domenica, 13 Giugno 2021
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L’idea biologica del «brodo primordiale» è una banale ripetizione dell’errore antropocentrico

La verità è che la vita non può aver avuto inizio per caso dalla materia inorganica e che l’evoluzione non può essere priva di scopo di Francesco Lamendola  

L’idea oggi comunemente diffusa tra il pubblico, e caparbiamente sostenuta da gran parte della scienza «ufficiale» – ossia riconosciuta a livello accademico -, è che la vita sia sorta spontaneamente sul nostro pianeta, in presenza di particolari circostanze che avrebbero reso possibile la formazione delle catene di amminoacidi e di enzimi.

Ora, si tratta di una idea talmente assurda che l’astronomo Fred Hoyle l’ha definita il risultato di una «mentalità da discarica», nel senso che corrisponde all’aspettativa che in una discarica, contenente tutte le parti di un Boeing 747, smontate e in disordine, una tromba d’aria possa operare l’assemblaggio casuale di tutte quelle parti, in modo da formare un Boeing 747 perfettamente funzionante e pronto a prendere il volo.

Oppure, se si preferisce, la probabilità che una combinazione accidentale di elementi chimici in un «brodo primordiale» organico abbia prodotto i ben 2.000 enzimi necessari alla vita, può essere paragonata alla probabilità matematica che una persona con gli occhi bendati riesca, in poche mosse,  a risolvere il cubo di Rubik.

La verità è che la vita non può aver avuto inizio per caso dalla materia inorganica e che l’evoluzione non può essere priva di direzione e di scopo: dunque, che il sacro dogma di Darwin è errato, irrimediabilmente errato, e scientificamente insostenibile.

Non si può fare a meno di domandarsi, quando si arriva a queste conclusioni, per quale motivo gli scienziati del XIX e del XX secolo abbiano abbracciato con tanto ardore e convinzione la nuova Bibbia evoluzionista, e perché continuino, imperterriti, a sostenerla, minacciando di scomunica gli «eretici» che osano metterla in dubbio o mostrarne i numerosi punti deboli, ovvero le aporie e la mancanza di prove convincenti (a cominciare dagli «anelli mancanti»), che contraddice le ottimistiche previsioni degli evoluzionisti classici.

In particolare, la documentazione fossile, già assai carente all’epoca in cui la teoria di Darwin è stata formulata, non ha confermato la gradualità e l’estrema lentezza dei cambiamenti biologici. Nel caso della transizione dagli insetti senza ali agli insetti con le ali, o in quella dai rettili agli uccelli, l’evidenza paleontologica continua ad essere debolissima. Il famoso «Archaeopteryx», sbandierato con squilli di fanfara come l’anello di congiunzione fra rettili e uccelli, è rimasto un fossile isolato: di fatto,  non vi sono gradini intermedi fra esso e i rettili da una parte, e fra esso gli uccelli, dall’altra.

Questo stato di cose ha indotto un drappello di scienziati neo-darwinisti, tra i quali Neil Eldredge e Stephen Jay Gould,  a mettere tra parentesi la prospettiva di una evoluzione lenta e graduale e ad abbracciare l’idea di una evoluzione «per saltum», ossia per svolte brusche e relativamente improvvise, assai lontana dallo scenario delineato dal fondatore.

In particolare, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso,  i biologi evoluzionisti ritengono che le nuove strutture genetiche possano formarsi attraverso gli errori di trascrizione  del DNA. Tuttavia, questa teoria non tiene conto del fatto che, se è vero che un errore di trascrizione del DNA può produrre un grosso salto evolutivo, è cosa ben difficile che tale salto sia benefico, qualunque sia la frequenza dell’evento. Inoltre, rimane irrisolto il punto fondamentale di come l’informazione genetica  corrispondente si sia generata la prima volta.

Per dirla, ancora, con Fred Hoyle, la teoria darwiniana è sbagliata, perché  le variazioni casuali tendono a peggiorare le prestazioni delle specie viventi, e non a migliorarle, come l’ipotesi di Darwin, ottimisticamente, postula.

Torniamo, dunque, alla domanda che ci eravamo posta: come è possibile che una teoria, così evidentemente difettosa, per non dire assurda, possa aver conquistato un tale consenso fra gli scienziati di formazione accademica (o, almeno, così viene fatto credere al grosso pubblico, a cominciare dagli studenti, costretti a studiare su manuali rigorosamente neodarwiniani), da resistere vittoriosamente a ogni critica?

Le spiegazioni possono essere parecchie.

