giovedì, 25 Febbraio 2021
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L’equivoco di fondo dei volenterosi antropologi anti-razzisti

Un popolo capace di vivere per 40.000 anni in un ambiente difficile, ove gli ‘evoluti’ europei morirebbero in poche ore non è affatto un popolo ‘primitivo’ di Francesco Lamendola  

L’uscita del libro Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni di Jared Diamdond (edizione originale  New York-Londra, 1997, col titolo Guns, Germs and Steel. The Fates of Human Societies; traduzione italiana Torino, Einaudi, 1998 e 2000) ha attirato l’attenzione della critica sulle tesi di questo professore, docente all’Università di California a Los Angeles e membro dell’Accademia Nazionale delle scienze americane. Non si tratta di un autore sconosciuto al pubblico europeo ed italiano; nel nostro Paese era già stato tradotto un  altro suo libro, Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994), e un terzo è apparso in libreria due anni fa: Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Torino, Einaudi, 2005).

Tuttavia, Armi, acciaio e malattie è certamente il più originale e quello che maggiormente ha fatto discutere e che più si presta a una seria riflessione su un problema nodale dell’antropologia e della storia comparata: perché alcune società si sono evolute tecnologicamente, e altre no? Perché alcune sono diventate ricche, e altre no? Perché alcune – quelle dell’Asia e soprattutto dell’Europa – si sono imposte sul resto del mondo? James Diamond ha scritto il suo libro – che si avvale di una ricca e scrupolosa documentazione che va dalla geografia alla botanica, dall’archeologia alla linguistica –  per tentar di rispondere alla domanda. Non è però, la sua, una indagine imparziale e scevra da preconcetti: egli si è accinto a un lavoro così imponente mosso da un intento ben preciso: dimostrare l’infondatezza delle teorie razziste, secondo le quali vi sarebbero dei popoli o delle razze umane intrinsecamente superiori. I razzisti, in genere, portano a sostegno di tale affermazione il fatto che né gli Africani, né gli Amerindi e tantomeno gli Australiano hanno raggiunto un livello di civiltà vagamente paragonabile a quello europeo; e che ciò dipenderebbe, secondo loro, da una serie di virtù innate degli abitanti del vecchio continente.

Diamond invece, esaminando la storia antichissima dei vari continenti (a partire dall’ultima glaciazione), confuta tale impostazione e individua l’inferiorità in cui si vennero a trovare Africani, Amerindi ecc. davanti all’assalto degli Europei, in una serie di ragioni geografiche, climatiche, botaniche e zoologiche. Ad esempio, l’Africa sub-sahariana e l’Australia sono più piccole del continente euroasiatico e di gran lunga meno popolate; hanno pochi o nessun animale domesticabile; poche specie vegetali utili per l’agricoltura; e condizioni climatiche tali per cui le piante alimentari importate dall’esterno stentano ad attecchire, se non nell’ambito di fasce relativamente ristrette. Gli europei potevano disporre del cavallo, domesticato nelle steppe dell’Asia centrale; gli Africani non potevano opporre il rinoceronte, perché non poterono domesticarlo; e ciò costituì un notevole svantaggio sul piano militate, quando i due mondi giunsero allo scontro. A sud dell’Equatore, poi, le stagioni sono invertite e le piante domestiche, per giungere all’estremità dell’Africa, si trovano la strada sbarrata da una serie di fasce climatiche latitudinali caratterizzate da condizioni di piovosità alle quali non possono adattarsi. Come tipico esempio di ciò, egli cita il caso del grano, che giunse in Sudafrica dall’Egitto solo con l’arrivo delle  navi europee, nel 1652.

