martedì, 21 Settembre 2021
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Forse anche l’animale ha un’anima, come quella umana, bisognosa di redenzione

Vivono sulla Terra accanto all’uomo, eppure quasi nessun filosofo si è mai preso la briga di occuparsi di loro, del loro statuto ontologico del loro destino di Francesco Lamendola  

Gli animali vivono sulla Terra accanto all’uomo; quelli domestici vivono al suo servizio; di essi l’uomo si nutre, ne utilizza la carne, il latte, le uova; li uccide per diletto, o per procurasene la pelle, o per fare esperimenti; gode della loro compagnia, si allieta del loro canto, li impiega nella caccia; eppure quasi nessun filosofo si è mai preso la briga di occuparsi di loro, del loro statuto ontologico, del loro destino finale.

Perché vivono, gli animali? Perché soffrono? A chi o a che cosa giovano il loro vivere e il loro soffrire? Gli animali si affaticano per costruire il nido, per mettere al mondo i piccoli, per allevarli: poi muoiono, talvolta divorati da altri animali, talvolta colpiti dalle malattie, talaltra soccombono per mano dell’uomo: quasi mai si spengono per la vecchiaia, dolcemente; quasi sempre la loro è una morte violenta, e, molto spesso, anche dolorosa. Che senso ha, tutto questo?

Ancora: è proprio vero che l’uomo può moralmente disporne a suo piacere, senza limiti e senza freni di alcun genere? Ce da qualche parte è scritto, da qualche parte è deciso che l’uomo, signore del creato, può disporre, da padrone assoluto, della vita e della morte degli animali, e a nessuno deve renderne conto? Che a lui è riservato anche decidere se infliggere loro la sofferenza, magari per i motivi più futili: come, ad esempio, il gettare ancor vive le aragoste nell’acqua bollente, onde poi gustare la loro polpa in maniera più squisita?

E i teologi: possibile che abbiano così poco da dire, su questo argomento? Milioni e miliardi di animali si sono avvicendati sul nostro pianeta, nel corso delle epoche: ciascuno di essi, per quanto umile, ha vissuto, ha lottato, ha cercato di riprodursi, ha sofferto e, infine, è morto. Quale Dio può essere considerato così prodigo da aver dato origine a una realtà siffatta, solo per “sprecare” la vita, e la sofferenza, di tutte queste creature capaci di sensibilità e, forse, di vero e proprio sentimento? Dei cani sono stati visti lasciarsi morire sulla tomba del proprio padrone; altri hanno percorso centinaia, migliaia di chilometri per fare ritorno a casa, in maniera assolutamente misteriosa, quasi inspiegabile; altri ancora hanno atteso il ritorno del loro amico umano per una vita intera, non rassegnandosi mai alla sua assenza, aspettando sempre con fiducia, mostrando una fedeltà straordinaria, commovente, di cui ben pochi esseri umani sarebbero mai capaci. Tutto questo non vuol dire nulla? Possiamo realmente liquidare la faccenda, dicendo che gli animali sono una sorta di sovrappiù della creazione, una entità significativa solo dal punto di vista quantitativo, ma di cui non mette neanche conto ragionare, quanto agli scopi della creazione e all’economia complessiva della Redenzione?

Perché, come dice San Paolo, tutto il creato, e non l’uomo solamente, soffre e geme come nelle doglie del parto, in attesa della Redenzione: senza Redenzione, la vita dell’Universo sarebbe inutile. Possibile che, per redimere l’uomo dalla sofferenza e dalla morte, sia necessario che vengano generati e sacrificati innumerevoli altri esseri viventi, così, senza una vera necessità, senza che la loro vicenda sia riscattata dalla sia pur minima luce di speranza, dalla sia pur flebile promessa di Redenzione?

Eppure, a ben guardare, alcuni filosofi e alcuni teologi si sono realmente occupati della questione relativa all’anima degli animali, al senso del loro soffrire, alla loro eventuale sopravvivenza. Desta però stupore l’esiguità del loro numero, in rapporto al movimento complessivo del pensiero europeo, nel corso della sua storia due volte e mezzo millenaria; fa impressione l’idea che così tanti pensatori non abbiano trovato degno d’interesse domandarsi quale posto occupi, nell’economia del reale, il nostro fratello minore, l’animale: è un indice della grettezza e della miopia del nostro atteggiamento generale. Per non parlare di quei filosofi, come Cartesio, i quali si sono avventurati a sentenziare che la sofferenza dell’animale non esiste, perché esso non è che “res extensa”, materia priva di spirito, e dunque che essi sono incapaci di provare non solamente sentimenti, ma anche solo sensazioni, nel senso proprio del termine.

