sabato, 25 Settembre 2021
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Quando Francesco Redi decapitava tartarughe per vedere quanto vivevano senza testa

A partire da quando gli scienziati hanno deciso che il progresso delle conoscenze rendeva lecita la vivisezione delle creature viventi? di Francesco Lamendola  

A partire da quando gli scienziati hanno deciso che il progresso delle conoscenze consentiva e rendeva assolutamente lecita, anzi, meritoria, la vivisezione delle creature viventi? Certo, una pratica del genere è sempre esistita, sin da quando esiste la medicina e, con essa, una certa conoscenza della fisiologia; sembra, però, che nell’antichità e nel medioevo se ne facesse un uso abbastanza parco e che non la si pubblicizzasse più di tanto, insomma che non se ne menasse particolare vanto.

Certo, nell’antichità esisteva perfino la vivisezione umana (cfr. il nostro articolo: «Celso, la vivisezione umana e le aberrazioni della medicina moderna», pubblicato sul siti di Arianna Editrice in data 17/05/2007); vi era comunque chi protestava contro tali pratiche inumane, e non mancavano nemmeno filosofi, come Teofrasto e Plutarco, i quali negavano all’uomo il diritto di manipolare a suo piacere gli animali e di ucciderli indiscriminatamente per il proprio piacere o per il proprio interesse). Nel medioevo cristiano, poi, contrariamente a quel che molti credono, la convinzione che il creato fosse stato messo a disposizione dell’uomo, con tutte le sue ricchezze e le sue forme di vita, non implicava affatto che l’uomo potesse abusare del proprio potere e che, da custode responsabile, potesse trasformarsi nel tiranno spietato della terra, incrudelendo contro gli animali senza limite alcuno: basterebbe rileggersi il «Cantico delle creature», nonché numerose pagine dei «Fioretti» di San Francesco, per rendersi conto che, nella spiritualità cristiana medievale, esisteva la nozione di una solidarietà creaturale fra l’uomo e gli altri esseri viventi e che lodare degnamente il Creatore significava aver cura, rispetto e amore per tutte le sue creature.

Questo non significa, naturalmente, che, nel medioevo, vi fosse una pratica diffusa di rispetto e di benevolenza verso gli animali; non c’è dubbio che molte persone, anche sulla base di credenze superstiziose, infierissero con gratuito sadismo contro gli animali (e anche contro i propri simili, se è per questo): ma, appunto, si trattava di comportamenti pratici, non di teorizzazione e men che meno di prese di posizione degli uomini di cultura. Il grande modello medievale restava la vita di Cristo e, in seconda istanza, le vite dei santi: e in nessuna di esse si trovava qualcosa che giustificasse una inutile crudeltà nei confronti degli animali; al contrario, si trovavano moltissimi esempio (e non solo nei mistici o in San Francesco) di estrema delicatezza e di amorevole fraternità nei loro confronti.

Il vero cambiamento si verifica dopo il Rinascimento, quando l’uomo si è fatto misura di tutte le cose e l’orizzonte spirituale si è, nello stesso tempo, indebolito e allontanato verso distanze confuse, quasi irraggiungibili: ciò aveva creato le premesse per le basi filosofiche della Rivoluzione scientifica, che sono, tendenzialmente o esplicitamente, meccaniciste e riduzioniste, al punto che un filosofo come Cartesio arriva a negare che gli animali non solo abbiano un’anima, ma che siano in gradi di provare la sensazione del dolore, essendo solo delle “macchine” capaci di emettere suoni, assolutamente prive di attribuiti spirituali, nonché del sia pur minimo grado di consapevolezza e di coscienza.

Francesco Redi (nato a Arezzo nel 1626 e morto a Pisa nel 1698) è considerato uno dei maggiori scienziati del XVII secolo e non uno degli scrittori meno importanti. Noto a tutti gli studenti di letteratura per il suo «Bacco in Toscana», elogio scherzoso dei vini della sua terra, fu tra i fondatori dell’Accademia del Cimento (1697), destinata a divenire un importante entro di ricerche scientifiche. Tra le sue opere di anatomia e fisiologia animale, si ricordano le «Esperienze intorno alla germinazione degli insetti», in cui si pronunciava contro la teoria della generazione spontanea, e le «Osservazioni intorno alla vipere», in cui dimostrava che il veleno dei rettili, contrariamente a alla credenza allora diffusa, non è velenoso se ingerito, ma solo se si trasmette al sangue dell’uomo mediante una ferita.

