domenica, 13 Giugno 2021
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L’uomo e il lupo: coesistenza (quasi) impossibile

Coesistenza difficile? Oggi, come ben sappiamo, il lupo (canis lupus) non è stato solamente sconfitto e relegato in poche zone d’Europa, Asia e Nord America; è addirittura un animale ormai a rischio di estinzione di Francesco Lamendola 

“NORMANDIA (Francia): anno 1812. Un’ottantina di soldati francesi avanza faticosamente tra la neve per raggiungere l’accampamento. I soldati sono quasi giunti alla méta, quando vengono improvvisamente assaliti da grossi branchi di lupi affamati. A tre, a quattro per volta, i lupi si scagliano con violenza contro gli uomini tentando di azzannarli. A colpi di baionetta e di calcio di fucile, i soldati cercano disperatamente di difendersi dai feroci assalitori. La furibonda lotta si protrae per ore e ore.

“Alla fine, sul campo si presenta una scena veramente terrificante: sparsi tra avanzi di armi e di uniformi, giacciono uccisi circa 300 lupi, ma purtroppo anche tutti i soldati francesi hanno perduto la vita.

“Fatti di questo genere, che fino al secolo scorso [il XIX, nota bene] non erano rarissimi, fortunatamente oggi non accadono più.

“L’uomo, con la sua caccia spietata, ha avuto vittoria sul feroce lupo: ormai esso è relegato in poche zone.”

(Da “Enciclopedia Conoscere”, Milano, Fratelli Fabbri Editori, edizione 1970, vol. IX, p. 1732-1733).

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Oggi, come ben sappiamo, il lupo (canis lupus) non è stato solamente sconfitto e relegato in poche zone d’Europa, Asia e Nord America; è addirittura un animale ormai a rischio di estinzione. Il fatto che l’uomo sia il responsabile di tale drammatica situazione ha prodotto, giustamente, alcuni sensi di colpa nella cultura europea, che ha presentato per secoli e millenni questo forte mammifero dal pelame grigio-bruno o nerastro, alto in media 85 cm. e lungo (coda compresa) m. 1,80 per un peso di 40-50 kg. Questo non significa che la sua cattiva fama, sia nel folklore (favole, canzoni, artigianato in legno) che nella letteratura fosse del tutto immeritata – naturalmente, dal punto di vista dell’uomo. C’è stato realmente un tempo, ed è durato alcune migliaia di anni, in cui il lupo non solo era un temibile concorrente dell’essere umano nel medesimo spazio vitale, attaccando, ad es., i suoi animali domestici e specialmente gli ovini, ma giungeva a costituire un reale pericolo fisico per l’uomo, che non esitava ad attaccare, letteralmente, fin sulla porta di casa. D’inverno, poi, con la neve alta e la mancanza di selvaggina, non solo le stalle ma le stesse case dei luoghi più isolati erano esposte alle sue furiose razzie, tanto che morire sbranati da un lupo era, almeno fino al XVIII secolo, una possibilità tutt’altro che remota per quanti abitavano fuori dai centri abitanti e, in certi casi, perfino all’interno di questi ultimi.

Se si sfogliano i registri parrocchiali del 1500 e 1600, si scopre che gli atti di morte redatti in Italia, specialmente nel Nord e nel Nord-est, testimoniano la frequenza con la quale il lupo assaliva le persone e le divorava; né si trattava sempre e solo di bambini e pastorelli. In un atto di morte del 3 agosto 1594, conservato nell’Archivio parrocchiale della cattedrale di Ceneda, si può leggere questo raccapricciante documento: “Verso le ore nove Lucia di Michiel Jacomaz fu assalita dal luppo appresso mezo la strada della Ricera, et mangiata tutte le parti del Corpo da mezzo in giù, il che fu cosa spaventosa et di compassione vederla; fu sepolta nella Cathle da p. Gio:Batta Eugerio la serra doppo il vespero” (ved. Rino Bechevolo-Basilio Sartori, Ceneda. La cattedrale e i suoi vecchi oratori, Vittorio veneto, 1978, p. 199). E stiamo parlando di una zona suburbana dell’Alto Trevigiano che, per essere fortemente antropizzata e per l’attento governo dei boschi e del territorio da parte del governo della Serenissimo, non si poteva certo considerare una elle più incolte e rinselvatichite dell’Italia di allora.

