domenica, 13 Giugno 2021
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Quando il capodoglio diventava cacciatore e i balenieri erano la sua preda

Non sono forse in molti a sapere che il celebre romanzo «Moby Dick or the Whale» fu ispirato al suo autore Melville da un fatto realmente accaduto di Francesco Lamendola  

Non sono forse in molti a sapere, nemmeno fra i suoi lettori più appassionati e fra i suoi ammiratori più entusiastici, che il celebre romanzo «Moby Dick, or the Whale», pubblicato negli Stati Uniti nel 1851, fu ispirato al suo autore, Herman Melville, da un fatto realmente accaduto, ossia dalle imprese di un capodoglio maschio di grandi dimensioni e di un insolito colore bianco, che si aggirava nel Pacifico sud-occidentale, al largo del Cile, nei primi decenni dell’Ottocento, eludendo ogni inseguimento e sovente attaccando i suoi persecutori, al punto da essere divenuto sinistramente leggendario.

Si diceva che avesse sostenuto più di cento scontri con gli uomini e che ne fosse sempre uscito vincitore, causando la morte di non pochi marinai, oppure, nel peggiore dei casi, che fosse riuscito a sottrarsi ai loro ramponi e a far perdere le sue tracce. La sua tattica di battaglia era quella di giocare d’astuzia e poi, improvvisamente, scagliarsi all’attacco con tutta la sua forza e con il peso della sua enorme massa. Il suo carattere, peraltro, pareva avesse qualcosa di enigmatico e imprevedibile: non di rado si accompagnava alle navi in viaggio e si sarebbe detto che godesse nell’affiancarle e nel gareggiare in velocità con esse.

Il suo nome era Mocha Dick e derivava da quello di una piccola isola situata al largo del Cile centro-meridionale (a 38° 23’ di latitudine Sud e a 73°52’ di longitudine Ovest), più o meno all’altezza del porto di Concepciòn. Notiamo di sfuggita che, nella religione dei Mapuche, altrimenti noti come Araucani, il popolo indio che abitava quel tratto di costa del Cile, nonché l’isola stessa di Mocha – scoperta dagli Spagnoli solo il 10 settembre 1544 – questa, posta ad Ovest della terraferma, verso l’oceano aperto, era considerata il luogo verso il quale si dirigono le anime dei morti nel loro viaggio ultraterreno.

Ci siamo già occupati del significato riposto di questo importante romanzo della letteratura nordamericana in un precedente articolo («L’uomo, per Melville, vittima e responsabile della sua malvagità, è indegno di redenzione», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» il 19/04/2015), per cui rinviamo ad esso il lettore desideroso di approfondire tale aspetto. Qui, adesso, ci limiteremo all’aspetto esteriore e spettacolare della lotta che vide opposti, se non ad armi pari, certo in condizioni di non eccessiva disparità, gli uomini e le balene, all’epoca dei velieri e delle grandi cacce per procurarsi la carne, l’olio e lo spermaceti dei colossali cetacei (quest’ultimo, detto anche ambra grigia, è una sostanza presente nel cervello delle balene e veniva utilizzato, nel XIX secolo, per la fabbricazione di candele e come combustibile per l’illuminazione a olio).

Dobbiamo immaginare che cos’era la caccia alla balena, al tempo del capitano Achab, quando realmente esistevano uomini di mare che avevano lasciato una gamba fra le mandibole di un capodoglio, o che avevano avuto i fratelli o gli amici uccisi in uno scontro con il gigante dei mari; e quando circolavano, nelle fumose osterie dei porti, i racconti più impressionanti, ma, talvolta, sostanzialmente veritieri, circa l’astuzia, l’aggressività o qualche speciale caratteristica di un maschio di balena: nel caso di Mocha Dick, il colore bianco, effetto dell’albinismo; proprio come nel caso del romanzo di Melville, ove si parla, appunto, di una balena bianca.

Inoltre Jeremia N. Reynolds (1859-1858), singolare e complessa figura di giornalista, scrittore ed esploratore americano (che forse aveva influenzato Edgar Allan Poe nella stesura del suo romanzo «Storia di Arthur Gordon Pym», del 1838), pubblicando un resoconto su Mocha Dick nel numero di gennaio 1839 della famosa rivista letteraria «The Knickerbocker», conosciuta anche come «New York Monthly Magazine» (più tardi, dopo la scomparsa dell’Autore, trasformato in volume e pubblicato sia negli Stati Uniti d’America che in Gran Bretagna) descrisse la vasta trama di cirripedi che ricoprivano la testa del capodoglio, conferendole un aspetto pauroso; nonché il suo particolare modo di soffiare l’acqua, molto caratteristico e diverso da quello delle altre balene: con il getto verticale e non obliquo, e ad intervalli insolitamente lunghi e regolari, producendo un suono simile a quello di una macchina a vapore.

