lunedì, 20 Settembre 2021
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Quante cose puo’ dire al filosofo la vita delle api

Quante cose puo’ dire al filosofo la vita delle api. Filosofo che, osservando il mondo della natura, in ogni cosa si sforza di vedere e di cogliere il segreto dell’essere e, in ultima analisi, del nostro posto nel mondo di Francesco Lamendola  

Ci eravamo già occupati, nell’articolo intitolato Virgilio e le «Georgiche», capolavoro ispirato alle api (sul sito di Arianna Editrice; già pubblicato sulla rivista Apitalia. Apicoltura, agricoltura, ambiente, n.548, settembre 2005), dell’influenza che la vita misteriosa e affascinante dell’alveare ha esercitato sull’antica poesia latina.

Anche uno scrittore moderno tra i maggiori del Novecento, Maurice Maeterlinck (Gand, Belgio, 1862- Nizza, 1949), premio Nobel per la letteratura nel 1911 e uno dei massimi esponenti del simbolismo europeo, si è occupato a fondo di entomologia e ha scritto dei libri straordinariamente ricchi e interessanti sulla vita delle termiti, delle formiche e delle api, unendo lo spirito d’osservazione dello scienziato alla vivida potenza evocativa del poeta.

Ora vogliamo dedicare alcune riflessioni alla vita delle api, e più precisamente alla sciamatura primaria e secondaria, al volo nuziale dell’ape regina e all’uccisione dei maschi, considerando tutte queste fasi della vita di un alveare dal punto di vista di un filosofo che, osservando il mondo della natura, in ogni cosa si sforza di vedere e di cogliere il segreto dell’essere e, in ultima analisi, del nostro posto nel mondo.

Gli esperti di apicoltura ci scuseranno se partiremo da alcuni dati che, per loro, sono scontati; mentre i non esperti avranno la bontà di approfondire per proprio conto, se interessati, lo studio scientifico di questi insetti, accontentandosi, per ora, di una inquadratura generale  di questo argomento, che possiede un suo strano e particolarissimo fascino, difficile da esprimere a parole, quasi quanto è difficile esprimere l’eco che il profumo del miele, odorato nell’infanzia, suscita a distanza di tanti anni nell’uomo adulto.

Forse nemmeno un Proust riuscirebbe a tanto; l’unica cosa che sappiamo con certezza è che i ricordi a un certo punto, per qualche misteriosa alchimia, diventano profumi. Allo stesso modo, l’unica cosa che possiamo dire è che avvicinarsi anche una sola volta, e sia pure per caso, alla vita segreta e fervidissima di un alveare, significa sollevare il coperchio di un vaso d’infinite meraviglie; e che tali meraviglie trovano nel nostro essere più intimo, per una qualche inspiegabile ragione, le risonanze più profonde e le emozioni più imprevedibili e toccanti.

Tutto è fascino, tutto è mistero nel mondo delle piccole, instancabili, laboriosissime e ordinatissime abitatrici dell’alveare. Eppure, al tempo steso, tutto – o quasi tutto – ha un sapore di cose già note; e  desta in noi una strana consonanza, che parte dal nostro essere primigenio, aurorale. Sarà l’analogia fra un alveare indaffarato e una città percorsa dai fremiti della vita umana, nelle sue mille forme e attività; sarà il richiamo al concetto dell’impegno e del sacrificio individuale, in vista della sicurezza e del benessere collettivi: sta di fatto che pochi spettacoli sono altrettanto suggestivi; poche cose, nel vasto mondo della natura, risvegliano in noi echi altrettanto profondi del disciplinato affaccendarsi di uno sciame di api, in una bella giornata di primavera o d’estate.

Scrive Maurice Maeterlinck nel suo splendido libro La vita delle api (titolo originale: La vie des abeilles, prima edizione, 1901; traduzione italiana di Marco Buzzi, Roma, Newton Compton Editori, 1991, pp. 158-159), uno di quegli aurei volumi che non dovrebbero mancare nella libreria di una persona di media cultura e di spiccata sensibilità:

“Una volta ammessa l’evoluzione degli apoidei, o almeno degli apini – poiché questa è un’ipotesi più verosimile di quella della fissità – quale direzione, generale e costante, attribuire a tale evoluzione? Sembra seguire la stessa direzione imboccata da quella umana. Essa spinge chiaramente per una diminuzione della fatica, dell’insicurezza e della miseria, e per un aumento del benessere, delle possibilità favorevoli alla specie, e della sua autorità. Per raggiungere lo scopo non esita a sacrificare il singolo, risarcendo la smarrita indipendenza dei solitari, d’altronde illusoria e non felice, con la forza e il benessere garantiti dal gruppo. Parrebbe che la natura – come Pericle nel racconto di Tucidide – pensi che gli individui possano essere più felici, anche se in quanto tali soffrono, quando vivono in una città nel suo complesso florida. Più felici che non se lo Stato fosse malridotto e il singolo stesse bene. La natura assicura protezione allo schiavo industre delle potenti città, e abbandona il passante privo di doveri nell’associazione precaria ai nemici informi e anonimi che affollano ogni minuto dello scorrere del tempo, e tutti i movimenti dell’universo, e tutte le pieghe dello spazio. Non è ora il caso di stare a fare questioni su questo modo di pensare della natura, né di chiedersi se l’uomo farebbe bene ad imitarlo. Quello che è sicuro è che, dove la massa infinita si apre a lasciarci scorgere il simulacro di un’idea, tale simulacro s’incammina in questa direzione, verso una meta a noi ignota. Per quel che ci concerne, ci limiteremo a prendere atto con cui la natura si industria a preservare e a fissare, nella razza che si evolve, tutto ciò che è stato strappato all’inerzia ostile della materia. Essa segna un punto ad ogni sforzo riuscito, e fa barriera contro le possibili risacche, fatali dopo uno sforzo, facendo leva su non si sa bene quali leggi particolari e benevole. Questo progresso, che sarebbe difficile da negare nelle specie più intelligenti, ha forse come proprio unico scopo il proprio movimento, senza sapere dove lo porti. Comunque sia, in un mondo dove nulla, se si eccettua qualche fato del genere, mostra una volontà precisa, è piuttosto significativo l’esempio di alcune creature in grado di elevarsi con misurata costanza, dal giorno in cui noi abbiamo aperto gli occhi. E se le api non avessero altro merito che quello di averci posto di fronte a questa misteriosa spirale di luci che rischiara la notte onnipotente, sarebbe per noi già sufficiente a non rimpiangere il tempo speso a studiare le loro minuscole imprese e le loro umili abitudini, così distanti dalle nostre grandi passioni e dai nostri destino orgogliosi, eppure anche così vivine ad esse.

