; Isabela o Albemarle, di gran lunga la più estesa del gruppo; infine Fernandina o Narborough: per una superficie totale di circa 8.000 kmq., metà dei quali spettanti alla sola Isabela.

Ebbene: in questo arcipelago (chiamato ufficialmente arcipelago di Colon, ovvero di Colombo: anche se Cristoforo Colombo non lo vide mai, per il semplice fatto che non conobbe il Pacifico; e scoperto, invece, dal vescovo di Panama, Tommaso de Berlanga, nel 1535, in maniera del tutto casuale), che ospita 560 specie di piante, di cui un terzo endemiche, vivono alcune specie animali assai interessanti, comprese una specie di iguana terrestre e una di iguana marina, tredici specie di fringuelli e 15 specie di tartarughe, quattro delle quali si sono recentemente estinte, mentre le altre 11 sono state salvate quasi miracolosamente, allorché erano giunte, anch’esse, ad un passo dalla scomparsa definitiva.

Poiché ciascuna isola ospita, oppure ospitava, una particolare specie di tartaruga (per limitare il discorso alle tartarughe; ma si potrebbe estenderlo ai fringuelli e ad altre specie ancora), la grande domanda che si ponevano, e si pongono, gli zoologi, è come questi animali, benché longevi – possono arrivare a circa due secoli di vita, e anche più -, ma nel complesso mediocri nuotatori, siano giunti a popolare l’arcipelago, dal momento che non sono capaci di trasferirsi da un’isola all’altra, nonostante le brevi distanze che le separano. Se non sanno superare un braccio di mare di pochi chilometri, come sarebbero riusciti a superarne circa 1.000? Come si può pensare che esse siano giunte fin lì provenendo dalla terraferma sudamericana? Ciò ha indotto alcuni scienziati a ipotizzare che le isole non siano sempre state separate e isolate dal continente, come lo sono oggi; che abbiano fatto parte di una terra più vasta, di cui le isole attuali sono solo le vette emerse, essendo in seguito sprofondata; e che la distanza dal Sud America, di conseguenza, sia stata molto più breve e più facilmente superabile. Oppure, in alternativa, essi hanno immaginato che sia esistito una sorta di “ponte continentale”, ossia un arco di terra emersa, per quanto esiguo, che le abbia collegate alla terraferma, o almeno alla piattaforma continentale. Come terza possibilità, ma sempre dello stesso ordine concettuale, hanno pensato ad un cordone o festone di isole, costituenti come dei punti d’appoggio, che avrebbero favorito il transito di animali terrestri, o di animali marini dalle scarse attitudini al nuoto, aiutandoli a colonizzare le isole partendo dal Sud America.

Ma è verosimile, questa ipotesi? Ed è davvero l’unica maniera di rispondere al quesito su come mai ciascuna isola dell’arcipelago abbia una sua peculiare specie di tartarughe? Un’altra possibile risposta è data dalla teoria evoluzionista classica: che è appunto la risposta data da Charles Darwin a proposito dei fringuelli, e della quale ci permettiamo di dubitare (cfr. il nostro precedente articolo: «Darwin, un ambizioso “furbetto”, e la leggenda dei fringuelli delle Galapagos», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/03/2011).

Ma esiste anche un’altra possibilità: ossia che le tartarughe siano effettivamente riuscite a raggiungere l’arcipelago partendo dalla terraferma, ad opera di qualche tempesta, restando poi isolate e confinate, ciascuna nell’ambito d’una singola isola. In questo caso, si può ipotizzare sia che, nell’arcipelago, siano immigrate diverse specie di tartarughe, e non una soltanto, quelle ancora esistenti, sia che l’isolamento le abbia differenziate l’una dall’altra per via di adattamento (cosa diversa da quanto sostenuto dall’evoluzionismo classico, secondo il quale una specie può dare origine non solo a una specie molto simile, tranne che per alcune caratteristiche inessenziali, ma ad altre specie totalmente diverse e perfino, in un ampio lasso di tempo, a specie totalmente differenti, cioè appartenenti a nuove famiglie e nuovi ordini.