Situazione ancora più drammatica, se possibile, si registrava  nell’area del Friuli non solo montano e pedemontano, ma anche in aperta pianura, ove esistevano ancora grandissimi e fitti boschi. Scrive Piercarlo Begotti (in Per una storia del lupo nel Friuli occidentale di antico regime, nel n. 1 della rivista La Loggia di Pordenone, dicembre 1988): “La lettura ei registri parrocchiali (i più antichi, nel Friuli occidentale, datano agli anni Ottanta del Cinquecento) è un continuo raccapriccio, perquel che riguarda le morti provocate dagli animali, e non ci riferiamo a quelli domestici, che pure sono menzionati, ma proprio ai lupi: mangiati da i lovi, fu sepolta la testa e una gamba sopra ritrovati (Zoppola, 1623); mangiato da i lovi, solo certi pezzetti d’ossi, e pocca cotica di testa fu sepolto (Zoppola,1623); fu ucciso da lupi, erano n. 3, et mezo divorato, et mezo dal petto in su sepolto; questo caso successe fra Sedran et S. Quirino (San Quirino, 1628); fuit a lupo dilaniata, cuius nonnulla ossa sepolta fuerunt (Pasiano, 1630); fuit a lupo dilaniata, cuius reliquiae sepultae fuerunt (Pasiano, 1630) e pensiamo sia sufficiente. Del resto, il rapporto era reciproco: se l’animale dilaniava le sue vittime, anche il corpo del lupo veniva stracciato e almeno alcuni suoi pezzi erano utilizzati dagli uomini. La pelle poteva tornare utile per il vestiario, la coda per altri scopi, come si legge nel libro dei camerari di valvasone, che il 12 settembre 1554 spesero 2 soldi per comperare una choda de lovo per nectar li altari. In ogni caso, una ricerca sistematica non è stata ancora condotta, disponiamo per il momento solo di dati parziali, che consentono tuttavia di formulare alcune ipotesi di lavoro.

“Per Pasiano, esiste memoria di 12 casi, compresi fra il 1630 e il 1673, ma di questi 7 sono concentrati tra il 26 aprile e il 28 maggio 1631, più altri quattro tra giugno 1630 e gennaio 1631, mentre l’incidente del 1673 (8 luglio) è sporadico e riguarda un bambino di 5 anni daPerdina, località ai margini della foresta della Mantova. I primi 11, se si escludono una donna di 60 anni e una di 24, sono tutti relativi a ragazze tra i 14 e i 18 anni: dunque, un assalto rivolto soprattutto a donne, giovani e giovanissime, realtà che in parte riscontriamo anche altrove (13 su 26 a San Giovanni di Casarsa, 3 su 5 a Zoppola) e che sarà da approfondire, se non vogliamo ricorrere a facili e banali motivazioni psicologiche e sessuali (il ‘sesso debole’). Dei 26 sbranati dai lupi a San Giovanni di Casarsa tra il 1625 e il 1633, quasi la metà sono compresi tra la fine del 1630 e l’inizio del 1632, mentre a San Quirino si infittiscono nel 1628, a Zoppola i 5 casi sono diluiti tra il 1623 e il 1632; anche a Provesano il 1623 è ricordato perla singolare crudeltà, tuttavia è sul periodo 1629-1631 che si concentra la mortalità maggiore causata dal lupo: l’epoca apocalittica di carestie e peste, che nel Friuli occidentale furono causa di una temporanea regressione dell’agricoltura…”

Sempre a quegli anni, infatti, si riferiscono i versi del poeta Ciro di Pers (1599-1633) che, nel suo Canzoniere, descrive i grandi branchi di lupi che scendono dalle montagne all’inizio dell’inverno, simili all’annuncio di una barbarie ritornata, di un generale sconvolgimento della civiltà europea che si accinge ad affrontare una delle prove più tremende della sua storia millenaria: la micidiale Guerra dei Trent’Anni, che avrebbe lasciato desolate e spopolate intere regioni del continente. E si noti la coincidenza con la terribile pestilenza del 1630, di manzoniana memoria.