“Può pure essere che tutto ciò sia inutile, e che la nostra spirale di luci, come la luminaria delle api, non si illumini che per far divertire le tenebre. O può accadere anche che una catastrofe originatasi in un altro mondo o in un nuovo fenomeno, imprima di colpo a tale sforzo il suo senso definitivo e lo distrugga per sempre. Proseguiamo nel frattempo il nostro cammino com ese nulla di strano dovesse accadere. Se sapessimo che  l’indomani una rivelazione – per esempio un contato con un pianeta più antico ed illuminato – arriverà a sconvolgere il nostro modo d’essere, sopprimendone le passioni, le leggi e le verità più radicali, la cosa migliore da fare sarebbe di dedicare tutto il tempo rimanente ad esaminare codeste passioni, leggi e verità, per armonizzarle nel nostro spirito, e poter restare fedeli al nostri desino che ci spinge ad imbrigliare e ad innalzare di qualche gradino, in noi ed attorno a noi, le forze oscure della natura. Può darsi che la nuova rivelazione non lasci in piedi nulla di tutto questo, ma è impossibile che coloro che avranno seguito fino alla fine questa missione che compete all’uomo, non stiano poi in prima fila ad accogliere tale rivelazione. E quando pure questa insegnasse loro che il solo vero obbligo è quello di mostrarsi privi di curiosità e rasserenarsi di fronte all’inconoscibile, essi meglio degli altri potranno comprendere in cosa consistano  tale assenza di curiosità e tale rassegnazione definitive, e trarne profitto.”

Dalle altezze cosmiche e dagli abissi del tempo e dello spazio evocati in questa sublime pagine di Materlinck, torniamo alla vita quotidiana dell’alveare nella sua umile e, tuttavia, straordinariamente complessa attività. Per motivi pratici di chiarezza espositiva, rinunciamo a occuparci di un alveare selvatico e limitiamoci a un’arnia debitamente preparata e accudita dall’uomo. Oggi noi sappiamo che si tratta di un’attività estremamente antica e che risale a qualcosa come 5.000 anni addietro; infatti, possediamo sicure testimonianze del fatto che l’agricoltura era già praticata, sulle rive del Nilo, al tempo in cui i Faraoni regnavano sull’Egitto e le piramidi levavano già la loro mole superba verso le lontane costellazioni celesti. Né si trattava puramente e semplicemente di un ramo qualsiasi dell’economia agraria, poiché, oltre al valore economico dell’allevamento delle api, finalizzato alla raccolta del miele alle loro capacità di impollinazione e di fecondazione incrociata su svariate piante coltivate (dall’erba medica agli alberi da frutto, dal grano saraceno al trifoglio, al cotone, al girasole), i popoli antichi conoscevano bene le potenzialità energetiche e terapeutiche presenti nel miele d’ape.

In particolare, vogliamo seguire le vicende che caratterizzano una ipotetica arnia di medie dimensioni, popolata da qualcosa come 10.000 operaie, una regina e qualche centinaio di maschi (fuchi), da quando essa viene abbandonata dallo sciame, all’inizio della primavera, fino all’uccisione dei maschi che si consuma dopo la fecondazione della regina e prima che l’inverno torni ad imporre una pausa alla vita laboriosa ed intensa, quasi frenetica che caratterizza i cicli stagionali di questa specie d’insetti.

Per farlo, ci serviamo di un manuale straordinariamente ben scritto da un autore molto competente,: Melchiorre Biri, L’allevamento moderno delle api. Manuale pratico (Milano, Giovanni De Vecchi Editore, 1982), cui rimandiamo il lettore per una lettura integrale, che si presenta attraente e, nel suo realismo, quasi romanzesca, tanto da poter intrattenere con sommo diletto anche chi non si sia mai interessato particolarmente a questo argomento, né possieda conoscenze specifiche di apicoltura e, in genere, di entomologia.