Era un tipo bizzarro e, pur godendo fama di scienziato rigoroso, capace di condurre i suoi esprimenti con un metodo quanto mai preciso, non disdegnava di raccontarli ai suoi illustri protettori di casa Medici con tono quanto mai scherzoso e brillante, fino a rasentare la piaggeria e la buffoneria: così, ad esempio, raccontava al granduca di aver decapitato alcune tartarughe, non per compiere delle osservazioni scientifiche, ma per punirle di qualche reato, ridendo e gigioneggiando sulla sorte delle bestiole con la massima disinvoltura o, per dir meglio, con un cinismo un po’ rivoltante, in confronto al quale persino l’impassibilità di Galilei nel descrivere la vivisezione di una cicala (raccontata nella cosiddetta “favola dei suoni” nella epistola scientifica «Il Saggiatore») appare un procedimento garbato e persino di buon gusto.

Vale la pena di riportare le stesse parole del Redi – tralasciando quelle più esplicitamente umoristiche, o che tali vorrebbero essere -, affinché il lettore possa da sé giudicare quanto abbiamo sopra affermato (F. Redi, «Tartarughe vive senza il cervello», citato in: Angelo Gianni e Giuseppe Galleno, «L’avventura dell’uomo», Firenze, La Nuova Italia, 1969, vol. 2, pp. 4-6):

«Io andava rintracciando per mio passatempo alcune cognizioni intorno al cervello ed al moto degli animali; ed a questo fine avendo più volte cavato il cervello a molte generazioni di volatili e di quadrupedi, ed osservatone gli eventi, m i venne pensiero di veder quel che succedesse nelle tartarughe terrestri; e ad una di quelle, nel principio di novembre, fatto un largo forame nel cranio, cavai pulitamente tutto il cervello, rinettando bene la cavità a segno tale che non ve ne rimase neppure un minuzzolo.  Lasciando poscia scoperto il forame del cranio, misi la tartaruga in libertà, ed essa, come se non avesse male veruno, si movea e camminava francamente, e si aggirava brancolando ovunque le piacea; ho detto brancolando, perché dopo la perdita del cervello serrò subito gli occhi e non gli aprì più mai. La natura intanto, vera e sola medica dei mali, in capo a te giorni con una nuova tela di carne coprì e ben serrò il sopradetto largo forame del cranio, là dove mancava l’osso, e la tartaruga, non perdendo mai la forza del camminar liberamente a sua voglia e del far ogni altro moto, visse fino a mezzo maggio; sicché ella campò sei mesi interi. Quando fu morta, osservai la cavità dove soleva star il cervello, e la trovai netta e pulita e totalmente vota eccetto che di un piccolo e secco e nero grumetto di sangue.

Quando cominciai a far queste osservazioni, la corte di Toscana trattenevasi alle deliziose cacce dell’Ambrogiana [una delle ville medicee]; ed io del muoversi e d’un così lungo vivere delle tartarughe senza cervello favella none un giorno coll’illustrissimo signor marchese Cammillo Coppoli e con altri signori, mi replicò esso signor marchese di ricordarsi d’aver veduto molti anni addietro che le tartarughe sogliono lungamente vivere senza la testa; e che lo aveva osservato quando certi medici, per guarire una gran dama di una certa sua infermità, tagliarono di netto la testa alle tartarughe,m e facevano stillar subito quel loro freddo sangue sulle reni della medesima dama, e le testuggini poi senza testa continuarono a viver molti giorni.

Volli chiarirmene; onde nello stesso mese di novembre, fatto recidere il capo ad una grossa testuggine, lasciai che dalle tagliate vene del collo ne sgorgasse tutto quel freddo sì ma coloritissimo sangue che poté sgorgarne, e la testuggine continuò a vivere per ventitré giornate; e che ella veramente fosse viva, riconosceasi non già perché ella si muovesse di luogo, come potean far quelle alle quali era stato cavato il cervello, ma bensì perché punta o stuzzicata ne’ piedi anteriori e posteriori, ella con gran forza gli tirava indietro e diversi altri moti facea. E poiché da qualcuno potea forse dubitarsi che quei moti fossero, per così dire, una forza o di intirizzamento o di molla e non moti di un vivente, per chiarire bene il fatto, tagliato il capo a quattro altre tartarughe e scolatone tutto il sangue, ne apersi due dodici giorni dopo; e vidi chiaramente il cuore palpitante e vivo, insieme co’ moti del residuo del sangue che entrava ed usciva dal cuore; il quale sangue si rassomigliava nel colore ad una scolorita lavatura di carne o ad una linfa che avesse presa un poco di dilavata tintura di rosso.»