Ancora, si diceva che Mocha Dock, talvolta, si scagliasse contro le scialuppe e perfino le navi baleniere con tanto vigore, da proiettarsi completamente al di sopra delle onde; e che avesse affrontato vittoriosamente un centinaio di duelli con l’uomo, prima di soccombere sotto il ferro dei ramponi, allorché, accorso in aiuto di una femmina in difficoltà, il cui piccolo era stato ucciso, cadde a sua volta, nel 1838. Dal suo corpo colossale, lungo più di venti metri, venne ricavata una enorme quantità di carne, olio e ambra grigia. Particolare significativo, di cui si sarebbe ricordato Herman Melville (e anche il regista del film omonimo, John Huston, uscito nel 1956): dai fianchi del cetaceo sporgevano alcuni ramponi, impressionante testimonianza di preceenti combattimenti, che la sua pelle non era riuscita ad espellere.

Mocha Dick non fu un caso isolato; i marinai specializzati nella caccia alle balene – specialmente quelli dei porti americani dell’isola di Nantucket, prima, e di New Bedford, poi, entrambi nel Massachussets – avvezzi alla rotta di Capo Horn e alle battute di pesca nella sezione più meridionale dell’Oceano Pacifico (mano a mano che i capodogli si facevano più rari, le navi che li inseguivano erano costrette a cercarli sempre più a sud, fin preso la banchisa antartica, fra dense nebbie e giganteschi ghiacci galleggianti) parlavano anche di altri individui dalle dimensioni eccezionali e dall’intelligenza quasi umana, che davano parecchio filo da torcere ai loro persecutori e che parevano farsi beffe di tutti i loro sforzi e di tutti i loro pazienti appostamenti e dei più veloci, tenacissimi inseguimenti.

Uno di questi esemplari fuori del comune si era guadagnato il nomignolo di New Zelander’s Tom, ovvero Tom della Nuova Zelanda; un altro venne soprannominato Don Miguel e si aggirava, come Mocha Dick, nei mari al largo della costa cilena. Entrambi uscirono vincitori da parecchi scontri con gli esseri umani, tanto che la loro sinistra fama si sparse ovunque e suscitò una implacabile ansia di vendetta, una specie di furor sacro, da parte di numerosi capitani balenieri, i quali, dopo non pochi tentativi di scovarli ed avvicinarli, riuscirono infine, dopo averli rintracciati, ad inseguirli, arpionarli e ucciderli.

Ha scritto lo studioso e divulgatore scientifico Vitus B: Dröscher nel suo ormai classico saggio «Magia dei sensi nel mondo animale» (titolo originale: «Magie der Sinne im Tierreich», München, Paul List Verlag, 1966; traduzione dal tedesco  di Emanuele Bernasconi e Luciana Negro, Milano, Feltrinelli, 1968, pp. 230-234):

«Il cavo oceanico che collegava le città costiere cinesi con il Perù ormai da anni funzionava perfettamente. A quanto si poteva giudicare, avrebbe dovuto funzionare ancora bene per decenni. All’improvviso, però, il collegamento telegrafico fu interrotto e nessun esperto seppe individuare la causa del fatto.

Alla fine la nave posacavi, partendo dal porto di Callao, dovette di nuovo portare in superficie il costoso cavo. Dopo circa cento chilometri, il “guasto” fu finalmente scoperto: da una profondità di 1.134 metri, la nave sollevò alla luce del sole un capodoglio lungo venti metri, attorcigliato più volte dal cavo. Si ebbe così la prova che i capodogli possono immergersi a profondità alle quali qualunque normale sottomarino verrebbe schiacciato dalla pressione.

Che cercano laggiù questi giganti? Il dottor Hans Hass ha tentato di scoprirlo. Egli aveva concepito l’audace progetto di fissare con un sistema di cinghie al corpo d’un capodoglio emerso un apparecchio a prova di pressione, composto di una cinepresa e di un riflettore, di far immergere l’animale e di recuperare poi, quando il gigante fosse riemerso, il materiale filmato.