Ma prima, ricordiamo al lettore non specialista che le sottospecie di api più diffuse in Italia sono quattro, tutte appartenenti alla specie Apis mellifica (una delle quattro che, a loro volta, formano il genere Apis), e precisamente:

–          l’Apis mellifica mellifica, diffusa in tutta Europa, fino alla Scandinavia e alla Russia settentrionale; in Italia è presente nella Pianura Padana e nella fascia prealpina. È nota anche come”ape tedesca” ed è di colore decisamente scuro;

–          l’Apis mellifica ligustica, o “ape italiana”, che è la più apprezzata nel mondo (nonostante che l’apicoltura, in Italia, sia notevolmente trascurata rispetto alle sue potenzialità e rispetto, anche, allo sviluppo che ha assunto in altri Paesi europei ed extra-europei, come il Canada e gli Stati Uniti;

–          l’Apis mellifica sicula, tutta nera e più piccola della precedente; è diffusa, come indica il nome, principalmente in Sicilia;

–          l’Apis mellifica carnica, diffusa su tutto l’arco alpino orientale, con epicentro nella Carniola, nella Carnia e nella Venezia Giulia; si è ibridata con l’ape ligustica, con la quale convive. Alcuni la considerano una sottorazza dell’ape germanica.

E adesso, cediamo la parola a M. Biri (Op. cit., pp. 47-71).

“[alla fine dell’inverno] La famiglia è diventata troppo numerosa, la vecchia regina se ne rende conto perché s’accorge che l’equilibrio della nuova famiglia sta per rompersi e lei, la creatrice della numerosa famiglia, come ha permesso la formazione e la continuazione della popolosità, deve ora trovare la soluzione per non danneggiare in modo grave ciò che lei stessa ha creato.

“Il nido si presenta florido: vi sono stati i ricambi necessari, nuove nascite hanno sostituito le vecchie operaie, vi sono presenti operaie di varie età, fuchi, larve, ninfe, e sono state preparate le celle dove le giovani ‘principesse’ si formeranno per are concorrenza, una volta nate,  alla stessa madre ai fini della supremazia regale sulla famiglia.

“Dobbiamo infatti pensare che in ogni famiglia di ai esiste solo una regina, e se ve ne dovessimo trovare due ci accorgeremmo che si tratta di un caso temporaneo, perché si verificherà la lotta mortale fra le due regine, salvo il caso di sopravvivenza della regina-madre, vecchia e ormai sterile, che può essere tollerata dalla giovane regina, anche perché le operaie possono trovare gli accorgimenti necessari alla protezione della vecchia regina senza turbare la suscettibilità della giovane nuova regnante. Ma questo caso è assai raro, specialmente negli alveari razionali.

“Vi sarà più probabilità che la regina madre, non ancora vecchia, si trovi di fronte alla celle delle giovani future regine, cui lei stessa ha dato origine verso le giovani regine può manifestarsi in vario modo, in dipendenza anche del clima, della disponibilità di fiori da visitare, della consistenza stessa della famiglia.

“Le due soluzioni radicali saranno: o la sciamatura o l’uccisione delle neo-regine. La sciamatura, che corrisponde alla partenza della vecchia regina con una parte delle operaie della famiglia, si verifica quando le condizioni climatiche sono favorevoli, la famiglia è numerosa e la fioritura in atto fa sperare in raccolti ancora abbondanti. (…)

“Se non si verifica la sciamatura, per le cattive condizioni atmosferiche o per altri motivi (…), si imporrà l’uccisione delle neo-regine. Sembra che sia la stessa regina-madre a dare l’ordine alle operaie di uccidere la discendenza regale; secondo alcuni autori pare che sia la stessa regina a iniziare l’opera per poi farla continuare alle operaie. Anche in questo caso si impone il massacro dei maschi, che si verifica dopo l’eliminazione delle larve o delle pupe delle neo-regine. (…)

“La regina che vuole sciamare avvisa alcuni giorni prima della data che è stata scelta per abbandonare la colonia per riformarne una nuova; essa si muove agitata, lancia un inno di guerra, le api che la seguiranno emettono un ronzio che fa eco all’inno regale, e dentro le celle opercolate le nuove regine iniziano la loro opera di rottura dell’opercolo e rispondono all’inno di guerra della regina-madre. Le operaie che si preparano al lungo e incerto viaggio si ingozzano di miele per soddisfare le esigenze di circa una settimana, dovendo esse risolvere i problemi alimentari immediati e la necessità di produzione di cera, per la costruzione del nuovo edificio, raggiunta la nuova dimora. Alcune api portano seco una certa quantità di propoli, che verrà usata per tappare le fessure del nuovo edificio, per verniciare le pareti, per eliminare infiltrazioni di luce nel nido, in quanto preferiscono lavorare nell’oscurità quasi completa, utilizzando per l’orientamento le antenne, sede ritenuta di una sensibilità sufficiente per poter lavorare al buio. (…)

“Quando il segnale viene dato dalla regina, le api sciamanti escono disordinatamente dall’alveare e vanno a deporsi su un ramo d’albero che si trova nei pressi e sul quale si è andata a posare la regina; si verifica un momento d’agitazione, poi le varie operaie del seguito si accostano alla regina formando un tutt’uno come se si trattasse di un grappolo.

“Il grappolo vivente delle api sciamanti rimane sospeso per un po’ al ramo; è inoffensivo, immobile, composto da migliaia d’api che aspettano il ritorno delle esploratrici che sono state spedite alla ricerca di un ricovero. Questa è la prima tappa dello sciame primario, guidato dalla regina vecchia ma ancora fertile e vigorosa.