Come si vede, neanche il fatto che la testuggine decapitata visse ancora solo per ventitre giorni (questi animali sono molto longevi), né che i suoi movimenti si limitavano al ritrarre le zampe se queste venivano pungolate, riesce a strappare al Redi la benché minima riflessioni circa il fatto che tali menomazioni comportino necessariamente, per l’animale, del dolore; così come la sopraggiunta, immediata cecità della tartaruga cui egli ha asportato il cervello, gli suggerisce un sia pur piccolo pensiero circa la sofferenza che l’esperimento, se così vogliamo chiamarlo, ha provocato ad essa, la quale poi è morta in capo a sei mesi (un tempo che può sembrare lungo solo ove non si consideri la capacità di questi animali di vivere assai a lungo).

Insomma per Francesco Redi il problema del dolore inflitto all’animale, semplicemente, non esiste; come non esiste una questione etica relativa alla liceità di aprire ed estrarre il cervello a delle creature viventi o a tagliar loro la testa al solo scopo di vedere in che misura essi ne risultano menomati ed in quanto tempo sopraggiunge la morte. L’uomo ha tutti i diritti e nessun dovere morale verso i suoi fratelli minori, specialmente se si tratta di uno scienziato che agisce per in nome dl progresso, vale a dire, automaticamente, per il bene dell’umanità; mentre l’animale, da parte sua, non ha diritto alcuno, nemmeno quello di vedersi risparmiate le torture più raffinate, dato che esso a null’altro serve e per null’altro vive se non per essere a completa e incondizionata disposizione dell’uomo, dei suoi bisogni e dei suoi eventuali capricci.

Con il meccanicismo di Galilei, il riduzionismo di Redi e il razionalismo di Cartesio, la filosofia dei lumi è ormai alle porte; e Luigi Galvani (1737-1798), infatti, manipolerà le sue rane vive, scuoiandole e sottoponendole a scariche elettriche, proprio come Francis Bacon aveva profetizzato che sarebbe stato giusto e intelligente adoperare gli animali nel suo manifesto scientista «Nuova Atlantide»: illimitatamente e spregiudicatamente, a maggior gloria dell’uomo e al servizio del nuovo dio geloso e irascibile, il Progresso (cfr. il nostro articolo: «Sbucciare le rane vive, come arance, poi sezionarle in nome di una scienza senz’anima», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 19/03/2012).

Del resto, perché prendersela tanto per qualche cicala ridotta in pezzettini, per qualche testuggine decapitata e per qualche rana scuoiata viva, se la conoscenza della natura può, in tal modo, progredire? Non si gettano forse le aragoste ancor vive, nei ristoranti, direttamente nella pentola dell’acqua bollente, affinché il palato del cliente trovi più saporita la loro polpa? E non si scuoiano vivi migliaia e migliaia di cuccioli di foca, per rifornire i fabbricanti di pellicce, evitando, però, di rovinare quella preziosa merce? Ora, se si infliggono simili torture agli animali al solo scopo di soddisfare le esigenze della buona tavola e quelle della vanità femminile, in fatto di abbigliamento, chi mai oserà intralciare la strada del progresso scientifico, quando da esso potrebbe dipendere, ad esempio, la scoperta di qualche nuova cura per le malattie umane, di qualche nuovo vaccino, di qualche nuova tecnica chirurgica, finalizzata a salvaguardare la vita dell’uomo?

Qualche spirito ipercritico, qualche polemista per partito preso potrebbe obiettare che togliere il cervello o tagliare la testa a una creatura vivente non presenta evidenti ragioni di utilità per la difesa della salute umana ma che può servire soltanto a soddisfare una “curiositas” fine a se stessa, un desiderio di sapere per il puro piacere di sapere, il che, in fondo, è la molla più nobile e più antica di tutta la ricerca scientifica, da che una qualche forma di scienza esiste. È possibile. Bisognerebbe tuttavia ricordare che la “curiositas”, se viene totalmente disgiunta dalla “pietas”, diventa qualche cosa di terribile , di radialmente disumano: qualche cosa di cui aver paura, e di cui l’uomo stesso finirà per diventare vittima. Non abbiamo forse udito il famoso medico Axel Munthe – un vero campione della filantropia, colui che accorreva dalla Lapponia a Napoli alle prime notizie che il colera era scoppiato in quest’ultima città -, proporre di servirsi dei condannati a morte come di cavie viventi per gli esperimenti della medicina, in modo che quei reprobi, dopo una vita di azioni malvagie, potessero infine rendersi utili alla società e riscattarsi, offrendo alla marcia trionfale del progresso la loro carne torturata e gli spasimi della loro agonia?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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