lunedì, 27 Settembre 2021
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Quando le « mangiatrici d’uomini » pongono il concreto dilemma: l’uomo o la tigre?

Da una parte stanno le tigri ridotte ormai a poche centinaia di esemplari in tutto il mondo dall’altra gli umani con la loro spettacolare diffusione di Francesco Lamendola

Forse alcuni lettori ricorderanno il film di Stephen Hopkins Spiriti nelle tenebre (titolo originale: The Ghost and the Darkness), girato nel 1996 e ambientato in un distretto africano che, negli ultimi anni dell’Ottocento, è terrorizzato dalle cruente scorribande di due leoni “mangiatori di uomini”, i quali hanno fatto decine di vittime fra i Masai e specialmente fra gli operai di una linea ferroviaria in costruzione. Oppure ricorderà di aver letto, magari da ragazzo, i libri avventurosi dell’inglese Jim Corbett, Il leopardo che mangiava uomini e Le mangiatrici di uomini, nei quali il vecchio cacciatore rievoca alcune delle sue esperienze più paurose fra le giungle dell’Asia tropicale, quando era impegnato a dare la caccia alle tigri e ai leopardi che facevano strage delle popolazioni, essendo divenuti predatori di esseri umani.

Forse, qualche lettore ricorderà anche che ci eravamo già occupati di questo argomento, nel saggio Filosofia e natura, che era il testo della prolusione da noi tenuta in occasione dell’apertura annuale dell’Orto Botanico Locatelli a Mestre (Venezia), nel maggio del 2003, in collaborazione con l’Associazione Filosofica Trevigiana (oggi, Associazione Ecofilosofica). In quella occasione, avevamo parlato specificamente del caso della regione paludosa che si estende lungo il delta del Gange e chiamata Sundarbans (fra l’India e il Bangla Desh), ove ogni anno un certo numero di boscaioli dei villaggi circostanti perdono la vita, nel corso della loro attività lavorativa, a causa degli attacchi di alcune tigri “mangiatrici di uomini”.

Desideriamo ora tornare sull’argomento, perché il caso delle “mangiatrici di uomini” delle Sundarbans offre il tipico esempio di un concreto dilemma ecologico ed etico. Da una parte stanno le tigri, ridotte ormai a poche centinaia di esemplari in tutto il mondo, una superba specie di mammiferi ormai rapidamente avviata all’estinzione; dall’altra gli umani, che, con la loro spettacolare diffusione in ogni plaga del pianeta, e con le loro molteplici attività economiche e costruttive, hanno via via ridotto, inquinato o alterato gli ambienti naturali. E proprio loro, una volta tanto, si trovano nella spiacevole situazione di essere potenziali vittime, e non sterminatori onnipotenti, di una specie animale di terraferma; non parliamo dei mari o dei fiumi, perché in quel caso la supremazia fisica degli umani non è ancora stabilita, almeno nell’incontro faccia a faccia e, per così dire, ad armi pari: come nel caso dello squalo o del coccodrillo marino.

Si tratta di un dilemma assai delicato. Gli indigeni delle Sundarbans, dal canto loro, prendono le cose con una buona dose di rassegnazione e di abbandono alla volontà divina (ciò che gli occidentali, di solito, traducono con “fatalismo”). Non hanno mai reclamato dalle autorità una campagna di lotta contro la tigre, per il fatto che la tigre è, per loro, una divinità o, almeno, una manifestazione della forza divina della natura. Sacrilego, pertanto, sarebbe pensare di puntare un’arma contro di essa (si confronti la scena analoga del film di Akira Kurosawa, Dersu Uzala, tratta dal racconto del capitano russo Arsenev). Quando si inoltrano nella foresta per tagliare alberi  o per pescare  nelle acque costiere, fra le radici delle magrovie, gli indigeni si limitano a pregare, a indossare qualche amuleto e ad accettare quel che la divinità ha deciso nei loro riguardi: senza odio e senza ribellione.

Quanto alla tigre, è noto che il suo areale si sta riducendo in tutta l’Asia, anno dopo anno, quasi a vista d’occhio. La tigre del Caspio, la tigre di Bali e quella di Giava, ad esempio, sono ormai quasi certamente estinte, benché fossero ancora relativamente frequenti sin verso la metà del Novecento; e anche la tigre di Sumatra è praticamente estinta, o a un passo dall’estinzione. Quella siberiana sopravvive, ma a stento, come pure quella della Manciuria (o dell’Amur): magnifiche specie a pelo lungo, che si sono adattate, nel tempo, al clima continentale e agli inverni rigidissimi dell’Asia settentrionale. La tigre della Cina meridionale, fino a qualche decennio fa così diffusa, che si faceva un ricco commercio di contrabbando annuale della sua pelliccia, pare sia, anch’essa, ridotta quasi all’estinzione; e un discorso analogo si può fare per la specie indocinese, diffusa tra la Birmania, la Thailandia e il Vietnam, e per quella malese.