“Abbiamo parlato di sciame primario, infatti così viene chiamato lo sciame che viene guidato dalla regina-madre, già sovrana dell’alveare e madre delle sue api; comunque fertile. Possono esservi , successivamente al primo, altri sciami, secondario, terziario, ecc. Ma questi sciami (…) saranno guidati dalle regine giovani, raramente fecondate, e il seguito sarà sempre meno numeroso di quello che è stato messo in evidenza in occasione  della descrizione riguardante lo sciame primario. (…)

“L’allestimento del nido viene fatto con cura: vengono tenute presenti le leggi della ventilazione, della stabilità, della solidità, in particolare relazione alle caratteristiche fisico-chimiche della cera, al tipo di alimento raccolto, alla facilità o no degli accessi al nido, alle abitudini della razza e della regina, alla dislocazione dei viveri e dei passaggi, ecc. (…)

“Se le api son lasciate senza aiuto, dovranno iniziare da zero la costruzione, e per completarla  avranno bisogno di un periodo dieci volte superiore, e cioè di un periodo di tempo che va da due mesi abbondanti a tre mesi. Allora tutta la cera che sarà utilizzata nel nido sarà di nuova produzione e, benché sia difficile seguire passo passo le operazioni di elaborazione, di produzione e di messa a dimora delle scagliette di cera, è stato constatato tutto un lavoro preparatorio che favorisce la trasformazione, all’interno dell’ape, del miele in cera. (…)

“Le celle costruite saranno di quattro tipi: le celle reali, che sono le più grandi e rassomigliano a una ghianda per dimensioni e forma; le celle per i fuchi, che sono meno grandi delle celle reali ma più grandi di quelle delle operaie; le celle delle operaie che sono le più piccole e in numero notevole; vi sono, infine, le celle per il deposito alimentareche, nell’insieme, costituiscono il magazzino e che possono avere a disposizione una superficie anche pari agli otto decimi della superficie utile totale.

“Ogni cella è di forma esagonale, posta su una base piramidale; la sezione esagonale permette di far risparmiare una quantità notevole di cera. (…)

“La regina giovane, un po’ per volta, di solito entro una settimana dalla partenza della vecchia regina-madre, rode il coperchio od opercolo  della cella e mostra la testa, poi esce lentamente, aiutata dalle custodi, e infine viene attorniata  dalle operaie che la puliscono, la accarezzano ,la aiutano a fare i primi passi sul favo.  Inizialmente vacillante, dopo alcuni minuti si rinfranca e, conscia della presenza di altre possibili rivali, inizia ad agitarsi in lungo e in largo nel nido.

“Alle guardie si pone, a questo punto, un dilemma gravissimo: poiché la neo-regina vorrà distruggere le altre possibili neo-regine, Le guardie dovranno evitare il regicidio sino al ritorno della neo-regina  dal volo nuziale, oppure autorizzare la distruzione delle rivali

“Le guardie autorizzeranno la neo-regina a distruggere le neo-sorelle regali se, per esempio, vi sarà scarsità di viveri, se la famiglia si presenta non popolosa, se il clima non dà la tranquillità per una seconda sciamatura, se il tempo è incostante. La regina, allora, trovata via libera, si lancia verso la cella opercolata di una delle sorelle e cerca di estrarre, con le zampe e con l’apparato boccale, il bozzolo  che protegge la principessa nascitura. Estratta la sorella, se è già insetto perfetto per cui stava per uscire dalla cella, la regina la dardeggia col pungiglione sino a che è certa d’averla sacrificata.  Sicura dell’avvenuto decesso, la regina ritrae il pungiglione e si calma, esita un momento, poi assale un’altra sorella regale allo stesso modo, sino a che trova nelle celle  regali solo le larve o le ninfe che vengono tuttavia egualmente distrutte perché viene interrotto il loro ciclo riproduttivo  verso la formazione dell’insetto perfetto. Le api, frattanto, osservano freddamente l’operazione di ‘pulizia’ dalle potenziali concorrenti, e alcune delle operaie si accingono a nettare il fondo dell’arnia dai cadaveri delle principesse e dai detriti di cera che man mano si vanno depositando  sul fondo, in seguito all’azione cruenta della vergine regina. (…)

“Comunque può prospettarsi il caso che le due regine si incontrino frontalmente: in questo caso dovrà avvenire, fra  due avversarie, un mortale duello; la natura sembra abbia fatto sì che, durante il mortale combattimento, non avvenga che entrambe contemporaneamente si dardeggino rimanendo succubi dell’odio reciproco.  Il duello si verificherà con astuzia, cioè l’una cercherà di sorprendere  l’altra in un momento di distrazione, per ucciderla senza pietà. Se una delle due vergini principesse  osa nascondersi o scappare, le operaie la bloccano  e la costringono a riprendere il duello; le operaie , anzi, seguono lo scontro in qualità di giudici implacabili, anche se non intervengono direttamente nella lotta.

“A un certo punto una delle giovani regine rimane colpita; la regina vincitrice finisce in gloria assestando  altri colpi mortali ala malcapitata. Da quel momento la famiglia accetta la neo-regina quale sovrana indiscussa  e si appresta a manifestazioni di simpatia. Può darsi che siano  rimaste ancora delle celle regali da distruggere; se la regina è stanca della lotta, desiste nell’opera di distruzione, dando mandato alle operaie  di continuare l’opera di strage delle celle sovrane.

“La regina dovrà tuttavia eseguire il volo nuziale; sino al ritorno da esso, subirà comunque una certa diffidenza  da parte dei membri lavoratori della famiglia. Alle operaie rimane una preoccupazione: una volta distrutte le potenziali rivali e trascorso il tempo per trasformare le giovani larve di operaie  in larve regali, per la sopravvivenza della famiglia occorre, in modo assoluto, che la giovane regina si accoppi con un fuco entro i primi venti giorni  di vita. Dopo tale data, la verginità della regina rimane permanente, cioè non si accoppierà più e non riuscirà a possedere gli spermatozoi  per distribuire uova feconde e quindi uova di operaie.  Si verificherà, allora, la partenogenesi, cioè la capacità  di far uova come se fosse feconda, ma,  come abbiamo detto, si tratterà di uova che daranno  luogo a maschi. Se così fosse, dopo alcune settimane la famiglia vedrebbe aumentare sempre più  il numero di maschi e diminuire il numero di operaie, sino alla  scomparsa totale, dovuta a limiti di età.