Questo non significa che il rapporto fra l’uomo e il lupo sia stato sempre così crudamente conflittuale. È un fatto, tuttavia, che fino alle soglie della modernità il lupo ha costituito un pericolo concreto per l’uomo (ed è vero, naturalmente, e a maggior ragione, anche il contrario), tanto da creare insicurezza e paura in molte zone d’Europa, anche occidentale (la più antropizzata) fino ai primi anni del XIX secolo. In questo clima si può capire come al lupo fossero attribuite le stragi verificatesi, fra il 1764 e il 1767, nella regione francese del Gévaudan (corrispondente, più o meno, all’odierno dipartimento della Lozère. Le vittime furono più di cento e la popolazione locale era convinta che si trattasse di un grosso lupo, ragion per cui venne condotta una cacia sistematica, anche con l’intervento di un corpo scelto di archibugieri inviati personalmente dal re Luigi XV. Effettivamente vennero uccisi alcuni lupi di straordinaria grandezza, ma già allora cominciarono a farsi strada dei dubbi fra gli abitanti del Gévaudan, dubbi che gli studiosi moderni di criptozoologia hanno ulteriormente evidenziato. Dei normali lupi, anche se particolarmente grossi e affamati, non possono aver provocato un’ecatombe di quelle dimensioni; anche le modalità degli attacchi e le testimonianze dei pochi scampati fanno pensare a qualche cosa d’altro, qualche cosa in cui vi fosse la regia di esseri umani.

Ma quei tempi sono passati per sempre e il lupo, soggetto a una vera e propria politica di sterminio, con le pubbliche autorità che pagavano una somma di denaro per ogni capo abbattuto, sia di adulto che di cucciolo, è giunto quasi ovunque, in Europa, assai vicino alla soglia del pericolo di estinzione. Scrive il noto naturalista svizzero Vinzenz Ziswiler (in Animali estinti e in via di estinzione, Milano, Mondadori, 1975, p. 87):“Durante il Medio Evo, la caccia fu molto in voga, tanto che certe specie di animali selvatici già allora divennero rare.  Lo sterminio dei carnivori era considerato come un atto i particolare valore. Nel villaggio in cui appariva un lupo, tutti gli abitanti venivano chiamati alle armi per combattere la belva con ogni mezzo.”

Un tempo l’areale del lupo era vastissimo, poiché comprendeva tutta l’America del Nord, dalla tundra artica fino al Messico, tutta l’Europa e gran parte dell’Asia, arrivando fino all’India e al Giappone. Oggi la situazione è drammaticamente mutata e, su quegli immensi territori, il lupo sopravvive solo all’interno di piccole ‘isole’ separate l’una dall’altra. Negli Stati Uniti d’ America, una modesta popolazione di lupi è presente ormai solo nello Stato del Minnesota, mentre una sottospecie di lupo rosso vaga tra Texas e Louisiana (si tenga presente che il lupo è in grado, in circostanze favorevoli, di percorrere fino a 100 km. al giorno, spostandosi prevalentemente col favore del buio). In tutta l’Europa centro-occidentale è praticamente scomparso, compresa la Scandinavia ove pure era numeroso, ma dove è stato distrutto con l’impiego di aerei ed elicotteri. L’ultimo lupo delle isole britanniche fu abbattuto in Scozia nel 1782. Sopravvivono piccole popolazioni nella Penisola Iberica, sugli Appennini (specialmente meridionali), nei Balcani e sui monti della Grecia. Anche in Asia la sua presenza si è fortemente ridotta, specialmente in Cina e in India, ove la crescita demografica umana e la messa a coltura di sempre nuovi territori lo ha scacciato da molte regioni dove era frequente sino a pochi anni or sono. Esisteva anche una specie sud-americana di lupo (disocyon australis), presente sull’arcipelago delle isole Falkland o Malvine, (da non confondersi con il crisocione o lupo delle Pampas), ma si è estinto a causa della caccia praticata dall’uomo nei primi anni del XIX secolo. Quando il giovane naturalista Charles darwin visitò l’arcipelago, negli anni Trenta dell’Ottocento, esso era già completamente scomparso: il fatto è ricordato nel suo Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Le uniche regioni dove esistano popolazioni ancora relativamente consistenti sono quelle artiche del Canada e della Russia, specialmente a nord delle grandi foreste di conifere, nella tundra.

