domenica, 7 Marzo 2021
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Un leopardo antropofago è l’incarnazione di uno spirito del male?

Noi occidentali siamo talmente convinti che solo la nostra spiegazione sia quella giusta da riservare soltanto un sorrisetto ad altri tipi di spiegazione di Francesco Lamendola

Nella regione del Garhwal, nell’India settentrionale, fra il 1918 e il 1926, un leopardo antropofago uccise, secondo la stima ufficiale delle pubbliche autorità, 125 esseri umani.

Né le esche avvelenate lasciate in giro, né le trappole, né, infine, le migliaia di fucili degli abitanti del luogo – questi ultimi incentivati dai consistenti premi in denaro offerti dal governo -, riuscirono a fermare la sanguinosa carriera del felino che, avendo assaggiato la carne umana, probabilmente, durante l’epidemia influenzale che fece in India un milione di morti, e durante la quale molti cadaveri venivano lasciati insepolti, si era specializzato nel dare la caccia, con incredibile audacia e perizia, agli esseri umani.

Sulle sue tracce si mise anche il famoso cacciatore inglese Jim Corbett, il quale, vissuto in quel Paese fin da giovane, possedeva una straordinaria conoscenza dei luoghi, della vegetazione e della fauna, nonché delle abitudini di uomini e animali, tanto domestici che selvatici.

Nel corso della lunga, paziente e pericolosissima partita ingaggiata fra il cacciatore e la sua preda (i cui rispettivi ruoli potevano invertirsi in qualunque momento), lungo le piste e le foreste di quella regione ai piedi delle montagne, Corbett si rese conto che il leopardo, per la popolazione indigena, non era affatto un comune animale come tutti gli altri della sua specie, e sia pure divenuto anormale in seguito al mutamento della sua alimentazione; ma una incarnazione dello spiriti del male, una creatura demoniaca contro la quale sarebbe stato vano lottare con le armi e l’astuzia normalmente adoperati in simili casi.

Una variante di questa concezione è quella che attribuisce le vittime della belva antropofaga (leone, tigre o leopardo) a dei licantropi, ossia a degli esseri umani malvagi, capaci di trasformarsi, di notte, in animali feroci, per saziare la loro brama perversa di carne  e di sangue umani; credenza che, come è facile immaginare, può essere costata la vita a numerose persone innocenti.

Prima che il lettore occidentale gridi allo scandalo, comunque, è bene ricordare che una analoga credenza era diffusa in Europa fino al XVII secolo. In Germania, a Colonia, nel 1589, si celebrò il processo, conclusosi con la condanna a morte, di un certo Peter Stubbe, uno stregone ritenuto capace di trasformarsi in lupo e che – per sua stessa ammissione – avrebbe divorato numerosi uomini, donne e bambini, in un arco di tempo di ben venticinque anni.

Simili credenze sopravvivono oggi in vaste zone dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina; e, a detta di alcuni europei che hanno vissuto a lungo in quei luoghi e ne conoscono bene usi e costumi,  non sempre si tratta di dicerie destituite di ogni fondamento; ma, in taluni casi, di fatti che lasciano realmente sconcertato anche l’osservatore più smaliziato e imparziale.

Tale, ad esempio, la proprietà di trasformarsi in casuario (un grosso uccello non volatore simile allo struzzo) che, a quanto pare, possedeva un indigeno della Nuova Guinea, di nome Isidoro, del quale ha dato testimonianza un prete cattolico con venti anni sulle spalle di esperienza nella foresta (cfr. F. Lamendola, «André Dupeyrat, un missionario in lotta con gli stregoni», consultabile sui siti di Edicolaweb e Arianna Editrice).

Ad ogni modo, qui non si fa questione di esseri umani che simulano la natura ferina, indossando pelli di animale e, magari, dotandosi di unghioni artificiali simili a pugnali, per commettere assassinii a danno di qualcuno, come avveniva nei delitti perpetrati da sette magico-religiose, ad esempio in quella degli uomini-leopardo dell’Africa, nel bacino del fiume Congo.

Ne abbiamo già parlato, di sfuggita, in altra sede, rimandando il lettore ad ulteriori approfondimenti specialistici  (cfr.  «L’Africa delle società segrete», nella enciclopedia  monografica «Dimensione X. I misteri dell’uomo, della terra  e dello spazio» (titolo originale: «The Unexplained», edizione italiana Novara, 1973, vol. 10, pp. 110-113).