Un’impresa estremamente pericolosa, se si richiamano alla mente i racconti, in gran parte veri, dei cacciatori di balene del tempo della navigazione a vela. Nel 1820, si narra, un veliero cacciava nei mari del Sud in mezzo a un intero banco di capodogli, quando un grosso maschio  urtò per caso e del tutto involontariamente contro la nave e vi produsse una gros falla. Immediatamente l’acqua vi affluì e si dovette dar ano alle pompe. Anche il capodoglio sembrò uscire dall’urto seriamente ferito, perché girava per l’acqua come si scagliò, in preda alla rabbia più furiosa e con grande sicurezza, contro il veliero. Il capodoglio lo colpì con tale furia che la spessa murata di rovere si sfondò completamente. Il veliero affondò subito e solo pochi uomini dell’equipaggio riuscirono a salvarsi sulle scialuppe. Solo dopo cinque mesi affatto  rappresentato casi isolati. Lo mostrò un capodoglio catturato nel 1867 da una baleniera. Era stato facile impadronirsi di quell’animale, insolitamente grande. Nel suo corpo erano ancora piantati due arpioni e la testa mostrava una profonda ferita, dalla quale sporgevano grandi pezzi di fasciame di nave in frantumi.

Si raccontava anche di vecchi maschi, che presentavano già molte ferite, capaci di affrontare  con sorprendente abilità figli attacchi delle baleniere. Ad un capodoglio riuscì ad esempio l’impresa di fracassare  con la possente pinna caudale o di frantumare tra le mascelle quattro scialuppe fiocinatrici una dopo l’altra. Questi esemplari solitari ed esperti erano conosciuti e temuti dalla gente di mare che li chiamava  “balene che mordono” o “che lottano”. Alcune hanno raggiunto una celebrità personale,  come il Moby Dick di Herman Melville.

Come racconta Erich Dautert (nella sua opera “Auf Walfang und Robbenjagd im Südatlantik”: “Caccia alle balene e alle foche nell’Atlantico meridionale”, edizione originale 1935; nuova edizione, 1952), nei mari della Nuova Zelanda si aggirava un vecchio capodoglio di dimensioni gigantesche, il famigerato e tenuto “Tom della Nuova Zelanda”. Si narrava di lui che avesse fracassato numerose scialuppe fiocinatrici  con attacchi intenzionali, causando la morte degli equipaggi. Infine, molti velieri si erano accordati per dargli la caccia  in comune con l’intenzione di ucciderlo. Difendendosi, esso spezzò coi denti e frantumò in breve tempo ben nove scialuppe, provocando la morte di quattro marinai. La flottiglia fu costretta ad abbandonare la lotta e il capodoglio riuscì a scappare.»

La caccia alla balena ebbe come protagonisti i Baschi nella sua prima fase a noi abbastanza nota, quella medievale, che si svolse dal IX secolo fin verso il 1500; poi gli Olandesi; da ultimo i Britannici e soprattutto gli Statunitensi. L’epoca d’oro fu il XIX secolo. Fu allora che le navi baleniere, dopo aver perlustrato l’Oceano Atlantico e l’Indiano, si spinsero nel Pacifico, specialmente a Sud dell’Equatore, e poi sempre più a mezzogiorno, quasi fino ai ghiacci dell’Antartide, all’inseguimento dei branchi o degli individui isolati. E fu allora che fiorirono la maggior parte dei racconti, romanzeschi e altamente drammatici, eppure, spesso, perfettamente veritieri, sugli scontri con taluni capodogli dalla forza e dall’astuzia insolite, dai quali erano gli uomini ad uscire sconfitti e con le navi fracassate o le scialuppe disperse. Numerose erano anche le storie di naufragi, di marinai trascinati alla deriva sui relitti, per giorni o settimane, torturati dalla fame e dalla sete e perfino ridotti, in casi estremi, a ricorrere al cannibalismo, pur di sopravvivere.

Lo scopo commerciale era finalizzato a ricavare specialmente il grasso e l’olio, che era il solo combustibile per le lampade (poi sostituito dal kerosene, una miscela liquida di idrocarburi). Verso la fine del 1800 la marineria baleniera statunitense entrò in crisi, anche per il sorgere dell’industria petrolifera (produttrice del kerosene) e venne affiancata e poi, gradualmente, soppiantata dalle flotte baleniere di altre nazioni, fra le quali la Norvegia e il Giappone, le quali hanno proseguito a dare la caccia ai capodogli anche dopo che questi sono apparsi in pericolo di estinzione e dopo che la Corte internazionale dell’Aja si è ufficialmente espressa contro questo tipo di pesca commerciale, ottenendo che la maggior parte dei Paesi la mettesse fuori legge. Certo è che la moderna caccia alla balena, effettuata dalle gigantesche navi-officina dotate di celle frigorifere per l’immediata lavorazione e conservazione della carne, e condotta con i radar e con dei cannoncini che non lasciano alcuno scampo ai cetacei, non ha più nulla a che fare con quella che esisteva ai tempi del capitano Achab, eroici e leggendari: quando i mari erano solcati da giganti come Mocha Dick…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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