giovedì, 23 Settembre 2021
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Superare la cultura della bistecca per salvare la biosfera e noi stessi

Una cultura alimentare sostenuta dalle raccomandazioni di migliaia di medici vorrebbe che l’essere umano non possa sopravvivere se non mangiando carne di Francesco Lamendola 

Una cultura alimentare irresponsabile, sostenuta dalle raccomandazioni di migliaia e migliaia di medici (solamente occidentali, però), vorrebbe che l’essere umano non possa sopravvivere se non mangiando carne in quantità; che solo la carne offra le sostanze necessarie al sostentamento dell’organismo; che dei genitori, i quali non nutrano i propri bambini a Nutella e bistecche, commettano più o meno un delitto contro la salute delle loro creature.

Mangiare molta carne, preferibilmente al sangue, e bere molto vino, è giudicato uno stile alimentare da “veri uomini”; mentre una dieta vegetariana e un uso limitato di vino è considerato cosa “da donne”, e non certo in senso elogiativo. Il che ci fa avvertiti che dietro la cultura della bistecca vi è anche un atteggiamento maschilista e una psicologia fondamentalmente aggressiva. L’uomo – si dice – è da sempre cacciatore; uccidere gli animali per cibarsene è nel suo DNA.

Ecco dunque il legame tra cultura della bistecca e imperialismo: i popoli conquistatori sono stati, in genere, carnivori; grandi consumatori di carne erano, ad esempio, i cow-boys che conquistarono il West, sterminando il bisonte e distruggendo la civiltà indiana. Si sa che anche gli Indiani delle Grandi Pianure avevano una dieta in buona misura carnivora; ma, a differenza dei loro aggressori di origine europea, non sprecavano nulla della carcassa del bisonte: mangiavano per vivere e non vivevano per mangiare bistecche.

I bianchi, invece, uccidevano il bisonte per rifornire di carne non solo le carovane dei pionieri, gli operai delle ferrovie e le guarnigioni militari, ma anche i mercati dell’Est: per loro, era un’industria come un’altra. E siccome la pelle valeva più della carne, spesso le carcasse degli animali uccisi venivano lasciate a imputridire nella prateria, inutilizzate. Alla fine, sterminate le ultime mandrie di bisonti (e, con esse, distrutta la resistenza degli ultimi pellerossa), la prateria era rimasta libera per l’allevamento di enormi mandrie di bovini, sempre per rispondere alla crescente domanda di carne di manzo del mercato americano. Una industria talmente florida che, da allora, non ha mai cessato di crescere.

Non sono in molti a sapere che esiste una vera e propria «hamburger connection» fra la cultura (occidentale, e specificamente nordamericana) della bistecca, e la distruzione sistematica e sempre più allarmante delle foreste tropicali; nonché, più in generale, fra il consumo spropositato di carne da parte della popolazione dei Paesi “benestanti” e “sviluppati” e la povertà nel mondo, che condanna alla morte per fame da 26.000 a 30.000 bambini al giorno.

O meglio, si tratta di una consapevolezza presente presso una piccola minoranza di persone, sensibili ai problemi ambientali e a quelli sociali; ma che non è mai riuscita a diffondersi presso il grande pubblico, nonostante gli sforzi in proposito compiuti da studiosi e intellettuali di valore, i  quali, però, operano in genere ai margini della cultura accademica e “ufficiale”.

Affinché queste semplici verità entrassero nel circuito della cultura di massa e divenissero parte integrante della consapevolezza del cittadino del XXI secolo, sarebbe necessario che venissero insegnate fin dai banchi di scuola delle elementari e, poi, delle medie e delle superiori; cosa che non accade, dal momento che solo una minoranza di maestri e professori le possiede nel proprio bagaglio culturale e spirituale.

E allora, perché non dirlo?, emerge qui una delle ragioni del permanere e, anzi, dell’aggravarsi dello squilibrio fra i paesi del Nord e quelli del Sud della Terra, nonché della crescente devastazione ambientale: l’insensibilità e l’ignoranza dell’opinione pubblica occidentale, resa possibile da un corpo docente che, nel complesso – e con le debite, già segnalate eccezioni – non brilla certo per spirito critico e sensibilità ecologica e morale, ma è, al contrario, pervaso da un profondo conformismo e da una grossolana ignoranza.

Spesso, per difendersi da simili accuse, gli insegnanti invocano la necessità di rispettare i programmi ministeriali, ma si tratta di scuse miserevoli: nessun programma impedisce ai maestri o ai professori di lettere, di filosofia, di scienze, di insegnare ai propri alunni in maniera diversa e, in particolare, di abituarli a una doverosa riflessione sul rapporto tra costi e benefici della cosiddetta società del benessere. Se non lo fanno, è perché non ne hanno gli strumenti culturali e, prima ancora, perché non ne hanno l’interesse e la motivazione profonda, e perché essi stessi vivono con estrema superficialità queste tematiche.