Al contrario, qui si parla di una credenza – peraltro antichissima, e di cui v’è traccia anche in diverse opere antiche, ad esempio nel «Satyricon» di Petronio – secondo la quale degli esseri umani possono trasformarsi in animali feroci, lupi o altro, per mezzo di operazioni magiche compiute con l’assistenza di forze diaboliche.

È pur vero che l’abilità dimostrata da talune belve antropofaghe è stata talmente grande, anzi, sbalorditiva, da dare realmente l’impressione che le loro tragiche imprese fossero guidate da un’intelligenza, o da una forza, che va al di là dell’ordine normale delle cose e che sembra coinvolgere il soprannaturale.

Tale, ad esempio, il caso di una coppia di leoni antropofagi i quali terrorizzarono a lungo una regione africana, episodio realmente accaduto e che ha fornito la base per il film il di Stephen Hopkins «Spiriti nelle tenebre»(titolo originale: «The Ghost and the Darkness»). Girato nel 1996, esso rievoca gli eventi che si verificarono in un distretto del Kenya che, negli ultimi anni dell’Ottocento, venne terrorizzato dalle cruente scorribande di due leoni “mangiatori di uomini”, i quali provocarono decine di vittime fra i Masai, e specialmente fra gli operai di una linea ferroviaria in costruzione.

Lo stesso Corbett, a un certo punto, riconosce onestamente di aver provato una tale sensazione, in uno dei suoi libri più famosi, «Il leopardo che mangiava uomini» (titolo originale: «The man-eating leopard of Rudraprayag», Oxford University Press; traduzione italiana di Pietro Leoni, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1951, 1967, pp. 35-36):

«Ho vissuto tanto a lungo in luoghi silenziosi, che mi si è molto sviluppata l’immaginazione. Innumerevoli volte, durante  mesi che ho passato a Rudraprayag, mentre vigilavo una notte dopo l’altra, e persino per ventotto notti di seguito, come avvenne in una certa occasione,  sorvegliando ponti, crocicchi e dintorni di villaggi; mentre facevo la posta accanto ad animali o uomini uccisi;  mi accadeva d immaginare che l’antropofago fosse un grosso animale di colore chiaro, col corpo d leopardo e la testa di demonio.

Un demonio che, guardandomi nelle lunghe ore di veglia notturna, , si rotolava per terra, ridendo con un silenzioso e interminabile riso demoniaco a tutti quei miei vani tentativi d sorprenderlo, e si leccava le labbra in anticipo, in attesa del momento in cui, cogliendomi alla fine indifeso in un istante di disattenzione,  non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione che aspettava per affondarmi  denti nella gola!»

Bisogna inoltre tenere conto del fatto che, secondo la mentalità indiana, la tigre, ma in una certa misura anche il leopardo, è l’incarnazione dello spiriti della foresta, ed è sacrilega l’idea di ucciderlo, sia pure a scopo difensivo. Come abbiamo già visto nell’articolo «Quando le “mangiatrici d’uomini” pongono il concreto dilemma: l’uomo o la tigre?» (sempre sul sito di Arianna), è proprio questa mentalità che consente all’uomo e alla tigre di convivere in un’area fittamente antropizzata, ai margini delle paludi di Sundarbans, vicino a Calcutta e al delta del Gange.

Un certo numero di perdite umane ogni anno non è considerato un prezzo irragionevole da pagare per il mantenimento di una relazione rispettosa con la terribile signora della foresta, per cui nessun pescatore o boscaiolo oserebbe addentrarsi nella giungla armato di fucile. Le uniche protezioni che gli uomini del Sundarbans assumono, consistono in amuleti e nelle preghiere che rivolgono agli dei perché venga concesso loro di tornare alle proprie famiglie sani e salvi.

Certo, non tutti gli abitanti dell’India arrivano a questo livello di stoicismo, e meno ancora a quello del santi buddista, di cui si narra che sacrificò la propria vita, precipitandosi da una rupe, per offrire il suo corpo a una tigre affamata e ai suoi cuccioli, che rischiavano di morire d’inedia.

Ma torniamo alle vicende del Garhwal nel 1918-26 e alle imprese del leopardo antropofago di cui dicevamo all’inizio.