I termini della questione sono stati così ricapitolati da un celebre discepolo di Konrad Lorenz, il biologo ed etologo austriaco Irenäus Eibl-Eibensfeldt nella sua ricca monografia dedicata a questo affascinante arcipelago sudamericano (da: I. Eibl-Eibensfeldt, «Galapagos. L’arca di Noè del Pacifico»; titolo originale: «Galapagos: Die Arche Noah im Pazifik», München, R. Piper & Co. Verlag, 1960, 1977; traduzione dal tedesco di Rosaria Carpinelli, Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, 1982, pp. 125-127):

«Quando e come ebbero origine le isole Galapagos? Furono sospinte in superficie dalla energia vulcanica della terra, su dalle profondità marine, o sono ciò che rimane di un antico continente unito all’America del Sud? Poiché non si sono trovati che pochi fossili, non possiamo essere molto precisi riguardo all’epoca di origine delle isole. Si sono trovati dei banchi di conchiglie che possono essere ascritti al Terziario (Pliocene). Nelle medesime sedimentazioni si è trovato anche il guscio di una lumaca i cui discendenti vivono ancora oggi – i loro gusci sono pressoché immutati – nella zona costiera asciutta di alcune delle isole Galapagos. La data di origine di queste isole deve dunque risalire a un’epoca anteriore.

La composizione del mondo animale delle Galapagos ci dà delle indicazioni alquanto precise riguardo alla possibilità che un tempo le isole fossero collegate alla terraferma. Si può infarti stabilire immediatamente che quei gruppi animali presenti in gran numero sulla terraferma sono completamente assenti sulle isole. Questo vale ad esempio per gli anfibi e per molti gruppi di mammiferi di terra. Di questi ultimi, a parte i già citati roditori, troviamo sulle isole soltanto un pipistrello (“Lasiurus”). Anche i serpenti d terra sono rappresentati soltanto da un genere (“Dromicus”). E degli 89 uccelli, 37 specie sono più precisamente sottospecie dei fringuelli di Darwin che, come abbiamo mostrato, vanno ricondotti a un’unica forma primitiva. Mancano del tutto alcune famiglie di uccelli ampiamente rappresentate nell’America del Sud. Simili assenze si riscontrano nel mondo delle piante. Mancano a esempio le Gigliacee e le Gimnosperme. Da tutto ciò si può concludere che le Galapagos non furono mai collegate al continente su-americano. Se tale collegamento ci fosse stato, sicuramente gran parte della fauna e della flora tipiche dell’America del Sud si sarebbero spostate sulle attuali isole. Ma poiché queste ultime ebbero chiaramente origine nell’Oceano, tutte le specie migratorie furono costrette a superare un’ampia distanza di mare, cosa a cui poche riuscirono a sopravvivere. Questa ipotesi fu sostenuta da parecchi studiosi, fra cui Darwin, Wallace, Agassiz, Wagner, Snodgrass e Townsend. L’entomologo americano F. Williams, dopo aver approfondito lo studio delle farfalle delle Galapagos, si espresse a favore della teoria oceanica. “Un’isola di origine continentale, a cui fauna non fosse stata distrutta da una catastrofe, dovrebbe presentare un numero di specie proporzionalmente grande… e se poi si esclude un cambiamento di clima su un lungo periodo, anche la flora dovrebbe restare simile a quella del continente da cui si assume che l’isola si sia separata. E almeno un gran numero di insetti dovrebbe poter sopravvivere, mentre potremmo notare come la fauna di insetti delle Galapagos è molto povera. Il continente, anche se solo consideriamo il Messico, il canale di Panama o la regione sudamericana, è molto ricco per quanto riguarda le farfalle in rapporto alle Galapagos”. E il botanico A. Steward scrive: “Se è decisamente vero che quando un’isola si stacca dalla terraferma e ne rimane superata da una larga superficie di mare, anche le condizioni di vita mutano, è tuttavia improbabile che questi mutamenti fossero così grandi da distruggere intere famiglie e ridurne altre per numero di generi e di specie a quella che è l’attuale situazione delle Galapagos”.