La falsa convinzione che mangiare carne praticamente ogni giorno sia indispensabile per la salute dell’uomo e, anzi, sia perfettamente naturale, fa parte di questa «zona grigia» fatta di pigrizia mentale, conformismo ideologico e disinformazione mascherata dietro una vernice di nozionismo,  più o meno grossolano.

Inoltre, l’intero apparato dei media procede nella direzione opposta, veicolando attraverso la pubblicità, e in mille altre forme, l’idea che l’alimentazione carnivora sia necessaria e che sia sinonimo di salute, oltre che di un legittimo piacere della tavola; e, come se non bastasse, quasi l’intero «establishment» medico batte sul medesimo tasto, raccomandando ai genitori, e specialmente alle mamme, di non far mancare la “sana” (non importa quanto estrogenata o peggio) bistecca sul piatto dei propri bambini, facendo leva sui loro sensi di colpa e sulla loro ignoranza in materia.

Ora, è verissimo che la carne contiene alcune sostanze necessarie all’organismo, che normalmente non si trovano nella frutta e nella verdura; ma è altrettanto vero che tali sostanze possono essere sostituite mediante una dieta vegetariana mirata, ad esempio a base di tofu e seitan.

Scrive Marco Lambertini nel suo libro «Guida alla natura tropicale» (Padova, Franco Muzzio Editore, 1992, p. 248):

«Non è facile, a prima vista, collegare gli hamburger venduti nei fast food con la deforestazione dei tropici e l’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali.

Eppure la cosiddetta “hamburger connection” rappresenta un classico esempio di come un cittadino occidentale possa comandare a distanza la distruzione dei tropici. Gli Stati Uniti sono famelici divoratori di hamburger e da soli importano il 33% di tutta la carne di manzo del mercato mondiale, per il consumo, non vitale, di appena 1/20 della popolazione del pianeta. Gran parte della carne “a basso costo” di panama, Costa Rica, Guatemala e altri paesi dell’America centrale e latina, passa la frontiera americana per finire tra panini e ketchup. In quei Paesi, per allevare bestiame si brucia la foresta. Nel 1980 fu stimato che il 72% della deforestazione amazzonica in Brasile era volto a ottenere pascoli per il bestiame.

Analogamente, la CEE importa carne dall’America tropicale e dall’Africa. Per USA e CEE i costi monetari sono estremamente bassi ma i costi energetici, ambientali e sociali su scala mondiale sono immensi e il disastro ecologico è irreparabile.

Per produrre la carne di un hamburger in un’area tropicale umida è necessario uno spazio pari a un salotto medio, circa 12 mq. In quell’area, distrutta per produrre circa 100 g. di carne macinata, erano mediamente ospitati circa cinquecento chili di materia vivente, piante, fiori, farfalle, uccelli, scimmie. Uno spreco energetico immenso, per riparare al quale sono necessari tempi lunghissimi. Si calcola che una foresta tropicale primaria si possa ricostituire in un periodo variabile da seicento a mille anni! In questo senso molto può fare il consumatore occidentale, astenendosi o limitandosi nel consumo, e molto più potrebbero i governi occidentali, varando norme e politiche economiche più rispettose della natura tropicale. (…)

L’incendio o la distruzione di una foresta tropicale per avviare pascolo o agricoltura produce in pochi anni una sterilizzazione del suolo, come conseguenza del dilavamento delle piogge dei pochi nutrienti di cui il terreno tropicale dispone naturalmente.»

È questione, dunque, di cambiare le nostre abitudini alimentari; e, se non vogliamo farlo per salvare la biosfera – da cui pure dipende la nostra sopravvivenza -, possiamo e dobbiamo farlo per difendere la nostra salute da un’alimentazione carnivora e ipercalorica la quale, se anche la vicenda del morbo della mucca pazza non ci avesse insegnato nulla, costituisce una costante aggressione alla nostra salute, mediante l’immissione di pericolose tossine.

I consumatori di carne non dovrebbero mai dimenticare che la carne di cui si nutrono ed i suoi derivati – il brodo di carne, ad esempio – è carne morta, che solo la conservazione in apposite celle frigorifere e l’iniezione di sostanze conservanti preserva dalla putrefazione; per non parlare dell’energia negativa in essa contenuta, trattandosi di carne di animali allevati per lo più in modo disumano e uccisi espressamente per i capricci del nostro palato.

Un testo fondamentale per comprendere la “hamburger connection” è il libro di Jeremy Rifkin «Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne», di cui riportiamo un breve passsaggio   (titolo originale: «Beyond Beef», 1992; traduzione italiana di Paolo Canton, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 201, 2002, pp. 11-12 15):

«Attualmente, il nostro pianeta è popolato da un miliardo e 280 milioni di bovini.  Questa immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24 per cento della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone. Il peso complessivo di questi animali spera quello dell’intera popolazione umana.