Narra, dunque, Jim Corbett, nel libro già ricordato «Il leopardo che mangiava uomini», pp. 30-34):

«Domandai al vecchio guardiano se egli volesse vendermi una delle sue capre, ed egli mi domandò  per che scopo la volessi comperare. Quando gli dissi che avrei voluto legarla ad un albero per servire da esca all’antropofago,  il vecchio uscì dal recinto, lo richiuse dietro di sé, e, dopo aver accettato una delle mie sigarette, sedete su una roccia al margine della strada.

Sedemmo così per qualche tempo una fumare insieme in silenzio, senza  che lamia domanda avesse ottenuti alcuna risposta, ed infine il vecchio mi raccontò quanto segue:

“Tu, sahib, sei sicuramente quello di cui ho sentito parlare scendendo dal mio villaggio vicino a Badrinath, e mi spiace davvero che tu abbia fatto tanta strada, lasciando persino la tua casa, e tutto ciò senza scopo.

“Lo spirito del male che è responsabile di tutte le vittime umane di questa regione non è un animale, come credi tu, che possa essere ucciso con un colpo di carabina o con qualsiasi altro mezzo che hai tentato di usare, o che altri hanno tentato di usare prima di te. E come prova di quanto ti sto dicendo, ti racconterò una storia che ti convincerà, mentre fumo una seconda sigaretta. La storia mi è stata raccontata da mio padre che, come tutti sanno, non ha mai detto che la verità.

“Mio padre era ancora giovane, allora, e io non ero ancora nato, quando uno spirito del male , come quello che tormenta ora questa regione, fece la sua comparsa nel nostro villaggio e tutti dissero che si trattava di un leopardo. Uomini, donne, bambini  venivano uccisi nelle loro case, e tutto fu tentato come si è fatto qui, per uccidere l’animale. Furono disseminate trappole, e celebri tiratori si appostarono sugli alberi, per sparare al leopardo. Quando tutti questi tentativi per ucciderlo fallirono, un grande terrore si impadronì della gente, e nessuno osava più uscire di casa dall’ora del tramonto a quella dell’alba.

“E allora, i ‘padhans’ (capi) del villaggio di mio padre e dei villaggi vicini chiamarono tutti gli uomini ad un ‘panchayat’ (pubblica assemblea), e quando tutti furono riuniti il ‘panch’ (capo dell’assemblea) parlò a tutti, e disse loro che erano riuniti per trovare qualche altro mezzo, al posto di quelli già tentati, per liberarsi dal leopardo antropofago. E allora, un vecchio che era appena tornato dal rogo di un suo nipote ucciso la sera prima si alzò e disse  che non era stato un leopardo ad entrare in casa sua e ad uccidere suo nipote, che gli dormiva al fianco, ma uno della loro comunità, che, quando voleva cibarsi di sangue e carne umana, assumeva le forme di un leopardo, e che un essere simile non si poteva ucciderlo coi mezzi già tentati, come del resto era stato già ampiamente provato, ma poteva essere ucciso soltanto col fuoco, e che i suoi sospetti erano caduti su un grasso ‘sadhu’ (prete) che abitava in una sua capanna, accanto al tempio in rovina.

“A queste parole, si levò un grande clamore nell’assemblea e alcuni dovevano che il dolore per la perdita del nipote aveva fatto impazzire il vecchio, mentre altri dicevano che aveva ragione. Questi ultimi ricordarono che il ‘sadhu’ era arrivato al villaggio pressappoco all’epoca in qui si erano avute le prime vittime, e fu poi anche ricordato che il giorno successivo ad ogni uccisione il ‘sadhu’ aveva l’abitudine di dormire tutto il giorno, disteso sul suo letto, al sole. “Quando la calma fu ristabilita, la questione fu lungamente discussa, e il ‘panchayat’ decise alla fine che non si dovesse prendere alcun immediato provvedimento, ma che le mosse del ‘sadhu’ avrebbero dovuti essere sorvegliate per l’avvenire. Gli uomini riuniti all’assemblea furono quindi riuniti in tre gruppi, il primo dei quali avrebbe dovuto montar di guardia nella notte in cui si fosse avita la prossima vittima. Questo perché le vittime si susseguivano a intervalli più o meno regolari.

“Durante le notti in cui il primo e il secondo gruppo montarono di guardia, il ‘sadhu’ non lasciò la sua capanna.

