domenica, 19 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: Il velloso popolo della montagna, di G. Scortecci

Il velloso popolo della montagna di G. Scortecci. È inutile cercare il nome di Giuseppe Scortecci su qualche dizionario di letteratura e che fu uno studioso che percepiva la presenza del mistero nel mondo della natura Francesco Lamendola  

Dalla enciclopedia in cinque volumi «Animali. Come sono, dove vivono, come vivono» di Giuseppe Scortecci, direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Genova (Milano, Edizioni Labor, 1953, vol. 1, pp.  155-159):

«In tutta l’area vastissima in cui sono diffuse, le amadriadi vivono all’incirca come i babuini e come questi si nutrono indifferentemente di sostanze animali e di sostanze vegetali; le amadriadi sembrano però più legate dei babuini alle montagne, tanto è vero che raramente si vedono inerpicate sugli alberi, mentre è cosa facilissima incontrarle sui dirupi più aspri, dove manca od è estremamente scarsa la vegetazione arborea.

Sembra che, per un tacito accordo, ogni banda abbia il suo territorio di caccia e non invada quasi mai territori limitrofi che non sono di sua spettanza. Quando si verifica un simile evento, la zuffa fra i due gruppi è immancabile e, così si narra, si risolve sempre con un buon numero di feriti. Soltanto al calare del sole si stabilisce una sorta di tregua, e le varie famiglie si dirigono verso una medesima località, un medesimo roccione molto alto e scosceso, ove si arrampicano per passarvi la notte in piena tranquillità.

A proposito d questi rifugi notturni delle amadriadi, eco quanto ebbi ad osservare nella Somalia settentrionale.

Durante le mie peregrinazioni nell’assolata terra degli aromi, mi fermai a lungo nella verde Oasi di Carim, e una sera, mentre sostavo nel groviglio di palme nane le quali circondavano una pozza e ascoltavo la canzone dell’acqua, ebbi la sorte di fare conoscenza col velloso popolo della montagna.

Per primo giunse un vecchio capo ornato che dal collo gli scendeva sulle spalle. Sbucò da un cespuglio, fece qualche passo sulle rive della pozza e, sedutosi con gravità ed appoggiate le mani sulle cosce, volse attorno lo sguardo. Annusò quindi ripetutamente l’aria, sbadigliò, puntò il lungo muso canino verso l’acqua arrossata dal tramonto,  e si decise infine a lanciare un grido rauco, una specie di grugnito. Gli rispose un coro di urla, di gemiti, e i cespugli delle palme nane furono come accarezzati da una folata di vento impetuoso, tanto si mossero, stormirono, frusciarono. Poi una torma di quadrumani uscì dalla ramaglia e si lanciò sulle rive. C’erano maschi adulti, alti sino a un metro,  grossi e robusti quanto il capo tribù; femmine dal corpo più delicato e prive di criniera; giovani e neonati. Alcuni di questi erano appesi al petto delle madri, altri cavalcavano fieramente le genitrici. Tutti, vecchi, giovani e giovanissimi, erano eccitati, frenetici. Si disposero l’uno accanto all’altro sulla riva e, tuffato il muso nell’acqua, bevvero sotto la sorveglianza del vecchio e saggissimo capo che non aveva abbandonato un istante la posa dignitosa. Di tanto in tanto uno scimmione alzava il muso gocciolante e mostrava rabbiosamente i lunghi e formidabili denti a un compagno che lo aveva urtato troppo forte.

