venerdì, 17 Settembre 2021
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Basta con la filosofia della chiacchiera, si torni al fondamento della verità

A forza di avvicinarsi a se stesso, il pensiero del reale diventa pensiero del pensiero: la filosofia diventa psicologia di Francesco Lamendola

Gran parte della filosofia moderna si caratterizza non più come sforzo per giungere alla verità, ma come riflessione sulle condizioni che permettono di parlare della verità; non più come atto della conoscenza, ma come riflessione sulla conoscenza; non più come ricerca di ciò che è l’essere, ma come analisi di ciò che parla dell’essere. È un progressivo, gigantesco, inesorabile restringimento degli orizzonti: con Cartesio, si passa dal pensiero dell’essere al pensiero della coscienza; con Kant, dalla metafisica alla critica della ragione; con Hegel, dall’essere che crea il pensiero al pensiero che crea l’essere; con Wittgenstein, dalla domanda sul reale alla domanda sul linguaggio; con Husserl, dall’oggetto al soggetto; con Heidegger, dal soggetto al niente; con Morin, dalla domanda sulla verità alla verità come domanda, anzi, come punto di domanda. Un gradino dopo l’altro, il pensiero scende verso l’oscuramento, verso le tenebre, e ad ogni ulteriore discesa parla di un progresso, di una scoperta, di una chiarificazione. Quanto più il pensiero si allontana dall’essere, tanto più proclama di essersi avvicinato a se stesso. E così, a forza di avvicinarsi a se stesso, il pensiero del reale diventa pensiero del pensiero: la filosofia diventa psicologia. Lungo la strada esso ha perso qualcosa, un’inezia, ha smarrito semplicemente la verità, ma non sembra essersene accorto; o, se pur se n’è accorto, non sembra preoccuparsene, come se la consideri una perdita trascurabile, o addirittura salutare.

In fondo, la verità era divenuta un fardello troppo grave, per le fragili spalle dei pensatori moderni; però il loro orgoglio era cresciuto in misura inversamente proporzionale all’indebolirsi della loro costituzione: impossibile, pertanto, ammettere che avevano perso qualcosa; bisognava affermare di aver guadagnato qualcosa. Già; ma che cosa? Semplice: avevano guadagnato una maggior consapevolezza del fatto che la verità è irraggiungibile, per lo meno con gli strumenti attualmente a disposizione. Dunque, bisogna revisionare gli strumenti, primo fra tutti il linguaggio; bisogna rivedere i concetti della logica, e preoccuparsi anzitutto di costruire degli enunciati dotati di senso logico. Se tali enunciati corrispondano o meno alla verità, è divenuta questione troppo impegnativa per quei signori; però, essi non vogliono metterla in questi termini: preferiscono dire che hanno sgombrato il campo da equivoci e da ambizioni eccessive, e che finalmente, per merito loro, si può ragionare in maniera ragionevole. In questa discesa dal pensiero dell’essere al pensiero del pensiero, ogni discepolo ha voluto scavalcare il proprio maestro; e così, se Bertrand Russell incominciava la sua lezione affermando: In questa stanza non ci sono elefanti, Ludwig Wittgenstein si chinava per sbirciare sotto il proprio banco, evidentemente non del tutto persuaso, sul piano della logica del linguaggio, di una asserzione tanto recisa. Poiché la frase: In questa stanza non ci sono elefanti non contiene nulla d’illogico, Russell la riteneva inattaccabile; ma Wittgenstein, mettendosi a guardare sotto il banco, voleva far capire che quella frase pretendeva pur sempre di porsi come una verità di fatto, e le verità di fatto non sono verificabili nell’universo del linguaggio, perché a livello linguistico-concettuale la sola cosa che si possa verificare è se una frase sia dotata di senso compiuto, oppure no.