Mio padre faceva parte del terzo gruppo, e la notte fissata tutti gli uomini  presero silenziosamente i loro posti d guardia.  Poco tempo dopo, la porta della capanna lentamente si aprì, e il ‘sadhu’ uscì fuori e scomparve nella notte.  Alcune ore più tardi, un urlo di agonia attraversò l’aria della notte n direzione della capanna d un carbonaio della montagna. Poi, tutto ritornò nel silenzio.

“Nessuno degli uomini  del gruppo di mio padre chiuse occhio, quella notte, e mentre l’alba grigia sorgeva ad oriente,  fu visto il ‘sadhu’ che si affrettava verso casa.  Aveva le mani e la bocca che grondavano sangue.

“Quando il ‘sadhu’ fu entrarono nella sua capanna ed ebbe richiuso la porta,  gli uomini di guardia si avvicinarono e sbarrarono la porta dall’esterno.  Poi andarono ciascuno al proprio fienile e ne ritornarono con una grossa bracciata d paglia, e quando sorse il sole quel mattino non c’era più che cenere calda al posto dov’era prima la capanna. Da quel giorno, le vittime cessarono.

“Nessun sospetto è ancora caduto sui molti ‘sadhus’ di queste parti; ma quando ciò accadrà, il metodo impiegato al tempo di mio padre sarà impiegato anche oggi, e in attesa di quel giorno la gente del Garhwal dovrà continuare a soffrire.”Mi ha chiesto d venderti una capra. Non ti venderò una capra,  perché non ho capre da vendere, ma se, dopo aver ascoltato la mia storia, vuoi ancora un animale per attirare quello che tu credi un leopardo antropofago, ti potrò dare una delle mie pecore. Se verrà uccisa, me ne pagherai il prezzo, e se non verrà uccisa non mi pagherai niente. Questa notte rimarrò ancora qui, ma domani, al sorgere della stella Boothia (una stella che si leva alle quattro del mattino e segna l’0ora della partenza a tutti i mandriani del Garhwal), me ne dovrò andare.

“Quel giorno, verso il tramonto, ritornai al recinto, e il mio amico mandriano mi lasciò scegliere di buon grado, dal suo gregge, una bella pecora grassa che ritenni abbastanza pesante da fornire al leopardo un buon pasto per due notti di seguito. Legai la pecora nei cespugli della giungla,  vicino al sentiero in cui il leopardo  era scomparso dodici ore prima.

Il mattino seguente fui in piedi di buon’ora. Mentre uscii dal bungalow, vidi nuovamente le tracce dell’antropofago, nel punto dove aveva lasciato ancora una volta la veranda, e al cancello scoprii che era venuto per la strada, dalla direzione di Golabrai, e che, dopo aver fatto visita al bungalow, se n’era andato verso il bazar di Rudraprayag.

Il fatto che il leopardo cercava di assicurarsi una vittima umana era provato dal nessun interesse per la pecora che gli avevo preparata, e non fui affatto sorpreso nell’accorgermi che non ne aveva divorato nemmeno una piccola parte, dopo averla tuttavia uccisa,  molto probabilmente subito dopo ch’era stata da me legata fra i cespugli.

“Torna a casa tua, sahib, e risparmia il tuo tempo e il tuo denaro”, fu il consiglio benevolo che mi diede il mandriano nel partire, mentre fischiava per radunare il gregge, e s’incamminava sulla strada di Harwar.»

Ora, e senza entrare nei dettagli di questo racconto, la questione che intendiamo porre è fino a che punto l’idea occidentale, secondo la quale un leopardo antropofago è, semplicemente, un leopardo vecchio e non più abile nella caccia alla selvaggina, il quale, avendo assaggiato casualmente la carne umana, muta il suo comportamento abituale e diviene un cacciatore di esseri umani, sia preferibile e più esatta di quella orientale, secondo la quale esso è l’incarnazione di uno spirito del male, che il veleno, le trappole o i fucili non possono uccidere.

Sarebbe facile ribattere che la risposta sono i fatti a fornirla: perché, alla fine, i proiettili dei cacciatori (bianchi) dimostrano che una creatura del genere non è niente altro che un animale il quale ha smarrito il proprio istinto e si è tramutato in un antropofago. Ma siamo proprio sicuri che questa sia una spiegazione del tutto soddisfacente?

Prima di esaminare bene la cosa, allarghiamo per un momento il campo della nostra riflessione e prendiamo il caso della malattia, oppure della siccità.

La malattia, per l’uomo occidentale, è il frutto di una aggressione virale; per l’orientale, di un’aggressione da parte di qualche spirito maligno.