“Le migliaia di maschi che ronzeranno nel nido non faranno altro che consumare rapidamente le scorte alimentari, e poi si disperderanno e la stessa regina finirà col morire indecorosamente. (…)

“Ci troviamo con la giovane regina, appena uscita dalla cella, quindi ancora vergine,  che si accinge a distruggere le sorelle principesse. 

“Ma le operaie, anziché autorizzare la strage, come è stato esposto in precedenza, si oppongono formando un cordone di guardie ostili al furore e all’odio regale della giovane regina. Il cammino le è sbarrato; la regina vuol forzare il passaggio, ma non vi riesce anche se insiste ripetutamente. Quando s’accorge che deve desistere e deve vincere il suo odio, inizia a girovagare per l’arnia emettendo un canto di guerra che rassomiglia al suono di una tromba  e che gli apicoltori conoscono e odono anche ad alcuni metri di distanza dall’arnia.

“Il lamento di guerra, anche considerato gemito per essere la regina oltraggiata nella sua volontà omicida, può durare anche alcuni giorni.

“Il grido di guerra potrebbe essere considerato una sfida alle principesse  che stanno per venir fuori dalle loro celle; intanto queste  ultime, che si avviano a maturazione completa,  vogliono uscire dal loro abitacolo e si mettono a rodere l’opercolo  della ella e iniziano esse stesse a emettere suoni  che, essendo chiusi entro le celle, risultano sordi e soffocati.  (…)

“La regina-vergine, vista l’impossibilità di far soccombere le sorelle, si accinge alla sciamatura, creandolo sciame secondario  o secondo sciame; molte api la seguono, ma in numero di gran lunga inferiore a quello che rappresentò il seguito dello sciame primario. (…)

“Sembra che le numerose sciamature si verifichino dopo un inverno molto freddo , e in razze in parte degenerate.

“In condizioni normali  la sciamatura avviene una sola volta per famiglia, e nelle arnie popolose e ben regolate la sciamatura può anche non verificarsi.

“Dopo la sciamatura primaria, e a volte dopo la secondaria,  le api non ritengono più di stimolare la ‘fuga’ della regina vergine  e autorizzano la distruzione delle principesse che potranno  esser concorrenti; in tal caso la regina-vergine  si accingerà al volo nuziale, e tutto il comportamento  dei membri della famiglia sarà diverso. (…)

“La regina-vergine non riesce a uccidere le sorelle principesse, e quindi si accinge alla sciamatura; oppure, riesce a essere l’unica e indiscussa  sovrana di tutta la famiglia. In ogni caso  deve ancora farsi fecondare per poter essere completamente accolta dalle operaie, che ancora manifestano segni di diffidenza. Nell’alveare, del resto, centinaia  di fuchi infastidiscono e gironzolano attorno ai favi (…)

“La regina esce dall’arnia esitante; essa non ha mai visto la luce, è la prima volta che osserva la sua casa, il suo regno, dall’esterno: fissa nella sua memoria  la posizione topografica e, quando si sente tranquilla di poter far ritorno regolare nel suo regno, si indirizza  velocemente verso l’alto, raggiungendo altezze proibitive anche ai maschi; le operaie mai si sono azzardate a salire così in alto.  I maschi, se vogliono fecondare la regina, devono provarci, e ci provano. Le migliaia di fuchi che gironzolavano oziosi, s’accorgono dell’ascesa al cielo della regina e vi s’indirizzano senza distinzione alcuna in riferimento all’alveare di appartenenza.  Si vede allora salire, indirizzata verso la regina, una numerosa schiera di maschi, che sempre più si assottiglia, poiché i maschi più deboli, o più vecchi, o molto giovani,  o mal sviluppati, o poco nutriti, man mano rimangono per strada e rinunciano all’inseguimento.

“Un solo maschio raggiunge la vergine regina, e questo dovrà avere la resistenza maggiore  alle difficoltà perché sarà l’unico eletto:; non succederà mai, per esempio, che un fuco debole o malaccorto riesca a fecondare la regina; la regina vuole unirsi al più forte, al più deciso, a colui che porta un bagaglio ereditario più sicuro, affinché la continuazione della famiglia avvenga con le migliori garanzie  offerte dalla natura.

“Il maschio ‘eletto’ raggiunge la regina, la afferra, si accoppia con essa compiendo un volo breve, ma sufficiente per completare la copulazione. Compiuta l’unione, i due corpi cercano di staccarsi, e allora avviene lo strappo dell’organo maschile che trascina anche parte del ventre, la massa dei visceri; colpito mortalmente da questo strappo, il corpo del fuco ‘regale’ si accascia e, mutilato,  cade nel vuoto. Il sacrificio di questo maschio ha permesso  la continuità a una famiglia di api, alla quale  forse non era nemmeno imparentato. (…)

“La regina, con i visceri dell’amante ancora attaccati, ridiscende nell’alveare, si sbarazza rapidamente delle parti  che un tempo erano dello sposo, spesso anche con l’aiuto di alcune operaie; eliminati i resti del maschio, alcune operaie li vanno a buttare lontano dall’arnia, essendo ormai solo scorie fastidiose. (…)

“Dopo alcuni giorni dall’accoppiamento, la regina, rinfrancata dal suo nuovo stato di madre feconda, inizia la deposizione, seguita con cura da alcune operaie del seguito.  Dal momento in cui inizia la deposizione, non lascerà più l’arnia, non rivedrà più la luce, continuerà a deporre uova, anche quando avrà sono o avrà fame; sarà nutrita  da apposite api, riceverà cure minuziose perché rappresenta l’avvenire.