Quando la sete fu calmata, i maschi assunsero la posa del venerabile capo, e le femmine, dato di piglio ai giovanissimi rampolli, rivolsero tutta l’attenzione alle torme di pulci che saltellavano nel loro pelame; i giovani pensarono ai giochi. Chi s’affannava a raspare la terra e a sollevare sassi, che allungava le nere zampette verso l’acqua, rimbalzando immediatamente indietro quando la superficie del liquido si increspava, chi correva o saltava, e non mancavano quelli che si minacciavano a vicenda, o addirittura si azzuffavano, indi fuggivano verso gli adulti stridendo acutamente. Questi, gravemente bonari, non si offendevano se un piccolo li urtava o s’attaccava con le gracili dita al loro vello; tutt’al più li respingevano benignamente con un colpo di mano. Ma se un giovane aveva l’ardire di allontanarsi troppo dalle file dei maschi che s’erano disposti a corona tra il bordo della pozza e i cespugli di palme, se aveva l’ardire di inoltrarsi nella vegetazione, uno degli adulti lanciava un gruignito di avvertimento. E se ciò non bastava, si alzava e, camminando a quattro mani, la coda arcuata, raggiungeva il ribelle e lo costringeva a tornare indietro. Quando i pipistrelli presero a volitare rasente l’acqua, il capo tribù bevve, poi, senza degnare di uno sguardo i sudditi, grugnì in sordina.

D’incanto i piccoli smisero di giocare, le femmine di spulciare i figlioletti, ed un gruppo di maschi si inoltrò nella vegetazione. Li seguirono le compagne coi rampolli; dietro queste mossero gli altri maschi, e ultimo, mostrando i denti a una femmina che s’era attardata, partì il capo tribù. Le loro grida rauche, i grugniti in sordina, le strida dei giovani si attenuarono e dall’acqua placida della pozza sbucarono le rane, finalmente tranquille, che  iniziarono un gaio concerto. Dove andasse la tribù dopo la serotina abbeverata, me lo disse un “gògle” che, prima di indossare la “futa” e il “dùb” aveva fatto il cacciatore.

– Qui nell’Ahl Mascat ci sono leopardi e iene che di notte cercano le prede; le scimmie perciò si rifugiano su qualche collina o qualche roccia  alta e dalle pareti quasi verticali e là dormono al sicuro. Se camminerai due ore in direzione di Bender Cassim, troverai un Bur Dagner (monte delle scimmie).

Il giorno seguente camminai per due ore nella direzione indicata, traversando colline e seguendo il solco di valli sinuose, e mi trovai in una larga conca al centro della quale si ergeva il monte delle scimmie. Era una roccia alta una cinquantina di metri, larga alla sommità un centinaio, con pareti quasi a picco, interrotte da tre o quattro terrazzi, con cento e cento cavità e cento spaccature: in queste e sulla cima avrebbero trovato comodo e sicuro rifugio dieci branchi di amadriadi.

Nascostomi in un cespuglio dal quale avrei potuto vedere senza essere scorto, attesi la venuta del popolo delle montagne.

La roccia si imporporò, l’ombra salì dalla base verso la sommità, e quando questa sola conservò il colore rosso, un grugnito lontano m’avvertì che il branco stava per arrivare. Sboccando da una valletta, sfociò nella conca e si diresse con decisione verso il luogo del riposo. Innanzi veniva un capo, le seguivano un gruppo serrato molte femmine  e molti piccoli, forse una trentina;  dietro ed ai fianchi stavano altri maschi.

Veduto dal mio osservatorio, il branco sembrava composto non da scimmie, ma da omiciattoli, alcuni indossanti una piccola mantella, omiciattoli che per burla avessero assunto l’impegno di camminare sulle mani e sui piedi.

Giunti alla base della roccia,  gli scimmioni maschi si fermarono sedendosi qua e là sulla petraia, e la maggior parte delle femmine ed i piccoli si lanciarono su per la parete. Trovarono appigli ovunque, anche dove un rocciatore provetto avrebbe dovuto confessarsi sconfitto, e salivano, salivano con velocità portentosa. Poi alcune scimmie si fermarono nelle cavità, altre sui terrazzi, altre ancora raggiunsero la vetta che si popolò così di molte figurette nere, irrequiete.

Il primo branco s’era appena sistemato, quando ne arrivò un secondo, poi un terzo, un quarto e tutti più numerosi di quello che avevo veduto all’abbeverata nell’Oasi di Carim. Le cavità, le spaccature, i terrazzi apparvero affollati da scimmie e alla sommità non c’erano due metri che non fossero occupati da una figuretta nera.