I resti paleontologici testimoniano che la tigre è, probabilmente, originaria della Siberia, quando, però, questa regione godeva di un clima assai più mite di oggi, un clima di tipo temperato. Essa era enormemente più diffusa di quanto lo è attualmente, tanto che, a occidente, arrivava fino all’odierna Turchia (Penisola Anatolica), passando attraverso l’Irak (Mesopotamia) e l’Iran (Persia). Era inoltre presente nell’antica Palestina, dato che se ne trova traccia in alcuni passi dell’Antico Testamento (cfr. il nostro articolo La Terra come dominio da sfruttare è un retaggio della demonologia?, sempre sul sito di Arianna Editrice).

Anche in molte regioni del subcontinente indiano, ove era numerosa fin verso la metà del secolo scorso, la tigre è stata spazzata via dalla caccia spietata cui è stata sottoposta, in particolare dopo il 1947, ossia dopo la proclamazione dell’indipendenza dell’India e del Pakistan. Prima di quella data, esistevano ancora migliaia di tigri all’interno delle vaste riserve di caccia di numerosi sovrani locali; ma, dopo la proclamazione dell’indipendenza, tali Stati indigeni sono stati assorbiti nell’Unione Indiana o nel Pakistan (specialmente orientale), le riserve sono state abolite e la selvaggina decimata, tigri comprese, da un esercito di bracconieri, spesso occidentali richiamati dalla prospettiva di lauti guadagni.

In molte regioni dell’Asia, inoltre, e specialmente in Cina, le tigri sono sempre state cacciate anche per i supposti poteri curativi o afrodisiaci di alcune parti del loro organismo, e ciò contribuisce a spiegare, con l’avvento delle armi moderne, il rapidissimo declino di questo nobile e poderoso animale.

In definitiva, l’unica regione al mondo nella quale la tigre abbia ancora delle possibilità di sopravvivenza nel suo ambiente naturale – a parte il Nepal, ove pure è a rischio – sono l’India nord-orientale e il Bangla Desh: regioni fittamente antropizzate, ove le campagna sono intensamente coltivate ed esistono città di milioni d’abitanti, come Calcutta. E, in particolare, la tigre è ancora relativamente numerosa proprio nelle paludi delle Sundarbans, ove trova una selvaggina abbondante, specialmente cervidi; ma anche, purtroppo – dal nostro punto di vista – esseri umani pressoché inermi.

Oggi, grazie alla tecnica di applicare un radiocollare agli animali selvatici e anche alle tigri, siamo in gradi di saperne molto di più sulle abitudini di questi possenti felini, i quali, a parte l’alone quasi leggendario da cui sono avvolti agli occhi delle popolazioni asiatiche, non si prestano a essere agevolmente studiati, tanto più che, fino a pochi anni or sono, le uniche notizie dirette intorno ad essi provenivano non dagli zoologi, ma dai cacciatori di professione: un tipo d’uomini interessato unicamente a ucciderli, non a studiarli.

Per farci un’idea chiara della situazione, prima di avanzare un tentativo di risposta all’interrogativo che ci siamo posti all’inizio, cediamo la parola a un esperto del problema: Peter Jackson, autore dell’esauriente studio Il progetto tigre (tradotto in italiano da Donatella Testa nel volume del 1985 della Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, pp. 125-134).

“Gli studi compiuti hanno confermato che le tigri vivono in territori ben determinati in cui cacciano  e si riproducono. Di solito il territorio di un maschio  raggruppa quelli delle numerose femmine con cui si accoppia. Animali giovani, soprattutto maschi, devono trascorrere un certo periodo di tempo girovagando per trovare una zona adatta, non occupata da un’altra tigre, o per occuparne una di un individuo indebolito. Dato che le zone migliori sono occupate da tigri che scoraggiano i nuovi arrivati, quelli giovani o più deboli devono trascorrere di solito mesi o anni  in zone periferiche, meno confortevoli. Essi possono girovagare intorno alla riserva, cercando ovini o capre, ottime alternative a cervidi o a maiali, ed è allora che essi entrano in conflitto con gli esseri umani. (…)

“In genere le tigri non considerano gli esseri umani potenziali prede e le ricerche condotte a Choitwan hanno dimostrato che tigri e popolazioni umane possono vivere a stretto contatto senza si verifichino spiacevoli incidenti. Questi possono sopravvenire alla stagione del taglio dell’erba quando gli addetti a questo lavoro possono imbattersi casualmente in una  tigre e spaventarla. In questo caso può darsi che la tigre attacchi per allontanare l’intruso. In particolare può essere pericoloso avvicinarsi a femmine con i cuccioli. In tal caso, però, anche se la tigre uccide l’essere umano attaccato, di solito non lo considera una preda e non ne magia il corpo. A Chitwan la popolazione teme di più i rinoceronti e gli orsi labiati che le tigri.