Si può dire che il lupo è stato salvato da una serie di provvedimenti legislativi dell’ultima ora, quando già la sua estinzione totale cominciava a delinearsi nella seconda metà del Novecento. Scrive Luigi Boitani (su Airone, n. 1, maggio 1981): “Nel 1972, il Fondo mondiale perla natura, la cui sede centrale è a Gland in Svizzera, ha lanciato una grande campagna internazionale per salvare gli ultimi lupi, detta suggestivamente operazione San Francesco. Il primo atto è stato quello di vietarne la caccia in molti paesi, quali il Canada, la Svezia, la Spagna. In Italia si è atteso fino al 1976 per trasformare in legge il decreto tre anni prima. Il Fondo si è poi assunto l’onere di risarcire ogni eventuale danno causato dal lupo ai pastori. Ma il risultato più notevole della campagna in difesa del lupo è stato la sua completa ‘riabilitazione’ gli occhi dell’opinione pubblica, grazie anche agli studi scientifici appositamente promossi, negli Stati Uniti e in Italia, sulle abitudini e sulla vita dell’animale, che hanno sfatato alcuni assurdi luoghi comuni sulla sua pericolosità. Del resto, il numero così esiguo di lupi rimasti  e la loro naturale diffidenza nei confronti dell’uomo rendono difficile perfino la possibilità di incontro.(…)

“La straordinaria capacità di resistenza e di adattamento del lupo ha rappresentato la sua salvezza, specialmente nell’Italia centrale, dove gli ungulati (cervi e caprioli, sue prede abituali)  sono da tempo scomparsi e dove il lupo è spesso costretto a frequentare gli immondezzai alle porte dei paesi. Il sistema di caccia del lupo contribuisce a selezionare le prede, migliorando la qualità media delle loro popolazioni. Infatti i lunghi, estenuanti inseguimenti implicano inevitabilmente che dalla mandria in fuga si stacchino, prima o poi, i membri più vecchi, ammalati o comunque deboli, già predestinati alla morte, o quelli più giovani.

“Che cosa accada quando vengono a mancare i predatori, lo testimonia in maniera esemplare una comunità di cervi protetti sull’altipiano di Kaibab, in Arizona, dove in 25 anni (dal 1906 al 1931) vennero sterminati quasi tutti i predatori esistenti, circa 600 esemplari tra lupi, puma, linci, coyotes. Il risultato fu che la popolazione di cervi crebbe a dismisura, il rapporto animali-risorse divenne disastroso e oltre 60 mila esemplari di cervi morirono per la fame e per le malattie, riportando il numero totale, dopo oltre 30 anni, a quello originario.”

Più in generale, possiamo dire che in questi ultimi anni si è operata una crescita, nel livello di consapevolezza dell’essere umano nei confronti dei suoi fratelli minori, gli animali, che ha contribuito a ridefinire anche sul piano filosofico-esistenziale il posto dell’uomo nella natura. Sotto l’influsso della cosiddetta ecologia profonda, si è giunti a mettere in discussione la visione brutalmente antropocentrica che ha caratterizzato il divenire storico degli ultimi secoli, per lasciar posto ad una visione cosmocentrica, nella quale ogni specie e ogni luogo esistente in natura meritano attenzione e rispetto. Si è finalmente compreso che la terra non è semplicemente un grande magazzino al quale attingere per prelevare risorse indiscriminatamente né, a maggior ragione, una discarica ove stoccare i rifiuti di uno sviluppo tecnologico e industriale senza coscienza e senza lungimiranza. In tale ottica, anche il difficile, millenario rapporto fra l’uomo e il lupo è stato reimpostato su nuove basi. Il forte e coraggioso carnivoro, già cantato da Omero nell’Iliade agli albori della civiltà greca, è tornato ad apparirci come una presenza importante, la cui sopravvivenza è indice del grado di saggezza e tolleranza raggiunto dall’uomo stesso. E nelle pagine dell’ormai classico libro Mai gridare al lupo del biologo canadeseFarley Mowat, veramente questo fiero animale ci viene restituito in tutta la sua forza e bellezza, là dove esso – come accade nella tundra artica – può ancora condurre una libera esistenza nel cuore di una natura incontaminata, e non è costretto – come accade sempre più spesso, in Europa e non solo – a cercare i mezzi per sopravvivere fra i sacchi dell’immondizia e in mezzo alle discariche il cui lezzo ammorba i paesaggi degradati della nostra ‘civiltà’ industriale.