Ci sono tuttavia degli studiosi di scienze naturali secondo i quali, un tempo, doveva essere esistito un ponte che collegava le Galapagos alla terraferma. Lo zoologo americano van Denburgh, il quale aveva studiato le tartarughe delle Galapagos, giunse alla conclusione che questi animali dovevano essere migrai attraverso un istmo.

“Per quanto le tartarughe siano in grado di resistere almeno alcuni giorni sulla superficie del mare, tuttavia in acqua si sentono completamente perse. Non sono capaci di nuotare e non possono far altro che lasciarsi sospingere dalle correnti e dal vento. Quando sono vicine a riva, generalmente vengono sbattute contro gli scogli, restandone danneggiate in modo tale da poter sopravvivere solo alcuni giorni. Il fatto che in ogni isola, con l’unica eccezione di Isabela (Albemarle), sia presente soltanto un’unica razza di tartarughe indica che non esiste alcuno scambio di tartarughe tra le diverse isole, in quanto un simile scambio impedirebbe la formazione di razze insulari e produrrebbe la coesistenza di più razze sulla medesima isola. Ma quando non esiste alcuna possibilità di spostamento da isola ad isola, allora diventa anche poco fondata l’ipotesi che in un passato non meglio definito le tartarughe avessero abbandonato un qualche continente e fossero state sospinte per distanze lunghissime fino a raggiungere ciascuna le undici isole [in realtà, tredici: delle quali sette maggiori e sei minori; nota nostra] su cui furono poi trovate… La prova offerta dalle tartarughe nega l’ipotesi che le Galapagos abbiano origine oceanica, che siano cioè sorte dal mare completamente separate le une dalle altre e abitate da animali che giunsero lì sospinti dalle onde. Dobbiamo invece assumere che le isole non siano altro che i resti di una grande massa di terra… probabilmente popolata da una razza di tartarughe e che lenti e successivi sprofondamenti abbiano delimitato  delle isole dai rilievi più alti di questa massa. L’isolamento in cui le tartarughe si vennero poi a trovare sulle differenti isole permise il loro frazionamento in razze chiaramente diverse le une dalle altre oppure in specie.”

Alle considerazioni di J. van Denburgh c’è molto da replicare. In primo luogo le tartarughe in acqua non sono poi così pere come lui sostiene. W. Beebe, dopo aver abbandonato in acqua una tartaruga, rimase colpito dalla capacità di nuotare mostrata dall’animale.

“La cosa più sorprendente era la facilità, non meno della perfezione della sua abilità di nuotare. Il rettile nuotò verso la barca a remi nella quale sedevo e poiché si avide che il bordo della barca era troppo alto, si voltò e si diresse verso Noma, la testa alta sull’acqua. Puntò alla scaletta di boccaporto e fece tutto con estrema naturalezza, adattandosi o opponendosi alla notevole corrente… Questi animali sono in grado di mantenere, almeno per un tempo determinato, un controllo totale quando si trovano in acqua.”

Il fatto che sulle isole vivevano delle razze insulari ancora non dimostra che non si è mai verificato uno scambio e non si può dunque assumere in modo indiscutibile che su ciascuna isola le tartarughe arrivarono esclusivamente dalla terraferma. Vedremo in seguito che ci sono molti dati a favore dell’ipotesi di J. Van Denburgh, secondo il quale l’arcipelago era un tempo una grande massa di terra; tuttavia è molto probabile che non ci sia mai stato un collegamento tra questa massa e il continente sudamericano. Se si parte da questa assunzione, allora basterebbe, per sostenere la teoria dell’insediamento colonico, che una femmina fecondata di tartaruga, nel corso dei tanti milioni di anni, sia stata sospinta sin qui dalle acque.