“Ciononostante, talvolta una tigre comincia ad apprezzare la carne umana e allora  si trasforma in una minaccia e terrorizza ampie zone. Si diceva che la famosa mangiatrice di uomini Champawat, abbattuta da Jim Corbett, avesse ucciso più di 400 esseri umani e negli ultimi sei anni in una piccola regione al confine sudoccidentale del Nepal le mangiatrici di uomini hanno ucciso più di 100 persone.

“Le tigri possono diventare mangiatrici di uomini se per un qualsiasi motivo sono affette da qualche menomazione: può essere una ferita di arma da fuoco o un aculeo di porcospino conficcato in una zampa o sul muso, oppure se la tigre è vecchia e debole, con denti consunti e incapace di cacciare le prede abituali. Il primo attacco a un uomo può avvenire per caso come quando qualcuno s’imbatte casualmente in una tigre: se questa è affamata può provare a mangiarlo, trovarlo gradevole e decidere che gli esseri umani sono prede facili.

“In una zona povera di prede naturali anche una tigre in cerca di cibo per i cuccioli può attaccare un essere umano, soprattutto se quest’ultimo è piegato e assomiglia a un quadrupede. Se poi continua a cacciare gli esseri umani può trasmettere l’abitudine ai cuccioli durante i lunghi mesi di addestramento alla caccia. Quando una mangiatrice di uomini viene identificata le autorità indiane  provvedono a eliminarla, sparandole  o narcotizzandola per trasferirla in uno zoo. Si stanno facendo sforzi per ridurre i casi di conflitto fra esseri umani e tigri, controllando le attività umane, come ad esempio la raccolta della legna o dell’erba e il pascolo del bestiame domestico, identificando le tigri potenzialmente pericolose e attirandole in luoghi lontani dagli insediamenti umani. (…)

“Vi è una zona in cui le tigri mangiatrici di uomini sono leggendarie: le foreste a mangrovie delle Sundarbans che bordano il Golfo del Bengala in India e in Bangladesh. I racconti relativi a queste temute tigri che uccidono gli uomini risalgono a tre secoli or sono. Attualmente è normale che ogni anno vengano uccise 30 o più persone: sono pescatori, tagliaboschi e raccoglitori di miele che possono imbattersi inavvedutamente in una tigre. Al tempo stesso sembra costante la presenza di mangiatrici di uomini in grado di approfittare della giungla di mangrovie  estremamente densa per appostare la preda. Queste tigri possono anche afferrare un pescatore dalla sua barca.

“Nel 1961, durante la prima ricerca scientifica dedicata al problema delle mangiatrici di uomini nelle Sundarbans, un ricercatore tedesco, Hubert Hendrichs, valutò che sebbene circa un terzo delle tigri delle Sundarbans fosse feroce, meno dell’1% era mangiatrice di uomini intenzionale. Egli riteneva improbabile che la diffusione delle mangiatrici di uomini fosse da attribuire alla scarsità  di prede naturali, dati che nella zona vi era abbondanza di cervidi e di maiali oltre che di altri animali più piccoli. Né le mangiatrici di uomini erano più comuni in aree più frequentate dagli esseri umani. Da questo lavoro preliminare apparve chiaro che le tigri più feroci, con la predisposizione  ad attaccare l’uomo a vista vivevano in zone costiere dove l’acqua era molto salata e dove vi era minore varietà di vegetazione e di altri mammiferi. Hendrichs pensava che il sale potesse avere effetti fisiologici sulle tigri. (…)

“Nelle Sundarbans indiane si sta ora tentando di togliere alle mangiatrici di uomini questa abitudine ricorrendo a mezzi elettrizzati.  Sul ponte di una barca da pesca fu messo un fantoccio con gli abiti di un pescatore vero perché avesse l’odore di un essere umano, e fu avvolto da un filamento elettrizzato mediante una batteria per automobile.  Una notte una tigre si avvicinò al battello, si prese una scarica elettrica  e non ritornò più. Venne attaccato anche un pupazzo  a forma di taglialegna con fili elettrizzati posti attorno al colo e sulle spalle, mentre in un’altra zona una tigre fu colpita da una scarica elettrica toccando una staccionata che recingeva una zona di raccolta dell’acqua.  Le autorità sperano che le staccionate elettrizzate condizionino le tigri e che queste smettano di attaccare gli esseri umani.