La siccità, allo stesso modo, per un occidentale può essere scongiurata irrorando delle nubi potenzialmente imbrifere con dei cristalli di ioduro di argento, in modo da favorire il fenomeno della coalescenza; mentre per una tribù Hopi, ad esempio, lo stesso problema verrà affrontato facendo ricorso a una danza cerimoniale della pioggia.

In entrambi questi casi, la scienza occidentale è certa di possedere la «giusta» soluzione del problema: ossia di essere in grado di sconfiggere la malattia, o di provocare la pioggia, mediante l’impiego di tecniche razionalmente ineccepibili.

Eppure, sta di fatto che non sempre la scienza occidentale riesce a sconfiggere le malattie o, eventualmente, a provocare la pioggia. Viceversa, siamo sufficientemente documentati circa il fatto che, almeno in taluni casi, i metodi non occidentali hanno dati risultati soddisfacenti in entrambi questi tipi di situazioni.

Certo, possiamo anche parlare di semplici coincidenze, o di intervento di fattori causali e imprevedibili, se proprio vogliamo negare per principio qualunque efficacia a tecniche operative che escono radicalmente dai nostri parametri mentali. Però rimane il fatto che malati gravi, ritenuti incurabili da medici occidentali, sono stati guariti, sotto gli occhi stupefatti di questi ultimi, dalla medicina di certi sciamani; così come sappiamo che la pioggia, annunciata da uno stregone di villaggio, è effettivamente caduta dal cielo, dopo settimane di penosa siccità, grazie a delle nuvole che si sono addensate all’improvviso, quasi comparendo dal nulla.

Ciascuno è libero di trarre da simili fatti le conclusioni che crede.

L’importante è non dimenticare la lezione di Paul Feyerabend, secondo il quale accordare la nostra preferenza alla scienza occidentale o ad altri sistemi operativi, in presenza di determinate situazioni, è fondamentalmente una questione soggettiva; e il fatto che, nelle nostre università, si esponga solo la nostra medicina e la nostra meteorologia, non significa che non ne esistano altre forme, suscettibili anch’esse di risultati e praticate da millenni presso numerose popolazioni.

E adesso torniamo al leopardo antropofago.

L’idea di uno spirito del male, o quella di un licantropo che si serve di arti infernali per saziare la sua brama di carne umana, sono espressione di un universo spirituale lontanissimo dal nostro; non così lontano, però – a ben guardare – che non possiamo trovarne traccia nelle credenze dei nostri  progenitori europei di alcuni secoli fa, di cui sono testimonianza, oltre alle fiabe, alle leggende e ai racconti popolari, anche forme di cultura «alta», quali la letteratura, la scultura, la pittura e la stessa religione.

Venendo al caso del leopardo antropofago, cominceremo con l’osservare che gli indigeni del Garwhal, una regione collinosa posta ai piedi dell’Himalaia, non sono affatto dei «primitivi», qualunque cosa si intenda con quest’ultima espressione. Sono, al contrario, i figli di una delle più antiche culle della civiltà umana: una regione che era già capace di esprimere figure della statura eccezionale di Buddha, molti secoli prima che iniziasse l’era cristiana. Le loro credenze non sono, pertanto, quelle di una cultura arretrata, ma di una cultura millenaria e altamente evoluta, che aveva alle spalle una prestigiosa tradizione filosofica e religiosa quando ancora, in Europa, Roma era un villaggio di pastori e di fuorilegge, simile a tanti altri.

La seconda osservazione che vorremmo fare è che, per ammissione di coloro i quali hanno vissuto esperienze del genere, anche se occidentali per nascita e formazione (come il cacciatore Jim Corbett), creature come quella che terrorizzò il Garwhal per otto lunghi anni, hanno sempre dato prova di una astuzia più che animale, giocando spesso con i propri inseguitori come fa il gatto col topo.

Non solo: in numerose occasioni sembra che esse agiscano con la protezione di circostanze talmente eccezionali, da far dubitare che si tratti di pura e semplice casualità. Evitano inspiegabilmente le trappole meglio dissimulate nel terreno, arrivando a cibarsi delle loro vittime a pochissimi centimetri dalla molla delle tagliole, senza farla scattare; non subiscono alcun effetto dall’ingestione dei veleni più potenti, sparsi nel corpo delle carogne di cui si nutrono; carabine perfettamente funzionanti fanno cilecca, magari dopo settimane di pazienti appostamenti da parte del cacciatore, proprio nel momento decisivo.