L’obiezione principale della teoria dei sostenitori del collegamento è che è semplicemente impensabile e dunque impossibile, che isole tanto lontane siano state colonizzate soltanto grazie a dei relitti.

Tuttavia questa ipotesi non è poi così insostenibile. Non si ha neppure idea di come le successive inondazioni sradicassero dal terreno alberi giganteschi, gettandoli in mare, e era assolutamente possibile che ogni tanto un animale riuscisse a sopravvivere su queste zattere giganti, anche dovendo ricoprire grandi distanze di acqua. Oggi una simile zattera, grazie alla corrente di Humboldt, raggiungerebbe le Galapagos in un tempo di due-quattro settimane. E d’altra parte anche le isole della Polinesia le Seychelles e molte altre, tutte notevolmente distanti le une dalle altre, vennero colonizzate da animali esattamente allo stesso modo, senza che a nessuno venisse in mente di edificare un collegamento via terra per ogni singolo caso. E come ultimo argomento va citato l’esempio di Krakatau, che ha fornito la possibilità di osservare direttamente il modo in cui una simile colonizzazione avviene via mare. Come è noto l’isola indonesiana di Krakatau esplose nel 1883. Una parte dell’isola volò in aria. Ciò che rimase venne invece ricoperto da una coltre di cenere incandescente spessa parecchi metri. Non sopravvisse nulla. Tuttavia, tre anni dopo, si trovarono di nuovo delle alghe, 11 diverse specie di felci e 15 diverse piante fiorite. Nel 1887 le felci erano diventate 12 e le piante fiorite 50. Nel 1889, sei anni dopo la catastrofe, si raccolsero ragni, coleotteri, farfalle, cimici e il varano “Varan bivittatus”. Nel 1906 si raccolsero 114 diverse specie di piante e nel 1908 si trovarono 240 differenti artropodi, 2 specie di rettili, 16 specie di uccelli e 4 lumache. Nel 1921 il numero delle specie animali era salito a 573, di cui 26 di uccelli da covata, 2 di pipistrelli, una specie di topo e il serpente “Python reticulatus”. Il motivo di un così rapido popolamento va ricondotto alla vicinanza dell’isola Sibesia, distante soltanto 19 chilometri da Krakatau. La distanza che i colonizzatori delle Galapagos dovevano superare era naturalmente di gran lunga maggiore, ma questi animali ebbero anche milioni di anni a disposizione. Si assume che le isole ebbero origine nel primo Terziario ed è anzi sorprendente che in un così ampio lasso di tempo non siano arrivate fin qui molte più specie… »

In effetti, in tutta questa discussione la cosa che più colpisce è la scarsa importanza che viene data agli argomenti di carattere geologico; deformazione professionale tipica dello scienziato specialista, in questo caso il biologo, anzi, l’etologo. E questo è altamente rivelatore di quanto la mentalità specialistica sia penetrata a fondo nella scienza moderna e di quali conseguenze esse abbia avuto, generando, a sua volta, una visione riduzionistica dei fatti naturali. L’Autore, biologo ed etologo, parte dall’assunto che, per spiegare il popolamento animale e vegetale di un arcipelago, come quello delle Galapagos, sia cosa ovvia e assolutamente logica interrogare la biologia e la biogeografia e chiedersi, ad esempio, se una tartaruga, che, di fatto, non migra da un’isola all’altra, può essere immigrata dal lontano continente (in questo caso, il Sud America), invece di interrogare la geologia che, attraverso la datazione delle rocce e per mezzo di altri elementi, propri di quella disciplina, è in grado di effettuare una datazione abbastanza precisa delle rocce. Ora, quel che ci dice la geologia è che le isole Galapagos sono, tutte, di origine vulcanica; che le più antiche sorsero dal mare circa 4 milioni di anni fa; mentre le più giovani stanno ancora formandosi, dato che si tratta di uno dei luoghi vulcanici più attivi dell’intero globo terrestre.