“La ‘signora’ dell’alveare sarà un’infaticabile lavoratrice, e non smetterà la deposizione se non alla soglia della morte, quando, ormai vecchia, è divenuta sterile oppure, e solo per breve tempo, quando  riterrà opportuno  dar luogo a una nuova famiglia e si accingerà alla sciamatura: in questo caso rivedrà la luce, ma sarà un altro vitale episodio  nel quale si riconosce la volontà di perpetuare, nel tempo e nello spazio,  la presenza della propria famiglia.  Sarà poi ancora il caso, o la natura,  a permettere che quella famiglia possa avere un avvenire teoricamente infinito, oppure abbia a cessare. (…)

“Avvenuta la fecondazione della regina, i maschi son divenuti completamente inutili, e vengono tollerati ancora un poco se vi è bel tempo e se è ricco il bottino delle raccoglitrici. Se, invece,  i fiori incominciano a diradarsi, se le scorte alimentari saranno diradate di poco, allora viene deciso il massacro. Del resto, in estate, il comportamento dei fuchi diviene sempre più intollerabile perché essi disturbano i lavori ordinari della famiglia, interrompono il lavoro  delle ventilatrici, non rispettano le sentinelle  che stanno di guardia alle soglie del nido, si prendono  beffa delle operaie che tornano cariche di bottino. Quando c’è il sole caldo si adagiano sui fiori per riposarsi, e quando vien sera entrano violentemente nelle arnie e vanno a rimpinzarsi  di miele, per poi adagiarsi pesantemente e godere  del loro ‘meritato’ riposo.

“Ma un mattino diverso dagli altri sarà per loro fatale:  molto presto le operaie fanno circolare la parola d’ordine, che le trasforma da pacifiche raccoglitrici di alimento in feroci giustiziere. Quel giorno non si lavora: serve per liberare la famiglia da una servitù ormai inutile e da individui che non lavorano e consumano a ufo.

“I fuchi dormono ancora, spensieratamente si trovano aggrappati alle celle  dei favi ricche di miele, o sono in disparte , abbandonati al sonno. Le operaie iniziano la strage  con irti pungiglioni lacrimanti veleno.

“le vittime rimangono sconcertate, credono forse che si stia commettendo un banale errore, cercano riparo da qualche parte, o cercano di affossare il loro dispiacere di essere trattati da nemici nutrendosi abbondantemente di miele.  Del resto i fuchi non hanno pungiglione e quindi non possono difendersi, l’unica loro difesa è la fuga.

“Diverse sono le operaie che si avventano su ogni maschio, e lo colpiscono inesorabilmente, e nel modo più completo. Un’operaia si accinge a segare il peduncolo addominale  per troncargli il corpo, altre api si mettono all’opera per segare le ali, qualche operaia  cerca di amputare le antenne, di troncare gli arti, di inserire il pungiglione tra le giunture degli anelli addominali.  Le vittime, di dimensioni superiori alle giustiziere, ma inermi,  si agitano senza possibilità di scampo.

“Man mano che i fuchi cadono, alcuni membri della famiglia  portano fuori dell’alveare i cadaveri e i detriti  di cera che si accumulano sul pavimento: dobbiamo  tener presente l’alto senso di pulizia che hanno le api.

“Il massacro dei maschi può anche avvenire contemporaneamente nelle famiglie di un apiario; la famiglia più ricca  inizia e dà il segnale: tutte le altre colonie  seguono il suggerimento e si può notare un numero elevato  di cadaveri sulla soglia delle varie arnie.  Può capitare che una colonia abbia la regina-madre vecchia, quasi sterile: le operaie di questa colonia possono indugiare  nell’assalto ai loro maschi, ma al sopraggiungere  dell’inverno anch’esse procedono alla distruzione in quanto  non sarebbero, comunque, di alcuna utilità  non avendo più la possibilità di avere una giovane regina da fecondare.

Il lettore che ci abbia seguito sin qui, sarà rimasto colpito, probabilmente, dall’atmosfera stranamente familiare, quasi umana della vita dell’alveare; e, più precisamente, dagli echi epici, per non dire omerici, che promanano dalle vicissitudini delle api-regine, dalle loro lotte spietate e mortali; nonché dalla impassibile metodicità con cui i maschi vengono eliminati, dopo che uno di essi si è sacrificato per fecondare l’ape-regina. Episodi famosi dell’epica e della mitologia classica sembrano rivivere nelle profondità misteriose dell’alveare: duelli implacabili all’ultimo sangue; odi inestinguibili tra i membri di una stessa famiglia regale; donne che, di notte, uccidono tutti i membri maschi della propria comunità, in base a un piano prestabilito.

Si sarà anche notato che al linguaggio dell’autore, pur nella estrema precisione e accuratezza della ricostruzione, sfuggono parole ed espressioni come “odio”, “oltraggio”, “spensieratezza”, “sconcerto”, “furia omicida”, “grido di guerra”.