È chiaro che tutte queste circostanze si possono spiegare anche in maniera perfettamente naturale; e tuttavia, un calcolo delle probabile porterebbe a mettere seriamente in dubbio una conclusione del genere, almeno in una parte dei casi in questione, a meno che non si voglia partire dal pregiudizio che ciò che non collima con la razionalità occidentale deve essere escluso a priori, nonostante una montagna di indizi vada nel senso contrario.

Ma veniamo alla sostanza del problema.

Per un occidentale, un leopardo è un leopardo, una tigre è una tigre, e basta. Se accade che questi carnivori, per qualche fatalità, assaggino la carne umana, possono diventare antropofagi; e, con l’istinto e l’esperienza legati al loro nuovo regime alimentare e al loro nuovo genere di vita, possono imperversare anche per anni in una regione ben definita, riuscendo ad eludere ogni tentativo di ucciderli da parte degli uomini. Ad ogni modo, un buon fucile, una mano ferma e una buona mira sono tutto quel che occorre per mettere fine alla loro sanguinosa carriera, esattamente come accade per qualsiasi altro tipo di selvaggina.

Per gli Indiani (e anche per numerosi altri popoli non europei), un leopardo o una tigre antropofagi sono l’incarnazione di uno spirito del male, e nessun proiettile potrà mai ucciderli. Essi finiranno di terrorizzare gli umani solo quando sarà venuto il suo tempo: perché, nelle culture orientali, vi è un tempo per ogni cosa, e il destino di ogni creatura vivente è stabilito in anticipo.

Il fatto che un carnivoro antropofago possa venire ucciso dai proiettili, e che il suo corpo possa venire poi esposto alla vista di tutti, sembrerebbe, per la mentalità occidentale, la prova certa e definitiva che solo la «spiegazione» da essa offerta sia quella valida: ucciso l’animale, finito il terrore.

Ma è proprio così?

Abbiamo detto che, per la mentalità indiana (e di altri popoli), il carnivoro antropofago non è uno spirito del male, ma la sua incarnazione: ciò è profondamente diverso. La sua incarnazione può essere uccisa, a determinate condizioni e quando sia giunto il suo tempo, che è stabilito dalla divinità o, per altro verso, dalla legge del «karma». Ma lo spirito stesso non è soggetto alle leggi della materia e non può essere ucciso: non più di quanto si possa fermare un fantasma a colpi di rivoltella, o legarlo con delle funi di corda.

Se lo spirito del male non è ancora sazio di tutto il dolore che ha provocato, agendo in forma di leopardo o di tigre antropofagi, si può star certi che tornerà ad incarnarsi in un altro felino, e il terrore ricomincerà. Ecco perché quei popoli si affidano più volentieri alle preghiere e ai riti di purificazione, che non alle canne dei fucili; come facevano, del resto, i nostri antenati di alcuni secoli fa.

Come diceva Feyerabend, è soltanto questione di gusti preferire la spiegazione materialistica, propria del Logos strumentale, oppure quella spiritualistica che deriva dalla sapienza orientale. Sono due modi diversi, e incommensurabili, di tentare una spiegazione dei fatti della vita, specialmente di quelli che escono dal quadro dell’esperienza ordinaria.

Noi occidentali siamo talmente convinti che solo la nostra spiegazione sia quella giusta – o che vada, comunque, nella direzione giusta -, da riservare soltanto un sorrisetto sprezzante ad altri tipi di spiegazione. Parliamo allora di «credenze mitiche», come se il mito fosse qualche cosa di fantastico e non un modo estremamente reale, ma diverso da quello scientifico, di esprimere delle verità tramandate da innumerevoli generazioni. Oppure, meno garbatamente, parliamo di superstizione pura e semplice, sfoderando tutto il senso di superiorità di chi si sente fieramente erede dell’Illuminismo: che, come dice la parola stessa, è venuto a portare i «lumi» della ragione nelle tenebre fitte dell’ignoranza.

Ma chi è il vero ignorante, dopotutto? Chi giudica reale solamente la dimensione esperibile con i sensi ordinari; o chi ammette l’esistenza di un altro piano di realtà, più sottile ma non per questo meno reale dell’altro, anzi, in effetti, molto più reale e profondo?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/09/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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