Ma il caso più eclatante, secondo Diamdond, per smentire le tesi dei razzisti, è quello dell’Australia: il più piccolo e il più isolato dei continenti. Questi due fattori – la piccolezza (relativa) e l’isolamento, durato dall’arrivo dei primi abitanti, 40.000 anni fa, fino a quello degli Europei, nel XVIII secolo, sono stati determinanti nel “fermare” l’evoluzione degli aborigeni all’età della pietra. A conferma di ciò, egli cita il caso della Tasmania, che fu popolata da circa 4.000 aborigeni durante l’ultima glaciazione, quando era ancora unita al continente, i quali poi rimasero isolati dall’innalzamento del livello marino. Tagliati fuori dal gruppo principale, essi regredirono e perdettero una serie di abilità – come l’arte di costruire imbarcazioni o di andare a pesca, e perfino quella di accendere il fuoco – che in precedenza possedevano; mentre alcune centinaia di essi, che avevano popolato alcune isole dello Stretto di Bass, si estinsero addirittura. Secondo Diamond, una popolazione numerosa e stabilmente collegata con l’esterno costituisce un pre-requisito perché possano evolvere le tecniche materiali e si formi un processo virtuoso che traccia la via da una economia di cacciatori-raccoglitori, ad una di agricoltori, che a sua volta realizza la scoperta della ceramica, dei metalli, delle città e della scrittura. Questo processo può verificarsi in un vasto paese popolato da centinaia di milioni di individui, come la Cina, ma non in un paese spopolato e appartato, anche se l’uomo vi è comparso millenni prima che altrove. Inoltre, in un paese relativamente molto popolato e in costante interscambio con gli altri continenti, l’organismo umano ha il tempo e il modo di elaborare gli anticorpi delle malattie infettive portate dall’esterno; ciò che non accadde nel caso degli Africani, degli Amerindi, ecc.., che vennero letteralmente decimati dallo shock batteriologico dovuto all’impatto con gli Europei. Lo steso discorso vale per le piante e per gli animali domestici.

Ma cediamo la parola all’Autore e seguiamolo nel suo ragionamento (Armi, acciaio e malattie, ed.cit., pp. 236-237).

Molti sono portati a descrivere le società tradizionali australiane con un solo aggettivo: ‘arretrate’. Questo è l’unico continente in cui gl’indigeni vivessero ancora in tempi moderni privi di tutto ciò che in genere associamo alla civiltà: agricoltura e allevamento, archi e frecce, edifici stabili, villaggi permanenti, scrittura, organizzazione politica. Gli aborigeni erano cacciatori-raccoglitori nomadi o seminomadi, organizzati in bande, che vivevano in capanne o ripari temporanei, e usavano ancora attrezzi di pietra. Negli ultimi 13.000 anni la cultura australiana si è evoluta assai meno che sugli altri continenti L’atteggiamento prevalente degli europei nei confronti dei nativi  è già presente nelle parole di uno dei primi esploratori, un francese che scriveva: «Sono il più infelice tra i popoli della Terra, e i più vicini alle bestie».

“Eppure, 40.000 anni fa, gli aborigeni poterono beneficiare di una partenza assai anticipata rispetto all’Europa e agli altri continenti. Risalgono a quel periodo alcuni tra i primi utensili di pietra dai bordi smerigliati, i primi oggetti composti da più parti (come un’ascia innestata nel suo manici) e di gran lunga le prime imbarcazioni del mondo. Alcuni degli esempi più antichi di pittura parietale vengono proprio dall’Australia, ed è probabile che gli Homo sapiens anatomicamente moderni siano comparsi qui prima che in Europa. Perché, nonostante questo vantaggio iniziale, furono gli Europei a sconfiggere gli aborigeni, e non viceversa?”

Dopo aver esaminato i vari elementi della geografia, del clima, della flora, della fauna e dei rapporti (o meglio della estrema scarsità di rapporti) con il mondo esterno – quest’ultimo costituito, nel caso specifico, gli agricoltori indonesiani che si spinsero, al massimo, fino alle coste occidentali della Nuova Guinea, ma non all’Australia vera e propria, se non sporadicamente – Diamond giunge alla conclusione che, anche in questo caso, fu una serie di condizioni naturali svantaggiose a determinare l’arretratezza degli aborigeni e, quindi, la loro tragica inferiorità tecnica e militare quando gli Europei, dal 1788, iniziarono a colonizzare il continente australiano (p.  255):

“Torniamo alla domanda con cui abbiamo iniziato il capitolo. Come spiegare, in un modo che non tiri in ballo l’inferiorità degli aborigeni, il fatto che i coloni europei siano riusciti a creare una democrazia moderna con agricoltura, industria e scrittura in pochi decenni, mentre i nativi dopo 40.000 anni erano ancora cacciatori-raccoglitori nomadi? Non è forse questo un esperimento controllato di evoluzione parallela di due società, che ci costringe a giungere a tesi razziste?

“La risposta è semplice. I coloni bianchi inglesi non crearono proprio nulla in Australia, ma importarono tutti gli elementi della loro democrazia avanzata dall’esterno:  il bestiame, le culture (tranne le noci di macadamia), le conoscenze metallurgiche, le macchine a vapore,  le armi da fuoco, l’alfabeto, le istituzioni, persino le malattie. Tutti questi erano i prodotti finali di 10.000 anni di evoluzione in territorio eurasiatico, che per un accidente della geografia erano a disposizione di quei coloni che sbarcarono a Sydney nel 1788. Gli Europei non hanno mai impararono a sopravvivere in Australia senza la loro tecnologia: Burke e Wills [due esploratori del XIX secolo che perirono di fame nel tentativo di attraversare a piedi il continente australiano, dopo essere stati salvati più volte dagli aborigeni che però, alla fine, non si fecero più vedere dopo che uno di essi fu ucciso da Burke: nota nostra]erano abbastanza intelligenti per saper leggere e scrivere, ma non abbastanza per vivere in un’area desertica come facevano i nativi.