Scriveva Guglielmo Bonuzzi nel suo ormai classico «Questa, la civiltà degli animali» (Bologna, Cappelli Editore, 1964, pp. 80-2):

«Origene di Alessandria, il celebre dottore cristiano del terzo secolo, nella sua opera, che definiremmo gigantesca, sostenne che la Redenzione è “l’inizio del ritorno di tutti gli esseri creati all’immenso seno della perfezione divina”. L’incarnazione di Cristo è “il centro della vicenda cosmica: il Creatore che si espande nelle creature, le creature che fanno ritorno a Dio”. Ed ora sentiamo il pensiero di un grande filosofo che non mancò di indugiare sull’appassionante argomento. Il Leibniz, premesso che Iddio, malgrado la Sua infinita sapienza e potenza, non poté creare un mondo migliore, ritiene che la “Giustizia Eterna” dovrebbe compensare, “in qualche forma”, gli animali dopo la loro morte; così, anche secondo il pensatore di Lipsia, che fu pure un teologo, ne deriverebbe che, anche per gli animali, finalisticamente, è previsto il dolore. Nell’eccellente libro di mons. Bolo: “Les animaux et le devoir chrétien”, si afferma che l’animale possiede un’anima con cui partecipa alla Redenzione. Tale tesi fu presentata al pontefice Benedetto XV; in seguito alla quale, egli rivolse agli arcivescovi una lettera esortando a svolgere propaganda di cristiana pietà verso le umili creature di Dio. Ma c’è di più. L’abate George Fremont, dottore in teologia apprezzatissimo, e canonico di Algeri, ebbe ad affermare che “coloro i quali pretendono che l’anima degli animali non possa sopravvivere alla loro morte, dicono cosa che non dimostrano. La sopravvivenza degli esseri creati non dipende che dalla volontà di Dio; ebbene, bisognerebbe essere sicuri di tale volontà, prima di dichiarare che l’anima dell’animale si spegne col corpo. Forse perché gli animali non sentono, non amano, non soffrono? E se è vero che la sopravvivenza dell’anima umana ha per causa la volontà divina e per motivo certe sofferenze talora non meritate che sopporta, perché gli animali (salve le proporzioni) non dovrebbero riavere, in un mondo migliore, la COMPENSAZIONE, se non la RICOMPENSA, cui hanno diritto? La cosa è possibile, se Dio lo vuole.

Ora, perché non dovrebbe volerlo, dato che gli animali soffrono, per la maggior parte, dei mali immeritati, e la cui fonte, troppo feconda, non è che la violenza umana? Gli animali, non dimentichiamolo, sono creature di Dio come noi; e uno dei più grandi teologi del secolo XIX non ha esitato a dire che essi “sono la parte più misteriosa della Creazione”. Lasciamo, dunque, alla Bontà divina la possibilità e la cura di largire a questi nostri poveri fratelli, spesso straziati e quasi tutti destinati a morte violenta, qualche felice compensazione in un mondo migliore”. In una sua allocuzione, tenuta a Bordeaux (1866), il card. Donnet, dopo aver premesso che “sono inutili le leggi protettive se il sentimento della pietà non palpita nei cuori”, affermò che “la virtù della Redenzione discende su tutte le creature e che il suo misericordioso Autore intese di redimere l’Universo intero. INSTAURARE OMNIA IN CHRISTO.” Altri teologi, di particolare attendibilità, sono di analogo parere sulla possibilità di redenzione degli animali; il vescovo Butler, che previde una loro vita futura “in contrapposizione al loro passaggio terreno”; e il francescano Bernardino De Sanctis, che ebbe a dichiarare: “Anche l’animale ha servito Dio e può quindi avere un compenso. L’anima non si può distruggere.”»

Se l’animale abbia o non abbia autocoscienza, è cosa controversa e pressoché impossibile da stabilire in maniera categorica e oggettiva, stante il fatto che la coscienza è, per definizione, a propria coscienza, e dunque che noi non possiamo pensare alla coscienza se non come alla nostra, di esseri umani: ma chi può dire con certezza che cosa sia la coscienza d’un animale?

Per parte nostra, siamo propensi a dare la massima importanza alla questione dell’anima degli animali; diremo di più: se non siamo in grado di concepire una possibile spiegazione per la sofferenza anche del più piccolo animale, diciamo per quell’usignolo di cui parla Virgilio e che chiama e soffre e si dispera perché un crudele essere umano gli ha rubato i piccoli dal nido, ebbene, allora tutto quel che crediamo di sapere intorno al mondo, al suo significato e anche quel che crediamo di sapere intorno al significato dell’esistenza umana, viene irrimediabilmente messo in crisi, squalificato, vanificato.