“In base alla teoria che l’acqua salina può rendere le tigri feroci, sono stati costruiti stagni d’acqua dolce che vengono utilizzati sia dalle tigri sia dagli altri animali selvatici.

“A coloro che si addentrano nelle foreste pericolose delle Sundarbans vengono forniti robusti elmetti di plastica e corpetti corazzati di protezione nell’eventualità di un attacco da parte delle tigri, ma essi non sono stati accolti con favore per cui pescatori, raccoglitori di miele e taglialegna continuano a circolare nel modo tradizionale, nudi ad eccezione di una stretta striscia  di stoffa attorno ai fianchi e talvolta una maglietta; esi usano però fuochi artificiali per mettere in fuga la tigre.

“Oltre ai nuovi mezzi con cui tentano di combattere la tigre, le popolazioni locali si affidano ancora alle loro divinità.

“In tutte le Sundarbans vi sono templi con tetti di paglia, con immagini di Banbibi, la dea indù della foresta, e di Saha Jungli, il dio della giungla, seduti uno a fianco dell’altro; la paura della tigre unisce queste divinità talvolta antagoniste. Quelli che rischiano la vita nella foresta prima vanno a fare un’offerta alle divinità e a pregare per la loro protezione.

Le tigri mangiatrici di uomini suscitano un particolare terrore e danneggiano la causa della conservazione delle tigri che non costituiscono una minaccia per gli esseri umani e che sono molto più numerose. Jim Corbett sosteneva con certezza che gli esseri umani non sono le loro prede preferite. Egli affermava che avrebbe evitato volentieri una tigre alla luce del giorno, ma se non fosse stato possibile, sarebbe rimasto in pedi, in disparte, e l’avrebbe lasciata passare. Lo stesso fanno gli esperti abitanti della giungla e chissà quante volte le tigri osservano gli esseri umani senza preoccuparsi della loro presenza.

“Un amico indiano mi raccontò una volta che era rimasto a osservare una tigre dalla propria macchina, mentre passeggiava lungo una strada. Con raccapriccio vide alcuni uomini in bicicletta che provenivano in senso opposto. Essi videro la tigre, scesero di bicicletta e rimasero fermi fino a quando la tigre li superò. Egli allora chiese loro se si erano spaventati. «No, sahib, perché la tigre era immersa nei suoi pensieri», risposero.”

Non vogliamo qui addentrarci nel merito della teoria del tedesco Hendrichs, secondo la quale l’acqua salata sarebbe la principale responsabile dell’antropofagia, o della tendenza all’antropofagia, delle tigri viventi nelle foreste paludose delle Sundarbans; anche se ci sembra una teoria piuttosto azzardata.

Le tigri antropofaghe sono sempre esistite, anche in regioni molto lontane dal mare; inoltre, non ci sembra scientificamente provato che una tigre “feroce” (dal punto di vista dell’uomo) sia, necessariamente, una tigre con tendenza all’antropofagia. Come abbiamo visto, una tigre può diventare “mangiatrice di uomini” dopo aver assaggiato la carne umana e aver sperimentato la relativa facilità di questo particolare tipo di caccia; il che accade, di solito, ad individui vecchi e lenti, o dai denti indeboliti. Pertanto una tigre diventa antropofaga non perché sia particolarmente feroce, ma, al contrario, perché è in cattive condizioni e non riesce più a procurarsi il cibo assalendo le sue prede abituali: cervi e cinghiali in primo luogo.

Quanto al dilemma etico di cui dicevamo, per la cultura buddhista – così come per molte culture animiste, ad esempio quella dei Goldi siberiani – non vi sono dubbi circa il fatto che sia male uccidere la tigre, e sia pure per quella particolare circostanza che un occidentale chiamerebbe “legittima difesa”.

Vi è una storia, esemplare e commovente, che si riferisce a questa problematica, ed è contenuta nella raccolta dei Jakata, opera canonica del buddismo che esalta le virtù del Buddha nelle sue vite precedenti, ossia nelle svariate incarnazioni umane ed animali del Bodhisattva (nome che, all’epoca, designava solo le vite anteriori del Buddha medesimo e non altre figure salvifiche di “liberati”, come farà la dottrina del Grande Veicolo o Mahayana). Nei Jataka si esaltano le virtù supreme  dell’amorevolezza e della compassione cosmica e, all’interno della raccolta, spicca, appunto, la Storia della tigre, scritta da Aryashura.