Una è che la società occidentale moderna è profondamente permeata dallo spirito commerciale e competitivo, e l’idea di una evoluzione attraverso la selezione naturale suona ad essa familiare: è un fatto che le migliori industrie tendono a conquistare il mercato a danno di quelle  meno efficienti. Perché, dunque, l’evoluzione biologica non potrebbe funzionare allo stesso modo? Non si tiene conto, però, che il sistema commerciale è un prodotto artificiale, e il miglioramento di una linea di automobili, ad esempio, è il risultato di un continuo lavoro di aggiornamento e di perfezionamento da parte di uno stuolo di ingegneri e di tecnici.

Invece, nella teoria evoluzionista classica, è il caso a decidere quali variazioni si impongono nella lotta per la vita; o, più precisamente, sono le variazioni genetiche casuali ad imporsi. Ma quando mai una variazione casuale tende a migliorare le prestazioni di una macchina, così come quelle di una specie vivente? Il darwinismo non è mai stato in grado di rispondere a questa domanda, né si è sforzato molto di farlo: essendo assurto al rango di religione (laica), sembra che ai suoi seguaci non si domandi altro che una cieca fedeltà ai suoi dogmi.

Una ulteriore difficoltà del neodarwinismo è dovuta al fato che, secondo ogni evidenza, quando le forme naturali sono lasciate a se stesse (ossia non influenzate da un fattore esterno), esse sono soggette a cambiamenti lenti e graduali, non a grandi balzi improvvisi.

Un’altra ragione del successo travolgente ottenuto dalla teoria darwiniana (continuiamo anche noi, per convenzione, a chiamarla così, anche se i fatti dicono che Alfred Russell Wallace vi era arrivato prima di Darwin e che quest’ultimo, scorrettamente, presentò la comunicazione di lui alla Linnaean Society, nel 1858, dopo la propria, messa insieme in fretta e furia, sotto lo stimolo di quella), è  probabilmente in stretta relazione con le particolari condizioni economico-sociali dell’Inghilterra di un secolo e mezzo fa.

«L’origine delle specie» (che, sia detto per inciso, non era un’opera realmente rivoluzionaria, dato che si basava su fatti e idee disponibili già da un paio di secoli), fu subito percepita come la nuova Bibbia da tutti coloro che desideravano ribellarsi alla vecchia cultura, vista come il baluardo di un ordine economico-sociale ormai superato. In altre parole, l’adozione del nuovo paradigma scientifico (per adoperare l’espressione del filosofo della scienza Thomas Kuhn) avrebbe più a che fare con le condizioni storiche dell’Inghilterra investita dai processi della Rivoluzione industriale, che non con una visione della natura obiettiva e «scientifica».

Una terza ragione può essere individuata nel fatto che l’evoluzione biologica, intesa nel senso di Darwin, sembra negare l’antichissimo istinto umano a porsi domande circa il senso dell’universo. Nell’«Origine delle specie», una nuova generazione di scienziati e di intellettuali materialisti e riduzionisti ha visto il cavallo di battaglia ideale per partire, lancia in resta, contro l’umana aspirazione a comprendere perché l’universo, dopo tutto, si dia la pena di esistere, presentando un tale interrogativo come sintomo di una mentalità arretrata e oscurantista, impregnata di superstizione religiosa.

Dopo tutto, ogni nuova religione incomincia facendo piazza pulita delle vecchie; così, la nuova religione scientista ha sostenuto che i templi e gli altri luoghi di culto non erano che la manifestazione di un errore, di una domanda priva di senso, esigendo che solo ad essa venissero eretti i nuovi templi: i laboratori scientifici nei quali viene spazzata via l’esigenza metafisica e, con essa, l’idea di un ordine soprannaturale, rispetto al quale il Logos calcolante e strumentale può offrire, evidentemente, solo una forma di conoscenza inadeguata.

Ma torniamo al concetto del «brodo primordiale» tanto caro agli evoluzionisti, i qual sostengono che la vita è nata sulla Terra e si è gradualmente sviluppata a partire da forme semplicissime, verso la complessità degli attuali animali superiori, uomo compreso.

Ecco come si esprime in proposito Fred Hoyle – sostenitore della teoria secondo cui la vita è stata  originata da un’intelligenza extraterrestre (Dio?) che, servendosi dei microrganismi viaggianti nello spazio, ha utilizzato la Terra come un favorevole punto di aggregazione, e sta trasmettendo un messaggio evolutivo ai geni, in una sorta di codice di impulsi quantici -, in uno dei suoi libri più importanti, «L’Universo intelligente» (titolo originale: «The Intelligent Universe», London, 1983; traduzione italiana di Giovanni paoli e altri, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1985, pp. 18-239):