Il grido di guerra della regina-vergine, soprattutto, rimane impresso nella mente del lettore e suscita impressioni bizzarre, dalle risonanze decisamente umane: quel grido simile a una tromba, che risuona cupo, ossessionante, per giorni e giorni, frutto dello sdegno della giovane regina che si è vista negare l’accesso alle celle ove si trovano le sue sorelle, ch’ella intendeva trafiggere a morte, sembra uscire dai versi dell’Iliade.

Un altro aspetto caratteristico della vita dell’alveare è l’infallibile precisione con cui sembra che la natura provveda a non vanificare la lotta per la propagazione della specie. Si sarà notato, ad esempio, che le giovani regine non nascono mai contemporaneamente, ma a qualche distanza l’una dall’altra, come se una sapiente scansione dei tempi presiedesse al fenomeno delle sciamature e, quindi, alla diffusione delle api su un territorio più vasto e con una ulteriore possibilità di riproduzione.

Si sarà anche notato che due giovani regine, le quali si affrontino in un duello decisivo per assicurarsi il dominio dell’alveare, non soccombono mai l’una sotto il pungiglione dell’altra. Anche in questo caso, è come se un meccanismo misterioso provvedesse, ogni volta, a evitare che la famiglia corra il rischio di rimanere del tutto priva di regine; il che segnerebbe, irreparabilmente, la sua fine.

E gli esempi potrebbero continuare.

Quanto al volo nuziale, è evidente che l’istinto spinge l’ape-regina a volare sempre più in alto –  nell’unico volo della sua vita – allo scopo specifico di “selezionare” il maschio più forte ed intrepido col quale, poi, accoppiarsi, onde ricevere la migliore eredità genetica possibile. Lascia pensosi il destino del maschio, dopo l’accoppiamento; come pure il fatto che tutti i maschi dell’alveare non abbiano altro scopo, nella loro vita, se non quello di “esprimerne” uno capace di fecondare la regina (e che, magari, apparterrà ad un altro sciame); dopo di che, stanche d tollerarne l’inutile presenza, le femmine li uccidono in massa.

Quindi, ci troviamo di fronte non solo a una società che considera il tutto come l’unica realtà significativa, ed il singolo individuo come utile soltanto nella misura in cui serve disciplinatamente a un tale scopo; ma in cui il lavoro e il sacrificio, la pace e la guerra, la vita e la morte degli individui appaiono come funzioni necessarie, e in sé trascurabili, di un disegno complessivo che tende unicamente alla propagazione della specie.

Vi è un qualcosa di desolante e di pessimistico, di leopardiano nel senso più ampio dell’espressione, in un tale mondo; e l’estrema pulizia delle api, che si affrettano a portare fuori dall’alveare i cadaveri degli uccisi, non aggiunge un elemento di istintiva simpatia nei loro confronti, quanto di agghiacciante freddezza e impassibilità nel loro comportamento.

Tuttavia, dovremmo essere molto cauti – come già ammoniva Maurice Maeterlinck, che allo studio delle api dal vivo aveva dedicato molti anni della sua vita – nell’estendere al mondo degli insetti modi di pensare e di sentire tipicamente umani; e anche nel trarre, arbitrariamente, delle conclusioni di carattere filosofico generale, sul significato della vita e del mondo, sugli eterni interrogativi circa il luogo da cui veniamo e quello verso il quale siamo incamminati. L’entomologia non può diventare, sic et simpliciter, epistemologia, e tanto meno ontologia, etica o teologia. Il passo  dall’una alle altre è molto, troppo lungo; e solo scienziati presuntuosi e cattivi filosofi l’hanno compiuto a cuor leggero, nell’epoca della massima ubriacatura positivista.

Certo, la vita di un alveare presenta, guardandola e giudicandola con criteri tipicamente umani, qualche cosa di ammirevole, ma anche di spietato e quasi di sinistro. D’altra parte, l’intelligenza umana è strutturata secondo modalità che non ci consentono di azzardare un punto di vista alternativo, sicché la nostra pretesa di giudicare il senso della vita animale è fatalmente condannato a ridursi a un tentativo abortito. Noi non possiamo sapere veramente se le api, nella loro esistenza, siano “felici” (usiamo le virgolette, perché è molto probabile che esse non si pongano un tale interrogativo; certo non se lo pongono alla maniera in cui ce lo poniamo noi). E lo stesso vale per i  pesci, gli anfibi, i rettili, i mammiferi e gli uccelli; per i muschi, i licheni, le felci, gli alberi, i fiori; per l’acqua, per la roccia, per il Sole, la Luna e le stelle. Ignoramus et ignorabimus, questo è tutto quel che possiamo dire.

D’altra parte, è troppo semplice concludere, dopo aver osservato i meccanismi che spingono i membri di un alveare a sacrificarsi incessantemente per un “benessere” che sta sempre oltre il singolo individuo, che l’intero fenomeno vita non è altro che la manifestazione di una cieca volontà di sopravvivenza, come hanno fatto Schopenhauer e, con logica ancor più distruttiva, Eduard von Hartmann. Ed è troppo semplice cavarsela affermando, come hanno fato prima Voltaire e, poi,  Sartre, che noi viviamo in un mondo assurdo, in balia di una natura crudele, e che la nausea è l’unica reazione possibile davanti al nulla cosmico. Non così in fretta, amici! Anche un bambino di tre anni avrebbe potuto pervenire ad analoghe conclusioni, e senza un briciolo di ragionamento: solo lasciandosi trasportare dalla prima impressione.

Ma fare filosofia (non quelle vuote litanie che si insegnano nei licei e nelle università sotto il suo nome; bensì fare filosofia sul serio, ossia sforzarsi di pensare, al di là delle apparenze), significa andare oltre le “impressioni” e tentare di interpretare la realtà. Non limitarsi ad approvarla o a denigrarla; questo, lasciamolo fare ai tifosi di calcio.