Durante le sere d’estate, sui platani delle nostre piazze s’adunano centinaia di passeri che, nascosti tra le foglie, cinguettano, trillano, stridono, chiacchierano. Sulla roccia le scimmie si comportavano come i passeri sui platani. Tutte stridevano, squittivano, gridavano; tutte cercavano, magari a detrimento di una compagna, di occupare un posto buono per la notte; e nascevano contese che terminavano in zuffe furibonde, in inseguimenti vertiginosi da cavernetta a cavernetta, da spaccatura a spaccatura, dalla base alla sommità della parete. Le scimmie che da queste zuffe uscivano sconfitte, si ritiravano sovente  ai piedi della roccia e, stridendo pietosamente, piangendo, starei per dire, vi rimanevano qualche minuto prima di inerpicarsi e scegliersi un nuovo posto. I più chiassosi e rissosi erano i giovani di mezza età; i più gravi erano i maschi, i quali per la maggior parte attendevano sulla petraia che la luce fosse scomparsa per recarsi a loro volta al riposo.

Mentre l’attività dei branchi ferveva, lasciai il rifugio e mi inoltrai verso la roccia. Le urla, le strida, i gemiti cessarono di colpo, e di colpo le figurette nere che danzavano al sommo della parete si immobilizzarono. Ma il silenzio e l’immobilità durarono un attimo, ché le femmine ed i giovani, vinto lo stupore, ripresero a far vibrare le corde vocali, ed i grandi maschi, sino allora rimasti quasi sempre in silenzio, cominciarono a tossire e a grugnire per esprimere la rabbia e l’indignazione. E mentre i membri delle famiglie radunate sull’alto della roccia saltavano e correvano quasi eseguissero una selvaggia danza guerresca, e nelle cavernette, nelle spaccature, sui terrazzi, folle di quadrumani di ogni età  s’agitavano convulsamente, i maschi provvidero alla difesa della comunità. Alcuni che stavano proprio alla base della parete cacciarono via con ringhi minacciosi le poche femmine attardatesi a giocherellare coi rampolli; altri, a balzi, mi mossero incontro.

Al comando della schiera stavano i capi tribù dalle zanne poco meno lunghe d quelle dei leopardi. Tutti volevano far sfoggio di ardire e, al tempo stesso, dimostravano di avere non poca paura. Dopo i primi balzi si fermarono e, le quattro zampe appoggiate al suolo, il muso canino proteso verso di me, ringhiarono increspando le labbra. Se facevo l’atto di andare avanti retrocedevano lentamente; se indietreggiavo, facevano qualche passetto innanzi ed eseguivano una particolarissima danza. La danza della minaccia e della rabbia probabilmente, la quale consisteva in una serie di rapidissimi movimenti di tutto il corpo dall’alto verso il basso e viceversa.

Commento musicale alla danza era il coro delle femmine e dei giovani, e il tossire e ringhiare dei difensori.

Qualche mese prima, nelle foreste dell’Oltregiuba, avevo ucciso alcune scimmie, e ricordando gli atteggiamenti delle vellose bestiole morenti, i loro lagni, i loro sguardi, non volli usare il fucile contro queste, più grandi e più umane, che difendevano la loro tribù. Mi limitai a sparare in aria.

L’animo dei maschi non resse alla prova; mentre l’eco ripeteva la voce dell’arma, i capi tribù ed i loro gregari fuggirono come pazzi e, arrampicatisi sulla parete, cercarono rifugio accanto alle spose ed ai loro figli, ammutoliti tutti per lo spavento. Ma quando volsi le spalle per tornare alla verde Carim, il velloso popolo della montagna riprese coraggio  e capi tribù, gregari, femmine, giovani disposti sempre a far baccano, unirono le loro voci per comporre una manifestazione ostilissima contro di me. La notte, che scese rapida avvolgendo ogni cosa nell’ombra, valse a riportare la pace nel cuore degli abitanti di Bur Dagner.»

È inutile cercare il nome di Giuseppe Scortecci su qualche dizionario di letteratura, per quanto dettagliato: non lo si troverebbe.