A volte, la critica alla nostra pretesa di sapere cosa sia la verità parte da posizioni condivisibili, oltre che perfettamente ragionevoli. Nella seconda metà del XX secolo, per esempio, ha assunto volentieri la forma della critica alle pretese eccessive della Ragione logico-matematica, accusata di porsi come una nuova Mitologia. In questa accusa, peraltro, che ha il pregio ineffabile di piacere a tutti e di metter d’accordo tutti, sia pure per ragioni opposte, s’intravede sin dal principio il vicolo cieco in cui finirà per cacciarsi: perché è sottinteso che il Mito ha fatto da ostacolo alla ricerca della verità, e la Ragione, o la Scienza, ponendosi come forma moderna del Mito, svolgono adesso la funzione “retrograda” che i miti svolgevano in passato, laddove i miti sono equiparati alle religioni, alle credenze e alle tradizioni: una infornata che mostra da se stessa quanto pregiudizio scientista vi sia all’origine di questa pretesa critica dello scientismo. Si crea, così, un circolo vizioso: si critica la pretesa della ragione di porsi come criterio assoluto di verità, ma non per la buona ragione che essa è qualcosa di assai più complesso di quel che finora non si sia visto, bensì per la cattiva ragione che  è stata innalzata al rango di mitologia moderna, e la mitologia è (secondo costoro) l’oscurantismo, cioè il male. Chi lo ha detto? Lo ha detto Marx, ne L’ideologia tedesca, accusando gli uomini di crearsi una falsa immagine di se stessi. Benissimo: ma qual è la vera immagine? Secondo Marx, quella fornita dall’analisi oggettiva dei processi di produzione economica, da cui discendono i processi cultuali, che sono la falsa coscienza dei veri rapporti fra le classi sociali. E, di nuovo: chi garantisce che la coscienza marxista sia “vera”, e falsa solo l’altrui? Lo garantisce Marx; un po’ poco. Anche un marxista come Edgar Morin se n’è accorto; e infatti si è posto per tempo fra i comunisti del dissenso (verso l’Unione Sovietica, non verso il comunismo): ottima scelta per stare sempre a galla, come un sughero, in mezzo a qualsiasi tempesta. Non a caso, la scelta di quasi tutti gli intellettuali della seconda metà del XX secolo: marxisti (e possibilmente freudiani), per restare sul sicuro; ma critici, per aggiungere quel pizzico di autonomia che fa tanto chic. Proprio come gli idéologues nei confronti dell’illuminismo: quando un paradigma culturale comincia a far acqua, i furbi rimangono ben piantati al centro di esso, però si mettono a discettare su quanti peli ci siano nella barba del Marx di turno, tanto per far vedere a tutti quale coraggio leonino sappiano sfoderare, qualora vi sia bisogno di rompere gli schemi e mostrare libertà di giudizio anche rispetto alla propria chiesa. Se, poi, come nel caso di Morin, le chiese di appartenenza sono parecchie ed estremamente diversificate – oltre al marxismo, il surrealismo, il “pensiero della complessità”, la cibernetica, la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, solo per citare le principali -, tanto meglio, così non si rischia di essere trascinati nell’eventuale naufragio di una o due (splendida intuizione: il marxismo è naufragato, ma i Morin sono rimasti tutti a galla, più sentenziosi che mai). Ulteriore vantaggio: ponendosi come fautori di una “riforma del pensiero” (modestia a parte), costoro sono sempre una spanna al di sopra degli altri: mentre il volgo si azzuffa per stabilire cosa sia la verità, e perfino se esista, loro domandano, con olimpica serenità: ma che cosa intendete, con l’espressione ricerca della verità?

Scriveva, dunque, Edgar Morin nell’introduzione a uno dei suoi libri più significativi, La conoscenza della conoscenza (titolo originale: La Methode. III. La connaissance de la connaissance, Paris, Editions du Seuil, 1986; tradizione dal francese di Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli, 1989, pp. 13-14):

Si può mangiare senza conoscere le leggi della digestione, respirare senza conoscere le leggi della respirazione, pensare sena conoscere le leggi e la natura del pensiero, conoscere senza conoscere la conoscenza. Ma, mentre l’asfissia e l’intossicazione i fanno immediatamente sentire in quanto tali nella respirazione e nella digestione, l’errore e l’illusione hanno questo di caratteristico, che non si manifestano appunto come errore e illusione. “L’errore consiste semplicemente nel fatto che non sembra esser tale” (Cartesio). Come hanno detto Marx e Engels all’inizio de “L’ideologia tedesca”, gli uomini hanno sempre elaborato false concezioni di se stessi, di ciò che fanno, di ciò che devono fare e  del modo in cui vivono. E Marx-Engels non fanno eccezione.

Quando il pensiero scopre il gigantesco problema degli errori e delle illusioni che non hanno mai cessato (e non cessano) di imporsi come verità nel corso della storia umana, quando scopre, correlativamente, di racchiudere in se stesso il rischio permanente di errore e di illusione, è allora che deve cercare di conoscersi.