“Gli aborigeni crearono davvero una società in Australia, e per ovvie ragioni questa non divenne una democrazia industriale avanzata. Tali ragioni derivano in modo diretto dalle caratteristiche dell’ambiente  in cui vivevano.”

Quello che a Diamond (il cui libro è stato calorosamente lodato da un certo Bill Gates) non sembra essere venuto in mente è che, forse, non valeva la pena di affannarsi tanto per dimostrare che, se gli Africani avessero avuto a che fare con una specie di mammifero simile al rinoceronte, ma domesticabile, sarebbero stati militarmente più forti degli Europei, e che se gli aborigeni australiani avessero potuto coltivare il grano, si sarebbero moltiplicati di numero e avrebbero costruito armi e tecniche (compresi gli anticorpi) atti a respingere l’assalto europeo. La vera questione, a nostro avviso, non è sapere di chi o di che cosa fu la colpa del mancato passaggio dal neolitico all’età del bronzo e del ferro, dalla caccia e raccolta all’agricoltura, dalla lancia all’arco e alle frecce e, infine, al fucile e alla bomba atomica; la vera questione è stabilire se esista un modello unico di civiltà, oppure no.

Diamond non fa il minimo tentativo per formulare una definizione di cosa sia la civiltà; e usa termini come ‘evoluzione’, ‘progresso’, ecc. dando per scontata la loro evidenza, nonché la loro positività. Altrettanto scontata, per lui, è la superiorità della sedentarietà sul nomadismo, dell’agricoltura sulla caccia, della casa stabile sulla capanna provvisoria, della scrittura sulla comunicazione esclusivamente orale. Peggio ancora, egli dà per scontato che la democrazia, anzi, per usare le sue parole, la “moderna democrazia”, sia il vertice e il coronamento di tutte le meraviglie possibili del progresso; e in questo è molto, molto americano. Non il fatto di essere un ammiratore della democrazia liberale, ma il fatto di vederla come l’unica forma di organizzazione politica superiore e la cui eccellenza è auto-evidente: questo sì che è americano, per non dire reaganiano. Lo stesso discorso si può fare per l’ industria, presentata come non plus ultra della tecnica produttiva.

Peccato che a Diamond, tanto impegnato nello sforzo di confutare le tesi dell’antropologia razzista, non sorga mai il dubbio che, forse, il problema non è quello di “scagionare” i popoli extra-europei e le società tradizionali dall’accusa di non avere raggiunto gli standard tecnologici e politici occidentali, bensì quello di prendere atto che le culture non sono confrontabili e, quindi, non esiste un criterio per affermare che un popolo con la scrittura è più civile di uno senza scrittura, o che una società capace di lavorare i metalli è più progredita di una che adopera strumenti di pietra. Significativamente, Diamond non dice nulla di nulla circa l’evoluzione spirituale dei popoli presi minuziosamente in esame dal punto di vista tecnico, economico e perfino biologico. Nel capitolo dedicato agli aborigeni australiani, per esempio, non dice una parola sulla loro mitologia, sul “tempo del sogno”, sul loro universo interiore. Si limita a osservare che essi sono riusciti a vivere in un deserto inospitale per 40.000 anni, mentre Burke e Wills sono morti di fame in pochi giorni. Questo è già qualcosa: riconoscere, cioè, che il primo indizio di evoluzione è la capacità di adeguarsi al proprio ambiente naturale e saper vivere in armonia con esso, per quanto inospitale possa rivelarsi dal punto di vista umano. Egli, però, non fa il passo successivo: ammettere che un popolo capace di vivere per 40.000 anni in un ambiente difficile, ove gli ‘evoluti’ europei morirebbero in poche ore (senza automobili, telefoni, aria condizionata, frigoriferi e tutto il resto) non è affatto un popolo ‘primitivo’. E quindi non ha bisogno di alcun avvocato difensore per difendersi dall’imputazione, tipicamente etnocentrica, di non essere stato capace di avviarsi verso le magnifiche sorti e progressive della macchina a vapore, del telegrafo, del televisore, dell’energia atomica, dei viaggi spaziali, della ingegneria genetica e dell’informatica (Bill Gates docet). 

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/11/2007 e del 08/10/2015 sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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