Ora, i meccanismi naturali che, nella vita dell’alveare, sembrano indicare un prevalere della logica del gruppo sull’interesse del singolo, vanno appunto interpretati. Il pessimismo di Schopenhauer e il nichilismo di Sartre non interpretano, ma riproducono un giudizio sulla realtà, che essi credono di leggere nei fatti della natura. Questo non è fare filosofia, ma abbandonarsi a esternazioni sentimentali.

La persona umana, dotata di ragione e volontà, è la natura divenuta autocosciente.

Di conseguenza, gli strumenti razionali e spirituali dei quali essa si serve per “leggere” la natura, di cui pure è parte, non possono che differire in modo radicale da quelli di cui si servono un’ape, un gatto o una giraffa. Voler trarre dall’osservazione della natura delle conclusioni universali sul senso ed il fine della realtà, significa mortificare la ragione e la volontà e regredire al livello della natura che non ha raggiunto la consapevolezza di sé medesima. Teodorico, il re degli Ostrogoti, diceva che ogni Germano avrebbe dovuto desiderare di assomigliare a un Romano, ma che solo un Romano degenere avrebbe desiderato di somigliare a un Germano. E anche noi potremmo dire che solo un uomo degenerato potrebbe desiderare di giudicare la realtà, sulla base di una rinuncia alla propria natura specifica, ossia l’autocoscienza.

Tutto quello che l’osservazione della natura ci autorizza a concludere, è che nella natura esistono delle costanti, delle regolarità; che esiste un ordine. Questo non significa né che la natura esaurisca l’insieme della realtà, né che queste regolarità indichino un moto universale che gira, a vuoto, su se stesso: per esempio, assicurando la sopravvivenza delle specie e non curandosi, invece, della felicità degli individui.

Ragionare così, sarebbe fare della cattiva filosofia.

Si tratta, infatti, di conclusioni arbitrarie, che partono da un doppio pregiudizio: materialista e riduzionista. Perché nulla, nello studio della natura, ci autorizza a concludere che solo la materia esiste (dal momento che le scienze della natura studiano, per definizione, solo la realtà materiale); e perché nulla ci autorizza a desumere, dal funzionamento di una parte della realtà (la piccola parte che noi studiamo in modo scientifico), che l’intera realtà soggiace alle medesime leggi e che partecipa dello stesso significato – o della stessa mancanza di significato.

Per cercar di abbracciare con un solo sguardo tutta la realtà, e non solo quella fisica, dobbiamo compiere un salto dalle scienze della natura alla filosofia e, più precisamente, alla metafisica. Come abbiamo tentato di delineare nel corso di numerosi saggi, esistono diversi indizi – non di natura fisica, bensì metafisica – i quali sembrano suggerire che il mondo non esista a caso e che non sia autosussistente; che faccia parte, al contrario, di un progetto razionale e benevolo, del quale non è che un riflesso relativo e contingente.

Per dirla con Leibniz, esistono numerosi indizi i quali ci portano a credere che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Non, si badi, nel migliore in assoluto (come scioccamente, o piuttosto in mala fede, Voltaire nel Candide voleva far credere ai suoi superficiali ammiratori e seguaci), ma nel migliore fra quelli possibili; o, se si preferisce, nel meno peggiore. Laddove l’imperfezione strutturale di questo mondo, che certamente esiste – e che può spiegare, almeno in parte, perché nei disegni della natura tanto poco spazio sembri essere riservato alla “felicità” dei singoli individui – ci rimane nella sua essenza misteriosa, ma non tanto da non suggerirci che abbia a che fare con la compresenza dei due elementi antitetici della necessità e della libertà. Necessità come istinto: ad esempio, come l’istinto che spinge l’ape-regina a cercare di uccidere tutte le sue sorelle e possibili rivali; libertà come possibilità di scegliere tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto: ad esempio, come quella forza interiore che induce a fermarsi la mano dei figli di Caino, allorché sta per colpire i figli di Abele.

Certamente è possibile immaginare molti mondi, in apparenza, migliori di questo; ma ad una condizione: che vi sia abolita la libertà. Questa è la prima risposta alla domanda di chi chiede conto al mondo del sangue innocente di Abele versato dal suo malvagio fratello; e riguarda il male morale. La libertà, inevitabilmente, porta con sé la possibilità di commettere il male, di seminare la sofferenza nel mondo.

La seconda risposta, che riguarda invece il male fisico, è che nulla ci impone di concepire il mondo come fatto di sola materia, e pertanto nulla ci impone di vedere in esso solo un insensato agitarsi e un perpetuo soffrire. Voltaire era convinto di aver ridicolizzato per sempre l’ottimismo leibniziano ricordando che, mentre Leibniz parlava del migliore dei mondi possibili, un terremoto spaventoso mieteva, a Lisbona, migliaia e migliaia di vittime. Questo, però, sarebbe un argomento contro la bontà del mondo, solo se noi avessimo l’assoluta certezza che il mondo è solo e unicamente quello che possiamo percepire con i nostri cinque sensi, e che all’infuori di esso null’altro esiste. Ma, al contrario, esistono molti indizi che paiono condurre nella direzione diametralmente opposta; indizi che suggeriscono, come pensava Platone e come pensava e pensa la filosofia indiana del Vedanta, che questo mondo materiale è solo una copia sbiadita della realtà ultima; e che noi commetteremmo un gravissimo errore scambiandolo per l’Essere eterno, infinito e assoluto.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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