E tanto più deve farlo in quanto non possiamo più oggi attribuire le illusioni e gli errori soltanto ai miti, alle credenze, alle religioni, alle tradizioni ereditate dal passato oppure anche semplicemente all’insufficiente sviluppo della scienza, della ragione e dell’educazione. È nella sfera ipereducata dell’intelligencija che, in questo stesso secolo, il Mito ha assunto la forma della Ragione, l’ideologia si è camuffata da Scienza, la Salvezza si è data una forma politica proclamandosi verificata dalle Leggi della Storia. È proprio nel nostro secolo che messianismo e nichilismo si fanno guerra, si scontrano e si producono l’uno dall’altro, giacché la crisi dell’uno produce la resurrezione dell’altro.

La nostra scienza ha compiuto giganteschi progressi nell’ambito della conoscenza, ma gli stessi progressi della scienza più avanzata, la fisica, ci avvicinano a un incognito che sfida i nostri concetti, la nostra logica, la nostra intelligenza, e ci pongono il problema dell’inconoscibile. La nostra ragione, che ci sembrava il mezzo di conoscenza più sicuro, scopre dentro di sé una macchia cieca. Che cos’è la nostra ragione? È universale? Razionale? Non può trasformarsi nel suo contrario senza rendersene conto? Non cominciamo forse a capire che la nostra credenza nell’universalità della ragione mascherava una mutilante razionalizzazione occidento-centrica? Non cominciamo a scoprire di aver ignorato, disprezzato, distrutto tesori di conoscenza in nome della lotta contro l’ignoranza ? Non dobbiamo riconoscere che la nostra Era dei Lumi è in Notte e Nebbia? Non dobbiamo rimettere in questione tutto ciò che ci sembrava evidenza e riconsiderare tutto ciò su cui si fondavano le nostre verità? Abbiamo un bisogno vitale di situare, riflettere reinterrogare la nostra conoscenza, cioè di conoscere le condizioni, le possibilità e i limiti della sua capacità di giungere a quella verità cui mira. Come sempre, la domanda preliminare sorge storicamente in ultimo, ed è nell’ultima ora del pensiero occidentale che la risposta – la verità – si trasforma infine in domanda.

La ricerca della verità è ormai legata a una ricerca sulla possibilità della verità. Essa racchiude quindi in sé la necessità di interrogare la natura della conoscenza per esaminarne la validità. Noi non sappiamo se dovremo abbandonare l’idea di verità, se cioè dovremo riconoscere come verità l’assenza di verità. Noi non cercheremo di salvare la verità ad ogni costo, cioè a costo della verità. Tenteremo piuttosto di situare la lotta per la verità nel nodo strategico della conoscenza della conoscenza.

In questa pagina di prosa, quel che ci interessa è la conclusione: Noi non cercheremo di salvare la verità ad ogni costo, cioè a costo della verità. È strano, ma anche caratteristico, che a Morin sembri essere sfuggita l’aporia insuperabile di questo ragionamento: se non si vuol salvare la verità a costo della verità, cioè a costo di preferirle la menzogna, ciò, di per se stesso, attesta che la verità esiste: se non esistesse, l’espressione a costo della verità sarebbe priva di senso. È intrinsecamente contraddittorio affermare che la verità non può essere difesa a dispetto della verità, perché questo implica che vi sia un qualcosa che non si può e non si vuol sacrificare, ossia la verità, che è proprio quanto si ipotizzava poter anche non esistere. È come se si dicesse: La verità, forse, non esiste; noi non abbiamo intenzione di sostenere che essa esiste comunque, al di sopra dei nostri possibili errori, come il sole che continua a splendere al di sopra della coltre di nubi, ossia che essa esiste in senso assoluto, perché, se essa non esistesse, noi, così facendo, faremmo un torto alla verità: ma come si può fare un torto a ciò che non esiste? Il concetto di “fare un torto alla verità” nasce dalla convinzione che la verità esiste in ogni caso, sia che essa esista, sia che non esista: il che è manifestamente una contraddizione. Se una cosa non esiste, nessuno le fa torto sacrificandola; o, per dir meglio, nessuno la può sacrificare, perché non si può sacrificare, tradire, fare torto, a qualche cosa che non c’è.