Il continuo incremento della popolazione bovina sta sconquassando l’ecosistema terrestre, distruggendo l’habitat naturale di sei continenti; l’allevamento di bovini è la principale causa di distruzione delle sempre più ridotte  aree di foresta pluviale rimaste sulla terra. In Centroamerica e Sudamerica, milioni di ettari di foreste vergini vengono abbattuti per lasciare spazio a pascoli per il bestiame. Le mandrie bovine sono responsabili di gran parte della progressiva desertificazione dell’Africa subsahariana e delle catene montuose occidentali degli Stati Uniti e dell’Australia. Il pascolo eccessivo in aree aride o semiaride ha creato  deserti sterili e desolati in quattro continenti. Negli Stati Uniti, oggi, la maggior fonte di inquinamento organico delle falde acquifere è il materiale organico che esce dalle stalle. I bovini  sono anche responsabili di buona parte del riscaldamento globale del pianeta: emettono metano, un potente gas-serra che impedisce al calore di disperdersi fuori dall’atmosfera terrestre.

Bovini e altri capi d’allevamento consumano il 70 per cento di tutti  i cereali prodotti negli Stati Uniti.  Oggi, circa un terzo della raccolta totale di cereali è impiegata come mangime per bovini e altro bestiame d’allevamento, mentre circa un miliardo di esseri umani soffrono per la fame  e la denutrizione cronica. Nei paesi in via di sviluppo, milioni  di piccoli agricoltori vengono allontanati con la forza dalle terre dei loro avi le quali, dalla produzione di cereali alimentari per la sussistenza devono passare a quella, commerciale, di cereali per mangimi. L’utilizzo di cereali  per l’alimentazione animale, mentre milioni di persone muoiono di fame, ha innescato violenti scontri politici in alcuni paesi in via di sviluppo, e tensioni fra paesi ricchi e industrializzati dell’emisfero settentrionale e le nazioni povere di quello meridionale. Un autentico suicidio ecologico.

Ma, se milioni di persone muoiono di fame per mancanza di cereali,  nei paesi industrializzati milioni di persone muoiono a causa di patologie indotte da un eccessivo consumo di carne, soprattutto di manzo. Gli americani, gli europei, e, in misura crescente, i giapponesi  si ingozzano di carne e muoiono delle classiche malattie del benessere: infarto del miocardio, cancro e diabete.

Il mostruoso pedaggio ambientale, economico e umano  che si deve pagare per mantenere il complesso bovino  mondiale non è oggetto di una diffusa attenzione.  La maggior parte della gente non è consapevole degli effetti che l’allevamento  industriale dei bovini ha sull’ecosistema del pianeta e sulle sorti della civiltà.  Invece, oggi, l’allevamento di bovini e il consumo di carne  sono fra le principali minacce al futuro benessere della terra e della popolazione umana.(…)

L’eliminazione della carne dalla dieta umana segnerebbe una svolta dal punto di vista antropologico nella storia  della consapevolezza umana. Superando la cultura della bistecca, si forgerebbe un nuovo contratto sociale, basato sulla protezione della salute della biosfera , sull’impegno a sostentare altri esseri umani  e sull’interesse per il benessere delle creature con cui condividiamo il pianeta…»

La biosfera, per sopravvivere, ha bisogno di questo balzo in avanti della nostra consapevolezza e, per conseguenza, di una radiale modifica di molte nostre abitudini, apparentemente innocenti, ma in realtà cariche di ripercussioni negative sul piano ambientale, sociale, politico e morale.

È incredibile come il cittadino medio delle società democratiche sia rimasto fermo all’idea che il proprio potere decisionale sia limitato all’esercizio del diritto di voto o, tutt’al più, a quello di organizzazione politica e sindacale e di manifestazione pubblica del proprio pensiero. E non abbia compreso che, invece, la sua capacità decisionale si potrebbe esprimere, in maniera ben altrimenti efficace, attraverso comportamenti che solo in apparenza sono lontani dalla sfera del sociale: primo fra tutti, il modo di fare la spesa.

Rifiutare i prodotti alimentari industriali, a cominciare dalla carne e finendo con la Coca-Cola; puntare sul biologico, possibilmente mediante l’acquisto diretto presso aziende agricole di fiducia; abituarsi alla sobrietà, al riciclo di materiali vari, dai vestiti al mobilio; rifiutare l’uso “facile” dell’automobile e riscoprire, ove possibile, la bicicletta o il piacere di andare a piedi, magari alzandosi un po’ prima, il mattino, per andare al lavoro: tutte queste sono cose possibili, e sono cose che colpirebbero al cuore, ove diventassero pratiche diffuse, lo strapotere delle multinazionali, mentre contribuirebbero alla tutela dell’ambiente, comprese le preziose foreste tropicali, ultimo polmone del nostro inquinatissimo pianeta.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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