Effettivamente, anche in questo caso dovremmo tornare a rivolgerci con atteggiamento di umiltà e con capacità di ascolto alla cultura del tanto calunniato Medioevo (i ‘secoli bui’ di illuministica memoria!), quando uno dei più grandi personaggi della civiltà europea, Francesco d’Assisi, dava l’esempio della mano tesa verso le altre creature di Dio, lupo compreso. “Al tempo, che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio, – troviamo scritto nei Fioretti di San Francesco di autore anonimo, al capitolo XXI – apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; intantoché tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla cittade. E andavano armati quando uscivano ella cittadella, come se eglino andassono a combattere; e contuttociò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo; e per paura di questo lupo e’ vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della erra.

“Per la qual cosa, avendo compassione Santo Francesco agli uomini della terra, si volle uscire fuori a questo lupo; benché i cittadini al tutto ne lo sconsigliavano. E facendosi il segno della santa croce, uscì fuori della terra egli co’ i suoi compagni, tutta la sua confidenza ponendo in Dio.

“E dubitando gli altri d’andare più oltre, Santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dov’era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini, li quali erano venuti a vedere questo miracolo, il detto lupo si fa incontro a Santo Francesco colla bocca aperta, e appressandosi a lui, Santo Francesco gli fa il segno della santissima croce, e chiamalo a sé, e dice così: -Vieni qui, frate lupo. Io ti comando dalla parte di Cristo, che tu non facci male né a me né a persona. – Mirabile cosa! Immantinente che Santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca, e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente, come un agnello, e gittossi alli piedi di  Santo Francesco a giacere. E allora santo Francesco gli parlò così: – Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatto grandi maleficj, guastando e uccidendo le creature di Dio senza sua licenza, e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardimento d’uccidere e guastare gli uomini, atti alla immagine di Dio, per la qual cosa tu se’ degno delle forche, come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far pace fra tee costoro; sicché tu non offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né uomini né cani ti perseguitino più.

“Dette queste parole, il lupo, con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare di capo, mostrava di accettare ciò che Santo Francesco  dicea, e di volerlo osservare. Allora santo Francesco disse. – Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch’io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperocché  io lo so bene che tu perla fame hai fatto ogni male. Ma poi ch’io t’accatto questa grazia, io voglio, rate lupo, che tu mi imprometta, che tu non nuocerai  mai a nessuna persona umana né ad animale: promettimi tu questo? -. E  il lupo con inchinare di capo fece evidente segnale che il prometteva. E Santo Francesco sì dice: – Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede d questa promessa, acciocch’io mene ossa bene fidare. – E distendendo la mano Santo Francesco, per ricevere la sua fede, il lupo levò su il pie’ ritto dinanzi e dimesticamente lo puose sulla mano di Santo Francesco, dandogli quello segnale di fede, ch’egli potea.”

È  possibile (ma non certo, si badi) che il racconto del lupo di Gubbio, tramandato dai Fioretti di San Francesco, sia solo un’allegoria morale, e che il feroce lupo da tutti braccato, e reso mansueto e benevolo dall’infinito amore del Santo, fosse in realtà un personaggio umano, un brigante tristemente famoso per le sue gesta sanguinarie e poi convertito e rabbonito. È possibile, ripetiamo. Ma ciò non toglie nulla al valore ecologico e al significato profondo di quell’apologo: che è possibile, cioè, realizzare un nuovo tipo di rapporto fra uomo e natura, in cui l’uomo non sia più soltanto un super-predatore deciso a distruggere ogni forma di vita che intralcia le sue attività economiche e che mette in ombra la sua pretesa di una assoluta e dispotica signoria sull’intera natura.

 Chissà che anche il lupo, in una tale prospettiva, con la sua coraggiosa volontà di sopravvivenza, con la sua forza e con la sua tenacia, non abbia qualche cosa da insegnarci. Qualcosa che un tempo, probabilmente, sapevamo in maniera spontanea e istintiva; ma che poi, a partire da quando ci siamo oltremodo insuperbiti per le realizzazioni di un Logos strumentale e calcolante, capace di ogni forma di manipolazione sulla natura, abbiamo – con nostro e altrui danno – dimenticato.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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