Ma Irenäus Eibl-Eibensfeldt non si dimostra propenso a farla troppo facile: perché semplificare le cose, quando si può complicarle? Ed ecco che la semplice domanda: come giunsero le piante e gli animali su queste isole, lontane circa 1.000 km. dalla terraferma dell’Ecuador, visto che le specie appaiono diverse da un’isola all’altra, come se non fossero capaci di superare i pochi chilometri di distanza che le separano e ciò le avesse condannate ad un assoluto isolamento reciproco? Come possono delle tartarughe, che non sanno attraversare a nuoto un braccio di mare di qualche chilometro, superare una distanza di almeno 1.000 km., e sia pure trascinate dalla forza delle correnti marine? E come possono giungere nel loro nuovo habitat, adattarvisi come nulla fosse e persino riprodursi, dando luogo a delle nuove popolazioni stabili?

Una volta impostata su di un simile binario, la discussione finisce inevitabilmente per divenire accademica, nel senso peggiorativo del termine: vale a dire astratta, verbosa, puramente ipotetica e, in definitiva, inconcludente, perché impossibilitata ad addurre elementi decisivi, pro o contro la tesi del popolamento di origine esterna e, quindi, pro o contro l’esistenza di un antico collegamento fra l’arcipelago e il continente sud-americano. Infatti, quand’anche si riuscisse a dimostrare che una certa specie vivente, ad esempio le tartarughe delle Galapagos, può sopportare una traversata di 1.000 km. e giungere viva nella nuova terra, in condizioni tali da potersi riprodurre, ciò non avrebbe ancora dimostrato che così si sono svolti i fatti. Una cosa, infatti, è la possibilità tecnica, ma puramente teorica, che un determinato evento si realizzi; un’altra cosa è la certezza che quell’evento si sia verificato. Non c’è niente da fare: da questa parte non si andrà mai lontano, né si esce dal cerchio stregato delle mere probabilità.

La scienza, però, ha bisogno di certezze; o, quanto meno, di un ragionevole grado di certezza. Per fare ricorso ad un esempio che quasi tutti ben conoscono: un conto è che l’etnologo Thor Heyerdahl sia riuscito a traversare l’Atlantico su di una zattera di papiro, e che, in un’altra occasione, sia riuscito a navigare dal Perù all’isola di Pasqua a bordo di una imbarcazione fatta di balsa,  la canna robusta ma leggerissima del lago Titicaca; e un’altra cosa, scientificamente gratuita, è trarne la conclusione che siano così dimostrate le traversate atlantiche degli antichi Egiziani – e, magari, la filiazione delle piramidi maya e azteche da quelle egiziane – , o che sia dimostrata l’esistenza dei collegamenti fra la civiltà incaica e le isole della Polinesia orientale, a cominciare dall’antica civiltà pasquense, costruttrice dei famosi e ciclopici moai. Possibilità e certezza, è bene non scordarlo mai, sono due cose diverse.

E allora? E allora dobbiamo concludere, in via provvisoria – le certezze della scienza sono sempre provvisorie: in questo, aveva ragione Galilei -, che le piante e gli animali delle isole Galapagos sono immigrati dall’esterno, dal continente sudamericano; e che non esistette mai un collegamento diretto fra l’arcipelago e il continente; né mai esistette una terra molto più vasta, di cui le isole avrebbero fatto parte, prima di separarsi l’una dall’altra.