Ma vi è dell’altro. La verità non è un ente, ma – diamola noi una definizione, una buona volta; niente di originale: siamo nel solco della cara, vecchia filosofia scolastica – uno stato dell’essere: più precisamente, è l’accordo fra il giudizio e la cosa come essa è realmente. In tale relazione, pertanto, vi sono un elemento soggettivo, il giudizio, e un elemento oggettivo, la cosa quale realmente è: la verità è come un ponte che viene gettato dall’uno all’altro. Pertanto, non ha senso domandarsi se la verità sia possibile, perché, nell’atto stesso di chiederselo, la si presuppone. Se la verità non esistesse, nessuno si domanderebbe se una cosa, una cosa qualsiasi, sia vera, oppure no: tutte le “verità” sarebbero considerate di egual valore, ma nessuna pretenderebbe di essere la verità, cioè la sola degna di quel nome, senza ulteriori specificazioni. Chi nega la verità, o anche soltanto la pone in dubbio, si caccia da se stesso in un vicolo cieco, simile a colui che afferma: Tutti gli uomini sono bugiardi, tranne Socrate. Se tutti gli uomini sono bugiardi, lo è anche colui che pronuncia questa frase: dunque, l’asserzione che tutti gli uomini mentono, tranne Socrate, è falsa. Oppure è vera, perché, affermando che tutti gli uomini sono bugiardi, essa ammette che anche colui che parla è un mentitore, e quindi non bisogna dare alcun valore alle sue parole? Resta il fatto che non si arriva a una conclusione: è vero, infine, che tutti gli uomini mentono, tranne Socrate? E perché Socrate no, visto che anch’egli è un uomo? Chi garantisce il fatto che Socrate non menta, visto che tutti mentono, o sono capaci di mentire? Se mentono tutti quanti, infatti, ciò significa che mentono in quanto uomini, cioè in quanto il mentire è inerente alla loro natura.

Ora, se la verità non è un ente, ma uno stato dell’essere, non avrebbe senso farsi scrupolo di tradirla, qualora la si volesse affermare ad ogni costo: si può tradire una cosa, ma uno stato dell’essere non può essere tradito, perché esso è, comunque la pensiamo noi a suo riguardo. Tutto quel che noi possiamo pensare, a proposito di qualsiasi cosa, è reso possibile dal fatto che la verità esiste: se così non fosse, il pensiero non esisterebbe. Il pensiero nasce dalla “scoperta” che la verità esiste: ed è ben per questo che noi perdoniamo volentieri le “bugie” del bambino piccolo, perché vediamo che egli non è ancora giunto a formulare un pensiero degno di questo nome. Chi pensa, pensa in funzione della verità: tutto il mondo del pensiero si regge su di essa, o  meglio, si regge sul fatto che essa esiste, ed esiste anche per coloro i quali la negano, o arrivano a dubitarne. Si potrebbe anche dire che, se pure noi non crediamo in lei, lei crede comunque in noi, impassibile, imperturbabile, muta e preziosa testimone di ciò che è, e che continuerà ad essere, per quante pazzie noi possiamo concepire e spacciare per verità. Del resto, anche parlare di pazzie, o di errori e illusioni, come  fa Morin, attesta che la verità esiste: altrimenti, non vi sarebbero errori, né illusioni. Se la verità non esistesse, o se potesse anche non esistere, non vi sarebbero errori o illusioni, e qualunque asserzione sarebbe ugualmente valida. Per esempio, si potrebbe dire, nel medesimo tempo, che la verità esiste e che la verità non esiste, e con eguale diritto.

Ed ecco quanto in basso può scendere il pensiero, credendo di progredire. Tutto il pensiero moderno è una corsa verso il basso, spacciata per una salita verso le altezze. Nessuna meraviglia: il pensiero moderno, come abbiamo visto a suo tempo, parlando della “riforma” di Kant, nasce da un grandioso (si fa per dire…) progetto di auto-castrazione: e un pensiero auto-castrato, è un pensiero che non arriverà mai a capire ciò a cui ha rinunciato, vendendo le pietre preziose in cambio d’un piatto di lenticchie. Si tratta del giusto castigo per chi, avendo rifiutato la Verità, si affanna, poi, ad arzigogolare se la verità ci sia o non ci sia: proprio come colui che, avendo distrutto le fondamenta della casa, pretenda che la casa possa ancora reggersi in piedi…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Luglio 2017

Del 15 Settembre 2020

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