«L’idea comunemente diffusa che la vita potrebbe essere sorta spontaneamente sulla terra, riusale a esperimenti che fecero presa sulla fantasia della gente nei primi anni di questo secolo [cioè il Novecento]. Se voi stimolate, con ogni forma di energia intensa (radiazione ultravioletta, per esempio) semplici molecole non organiche come acqua, ammoniaca, metano, anidride carbonica e acido cianidrico, alcune delle molecole si riuniscono sotto forma di amminoacidi: un risultato, questo, dimostrato circa trent’anni fa da Stanley Mill e Harold Urey. Perciò gli amminoacidi, i singoli blocchi costruttivi delle proteine, possono essere prodotti con mezzi naturali, ma ciò è ben lungi dal dimostrare che la vita potrebbe essersi evoluta in questo modo. Nessuno ha dimostrato che le corrette combinazioni di amminoacidi, come le esatte disposizioni degli enzimi, si posano essere prodotte in questo modo. Non si è trovata alcuna prova di questo smisurato salto di complessità, né, a mio avviso, verrà trovata. Tuttavia molti scienziati hanno osato questo salto (dalla formazione di singoli amminoacidi alla formazione casuale di intere catene di amminoacidi come gli enzimi) nonostante le probabilità contrarie al fatto che un tale evento possa mai essere avvenuto sulla Terra; ed è proprio questa ingiustificata conclusione che si è imposta. (…)

Come fanno coloro che dichiarano che la vita si è generata in un brodo organico a immaginare che si sia sviluppata in modo tanto complesso? Le loro argomentazioni, che mi sembrano molto deboli, procedono in questo modo: supponiamo che sulla Terra primordiale in un brodo di amminoacidi formatisi a caso compaiano due o tre enzimi molto primitivi e si uniscano insieme, un evento forse non oltre i limiti della possibilità. Supponiamo poi che l’aggregato di enzimi vaghi  per il brodo, catturando altri potenziali enzimi man mano che essi si formano per caso. Alcuni commentatori immaginano che l’aggregato riproduca se stesso un gran numero di volte, diventando in realtà un gruppo di molecole “vivente”.  Ma questa è una supposizione molto inverosimile. Sulla Terra, oggi, anche i virus più complessi che contengono un considerevole numero di molecole proteiche, sono tuttavia incapaci di riprodurre se stessi in una qualsiasi forma di brodo organico non contenente vita. Si è venuta inoltre a creare una sorta di falsa plausibilità, non in virtù fi un argomento scientifico, ma per un gioco di parole. In realtà, ci si è limitati a descrivere come noi stessi ci saremmo comportati nel raccogliere un pacchetto di aghi che si fossero sparpagliati su un mucchio di fieno, cioè usando i nostri occhi e il cervello per distinguere gli aghi dal fieno. Come potrebbe, per esempio, l’aggregato di enzimi distinguere un enzima utile estremamente raro dalla stragrande maggioranza di catene inutili di amminoacidi? Quel potenziale enzima sarebbe così raro che l’aggregato dovrebbe incontrare 50.000.000.000.000.000.000 di catene inutili prima di trovare quello adatto. Infatti, parlare di un aggregato primitivo che raccoglie potenziali enzimi implica in realtà l’operare di un’intelligenza, un’intelligenza che, distinguendo i potenziali enzimi, possieda capacità di giudizio. Poiché questa conclusione è esattamente quella che coloro che hanno presentato questo argomento sono ansiosi di evitare, la loro posizione è assurda.

Respingiamo ulteriormente l’argomento. Se esistesse  un principio fondamentale della materia capace di guidare in qualche modo i sistemi organici verso la vita, la sua esistenza potrebbe essere facilmente dimostrata in laboratorio. Si potrebbe, ad esempio, prendere una piscina che rappresenti il brodo primordiale  e riempirla con tutti i composti chimici di origine non biologica che si desiderano, pomparvi sopra, o attraverso, un qualsivoglia gas e illuminarla con qualsiasi tipo di radiazione. Lasciate continuare l’esperimento per un anno e accertatevi poi quanti dei nostri 2.000 enzimi sono comparsi nella vasca. Vi darò io la risposta, così potrei risparmiare il tempo, i problemi  e le spese della effettiva realizzazione dell’esperimento: non troverete nulla, tranne, forse., un fango catramoso formato di amminoacidi e di altri semplici composti chimici.  Come posso essere così sicuro di questa affermazione? Bene, se fosse altrimenti, l’esperimento sarebbe già stato effettuato da tempo e sarebbe arcinoto in tutto il mondo. Il suo costo sarebbe trascurabile rispetto al costi di portare un uomo sulla Luna.

Poso immaginare che qualcuno dica: “Aspetta un momento! Il brodo primordiale nella prima età della Terra fu molto più grande di una piscina, forse era grande come gli oceani.” Molto bene, lasciateci ridurre la quantità delle varietà di composti alla misura che può essere accumulata nella piscina quanto lo permette  il suo volume più ridotto:  la possibilità contraria alla formazione dei 2.000 enzimi sarà data dal numero che abbiamo visto prima (il numero che occupa circa quaranta pagine di zeri). Riducendo questa impressionante sfilza di zeri per il rapporto dovuto al minor volume della piscina,  la probabilità migliora, ma solo quanto basta per togliere circa la metà dell’ultima riga dell’ultima delle quaranta pagine.