I geobotanici sono sempre stati propensi a ipotizzare “ponti”  e persino continenti scomparsi, per spiegare la presenza di specie molto simili, o delle stesse identiche specie, in luoghi molto distanti fra loro, e separati da vastissime distese di mare aperto. Così, ad esempio, il biologo tedesco Ernest Haeckel (1834-1919) immaginò l’esistenza del continente della Lemuria, nella sezione occidentale dell’Oceano Indiano, appunto per spiegare la continuità riscontrabile fra la vegetazione e la fauna dell’India e quelle dell’Africa – ma anche per spiegare il mancato ritrovamento dell’anello mancante, caro alla teoria evoluzionista darwiniana, della quale era un fervido sostenitore: “anello” che sarebbe, appunto, sprofondato insieme a quel continente perduto. Però, nella gran maggioranza dei casi (non in tutti), non vi è una reale necessità di scomodare una diversa distribuzione delle terre e dei mari in lontane epoche geologiche, quando è possibile una spiegazione più semplice, più elegante e più naturale: le antiche migrazioni degli organismi viventi, magari avvenute in circostanze fortunose e occasionali e, in seguito, non più ripetute.

Anche il botanico svedese Carl Skottsberg (1880-1963), studiando la flora straordinaria delle isole Juan Fernandez, anch’esse poste al largo della costa occidentale del Sud America, e notando curiose analogie fra essa e le lontanissime isole polinesiane, mentre appaiono relativamente scarse le somiglianze con le piante americane, giunse a ipotizzare l’esistenza di una terra più vasta in quella parte dell’Oceano Pacifico (cfr. il nostro saggio: «Un santuario della natura unico al mondo: le isole Juan Fernandez», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 01/08/2015). Ma anch’egli, probabilmente, s’ingannava: quelle isole giacciono sulla dorsale sottomarina corrispondente alla Placca di Nazca, una zona interessata dalle correnti convettive (movimenti circolari della materia terrestre che avvengono sotto la crosta, nel mantello, per effetto delle differenti temperature) e dalla subduzione (slittamento di una placca al di sotto dell’altra) ove i fondali marini sono in fase di continuo assestamento e “rinnovamento”; ed è difficilissimo immaginare che, proprio lì, esistesse, un tempo, una vasta terra emersa, di cui le isole Juan Fernandez non sarebbero che il superstite relitto.

Quanto alle Galapagos, esse giacciono sulla linea di contatto fra la Placca di Nazca e la Placca delle isole Cocos, il che spiega l’intensità dei fenomeni

Rimane, per le isole Galapagos, la stranezza di una popolazione di tartarughe che non si dimostra capace, apparentemente, di spostarsi da un’isola all’altra e che, invece, dovette esser capace di percorrere un migliaio di chilometri, in un’epoca imprecisata: impresa non più replicata e che sembra avere qualcosa d’incredibile, ai limiti del possibile. Eppure, bisogna che gli scienziati imparino ad avere pazienza e senso del limite rispetto alle moltissime incongruenze delle teorie con le quali tentano di interpretare i segreti della natura: ricordando che si tratta, appunto, di teorie, bisognose di sempre nuovi aggiustamenti e di sempre rinnovate verifiche.

Non esistono teorie definitive e “assolute”: non lo era quella dei “ponti continentali”, ma neppure lo è quella della tettonica a zolle e della relativa espansione dei fondali oceanici (cfr. i nostri precedenti articoli: «Il mistero degli oceani perduti fra deriva dei continenti ed espansione dei fondi marini», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 20/11/2008; e «La teoria della deriva dei continenti era una cosa seria, a differenza dell’evoluzionismo», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni in data 27/08/2014»). Oggi come oggi, la comunità scientifica ritiene che quest’ultima – perfezionamento e completamento, negli anni ’60 del XX secolo, della teoria della deriva dei continenti, formulata da Alfred Wegener all’alba del secolo sorso, e resa pubblica presso la Società Geologica di Francoforte, nel 1912 – sia la più idonea a spiegare tutta una serie di circostanze e di complessi fenomeni geologici, botanici, zoologici; ma non è affatto da escludersi – anzi, l’esperienza ci insegna essere cosa molto probabile – che, un domani, debba essere rivista, integrata, modificata, per tener conto di nuove acquisizioni scientifiche, che potranno spiegare ancor meglio quelle circostanze e quei fenomeni.

La conoscenza non è un atto, ma un processo; e, come tale, non conoscerà mai la parola fine.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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