In essa si racconta come il Bodhisattva, vagando nella foresta in cerca di solitudine e raccoglimento, vide un giorno, dall’alto di un burrone, una tigre coi suoi cuccioli che stava morendo di fame, e ne fu preso da una grande, infinita pietà. In un primo tempo, disse al suo discepolo  Ajita di andare in cerca di cibo; poi, rimasto solo, e notando che la tigre, tormentata dalla fame, era sul punti di divorare i suoi stessi cuccioli, pensò:

“A causa dell’attaccamento ai propri piaceri ogni essere umano è insensibile e indifferente all’altrui dolore. Ma se con il mio corpo – che pur è fragile, impuro, afflitto da dolori e malattie – posso impedire un delitto, una grave offesa all’idea della maternità, allora mi getterò io in questo dirupo e mi darò in pasto alla tigre.”

E, senza oltre esitare, si gettò ai piedi del dirupo, rimanendo ucciso a pochi passi dalla fiera, che poté saziare così la sua fame e astenersi dall’uccisione dei suoi tigrotti. Aijta, giunto poco dopo sul posto, non poté che lasciarsi inondare dall’ammirazione per il sublime gesto del suo maestro, che aveva donato la vita per soccorrere la miseria di quegli animali.

È chiaro che questa storia, che tanta riverenza suscita nell’animo di un buddhista, non è fatta per convincere sino in fondo un occidentale.

Convinto della intrinseca superiorità dell’essere umano su tutte le altre specie viventi, egli pensa che solo l’impellente e inderogabile necessità di salvare la vita ad un’altra persona, possa giustificare il sacrificio volontario della propria. Non solo l’etica del cristianesimo, ma anche quelle del giudaismo e dell’l’islamismo la pensano in questo modo; e, quanto al pensiero laico, razionalista ed edonista che è, oggi, il vero ed autentico credo dell’Occidente, esso è ancor più convinto della verità e della bontà di tale principio. E questo perché non lo basa, come le religioni, su un fondamento trascendente, ma sugli sviluppi della scienza newtoniana e darwiniana, ossia entro un orizzonte materialistico, alla luce del quale la vita umana appare come qualcosa di unico, irripetibile e autocentrato. Rinunciare ad essa, quindi, significa rinunciare alla sola certezza e al solo bene che possediamo.

Per quanto riguarda, poi, il diritto alla vita degli animali, non è stato forse dimostrato che la loro evoluzione psichica li pone molto al di sotto dell’uomo, ultimo e smagliante prodotto dell’evoluzione? Di conseguenza, egli ritiene che la vita dell’animale sia al servizio della propria, e non mai viceversa; e che, per testare anche una sola medicina di dubbia efficacia, oppure, semplicemente, per eseguire una serie di esperimenti sul comportamento psicologico degli animali, sia perfettamente lecito torturare e uccidere migliaia e migliaia di cavie.

La tigre, infine, non è che un pericolo per gli esseri umani, un intralcio al progresso, e, in ogni caso, la proprietaria di una bellissima pelliccia striata che sarebbe magnifico esibire in salotto, tra una testa impagliata di cervo muntjak e le possenti corna di un bufalo africano. Tale, almeno, è sempre stato l’atteggiamento dell’uomo occidentale nei confronti degli animali selvatici; e l’ennesima strage annuale dei cuccioli di foca, che si sta consumando, proprio in questi giorni, sulla banchisa insanguinata dell’Artico canadese, ne è l’ennesima conferma.

E dunque?

Forse sarebbe ora di rivedere il paradigma antropocentrico, che sorregge il nostro atteggiamento sprezzante e crudele nei confronti degli animali.

Forse, sarebbe ora che la nostra mente e la nostra cultura si aprissero a una visione più ampia del cosmo, ove ogni parte è correlata al tutto e ove non esistono creature più nobili e importanti, che abbiano il diritto “naturale” di distruggere le altre specie: pena la distruzione dell’intera catena del vivente.

Se non vogliamo farlo per un senso di giustizia nei confronti degli altri viventi, facciamolo almeno per il nostro stesso bene. Infatti, la strada che stiamo percorrendo porta, inesorabilmente, all’autodistruzione.

Quanto tempo ancora pensiamo di avere a disposizione per rendercene conto, prima che sia troppo tardi?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 19/09/2008 e del 17/10/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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