Come abbiamo detto in apertura, Giuseppe Scortecci (nato a Firenze nel 1898 e morto a Milano nel 1973) è stato un insigne zoologo e zoogeografo, professore universitario a Genova – dal 1941 – nonché organizzatore di una serie di missioni scientifiche in varie regioni esotiche: per ricordare solo le ultime, in Migiurtinia (Somalia settentrionale) nel 1957, in Arabia Meridionale e nello Yemen nel 1962 e nel 1965.

Nel corso di tali missioni, Scortecci non si chiudeva nel proprio ristretto ambito specialistico, ma aveva occhi per osservare la realtà a trecentosessanta gradi. Nel 1936, ad esempio, nel corso di una missione zoologica nel sud della Libia, provincia del Fezzan, a lui si dovette la scoperta di una particolare grotta, sui monti Tassili, decorata con pitture rupestri assai originali, in rosso e in nero, che pongono agli studiosi di etnologia e di preistoria dei quesiti veramente affascinanti.

Non è stato, insomma, il classico scienziato da tavolino, ma un appassionato viaggiatore e un conoscitore della vita degli animali in libertà, quando in Africa e nel Medio Oriente era ancora possibile vedere una fauna ricca e varia, non decimata dal bracconaggio e dall’avanzare della civiltà tecnologica. Possedeva lo spirito d’osservazione e l’acuta curiosità di un Konrad Lorenz, quando ancora la parola «ecologia» non era diventata di moda e non ricorreva, più o meno a proposito, sulla bocca di tutti.

È stato anche – ed è questa la ragione per cui lo stiamo ricordando in questa sede – un efficace scrittore, dallo stile piano e avvincente, esercitato nella divulgazione per un pubblico giovanile: ricordiamo il suo volume «Piccoli di animali e animali piccoli», uscito nel 1938 nella famosa collana della U. T. E. T. «La Scala d’Oro», diretta da Vincenzo Errante e Fernando Palazzi; e, ancora, «Misteri degli abissi marini», pubblicato dalla Casa editrice Salani di Firenze, nel 1975, e illustrato personalmente dall’Autore, con una ricca di serie di disegni di grande bellezza e precisione.

Un uomo dalle ampie letture e dalla vasta cultura, dunque; e di questa cultura, che non è mai un pesante fardello ma, semmai, uno strumento in più per variare l’esposizione scientifica e per avvincere il lettore,  traspare continuamente la ricchezza.

Nella pagina che abbiamo scelto, ad esempio, la descrizione della vita di un branco di amadriadi della boscaglia somala è preceduta da una serie di accurati riferimenti agli autori classici, da Erodoto a Giovenale, che parlano di questa specie di scimmie africane; ed è in quest’ambito che si misura la differenza con molti scienziati e divulgatori scientifici odierni, la cui ignoranza in ambito umanistico è pari soltanto alla loro presunzione e alla ristrettezza del loro punto di vista positivistico sulla natura e sugli scopi delle scienze naturali.

Scortecci, insomma, riunisce alcune doti assai diversificate, che è raro trovare in un’unica persona: il rigore scientifico dell’informazione; la piacevolezza e la varietà dello stile; la fantasia e la capacità di interessare un pubblico di non specialisti, soprattutto di giovani; e, infine, l’ampio retroterra culturale, non solo scientifico ma anche umanistico, che gli consente di muoversi con assoluta disinvoltura sui terreni più vari e di rendere avvincenti anche gli aspetti più tecnici della zoologia.

Ci sembra ce ne sia abbastanza per deprecare che il suo nome sia stato così in fretta dimenticato nel salotto buono della cultura italiana.

La cosa sa anche di ingratitudine, visto che, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, erano ben poche le biblioteche pubbliche, e non certo rare quelle private, sui cui scaffali facevano bella mostra di sé i cinque volumi rilegati in verde su «Gli Animali»; e moltissimi bambini di quella generazione hanno coltivato e alimentato la loro passione per il mondo della natura, proprio sfogliando quei libri, immergendosi nella parola avvincente del loro Autore, e sognando davanti al vasto e ricco materiale fotografico che correda l’enciclopedia.