Nell’economia della creazione, non possono esservi cose più importanti e meno importanti, allorché ci s’imbatte nel mistero abissale della sofferenza. La cosa si porrebbe in termini meno drammatici se la vita sulla Terra fosse un paradiso; ma non lo è: ovunque si possa volgere lo sguardo, dai fiumi alle foreste, dalle pianure alle montagne, dai mari alle caverne più buie e profonde, sempre si vede lo stesso spettacolo di fatica, di sofferenza, di eroismo. Sì, di eroismo: vi è dell’eroismo nei genitori del pinguino, che covano a turno le uova del loro piccolo, proteggendolo dalla furia dei venti antartici e rischiando la vita mille volte, nelle acque infestate dal leopardo di mare, pur di assicurare a sé, al compagno e alla prole il necessario nutrimento. E tutto questo sarebbe senza scopo, inutile, insignificante, addirittura sprecato?

Naturalmente, tutto sta a trovare un accordo intorno alla parola “anima”. Un materialista non ammetterà l’esistenza del’anima neppure in via d’ipotesi, non diremo per l’animale, ma neppure per l’essere umano: lasciamolo alle sue orgogliose certezze e procediamo oltre. Che l’anima consista in un soffio vitale, suscettibile di tenere in vita l’organismo, questo è quanto si può vedere, osservare, e, naturalmente, dedurre: in questa accezione – l’anima sensitiva degli aristotelici – sicuramente gli animali possiedono un’anima. Anche le piante, del resto, possiedono un’anima- la cosiddetta anima vegetativa; e questo, naturalmente, è un altro capitolo: non meno affascinante, e, a nostro avviso, non meno serio e importante, rispetto alla riflessione generale che stiamo svolgendo. Ma l’anima, è solo questo? Aristotele aggiunge un terzo genere di anima: quella intellettiva, propria dell’uomo, basata sul pensiero razionale e capace di volontà e di libera scelta. Ma questo, come si vede benissimo, è un porre la conclusione innanzi alla premessa: avendo deciso che soltanto l’uomo è degno di possedere una “vera” anima (resta peraltro controversa, fra i seguaci di Aristotele, la possibilità di sopravvivenza dell’anima individuale: cosa che fu un’autentica spina per il tentativo tomista di conciliare aristotelismo e Rivelazione cristiana), si conclude che l’anima umana soltanto ha i requisiti “superiori”, che la distinguono da quella degli altri esseri viventi.

Noi, invece di ragionare in astratto, preferiamo tenerci su un piano più immediato, empirico. Così come l’esistenza di Dio non si discute, non si argomenta, non si dimostra (si può anche dimostrarla, beninteso, ma senza convincere chi non è disposto a farsi convincere: segno evidente della insufficienza del Logos logico-matematico), ma piuttosto la si sperimenta, e chi l’ha sperimentata non ha più alcun bisogno di dimostrazioni, né di prove, perché ne è fatto certo della stessa certezza di se medesimo; così ci piacerebbe domandare, a quanti negano, con estrema sicurezza, anche solo la possibilità dell’esistenza di un’anima immortale degli animali, di un principio trascendente che sia presente in essi, se ne hanno mai osservato uno da vicino, diciamo un umile cane bastardo, affezionato al suo padrone al punto da non separarsi mai da esso, da vivere solo per lui, da attendere solo da lui, con sguardo ansioso e carico d’amore, la luce della sua esistenza.

A volte, la risposta alle nostre domande è più semplice e più vicina di quel che non immaginiamo, purché sappiamo sgomberare la mente da pregiudizi inveterati, primo dei quali quello secondo cui una cosa non è veramente compresa, se non è possibile fornirne una spiegazione scientifica esaustiva e sperimentalmente verificabile. Qualche volta, e specialmente nelle questioni più importanti, dovremmo tornare a fidarci un po’ più del nostro istinto, e ritornare ad avere uno sguardo più aperto e trasparente sulle cose. Il nostro sguardo ordinario, infatti, è velato dalla tendenza utilitarista: vediamo quel che ci fa comodo vedere, quel che ci rassicura, quel che ci dà un vantaggio, magari apparente, sia in ambito pratico che spirituale. Ma è uno sguardo che s’inganna. Le cose non ci ingannano, se noi sappiamo vedere la bellezza e la verità divina, che vi si riflettono…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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