Si potrebbe anche provare a supporre che il processo avesse acquistato velocità nell’ipotetico brodo primordiale. Un critico potrebbe dire: “Nel vostri esperimento avete considerato la durata di un solo anno; orbene, poiché il processo è in continua accelerazione, un solo anno non è sufficiente per mostrare qualcosa, e pertanto dovreste ipotizzare un periodo di mille milioni di anni.” Per rispondere a questa obiezione, è facile dimostrare che anche la più grande accelerazione non toglierebbe più di una frazione dell’ultima delle quaranta pagine, lasciando più di trentanove pagine di zeri, ovvero ancora un numero enorme. Se l’accelerazione fosse così importante, si dovrebbero trovare nella piscina molte proteine con sequenze di amminoacidi che fossero sulla buona strada verso la formazione di quelle sequenze che ci sono note in biologia. Ciò dovrebbe essere facilmente riconoscibile come un nuovo mondo biologico (e in un minuto o due di accelerazione assumerebbe l’aspetto evidente di uno di tali sistemi)., anche se l’esperimento fosse stato eseguito in una provetta invece che in una piscina.

Concludendo, non esiste nemmeno la più piccola prova oggettiva a sostegno dell’ipotesi che la vita sia cominciata in un brodo organico qui sulla Terra. Anzi, Francis Crick, che  nel 1962 ha condiviso con James D. Watson e Maurice H. F. Wilkins il premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA, è uno dei biofisici che trova non convincente questa teoria. Perché dunque i biologi indulgono in fantasticherie non comprovate, pour di negare ciò che è così palesemente ovvio, cioè che le 200.000 catene di amminoacidi e quindi la vita, non sono apparse per caso?

La risposta si trova in una teoria sviluppata più di un secolo fa, con cui si tentò di spiegare lo sviluppo della vita come il prodotto inevitabile di processi naturali puramente locali. Il suo autore, Charles Darwin, esitò a sfidare la dottrina della Chiesa sulla creazione e, almeno pubblicamente, non fece risalire le implicazioni delle sue idee ala loro relazione con le origini della vita. Tuttavia, egli in privato suggerì che la vita stessa poteva essere stata prodotta “in un qualche piccolo stagno caldo” e, da quel momento, i suoi seguaci hanno cercato di spiegare le origini della vita sulla Terra in termini di un processo di evoluzione chimica dal brodo primordiale. Ma, come abbiamo visto, tutto ciò non è in accordo con i fatti. Nei tempi precopernicani si pensava erroneamente che la Terra fosse il centro fisico e geometrico dell’Universo. Oggi la scienza ufficiale, in apparenza rispettabile, considera la terra come il centro biologico dell’Universo, una ripetizione quasi incredibile del precedente errore.»

Questo è il punto, dunque.

La teoria darwiniana, che non viene presentata come una teoria ma come una certezza in tutti i luoghi del sapere istituzionalizzato, non è solo scientificamente insostenibile, ma originata anche da un errore di impostazione filosofica: la pretesa di fare della Terra il luogo privilegiato e centrale dell’Universo, in senso biologico se non cosmologico.

Ecco perché i neo-evoluzionisti si danno tanto da fare per diffondere la sotto-teoria del «brodo primordiale»: essi vedono bene che, senza di essa, tutto il loro edificio rischierebbe di crollare miseramente, poiché alle enormi difficoltà di spiegare come delle variazioni genetiche casuali abbiano dato impulso alla selezione del più adatto, si aggiungerebbe quella di spiegare la nascita, altrettanto casuale, delle catene degli amminoacidi e degli enzimi, a partire dalla materia inorganica: un evento ancor più inverosimile del precedente.

La tesi del «brodo primordiale» è una di quelle classiche sciocchezze le quali, a forza di essere ripetute, complice la passività e l’ignoranza dell’opinione pubblica in fatto di questioni scientifiche, finiscono per acquistare una loro dignità e plausibilità; anzi, poco a poco, finiscono per imporsi all’uomo della strada come delle verità auto-evidenti.

E, anche in questo caso, i suoi imperturbabili sostenitori mostrano una filiazione diretta con la mentalità commerciale sottesa a tutta la filosofia evoluzionista «classica», cui sopra abbiamo già fatto riferimento.

Non è forse un tipico postulato della pubblicità commerciale quello secondo cui, a forza di ripetere – con martellante, stolida insistenza – un determinato slogan, per quanto esso sia visibilmente falso e ridicolo, finirà nondimeno per imporsi; non in virtù della sua plausibilità, ma, semplicemente, per la stanchezza del pubblico e per l’ottundimento del suo senso critico?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/03/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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