C’entra l’ingratitudine o c’entra, anche – per una parte almeno – una nuova concezione delle scienze naturali, e di come le si debba accostare al giovane lettore: una concezione pomposamente scientista, che liquida con un sorriso di sufficienza i naturalisti poeti che, come Scortecci, avevano l’ambizione di avvicinare alla zoologia i bambini e i ragazzi, toccando anche le corde del sentimento e della fantasia, ossia facendo leva sulle qualità primarie della mente infantile?

Ma veniamo al brano che abbiamo qui deciso di proporre, dedicato al velloso popolo della montagna: le amadriadi, che vivono in branchi abbastanza numerosi nella boscaglia e sulle pietraie del Corno d’Africa – o che, per dir meglio, vivevano in branchi ancora piuttosto numerosi, negli anni subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma prima che l’ondata della decolonizzazione aprisse la strada ai professionisti del bracconaggio e portasse al rapido sterminio di un  numero incalcolabile di animali selvatici nel Continente nero.

Giuseppe Scortecci arricchisce la descrizione di questa specie di scimmie con la rievocazione di una esperienza personale, vissuta in Somalia prima dell’ultima guerra mondiale: l’osservazione diretta di un branco di amadriadi all’abbeverata serale e poi, il giorno dopo, l’individuazione del loro rifugio notturno, alla sommità di una ripida roccia ove esse, sempre sotto la guida di un forte maschio capo branco,  si sentono al sicuro dalla minaccia di iene e leopardi.

I movimenti delle amadriadi; le loro abitudini, ora giocose, ora aggressive; il loro forte spirito di gruppo e l’autorità riconosciuta del capo; la rabbia e la paura che esse manifestano allorché l’uomo si mostra e si avvicina al loro rifugio notturno: tutto ciò viene descritto con profonda simpatia e partecipazione, e con uno stile piacevole e naturale, privo di inutili fronzoli, ma anche ingentilito da un tocco di accettabilissima poesia.

Nell’animo del lettore rimane fortemente impressa specialmente l’immagine del rosso tramonto africano, quando la sommità della roccia si tinge di porpora e si affolla di innumerevoli scimmie che, viste da lontano, sembrano un esercito di ometti che abbiano deciso di giocare carponi; prima che le tenebre scendano veloci – come suole accadere ai Tropici – e nascondano ogni cosa.

Anche l’immagine delle amadriadi che, vedendo avvicinarsi l’intruso, si mettono in subbuglio, mentre le femmine prendono in collo i loro piccoli ed i maschi si fanno avanti per affrontarlo, ma poi fuggono terrorizzati al fragore della carabina, è tale da colpire notevolmente l’immaginazione e da imprimersi a lungo nella memoria.

Sì, Giuseppe Scortecci aveva il dono della parola e sapeva come comunicare le emozioni da lui vissute, specialmente nei deserti africani e americani, nel corso di numerose missioni zoologiche; sapeva come appassionare il suo pubblico ai misteri della natura.

Ecco, infine abbiamo detto la parola oggi impronunciabile: la parola «mistero».

Giuseppe Scortecci, che pure era uno scienziato di valore, percepiva la presenza del mistero nel mondo della natura, e sapeva trasmetterla ai suoi lettori; mentre i divulgatori scientifici che oggi vanno per la maggiore (e che, sia detto fra parentesi, il più delle volte scienziati non sono) credono che non vi sia alcun mistero, ma solo una serie di problemi che, un poco alla volta, la ragione umana sarà in grado di spiegare: quasi che fosse solo una questione di tempo, e non di un limite ontologico della natura degli enti finiti.

Ricordiamo che di Giuseppe Scortecci avevamo già avuto occasione di dire qualcosa nel nostro precedente articolo: «Il “cervo di padre David”: una specie scampata di misura all’estinzione», sempre consultabile nel sito di Arianna Editrice.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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